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Full text of "La Congregazione camaldolese degli eremiti di Montecorona : dalle origini ai nostri tempi, con una introduzione sulla vita eremitica prima e dopo san Romualdo"

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LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



DEGLI 



EREMITI DI MONTECORONA 











c*43S^ 



MONOGRAFIE 



DI 



STORIA BENEDETTINA 



VOLUME PRIMO 




R MA 
SANTA MARIA NUOVA 

SANTA FKANGESCA AL FOKO ROMANO 



MC.MVIII 



PLACIDO T. LUGANO 

BENEDETTINO DI MONTOLIVETO 



LA CONGREGAZIONE 

CAMALDOLESE 



DEGLI 

EREMITI DI MONTECORONA 

DALLE ORIGLM AI NOSTRI TEMPI 

CON UNA INTRODUZIONE SULLA VITA EREMITICA 

PRIMA E DOPO SAN ROMUALDO 




PRIMA EDIZIONE 



;:- r r 







FRASCATI 

SACRO EREMO TUSCOLAxXO 
MCMVIII 




IMPRIMATUR 

Fr. A. Lepidi O. P., S. P. A. Magister 



Zìi, 



LETTERA DEL P. VISITATORE GENERALE DEGLI EREMITI CA- 
MALDOLESI DI MONTECORONA ALL'AUTORE. 



Sacro Eremo Ttiscolano, 29 Settembre 1907 



Stimatissimo Padre, 



Mi son permesso di dirigere a V. S. la mia lettera 
precedente, in cui La pregavo di scrivere la storia della 
Congregazione camaldolese di Montecorona, con non poca 
trepidazione. Sapevo del suo amore a tutte indistintamente 
le congregazioni monastiche dell'Ordine di san Benedetto, 
ma temevo fortemente che le molte sue occupazioni non 
avessero potuto permetterLe di dedicare un po' del suo 
tempo prezioso allo studio delle memorie della nostra 
Comunità, non ultima nel seguire l'ideale della vita evan- 
gelica, sotto la Regola benedettina, nelV istituto di san Ro- 
mualdo e dietro le orme del beato padre Paolo Giustiniani. 
Ella però, con la sua pregiatissima di ieri, mi ha liberato 
dalla trepidazione, ed, accettando l'incarico di scrivere la 
nostra storia, ha voluto dare a me e a tutti gli eremiti di 
Montecorona una prova del suo interessamento amorevote'^"^^!^. 

Mi corre l'obbligo perciò di ringraziarLa della si^i^S^i "^^ 



buona disposizione verso di noi, e di affidarLe uffici^^ 



y-^f^o .o^ 



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* 



6 



inerite a noìne dell'intiera Congregazione di Montecorona 
quel compito, che dapprima timidamente avevo appena 
osato di proporLe. 

Il Signore si degni concederLe le grazie necessarie a 
quesV uopo e il premio celeste destinato agli uomini die 
consacrano le forze del loro ingegno in prò' della Chiesa 
e delle sue venerande istituzioni. 

La nostra gratitudine per V opera che V. S., con la 
consueta e nota valentia, presterà alla Congregazione di 
Montecorona, sarà eterna, ed io aspetto ansiosamente ed 
affretto coi voti e colle preghiere il giorno in cui potrò 
presentare ai confratelli il volume, che per noi sarà un 
" monumentum cere perennius ,,. 

Colgo di gran cuore questa lieta occasione per pre- 
sentarLe i sensi di stima e di riconoscenza di tutta la 
Comunità coronese e per professarmi di Lei, R.mo Padre, 



Devotissimo servo in G. C 

/>. PIER DAMIANO 
Vis. Gen. degli Eremiti Camaldolesi di Al. C. 



Al Rev.mo Padre 

D» Placido ÌAigano Oliv. 0. S, B, 

Professore di Storici EccL nel Pont, Sem. Roin. 

ROMA 



Ali LETTORE PRESENTE 

E ALLO SCRITTORE FUTURO 



« Mi fia dolce raccontare qualche partico- 
larità di Montecorona, poiché in quella 
tranquilla sede riposerassi alquanto l' animo 
stanco, ed inorridito dalla rappresentazione di 
tanti tradimenti, espilazioni e morti ... ». 

C. BOTTA, Storia d' Italia, lib. XXIV 
[Italia, MDCCCXXIV] p. 334. 

La vita' corre vertiginosa assai. Anche quella che è con- 
giunta a Dio, perchè disposata air ideale della evangelica 
perfezione, s'immerge tosto nell'oceano delV eternità, e quaggiii 
ben poca cosa ne rimane se nessuno pensa a fissarne le traccie 
in modo duraturo. Per tal ragione viene alla luce, in questo 
primo volume di Mo nog rafie di Storia Benedettina, 
la storia della Congregazione Camaldolese di Mon- 
tecorona. Essa conta ormai più di quattrocent' ottant' anni 
di vita esemplare, e può considerarsi come uno de' piti feraci 
rampolli delV istituto fondato da san Romualdo. Ma la sua 
vita era fin qui rimasta quasi tutta nascosta in Dio : la seìn- 
plicità eremitica e V umiltà evangelica avean tenuto sotto il 
moggio la mistica luA^erna che avrebbe dovuto sfolgorare sul 
candelabro la luce del buon esempio. Il che non parve pili 
consono all' indole de' nostri tempi, amanti della vita vissuta 
dalle generazioni passate, collo scopo di trarne ammaestra- 
mento per la vita presente e per quella avvenire. 

E la vita del sodalizio di Montecorona si presta mirabil- 
mente allo scopo. La forma di governo ha forte sapore repubbli- 
cano : tutti eguali di fronte alla Regola, ed in capo alla Regola 
Cristo, maestro e padre : tutto in comune ciò che la provvi- 
denza divina manda, per tratto di special predilezione, a' suoi 
servi : il potere in mano di un collegio, il cui capo è detto 
semplicemente maggiore ed i cui colleghi furon appellati, 
dall' ufficio loro, correttori e poi visitatori; ma il supe- 
riore dell'oggi è il suddito del domani. Poiché, quantunque 
il potere, la carica od ufficio non venga mai meno, perchè 
non può darsi forma di vita sociale senza continuo ufficio 
di direzione, tuttavia gV investiti ne sono in breve alternata- 
mente spogliati, in guisa che il superiore discende al piti 



8 PREFAZIONE 



infimo loco senza conservare traccia di veruna distinzione, e 
r inferiore può salire^ a sua volta per ridiscendere, al grailo 
supremo del governo. L' èremo è il luogo in cui si svelge 

V ideale della perfezione evangelica ; e perchè V uomo che vi 
attende non ne sia distratto o disturbato, diverse celle soli- 
tarie lo nascondono agli occhi mondani e lo tengon raccolto 
in Dio. Il eremita esce dalla cella per unirsi agli altri suoi 
colleghi di professione, nella preghiera liturgica dell' opus 
Dei, perchè l'unione nella preghiera è unità di spirilo. Sod- 
disfatto a questo, che è uno de' principali doveri della sua 
professione, rientra in sé, e senza distaccare il pensiero da 
Dio, nella cella, si adopra a vincere il proprio egoismo, con 
le preghiere private, il lavoro manuale e lo studio, che sono 

V umiliazione del corpo, della mente e della volontcì. Ma da 
questa umiliazione, guidata dalla carità verso Dio ed il pros- 
simo, r eremita sorge alle piìi pure elevazioni che mente umana 
possa concepire. Unico tarlo della vita eremitica sarebbe V ozio: 
ina esso è bandito dall' èremo, per saggia prescrizione della re- 
gola benedettina e per indefesso esercizio di mano e di mente. 
In tal modo, guadagnatosi il pane col sudor della fronte, V ere- 
mita non ha diritto a rimproveri da parte della società : egli 
ha scrupolosamente adempiuto alla legge suprema che regge 
i destini dell' uman vivere, e può passare a fronte alta tra 
gli oziosi che vivono a danno altrui. La vita sua ha diritto 
a riconoscenza da parte degli uomini e a conforto di eterno 
premio da parte di Dio. 

Il B. Paolo Giustiniani, nobile patrizio veneto che, nella 
prima metà del secolo XVI, die forma di vita -regolare alla 
famiglia camaldolese di san Romualdo e di Montecorona, 
ebbe già una piena e completa illustrazione storica dal padre 
don Giovanni da Treviso , che in fine del secolo XVII 
gli dedicò due grossi volumi; dai quali estrasse il fior fiore 
il monaco camaldolese don Agostino Romano Fiori per 
la sua vita, che fu pubblicata in Roma nel 1724. I volumi 
del Trevisano, affidati nel 1685 agli eremiti di Rua, furon 
trasferiti a Roma nel 1721 per essere esaminati dal Fióri. 
Essi contengono una compilazione, fatta in piii anni, di tutto 
ciò che si trovava nei diversi archivi della congregazione 
coronese relativamente al beato istitutore. Dove è da rammen- 
tare che la fonte principiale per la vita di lui, costituita dalla 
biografia scrittane dal padre Giustiniano da Bergamo, suo 



PREFAZIONE 



seguace e compagno, andò perduta tra le fiamme di un incen- 
dio prima che il Trevisano ne avesse tratto profitto (^). 

Ma per la storia della vasta Comunità religiosa, istituita 
dal Giustiniani, un solo libro di valore fu dato alle stam^pe 
ne tempi passati: la " Romualdina seu Eremitica 
Montis Coronae Camaldulensis Ordinis historia „. 
Ne è autore un eremita spagnuolo, di nome Luca, vissuto 
nella Congregazione di Montecorona, tra il 1567 e il 1603 (2). 
L' autorità di lui è somma, specialmente per la storia dei 
primi tempi della Congregazione, avendo egli conversato co' 
vecchi eremiti che avevan conosciuto il Giustiniani, ed avendo 
raccolto dagli archivi de' vari èremi, ove fu superiore, le noti- 
zie pel suo lavoro. A scrivere fu mosso dal desiderio di ripa- 
rare alle infondate dicerie che si spargevano da facili scrittori 
sul conto degli eremiti coronesi, e di tramandare con tutta 
esattezza ai posteri le origini della Comunità giustinianea e 
le vicende d& primi anni della stia esistenza. « Haec me coni- 
piilerunt — egli stesso dice sulle ragioni e sul ^netodo del- 
l' opera sua — ut nulla hahita imperitiae meae ratione, solo 
Eeligionis zelo actus, incredibilique modo accensus ; quo eam- 
dem, a tanto opprohrio vindicarem, a prima ipsius e re- 
miti cae vita e institutione ad no stram usque aeta- 
tem, rerum temporumque servato ordine, hrevem 
guide m sed fi del e m perpetuo stylo historiam contexere 
tentar er^. Xrc certe in cassum cessit conatus noster : perdi4f- 
ximus enim ad optatum finem libellum qui, licet pusillus, 
satis plenam nihilominus dabit rei propositae cognitio- 
nem. Niìnirum quaecumque hacteniis sparsa, abolita obli- 
vioni que tradita, prae difficultate desiderante m animum 
explere nequibant, in se pagina nostra rite complecti- 
tur. Opus utique prae rerum varietale, et praeteritorum in- 
certitudine, non minimi laboris: nullo maxime extante prae- 
vio documento. Quamobrem negotium hoc vigiliarum atque 



(1) «Post ejus [P. .Jtistiniani ] mortem, Justinianus bergo- 
mas . . . pio valde studio vita in ip sius parvo libello ad eremum 
Fractae [intendi: nell'eremo di Montecorona, in vicinanza della 
Fratta Perugina, ora JJmbertide], complexus fuerat : verum noctis 
tempore, ex usta cella, fortuito casu elaboratum opus cum omni 
suppellectile igne deperiit ». AuG. Fortunio, Historiarum Camaldu, 
lensium, Florentiae, 1575, ex Bibl. Sermartelliana, lib. Ili, p. 302 

(2) Professò il 2 febbraio 1569 e morì il 30 gennaio 1603. Cfr 
MiTTARELLi-GosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 170-171, 205' 



10 PREFAZIONE 



audoris plenum fuisse, satis legenti patebit. Etenim quemad- 
modum sedula apis ex multis hinc inde colledis, decerptisque 
flosculis suum construere ac melle stipare favum consuevit ; 
ita et nos ex his quae legimus aurihusque nostris 
audivimtis, Patresque nostri, qui ab initio in socie- 
tate nostra conversati sunt, narraverunt nobis: hoc, 
licet parum mellifluum, opus confecimus. Descripsimus 
siquidem miranda sanctorum patrum nostrorum ope- 
ra; qime quasi spicas de manu messorum in agro delapsas 
colligentes, in perfectum manipulum coacervantes, colligavimus. 
Caeterum nullum hic novum inventum, totum aliunde desum- 
ptum, totum ab aliis collatum puto : nil nostrum reperitur. 
Sola industria, si qua est, solus labor, qui nimius est, nobis 
ascribi legitime potest » (praefatio). Di qui è lecito racco- 
gliere che, qualora V attestazione di Luca His pano non 
si trovi in conflitto co' documenti originali pervenuti fino a 
noi, è sempre da seguire ; e noi V abbiamo seguita senza 
omettere perciò di ricorrere alle fonti autentiche nei singoli 
casi dubbi o discussi. 

Di cinque libri consta l'opera delV Hi spano ; ma il 
primo serve qu^si di introduzione, trattando esclusivamente 
della vita eremitica e delV Ordine fondato da san Romualdo. 
Il secondo libro entra subito in argomento e conduce il Giu^ 
stiniani dalla nascita alV abbandono di Camaldoli ; il terzo, 
lo guida dagli inizii del nuovo istituto fino alla sua morte : 
il quarto si volge a narrare lo stabilimento della Compagnia, 
la fondazione di Montecorona e degli altri primi eremi e le 
viriti de' primi padri; il quinto, infine, chiude V opera con 
una descrizione dell osservanza eremitica in generale e . di 
quella praticata dagli eremiti di Montecorona. La "Romual- 
dina,, fu stampata nelV èremo di Bua nel 1587, sotto gli occhi 
e fors' anche colla cooperazione manuale dell'autore, e venne 
volgarizzata dalV Accademico Risoluto Giulio Premuda nel 1590. 

Pochi altri, dopo Luca Hispano, mandaron in luce 
qualche cosa intorno alla Congregazione di Montecorona. Un 
certo eremita polacco, per nome Gerolamo, priore dell' eremo 
di Monte Pace, ottenne licenza nel 1669 dal capitolo generale 
di stampare un libretto intitolato "Previa enarratio In- 
atituti eremitici Camaldulenaia „ ('), ed il padre 



(1) Atti capitolari, 1669, e. 26 v.. (adunanza del 18 maggio). 



PREFAZIONE 11 



don Nicolò Angelo da Tivoli, nel 1725, mise alle stampe in 
Pet'ugia un poema latino in lode della società camaldolese 
di Montecorona e del suo fondatore. Ma la " Romualdina „ 
fu continuata per opera del perugino Placido Vihi ( f 1662) 
e del maceratese don Benedetto Galassi, che la portò fino al 
1780; benché le due continuazioni siano rimaste ìnano scritte. 
Finalmente nel 1907, per merito ed opera del padre visi- 
tatore don Pier Damiano da Lublino, fu mandato alle stampe 
il " Sommario cronologico dei documenti pontifici 
riguardanti la Congregazione eremitica Camaldo- 
lese di Montecorona „, il quale abbraccia in 1037 numeri 
quasi tutta la storia coronese dal 1515 al 1908 {^). 

A questo "So m mar io „ molte volte si riferisce il nostro 
racconto; come spesso si appoggia su gli "Annales Camal- 
dulenses „ dei dottissimi Mittarelli e Costadoni. Ma è da 
rammentare che la nostra monografia è fondata in modo 
principale sui documenti originali e che, senza il grandissimo 
sussidio di questi, essa non avrebbe veduto la luce. 

In capo a questi documenti sono da porre, per importanza 
ed esattezza vera dei fatti narrati, gli "Atti capitolari,,, la 
cui serie però ha una lacuna che va dal 1634 al 1667, origi- 
nata dalle vicende delV unione della Compagnia coronese con 
Camaldoli e con gli eremiti camaldolesi del Piemonte e della 
Francia. Al resoconto di questi " Atti capitolari „ ci siamo 
mantenuti fedeli sempre, coadiuvando la narrazione nostra 
con le scritture del padre procuratore generale don Tiburzio 
Veneto, morto il 26 febbraio 1774, e di molti altri eremiti 
di Montecorona, che, nella pace de loro èremi, attesero con 
diligente studio a dilucidare fatti antichi ed a narrare fatti 
del loro tempo. A molti altri volumi di documenti originali 
abbiamo fatto ricorso, con profitto sempre della nostra mono- 
grafìa, la quale fu compilata segnatamente, collo scopo di for- 
nire una società eremitica molto benemerita, della sua storia, 
e di presentare alla società moderna il quadro di una vita 
singolare assai, che dura ancora, benché abbia le radici nei 
secoli piti lontani. Per la qual cosa, era doveroso trattare con 
(gualche maggior ampiezza le origini per rilevare la speciale ed 
autentica fisionomia, per cui la novella istituzione del Giusti- 
niani si distinse e si distingue da quella generale delV Ordine 



(1) Cfr. Kivista Storica Benedettina di Roma, III^ 1908 x-xi, 418, 



12 PREFAZIONE 



camaldolese, da cui discende. Il che giova altresì a far cono- 
scere con precisione quale fosse il fine proposto a sé ed a' suoi 
compagni dal pio fondatore nel lasciar Camaldoli, e quali 
mezzi egli reputasse piti acconci a conseguirlo. Gli eremiti, 
figli del Giustiniani, avranno di che rinfocolarsi nella osser- 
vanza degli usi praticati dai loro primi padri : gli altri ed 
i monaci potranno ammirare quanta viriti albergasse nelV a- 
nimo del santo patrizio veneto : tutti poi avranno ragione di 
proporsi ad esemplo le ammirabili austerità di una vita 
penitente, consacrata intieramente a dar gloria a Dio e buon 
esempio agli uomini. 

Ecco adunque, il libro; le fonti adoperate nello scriverlo, 
il metodo seguito nélV ordinarlo. Che se alcun vantaggio ne 
verrà agli studi, tutto il merito va fatto risalire al Sommo 
Pontefice Pio X, il quale con sovrana benignità e con amo- 
revole sollecitudine si è degnato concedere che tutti i libri, 
i manoscritti e i documenti originali ci fossero rilasciati sotto 
le mani, a nostro agio, nel monastero romano di santa Maria 
nuova. Della qual cosa dobbiamo noi stessi un particolare rin- 
graziamento air augusto Pontefice, per averci fornito il modo 
di scrivere questa monografia con minor dispendio di tempo e 
di fatica e con le maggiori facilitazioni che fossero possibili. 

Di tutto questo era da ammonire il lettore presente e lo 
scrittore futuro, perchè V uno e V altro conoscessero le ragioni 
e le circostanze che ci mossero a scrivere. 

Ma non possiamo affidar loro il frutto della nostra qual- 
siasi fatica senza renderli partecipi di un desiderio e di un 
voto maturatosi in noi nello stendere queste pagine. L'èremo 
di Montecorona, da cui partì per trecentotrenV anni la dire- 
zione della vita eremitica della Congregazione romualdina, 
giace abbandonato fin dal 1861. La bella chiesuola è deserta : 
la celle solitarie sono abitacolo di gufi notturni : V alta e folta 
abetina, ornamento superbo del monte cui fa corona, non è 
corsa che dal vivace salterellare degli augelli; dove regnava 
la maestà della incessante preghiera eremitica, regna ora so- 
vrano un silenzio di morte. Perchè sul Montecorona non tor- 
neranno gli eremiti che ne portano il nome, a dar vita tran- 
quilla e onesta a quelle mura che tra breve saranno rovina ? 

I posteri ce ne saranno grati. 



^HffiK>>> KH hOJ ^gog^^l»». 






INDICE DEI CAPITOLI 



LETTERA del p. visitatore generale degli ere- 
miti CAMALDOLESI DI MONTEGORONA ALL'AUTORE. PAG. 5 

PREFAZIONE : al lettore presente e allo scrit- 
tore FUTURO ,, 7 

INTRODUZIONE : la vita eremitica prima e dopo 

SAN Romualdo ,, 17 

I consigli evangelici, fondamento del viver monastico — I primi 

asceti neir oriente e nell' occidente — San Benedetto e Gas- 
siodoro — Concetto benedettino della vita eremitica — San 
Romualdo secondo la vita scritta da san Pier Damiano : vita 
eremitica del loro tempo — Fondazione di Camaldoli " Campo 
Malduli ,, e " Campo amabili ,, — Primi discepoli e loro 
metodo di vivere — La " regula eremitica ,, del beato 
Rodolfo — Vita di austerità e di penitenze : precetti, consigli 
e simboli — Fonti della " regula erentitica ,, rodulfìana — 
Nuove redazioni di Placido e di Gerardo II, priori di Camal- 
doli — La " vita ,, e i " memorialia ,, — Rinascimento lette- 
rario e decadenza monastica — Ambrogio Traversari e il suo 
" odoeporicon ,, — Nuovi orizzonti. 

CAPITOLO PRIMO : il b. paolo Giustiniani e 

l' eremo di camaldoli [1510-1523] .... pag. 59 

II generale Pietro Delfino — Paolo (Tommaso) Giustiniani : sua 

adolescenza : suoi viaggi : suoi studi : suo amore alla solitu- 
dine — Va a Camaldoli per un mese: ritorna a Venezia e ne 
riparte definitivamente — Sue lotte : vestizione e noviziato — 
Vincenzo Quirini, amico del Giustiniani, si dispone a seguirlo : 
sua vestizione, e professione col Giustiniani — Stima che ne 
ha il Delfino — Governo di Pietro Delfino e tentativi di riforma 
neir abito e nei digiuni — Monaci ed eremiti poco contenti del 
Delfino : malumori contro di lui — Preparativi pel capitolo 
generale del 1513 agli Angioli di Firenze — Vi intervengono il 
Giustiniani e il Quirini : loro disegno di riforma — La nuova 
congregazione — Ultime vicende del generale Delfino — Morte 
del Quirini — Il Giustiniani attende alla revisione della " Re- 
gula vitae eremiticae ,, — Propositi di abbandonare l'e- 
remo di Camaldoli — Partenza con frate Olivo e viaggio fino 
a Gubbio -Il primo rifugio : la grotta di Pascilupo — Il Giu- 
stiniani scrive r apologia della sua fuga — Gli eremiti di Ca- 
maldoli gli cedono le Grotte del Massaccio — Gli altri primi 
romitort — Erezione della compagnia di san Romualdo. 



14 INDICE DEI CAPITOLI 



CAPITOLO SECONDO : il primo capitolo e la 

REGOLA EREMITICA DELLA COMPAGNIA DI SAN 

ROMUALDO [1524] PAG. 129 

L'atto del 9 dicembre 1523: autonomia e dipendenza dalla con- 
gregazione camaldolese — 11 primo capitolo : approvazione 
dell'atto di erezione — La "Regola eremitica ,, della com- 
pagnia di san Romualdo ; voti e professione — La povertà e 
il suo spirito — Le vesti — La castità — L' obbedienza — 
Astinenze e digiuni — Del dormire; del lavoro manuale; del- 
l' officio divino — La lezione e lo studio — La salmodia privata 

— La confessione e la comunione — L' orazione comune — 
Disciplina e cilizio — Solitudine — Del governo e dell' accettare 
e licenziare i fratelli — Dell' ordine de' luoghi e degli eremiti 

— Del capitolo — Della Reclusione — Dell'accettar e fabbricar 
eremi — I priori — Ultime deliberazioni — Galeazzo Gabrielli 
e le sue commende — Il capitolo del luglio 1524 — Modifica- 
zioni e aggiunte al primo capitolo — Vestizione del Gabrielli. 

CAPITOLO TERZO : ultimi anni della vita del 

B. PAOLO GIUSTINIANI [1524-1528] PAG. 191 

Momenti di prova — I Gonzagiti e gli eremiti del monte di Ancona — 
Il capitolo di Classe (1525) e 1' autonomia completa de' Homual- 
dini — Tentativi per metter stanza a Venezia — Il capitolo del 
1525 neir eremo del Volubrio — Corsari ed eremiti prigioni — Il 
Giustiniani paciere a Camaldoli — Vicende di due frati osservanti 
ed origine de' cappuccini — Capitolo gen. dell' aprile 1526 alle 
Grotte del Massaccio : deliberazioni ed espansione della compa- 
gnia — Il nuovo maggiore Agostino da Bassano — Facoltà con- 
cesse dal card. Pucci — 11 Giustiniani a Roma con Fra Pietro da 
Fano, durante il sacco del maggio 1527 — Il capitolo ^en. del 
maggio 1527 e le sue deliberazioni — Elezione del Giustiniani a 
maggiore — Va a Camaldoli e poi ad Orvieto — Concessioni di 
Clemente VII — San Silvestro al Soratte concesso al Giustiniani : 
sua visita a quel monastero e sua morte 28 giugno (1528) — Elo- 
gio che ne fa il p. Luca Ispano — Ultimo sonetto del Giustiniani. 

CAPITOLO QUARTO: l'eremo di monte corona, 
CAPO della congregazione, e 1 nuovi incre- 
menti [1528-1590] PAG. 235 

Timori e speranze — I maggiori Daniele da Venezia e Agostino 
da Bassano — Il capitolo di san Salvatore di monte Acuto 
(22 aprile-7 maggio 1530) — Deliberazioni : postulanti : stampe : 
vitto: vestito. Eremiti e romitori! — Concentrazione di forze: 
r eremo di " Montecorona ,, : sua edificazione e descrizione — 
Prime origini e vicende di " Montecorona ,, : 1* eremo di san 
Savino e la badia di san Salvatore di monte Acuto — Pietro 
da Fano, maggiore, e 1' eremo di " Montecorona ,,: sua beata 
morte -— AJobandono dell' eremo sul Soratte — L' eremo di 
Rua : sua erezione : condizione giuridica : la provincia eremi- 
tica di Rua — Unione e rottura tra Camaldoli e Montecorona 
(1540-1541) — L' eremo di Montecorona, capo della congrega- 
zione : gli eremi del Massaccio, di Pascelupo, del Volubrio e 
del Montecònero — Sant' Efrem di Napoli e il Montamiata — 
Gli eremi dell' Incoronata e del Ss. Salvatore, nel regno di 
Napoli — Fiori e frutti di santità: il B. Gerolamo da Sessa: 
11 ven. Giustiniano da Bergamo e il B. Rodolfo da Verona. 



INDICE DEI CAPITOLI 15 



CAPITOLO QUINTO : progressi ed espansione 

[1590-1634] PAG. 287 

Le costituzioni eremitiche approvate nel 1543 — Le tre parti prin- 
cipali : la legale e il metodo di accettare i nuovi luoghi : la 
cerimoniale ed alcune particolarità dell'officio divino: la 
penitenziale — Colpe e castighi — Il breviario camaldo- 
lense, gli usi Romualdini e la Costituzione di Pio V — Le 
nuove costituzioni latine ed italiane : loro vicende : approva- 
zione e stampa — Intorno al breviario ed a^li usi liturgici — 
Cure romualdine per la riforma del breviario camaldolese — 
Vicende di una tipografia eremitica — Lo studio negli eremi : 
la libreria, il libraro e i libri — Scrittori romualdini — Il 
procuratore e 1' ospizio di san Leonardo di Roma — Il p. Ge- 
rolamo da Perugia, abate gen. di Montevergine — Tentata 
fondazione spagnuola — Sul lago di Bolsena : a Taranto — 
L' eremo di Centrale : di Torre del Greco : di Nola : di Vico 
Equense — L' eremo Tuscolano e Paolo V — L' eremo di Mon- 
tegiove presso Fano, e di san Benedetto presso Bologna — 
Progetto di fondazione nella Provenza — Nicolò Wolski e 
r eremo di Monte Argentino presso Cracovia — L'eremo 
della selva d' oro diRythuany — Capitolo annuale o trien- 
nale ? — Origine dell' eremo di Kalemberg presso Vienna — 
Forma e architettura delle celle e delle chiese degli eremi. 

CAPITOLO SESTO : montecorona e l' unione delle 

ALTRE CONGREGAZIONI EREMITICHE CAMALDOLESI 

[1624-1667] , PAG. 349 

Lettera del P. Alessandro Ceva e di Carlo Emanuele, duca di Sa- 
voia, al maggiore di Montecorona — Chi fosse Alessandro Ceva, 
e come fondasse 1' eremo di Torino — Il prete Giovanmaria 
Caldano e 1' eremo di san Giorgio di Fivizzano — Luoghi of- 
ferti e non accettati — Aumenti della congregazione torinese : 
r eremo di Cherasco e quello di Belmonte presso Busca — Il 
card. Maurizio di Savoia e 1' unione degli eremiti torinesi coi 
romualdini — Patti dell'unione e loro approvazione — Turbi- 
nose vicende degli eremiti di Camaldoli — L' ab. Rancati e 
l'unione di Camaldoli — Ingresso a Camaldoli ed al sacro 
eremo — Presagi e basi dell' unione — Nuove dichiarazioni — 
Gli eremiti francesi: loro origine ed unione a Montecorona ed 
a Camaldoli — Torbidi in Polonia e fondazione dell' eremo di 
Monteregio — In Italia: Fondazione dell'eremo di san Ber- 
nardo di Brescia e dell' eremo di san Clemente in isola, a Ve- 
nezia —- Tristi effetti dell' unione — Modificazioni e aggiunte 
nel capitolo del 1638; nuove contese sull' ufficio della madonna 
e il vestito dei conversi — L' agitata elezione del 1641 — 
Querele dei piemontesi — Malumori dei toscani — Conferma 
dell' unione nel 1651 - Elezioni per breve — Verso la sepa- 
razione : dieta interrotta a Camaldoli e proseguita a Roma — 
Separazione decretata il 28 settembre 1667 — Ammonimenti. 

CIAPITOLO SETTIMO : incrementi materiali e 

MORALI [1667-1770] PAG. 403 

Il capitolo del 1667 e 1' uniformità nel vestire — Revisione e cor- 
rezione delle costituzioni romualdine — Luogo e tempo del 
capitolo generale — Requisiti necessari ai prelati — Numero 
dei romualdini : gli eremi di Collecapriolo presso Conegliano, e 



16 INDICE DEI CAPITOLI 



di san Giorgio sul lago di Garda — Nuovi eremi nella Polonia : 
l'eremo de' Ss. Martiri presso Kazimierz : l'eremo Monti s 
Pacis nella Lituania e il gran cancelliere Cristoforo Sigis- 
mondo de' Pazzi — L'eremus InsulaeWigrensis e i 
reali della Polonia — Luogo rinunziato nella Boemia — Ten- 
tativo di nuova compagnia nella Polonia — False voci di sop- 
pressione nella Polonia — Controversia per un' immagine del 
B. Paolo Giustiniani — Origine e fondazione dell' eremo del- 
l' Avvocata presso Amalfi — Gli eremiti del Piemonte cercan 
rifugio negli eremi coronesi — La canonica di san Michele 
arcangelo di Todi — Nuovi eremi nelF Ungheria — L' eremo 
di sant' Ippolito, sul monte Zobar, presso Nitria — L' eremo 
di san Micnele arcangelo di Lanzer, nella Stiria — L' eremo di 
Leme, nell' Istria, abbandonato per malaria — L' eremo unghe- 
rese di Lechnicz e 1' eremo di san Giov. Nepomureno di Maik — 
L'eremo Marchionale nella Polonia — Il professorio — Il 
titolo di fra e di don — Concessioni e modificazioni — Il 
capitolo ogni quattro anni — Eremiti di pietà e di dottrina. 

CAPITOLO OTTAVO : soppressione e restaura- 
zione [1779-1908] PAG. 441 

Avviamento verso le soppressioni - Da Giuseppe II a Napoleone I 
— Soppressione dell' eremo di Vienna e degli eremi dell' Un- 
gheria — La nazione napoletana — L' eremo di Montucco e il 
monastero di sant' Ubaldo di Gubbio — Le Grotte del Mas- 
saccio e Maiolati — Il p. Luigi Natali, presidente apostolico della 
badia di Casamari — Raffica repubblicana — Napoleone I e la 
soppressione napoleonica — Gli eremi della Marca e Monteco- 
rona — Progressiva restaurazione — Fallito tentativo di unione 
co' camaldolesi di Toscana nel 1815 — Visita apostolica e capi- 
tolo generale nella badia di Montecorona nel 1816 — Avanzi — 
Gli eremi della Polonia — Eremiti di Frascati in potere dei bri- 
ganti — Unione degli eremiti napoletani — Costituzione sulP of- 
ficio del procuratore generale — Gli eremiti del Piemonte — Il 
capitolo generale ^el 1844 — L'eremita Michelangelo Gallucci, 
commissario e abate di Casamari — Gli eremiti di Frascati e 
i Pontefici Gregorio XVI e Pio IX : il card. Passionei — G. 
Garibaldi saccheggia nel luglio 1849 1' eremo di Todi — L' e- 
remo di Kalemberg — 11 capitolo del 1850 — Le nuove leggi 
di soppressione del 1855, 1866, 1868, 1873 — Neil' Umbria e 
nelle Marche — Il duca Tommaso Scotti Gallarati e 1' eremo 
di san Ginesio nella Brianza — Conseguenze delle leggi di 
soppressione — Restaurazione -- Due eremiti alla presenza del 
conte Camillo di Cavour — Parole del Botta su Montecorona. 

APPENDICE : l. Prospetto degli eremi della Congreg. 

„ Camaldolese di Montecorona paci. 497 

„ II. Serie cronologica dei padri maggiori 

e dei visitatori gen. della Congi'eg. 
Camaldolese di Montecorona . „ 501 

„ 111. Serie cronologica dei procuratori 

gen. coi loro compagni . . . ,, 545 

„ IV. Distribuzione della giornata eremi- 

tica pei Camaldolesi di Montecorona ,, 533 

„ ' V. Bibliografìa Goronese .... ,, 536 



LXJUUU 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

DEGLI 

EREMITI DI MONTECORONA 

INTRODUZIONE 

LA VITA EREMITICA PRIMA E DOPO SAN ROMUALDO 

I consigli evangelici, fondamento del viver monastico — I primi 
asceti neir oriente e nell' occidente — San Benedetto e Gas- 
siodoro — Goncetto benedettino della vita eremitica — San 
Romualdo secondo la vita scrìtta da san Pier Damiano : vita 
eremitica del loro tempo — Fondazione di Gamaldoli "Gampo 
Malduli,, e "Gampo amabili,, — Primi discepoli e loro 
metodo di vivere — La "regula eremitica,, del beato Ro- 
dolfo — Vita di austerità e di penitenze : precetti, consigli e 
simboli — Fonti della "regula eremitica,, rodulfiana — 
Nuove redazioni di Placido e di Gerardo II, priori di Gamal- 
doli — La "vita,, e i "memoralia,, — Rinascimento lette- 
rario e decadenza monastica — Ambrogio Traversar! e il suo 
" odoeporicon ,, — Nuovi orizzonti. 

L' istituto di san Romualdo, fondato sui generali e 
santissimi ammaestramenti della Regola benedettina, si 
riannoda facilmente e con tutta sicurezza alla vita sin- 
golare menata dai più antichi abitatori del deserto. Que- 
sti poi ripetono 1' origine della loro vita religiosa, e ri- 
conoscono la ragione suprema della loro posizione di 
fronte alla società, negli insegnamenti, nei consigli e 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 2 



Ì8 LA CONGÌREOAZIÒNE CAMALDOLESE 

neir esempio di Gesù Cristo. « Chi vuol venirmi ap- 
presso — disse Cristo — tolga la sua croce e mi se- 
gua » (^). E lo seguì Zaccheo alla voce "descende,,: 
lo seguì Levi alla voce "sequere me,, con cui furono 
chiamati; e così fecero tutti gli apostoli e i fedeli nella 
genesi della Chiesa (^). Se perciò il seguir Cristo è l' i- 
deale del Vangelo, esso non conoscerà mai tramonto e 
vivrà perennemente lungo il corso dei secoli, incarnato 
da una schiera di coraggiosi che s' appigheranno a tutti 
i mezzi che conducono a questo fine. « Se vuoi esser 
perfetto, va', vendi quanto hai e dallo ai poveri, e avrai 
un tesoro in cielo, e vieni e mi segui » f ) avea detto 
Cristo — consigliando la povertà — a un giovinetto 
ricco. In termini delicati, raccomandò anche la pratica 
della verginità, mettendo il matrimonio tra uno di quei 
beni a cui conviene rinunziare per divenire suoi disce- 
poli. Laonde, ai discepoli che dicevano non tornare a 
conto di ammogliarsi, rispose : « Non tutti capiscono 
questa parola, ma quelli ai quali è stato conceduto. 
Imperocché vi sono degli eunuchi che sono usciti tali 
dal seno della madre, e vi sono degli eunuchi che tali 
sono stati fatti dagli uomini, e ve ne sono di quelli che 
si sono fatti eunuchi da se stessi per amore del regno 
dei cieh. Chi può capire, capisca» (*). E farsi eunuchi 
da se stessi per amore del regno dei cieli, non è altro 



(1) Matth., XVI, 24. 

(2) L. Tosti , Della vita di San Benedetto , Montecassino , 
MDCCCXCII, pag. 4. 

(3) « Si vis perfectus esse, vade, vende quae habes, et da pau- 
peribus, et habebis thesaurum in coelo : et veni, sequere me ». 
Matth., XIX, 21. 

(4) «Non omnes capiunt verbum istud, sed quibus datum est. 
Sunt enim eunuchi qui de matris utero sic nati sunt: et sunt eu- 
nuchi qui facti sunt ab hominibus : et sunt eunuchi qui se ipsos 
castraverunt propter regnum ccelorum. Qui potest capere capiat». 
Matth., XIX, 11, 12. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA ' 19 

evidentemente che professare castità per un fine sopran- 
naturale ; virtù questa bellissima e altissima, che non 
può essere intesa, giusta l' avviso di Cristo, e molto 
meno praticata, se non da chi n'ebbe il lume e il dono 
dall' alto : e chi 1' ebbe, beato lui I 11 consiglio poi del- 
l' ubbidienza che è come la maggiore e la regina delle 
tre virtìi, si trQva, secondo il parere di San Tommaso, 
implicito e inchiuso in quello generale di seguire Gesù 
Cristo (^):- «Se alcuno mi vuol seguire, rinneghi se me- 
desimo, e prenda la sua croce e mi segua » ('). E 1' ob- 
bedienza alla volontà del Padre fu 1' oggetto delle sue 
raccomandazioni più frequenti ; ne è possibile rinne- 
gare se stesso, senza far sacrifizio della propria volontà 
assoggettandosi alla guida altrui. Se a questi ammae- 
stramenti si aggiungono tutte le prescrizioni contenute 
nel Vangelo, di cui si trova ben presto la pratica nella 
vita di tutti gli asceti, si vede subito che gì' insegna- 
menti di Gesù Cristo costituirono la base della vita 
religiosa e furono come promulgazione delle sue virtù 
fondamentali (^) ; per la qual cosa, 1' eremita dei primi 
secoli non aveva ne superiore, ne regola : la sua pro- 
pria coscienza gliene faceva le veci; il Vangelo, le Scrit- 
ture e gli esempi dei santi erano per lui la manifesta- 
zione del divino volere (*). 



(1) «Consiliura obedientiae includitur in ipsa Christi sequela». 
S. Thom., Ila Ilae, q. CLXXXVI, a. Vili ad primum. 

(2) «Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tol- 
lat crucem suam et sequatur me ». Matth., XIV, M. 

(3) R. P. D. Besse, Donde vengono i monaci?, Roma, Desclée, 
1904, p. 31 segg. 

(4) Il Dr. Franco Maggioni (Questioni delicate, Roma, Forzani, 
1904, p. 39 - 67) ricercando donde viene quest' ideale di perfezione 
che ha creato il monachismo, e ponendo per principio che nella 
dottrina di Cristo nulla v'ha di monastico e che i famosi consigli 
evangelici, fondamento del monachismo, sono precetti essenzial- 
mente apocalittici, dopo aver molto girato nella antica letteratura 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Sul fondamento della vita ascetica, V ideale evan- 
gelico indossò veste da monaco nell' oriente, e nelF o- 
riente, il paese degli ideali, si propagò con rapidità 
meravigliosa. L' Egitto è la terra classica, o meglio, la 
patria del monachismo. Cionondimeno, altri centri si 
ebbero tosto nella penisola Sinaitica, nella Palestina, in 
Siria, nella Mesopotamia e nell'Asia Minore (*). Sant'An- 
tonio — il santo solitario passato a miglior vita nel 356, 
in età di 105 anni — ebbe molti discepoli C^) ; sanf Am- 
monio, san Macario il vecchio e san Macario il giovane, 
sant' Ilarione, sono i primi e più celebri rappresentanti 
del monachismo orientale (^). San Pacomio (^) e san 
Basilio (^) raccolsero quasi intiera 1' eredità degli asceti 



del cristianesimo, dell' essenismo, del neoplatonismo e del mona- 
chismo, viene a conchiudere che il monachismo cristiano è innanzi 
tutto una creazione del mondo pagano. Il che è assolutamente da 
escludere se si volesse intendere che ragione suprema del mona- 
cato cristiano debban ritenersi le idee filosofiche del paganesimo, 
benché il neoplatonismo possa aver dato una specie di appoggio ai 
motivi che sogliono indurre ad abbracciare la vita monastica. Cfr. 
D. U. Berlière, Les origines du monachisme et la critique moderne 
in Eévtie Bénédictine, Vili (1891), p. 2-19, 46 - 69 ; Schiwietz, Les 
origines du Monachisme ou l'Ascétisme des trois premier s siècles in 
Archiv. filr KathoUsche KirchenrechL, LXXVIII (1898), p. 305-331. 

(1) D. J. M. Besse, Les Moines d' Orient antérieurs au concile 
de Chalcédonie (451), Paris, H. Oudin, 1900, p. 2 - 18. 

(2) Alcuni sono notati dal Bollano, Acta Satictorum, Jan. 
tom. II. (die XVII), Venetiis, Coleti, MDGCXXXIV, p. Ili segg.; 
Cfr. A RoNZON, Vita di Sant'Antonio Abate, Roma, Desclée, 1906, 
p. 163 segg. 

(3) Cfr. HiERONYMi, Vitce Pauli, Hilarionis, Malchi in Migne, 
Patr. Lat., XXIII, col. 17 segg. 

(4) GrUtzmacher, Pachomius, und das dlteste Klosterlehen, Frei- 
burg, im Br., 1896 ; P. Ladeuze, Étude sur le cénobitisme pak- 
hómien pendant le 4'»« siede et la première moitié du 5'»«, Louvain, 
Van Linthout, 1898; S. Schiwietz, Las Ascetentum der drei ersten 
christlichen Jahrhundeìte und das egyptische Mònchtum in vierten 
Jahrhundert, Mainz, Kirchleim, 1904. 

(5) P. Allard, San Basilio, Roma, Desclée, 1904, p. 41 segg. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 21 

antecedenti e tentarono disciplinare, più regolarmente 
che fosse possibile, lo sterminato stuolo dei monaci, 
nelle due forme principali già manifestatesi, dei ceno- 
biti e degli eremiti. 

La storia del monachismo primitivo si confonde con 
quella degli anacoreti od eremiti, che erano abitatori del 
deserto, e questa con quella degli asceti. Questi sono i 
veterani del monachismo. A san Pacomio si deve il primo 
cenobio, che fu quello di Tabennisi, in un isola del Nilo 
nella Tebaide superiore, fondato nel 340, la cui comu- 
nità religiosa, vivente ancora l' istitutore, contava già 
tremila monaci. Ma accanto a questi cenobii dove il 
numero dei religiosi era tanto considerevole, dovevano 
raccogliersi anche quei pochi di essi che per amore di 
maggior perfezione avessero voluto viverne appartati, co- 
me si erano appartati dalla società civile: in tal modo, 
il romitorio, V eremo, la laura (^) diveniva un' appendice 
del cenobio, e da prima e principal forma del mona- 
chismo, com' era nel principio, passava ad essere una 
forma secondaria, vivente e talvolta fiorente, ai servigi 
della comunità cenobitica. San Basilio aveva conosciuto 
molto bene le due forme principali della vita mona- 
stica; ne vide anche i difetti, onde pensò di creare, 
come afferma san Gregorio di Nazianzo, una forma mi- 
sta; che partecipasse di quella delle grandi colonie mo- 
nastiche e di quella degli isolati anacoreti, unendo in 
tal modo la vita contemplativa di questi con la vita 
attiva e laboriosa di quelle : ed in questo san Basilio 
può considerarsi come maestro di san Benedetto (-). 



(1) Le laure erano una specie di villaggio formato di capanne 
o casette, separate V una dall'altra, nelle quali i monaci abitavan 
ciascuno da sé (eremiti od anacoreti) : i monasteri erano case 
più grandi per farvi vita comune, per cui si chiamarono anche 
cenobii, ed i loro abitatori, cenobiti e perfìn sinoditi. 

(2) Non essendo scopo nostro di diffonderci in maggiori par- 



22 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

L' ideale evangelico orientale incarnato dal monaco 
era giunto in Roma prima che il grande Atanasio vi 
mettesse piede, fuggiasco della persecuzione ariana; ma 
nella dimora da lui fatta nell'eterna città (tra il 339 
e il 344), ebbe modo di presentarsi, di farsi amare e 
praticare. I due monaci, compagni di sant'Atanasio, Isi- 
doro e Ammonio, che lo avean seguito nell' esilio di 
Roma, fecero conoscere una vita del grande sant'An- 
tonio da essi appositamente scritta. Parve ai romani 
sulle prime, quella strana ragione di vivere, stolta e ridi- 
cola, ma poi essa riportò i^, trionfo anche nella mente 
latina. Sant' Eusebio di Vercelli, sant' Ambrogio, san 
Gerolamo, san Martino di Tours, Giovanni Gassiano, 
sant'Onorato e sant'Agostino, vollero con studiosa cura 
promuovere e diffondere la pratica della vita mona- 
stica (/). Ma r opera di costoro non costituisce che un 
periodo primitivo del monachismo occidentale : san Be- 
nedetto compì r opera, raccogliendo le sparse fila del- 
l' insegnamento monastico e disciplinando con mente 
romana quanto era stato accarezzato e praticato fino a 
quel tempo nelle lande dell' oriente. 



ticolari sulla fase più antica del monachismo, rimandiamo il let- 
tore all'opera bellissima e magistrale del dotto P. D. J. M. Besse 
(Les Moiiies d'Orient, Paris, H. Oudin, 1900, pp. VII - 554) che ne 
tratta diffusamente sotto tutti gli aspetti. 

(1) Cfr. r opera monumentale dell' E.mo Card. M. Rampolla 
DEL TiNDARO, Santa Melania Giuniore Senatrice Romana, Roma, 
Tip. Vaticana, MDCCCGV, p. XV, 152 segg., la cui nota XIII, 
sulla professione di vita verginale prima del secolo V, fu ripro- 
dotta in Rivista Storica Benedettina, Roma, S. Maria Nuova, an. II, 
(1907), p. 5-30. — Osserva giustamente il P. H. Grisar (Roma alla 
fine del mondo antico, P. II, Roma, Desclée, 1899, p. 181 -i2) esser 
un'asserzione non provata che Sant' Atanasio e i suoi compagni, 
comparsi in Roma, verso la metà del secolo IV, fossero i primi a 
far conoscere a quei fedeli la vita cenobitica. Cfr. E. Spreitzenho- 
FER, Die Entwicklung des alten Mònchthums in Italien von seinen 
ersten Anfdngen bis St. Benedici., Wien, 1894, p. 5. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



Contemporaneo a san Benedetto, Magno Aurelio 
Gassiodoro senatore, quasi seguendo l' esempio di lui, 
ritiratosi verso il 540 nella sua patria calabrese a Vivario 
presso Squillace (^), dove aveva costruito nel suo do- 
minio patrimoniale un grandioso monastero, diede un 
nuovo indirizzo a' suoi monaci. È certo che « V avere 
questo grand' uomo abbracciato la vita monacale fu per 
r Italia e per lo sviluppo della scienza cristiana nei 
monasteri, un avvenimento. — Nella quiete del chiostro 
magnifico, situato sur una collina presso il mare, e nella 
conversazione con monaci amanti dello studio, Gassio- 
doro coi suoi scritti e col suo esempio diede un rego- 
lare indirizzo alla futura attività scientifica dei monaci 
d' occidente. E se i chiostri poi ne' prossimi secoli 
dell'evo medio concedono nelle loro mura un asilo agli 
studi eruditi, vuoi classici profani, vuoi sacri, e in tempi 
calamitosi tengono viva la pura fiamma della cultura 
scientifica, questo vuoisi ascrivere in buona parte allo 
sguardo acuto e alla solerte cura di Gassiodoro » (^). Il 
quale non ebbe soltanto la mira alla cultura scientifica, 
ma dispose eziandio che non lungi dal primo sorgesse 
un altro monastero, in vetta al monte Gastello, per la 
pura vita contemplativa di coloro che volevano passare 
i loro giorni come solitarii e per quelli che allo studio 
aveano poca o ninna disposizione di mente f). 

San Benedetto dispose con maravigliosa sapienza 
della sorte presente e futura del monachismo. Prima di 



(1) G. Minasi, Gassiodoro Senatore, ricerche storico-critiche, Na- 
poli, 1895, p. 143, 221 segg. — Per V indole della vita monastica 
di Gassiodoro in relazione con S. Benedetto e la regola benedettina, 
è da leggere la Dissertano de M. Aurelii Cassiodori vita monastica, 
in MiGNE, Patr. Lat., LXIX, 483 - 497. 

(2) H. Grisar, Boma alla fine del mondo antico, loc. cit., p. 174. 

(3) M. A. Gassiodori, De Institutione divinarum litterarum, in 
MiGNE, P. L., LXX, 1143 - 44. 



24 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

scriver la sua regola, in Roma, a Vicovaro, nei dintorni 
di Subiaco e forse altrove, avea avuto agio di conoscere 
personalmente la vita che menavano i monaci di quel 
tempo. Anzi è noto il fatto dei monaci di Vicovaro, dai 
quali dovette dipartirsi, disperato di poterli ricondurre 
sul buon cammino. L'esperienza fatta tra cotesti monaci, 
ma più con quelli eh' egli aveva adunato nei dodici mona- 
steri della vergine montagna sublacense, mostrò all'uomo 
di Dio quanto fosse necessario che gli insegnamenti dei 
padri e le norme del vivere monastico fossero raccolte, 
ordinate logicamente e, per maggior sicurezza dei pre- 
senti e dei futuri, consegnate in mano della posterità 
per mezzo della scrittura. Lo scritto poteva facilmente 
andar per le mani di tutti e sotto gli occhi di quanti 
avessero voluto militare sotto il giogo del Signore, nella 
scuola del servizio divino. La qual cosa poneva fine alle 
controversie, alle lotte, alle disquisizioni, inutili e dan- 
nose, che travagliavano la vita dei monaci, usi a gover- 
narsi soltanto a voce di tradizione. 

Il santo patriarca pose mano all' opera, coordinando 
tutto il lavoro della sua mente e il frutto della sua espe- 
rienza in prò di quel genere di monaci, eh' egli chiama 
" fortissimo „ cioè dei cenobiti, che vivono sotto la 
direzione della regola e dell' abate. Ma prima di proce- 
dere innanzi ha voluto farsi ragione della vita monastica 
del suo tempo, delineando in un quadro di oscure tinte 
magistrali, tutta la storia del monachismo a lui contem- 
poraneo. Secondo san Benedetto i monaci si dividevano 
in quattro categorie: i cenobiti, gli anacoreti, i sarabaiti, 
i girovaghi. I cenobiti sono per lui il tipo più bello di 
ragionevole monacato, e per essi scrive la sua regola : 
gli anacoreti sono il fior dei cenobiti, cioè i monaci più 
perfetti : gli altri erano razza abbominevole, borra di 
ciurmatori, disonore dello stato monacale, indegni per- 
fino d' esser rammentati. Camuffati da monaci, a due, a 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 25 

tre ed anche in più, vivevano senza regola e superiore: 
quel che blandiva i loro desideri, tenevano per legge e 
santo : per illecito quanto non andava loro a genio. I 
girovaghi, più tristi ancora, dati al paradiso del ventre, 
vagolando per ogni dove, bussando a case e conventi 
per ospitalità, sempre in moto e giammai fermi, pasciuti 
che erano, ripigliavan strada con molto scandalo dei 
buoni (^). 

Nella mente di san Benedetto restavano perciò i ce- 
nobiti e gli anacoreti : degli altri era inutile occuparsi se 
non per tenerli lontani. Ai cenobiti provvedeva esplici- 
tamente con la sua regola; ma agli anacoreti veniva in 
aiuto soltanto implicitamente, somministrando cioè nella 
sua regola le basi fondamentali anche della vita eremi- 
tica. Del che non è a far meraviglia, poiché, giusta il 
pensiero di san Benedetto, V anacoreta rappresenta il 
tipo del monaco più perfetto e come tale doveva trovare 
anch' esso un posto conveniente nelle sue prescrizioni 
regolari. Ma queste non lo riguardano direttamente : lo 
suppongono e gli permettono quindi la vita. 

Infatti san Benedetto loda gli anacoreti, che per lui 
sono da identificare con quegli eremiti, i quali non per 
slancio di primo fervore, ma per lunga prova di vita 



(1) « Tertium vero monachorum teterrimum genus est sara- 
baitarum qui nulla regula adprobatì, experientia magistra, sicut 
aurum fornacis, sed in plumbi naturam molliti adhuc operibus 
Cervantes saeculo fidem, mentiri Deo per tonsuram noscuntur: qui 
bini aut terni aut certe singuli sine pastore non dominicis sed suis 
inclusi sunt ovilibus; prò lege eis est desideriorum voluptas, cum 
quidquid putaverint vel elegerint, hoc dicunt sanctum, et quod 
noluerint, hoc putant non licere. — Quartum vero genus est mo- 
nachorum quod nominatur gyrovagum, qui tota vita sua per di- 
versas provincias ternis aut quaternis diebus per diversorum cel- 
las hospitantur, semper vagì et nunquam stabiles et propriis vo- 
luptatibus et guise illecebris servientes, et per omnia deteriores 
Sarabaitis; de quorum omnium miserrima conversatione melius est 
silere quam loqui ». S. Benedicti, Regula, cap. I. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



monasteriale, abbiano imparato dietro V esempio di molti, 
a pugnare contro il demonio, e ben corazzati possano 
dalla schiera dei fratelli procedere al combattimento sin- 
golare dell'eremo, e sicuri di se, senza appoggio di con- 
solazioni altrui, combattere, con l'aiuto di Dio e con le 
forze proprie, i vizi della carne e de' mali pensamenti (*). 
Dalla quale concezione della vita eremitica e dal modo 
con cui san Benedetto si esprime è lecito inferire ch'e- 
gli, benché scrivesse per i cenobiti, -lasciava ad essi la 
libertà, dopo la prova del monastero, di ritirarsi alla 
singoiar tenzone dell' eremo. Dalla scuola del divino ser- 
vizio, regolarmente istituita nel cenobio, usciva dunque 
il fior fiore dei religiosi che, per impulso speciale della 
grazia divina, andava a nascondersi nell'eremo per lot- 
tare corpo a corpo coi vizi della natura corrotta e con 
le insidie del demonio. Il frutto era preceduto dal fiore: 
r eremo dal cenobio. 

In tal guisa san Benedetto lasciava onorevole ri- 
cordo degli anni passati nella solitudine della montagna 
sublacense, noto soltanto a Dio e al monaco Romano, 
prima di por mano a dettar leggi pel vivere monastico I 

La regola di san Benedetto e le Institutiones di 
Cassiodoro, mantenendo vivo il principio delle due vite 
monastiche, la cenobitica e la eremitica, mentre lo lega- 
vano alla posterità, si studiavan di alimentarlo con le 
savie prescrizioni dei santi padri, specialmente di san 
Basilio e di Gassiano, le cui Instituta furono calda- 
mente e specificatamente raccomandate ai suoi seguaci 



(1) « Secundum genus est anachoritarum, id est heremitarum 
horum qui non conversationis fervore novitio sed monasterii pro- 
batione diuturna didicerint contra diabolum multorum solatio iam 
docti pugnare, et bene instructì, fraterna ex ade ad singularem 
pugnam heremi securi iam sine consolatione alterius sola manu 
vel brachio contra vitia carnis vel cogitationum, Deo auxiliante, 
sufficiunt pugnare». S. Benbdicti, Regula, cap. I. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 27 

dallo stesso Gassiodoro (^). San Gregorio Magno, con la 
sua meravigliosa vita del patriarca dei monaci d' occi- 
dente, andata fra le mani di molte generazioni di reli- 
giosi e letta con grande avidità, accrebbe la fama dell'e- 
remita di Subiaco e del cenobita di Montecassino, e ne 
diffuse con l'esempio e con la protezione la sapiente rego- 
la (^). La quale entrò poco a poco da per tutto. E quella 
di san Colombano, che ordinariamente viene considerata 
come una regola cenobitica a sé, pare che possa ritenersi 
con ragione come un' appendice della regola benedettina, 
perchè suppone tutto V ordinamento monastico e non fa 
che aggiungere varii canoni disciplinari secondo la diver- 
sa gravità delle colpe. Sembrerebbe anzi che san Colom- 
bano non facesse altro che adattare la regola benedettina 
a gente più rozza e indomita che la romana non fosse ("). 



(1) San Benedetto nell'ultimo capitolo (LXXIII) della sua re- 
gola, esortando i monaci a queste letture, esclama : « Aut quis 
liber sanctorum catholicorum patrum hoc non resonat, ut recto 
cursu perveniamus ad Creatorem nostrum? Nec non et Collationes 
Patrum et instituta et vita eorum, sed et Begula sancti patris nostri 
Basila, quid aliud sunt nisi bene viventium et obedientium mona- 
chorum instrumenta virtutum ?» — Gassiodoro dice ai suoi monaci : 
« Cassianum presbyterum, qui conscripsit de iìistitutione fidelium 
monachorum, seduto legite et libenter audite. Qui Inter ipsa initia 
sancti proposili, octo principalia vitia dicit esse fugienda». De 
institutione divinarum litterarum, in Migne, P. L., LXX, 1143- 44. 

(2) Cfr. H. Grisar, Roma alla fine del inondo antico, P. Ili, 
Roma, Desclée, 1899, p. 387 segg. ; N. Tamassia, L' Italia verso 
la fine del sesto secolo in Atti del R. Istit. veneto di scienze, lettere 
ed arti, tom. LXV, P. II, Venezia, Ferrari, 1906, p. 719 segg. 

(3) Cfr. S. CoLUMBANi, Begula coenohialis, in Migne, P. L. 
LXXX, 209 - 224. Questa regola consiste quasi intieramente in 
prescrizioni disciplinari : si compone di dieci capitoli, sull' obbe- 
dienza, il silenzio, il cibo, la povertà, il disprezzo della cupidigia 
e della vanità, la castità, la salmodia, la discrezione e la mortifi- 
cazione ; ma 1' ultimo capitolo — de diver sitate culparum — è più 
lungo di tutti gli altri insieme e discende ai più minuti falli ed ai 
relativi castighi." Vi sono traccie dell' osservanza monastica di 
Benchor, dove san Colombano era stato istruito ed allevato. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Più tardi, Benedetto di Aniano (fin dall' 802), ri- 
chiamò in fiore la stretta osservanza benedettina nei 
monasteri dell' Aquitania, e nel secolo X, il movimento 
cluniacense andò talmente allargandosi da riuscire a 
godere una prevalenza generale sull' universo ceto se- 
guace della regola di san Benedetto. Sul principio del 
mille, fosse per circostanze specialissime di questo tempo, 
fosse per soverchia difficoltà di estendere maggiormente 
la riforma cluniacense all' indole particolare dello spirito 
latino, o per sovrana disposizione della provvidenza di- 
vina, san Romualdo gettava le fondamenta della vasta 
istituzione camaldolense, eremitica e cenobitica, sull' e- 
sempio della quale san Giovanni Gualberto poneva mano 
a fondare l'ordine di Vallombrosa (^). La lunga vita del 
principe dei santi romiti, spesa tutta nel dar consistenza 
al vivere monastico, con l' austerità del proprio esempio 
e la fama delle meravigliose sue azioni, segnò una traccia 
duratura nella storia del monachismo. 

San Romualdo poco o nulla scrisse (^) : non dettò 
leggi speciali, ma fece sua la legge della regola di san 
Benedetto, con tutte quelle particolari osservanze di vita 
eremitica eh' eran state tramandate alla posterità e com- 
provate dalla pratica continua dei più santi romiti. Anzi, 



(1) Per San Giovan Gualberto e le origini del suo istituto, 
cfr. Vita S. Johannis GtLalherti auctore Oddone Paceìisi, in Migne, 
P. L., CXLVI, 268 segg.: Bolland., Ada Sanctorum, Julii tom. III. 
(Venetiis, Coleti, MDCCXLVII), 311 segg. 

(2) Secondo la vita di S. Romualdo, scritta da S. Pier Damiano 
(Bollano., Ada Sandorum, Februarii tom. II, Venetiis, Coleti, 
MDCCXXXV, p. 119), egli poco prima di morire avrebbe scritto un'e- 
sposizione dei salmi e di alcuni canti profetici (linde postea vir 
sanctus totum Psalterium et nonnulla Prophetarum can- 
tica luculenter exposuit, et licet corrupta grammaticae regula, sa- 
num tamen sensum ubique servavit). Un fragmentum expositionis 
Psalmi LXVIII, attribuito a San Romualdo, è pubblicato dal Mi- 
gne, P. L., CXL, 1125 - 1128. Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales 
Camaldulenses, I, 237. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



eran già passati tre lustri dalla morte del santo Istitu- 
tore, e nessuno ancora avea preso a scriver qualche 
cosa sulla vita di lui. Del che fieramente si duole san 
Pier Damiano, nel prologo alla vita di san Romualdo, 
scrivendo : « Tu, o mondo, hai nel tuo seno una intol- 
lerabile turba di sapienti, feconda a se medesima, muta 
al Signore : hai molti di coloro che per vana eloquenza 
e stolta filosofìa si estollono arrogantemente alla cima 
della umana superbia; neppure uno, che voglia mandare 
agli avvenire ciò che può conferire alla edificazione del 
prossimo : hai coloro che nei fòri con lunghissime di- 
cerie provano innanzi agli umani giudici le liti dei ne- 
gozi secolari o le contese tra i cittadini ; non però chi 
possa nella santa chiesa narrare le virtù e le gloriose 
gesta di un solo de' tuoi santi. Sono costoro, per verità, 
sapienti nel fare il male; del bene ignorantissimi. Ecco 
che già passarono quasi tre lustri da che il beato Ro- 
mualdo, deposto il peso della carne, passò ai regni ce- 
lesti ; e neppur uno fu trovato di codesti sapienti, che 
narrasse almeno istoricamente alcuna cosa di una vita 
tanto ammirevole, e soddisfacendo alla fervidissima de- 
vozione dei fedeli, ci tramandasse alcun che da leggersi 
a comune utihtà nei convegni della santa chiesa. Certo a 
noi, chiusi in un angolo della nostra cella, tornava più 
utile, siccome giudicavamo, richiamare continuamente 
agh occhi della nostra mente i propri peccati, anziché 
tessere le storie delle altrui virtù ; più ci era conve- 
niente piangere sul male che facemmo, anziché offuscare 
con imperito scrivere gli splendidi mira,coli dell' altrui 
santità. Ma siccome per tutto 1' anno, e massime nel dì 
della festa di san Romualdo, gran moltitudine di fedeli 
accorre da lontane regioni al suo sepolcro, vede i pro- 
digi da lui operati, e con gran desiderio domanda in- 
darno di sapere alcunché della sua vita; così non senza 
ragione temiamo non forse la sua celebratissima fama, 



30 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

la quale ora è sì viva nel popolo cristiano, venga un 
giorno a mancare. Laonde mossi da sì fatto timore, e 
vinti specialmente dalle preghiere dei miei soci e dalla 
fraterna carità, farò di scrivere. Dio aiutandomi, quel che 
di Romualdo seppi dai suoi più chiari discepoli » (^). 

Leggendo questa vita del principe dei santi romiti, 
pare di vedere san Pier Damiano colorire una viva 
immagine di se medesimo in quella del suo venerato 
padre. Però egli si mostra studiosissimo nel dire sol- 
tanto il vero intorno a san Romualdo e si lamenta a 
buon dritto della malvagità od imperizia di coloro che 
stimano esser d'uopo, per glorificare Dio, dei nostri men- 
dacii : V innalzare i santi con bugiardi racconti esser 
follìa: indarno stimarsi che possa ad essi venir gloria 
da ciò che è più contrario alla loro santità e più la 
offende : non essere i falsi testimoni mai in favore di 
Dio, ma sempre, qualunque cosa asseriscano, contro 
di Lui {% 

Dall' opera del Damiano sarebbe facile rilevare un 
quadro esatto delle austerità praticate da san Romualdo, 
e per logica induzione, tratteggiare le costumanze del 
vivere eremitico e cenobitico del tempo suo e de' suoi 
seguaci, e quelle prescritte da lui. Ed a ben colorire il 
quadro verrebbero a gettar fasci di vivida luce moltis- 
simi degli opuscoli dello stesso san Pier Damiano, che 
racchiudono tesori di notizie e sono, 1' uno con 1' altro 
interpretati, una fedele immagine del viver monastico 



(1) Bollano, Ada Sanctorum, Februarii toni. II, 104 ; Card. 
Alfonso Gapecelatro, Storia di S. Pier Damiano e del suo tempo, 
Roma, Desclée, MDGGCLXXXVII, p. 53-54. 

(2) « Nonnulli enira Deo se deferri existìmant, sì in extol- 
lendis sanctorum virtutibus mendacium fingant. Hi nimirum Igno- 
rantes Deum nostro non egere mendacio, relieta veritate, quae 
ipse est, falsitatis ei putant se piacere posse commento....» S. Petr. 
Damiani, Vita S. Romualdi, prolog. in Bolland., Acta Sanctorum, 
(oc. cit., 105; A. Gapecelatro, Op. cit., p. 55. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 31 

camaldolese (^). Poiché questo originale spirito di santo, 
vissuto tra le lotte politiche ed ecclesiastiche, battagliero 
e focoso, fu anche un aspro censor di costumi, che il 
grido di riforma avvalorò con una vita austeri ssima, 
dandone 1' esempio in se e ne' monaci da lui spronati 
continuamente a guadagnare le più alte vette della cri- 
stiana perfezione. E per questo egli ha ben diritto d' es- 
ser considerato come un altro Romualdo, un secondo 
istitutore dell' ordine camaldolese (^). 

Ma, benché le opere del Damiano possano servire 
immensamente a questo scopo, amor di maggiore preci- 
sione spinge la nostra mente all'esame delle diverse costi- 
tuzioni emanate da quei successori di san Romualdo, che 
tentarono di raccogliere il suo pensiero per tramandarlo 
all' osservanza dei posteri nelle prescrizioni monastiche. 

Tra i vari luoghi fondati da san Romualdo, il più 
celebre, da cui toglie il nome l' intiera sua istituzione, 
è senza dubbio quello di Gamaldoli. Il luogo venne a 
lui donato nel 1012 da un certo Maldolo ; ma 1' atto di 
donazione non ci è pervenuto che per una notizia di 
Rainerio, priore di san Michele di Arezzo, interrogato 
il 25 novembre 1216 dai delegati del pontefice Inno- 
cenzo III, nella causa che si agitava tra il monastero di 
Gamaldoli e il vescovo aretino (^). In questo luogo il 



(1) Si possono esaminare il libro VI delle Epistole del Da- 
miano «ad abbates et monachos» (Migne, P. L., GXLIV. 422 segg.), 
l'opuscolo XII «de.contemptu seeculi» (ibidem, CXLV, 251 segg.), 
il XIII « de perfectione monachorum » (ib. 291 segg.), il XIV « de 
ordine eremitarum» (ib. 327 segg.), il XV «de suae congregationis 
institutis » (ib. 335 segg.), il XLIII « de laude flagellorum, et ut 
loquuntur, disciplinae (ib. 679 segg.), il LI «de vita eremitica» (ib. 
750 segg.) ecc. 

(2) Cfr. Bollano., Ada Sanctorum, Febr. toni. Ili, Venetiis, 
Goleti, MDGCXXXVI, p. 405 segg. 

(3) L. ScHiAPARELLi - F. Baldasseroni, Begesto di Gamaldoli, 
volume I, Roma, Loescher, 1907 (Eegesta Chartarum Italice, n. 2), 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



santo fece costruire un oratorio dedicato al Salvatore, 
con cinque celle per dimora de' suoi primi discepoli. 
Neil' agosto del 1027, per pia liberalità del vescovo are- 
tino Tedaldo, 1' oratorio fu consacrato e donato all' im- 
mediato successore di san Romualdo, Pietro Bagnino. 
L' atto di questa donazione episcopale è talmente 
onorevole per le origini dell' ordine camaldolese, che sti- 
miamo opportuno riferirne la parte piti importante. « Se 
ai servi di Dio — dice il vescovo Tedaldo — e princi- 
palmente a quelli che attendono alla contemplazione 
divina, noi provvediamo il necessario alla vita, osser- 
viamo indubbiamente gli statuti dei santi padri. Poiché 
è veramente degno che i rettori delle chiese sommini- 
strino i comodi temporali a coloro, che, nella chiesa, 
tengono fisse nelle cose celesti le loro menti. Per la 
qual cosa, sappiano tutti i nostri diletti fedeli cristiani, 
che noi, per amore della pia memoria dello spirituale 
padre nostro messer Romualdo chiarissimo eremita, per 
comune consiglio e col consenso de' chierici, nostri fra- 
teUi, doniamo e concediamo per rimedio dell'anima no- 
stra e di tutti i nostri successori, a messer Pietro vene- 
rabile eremita, per uso e consumo de' confratelli suoi 
eremiti e de' loro successori, una chiesa, posta tra le 
alpi, di ius dell'episcopio di san Donato, da noi consa- 
crata, dietro preghiera dello stesso eremita messer Ro- 
mualdo, ad onore e sotto il titolo del santo Salvatore 



pag. 17, n. 34. Il teste riferisce, e necessariamente con indetermi- 
natezza e non sempre con precisione, quanto ricordava dalla let- 
tura del documento fatta circa trent' anni prima. Secondo questa 
deposizione il luogo donato da Maldolo sarebbe stato così circo- 
scritto : « ab una parte locus qui dicìtur Faiolum, ab alio mons 
Finuscons, a tertìo castellum Donelli, in quo loco... est crus lapidea 
q\ie est in summitate ascensus quando itur a Fontebono ad here- 
mum ». 



DEGLI EREMITI DI MOIftE CORONA Èi 

nostro Signore Gesù Cristo ; la quale è precisamente 
situata nel territorio aretino, alle radici delle alpi che 
dividono la Tuscia dalla Romagna, nel luogo che si 
chiama "Campo Malduli,,. La posizione precisa è que- 
sta ; da una parte scorre un rivolo chiamato il Nera 
(Niger), che è incontrato da un altro rivolo detto del 
Tiglieto (de Tellito), ambedue confluenti nel seno di un 
fiume : dall' altra è una via che discende dalle più alte 
vette delle alpi: dal terzo lato si ergono i fieri monti e 
gli intonsi gioghi delle alpi, e dal quarto emergono i 
greti del rivo Nera. Tra questi confini, adunque, ride 
quel luogo che si appella "Campo Malduli,,, campo 
specioso e amabile, dove zampillano sette purissime fonti 
e verdeggiano ameni vireti. Questo luogo, pertanto, si 
elesse il pio padre degli eremiti messer Romualdo e pre- 
vide che sarebbe stato molto adatto e conveniente per 
le celle dei frati eremiti, servienti a Dio, separatamente, 
nella vita contemplativa : costruitavi perciò la basilica 
del santo Salvatore, vi pose accanto, separata l' una 
dall' altra, cinque piccole celle co' loro tabernacoli. Ed 
alle singole celle deputò singoli frati eremiti che, allon- 
tanati dalla sollecitudine dalle cure secolari, attendessero 
unicamente alla contemplazione divina : ai quali volle 
che fosse fedele ministro e precettore il venerabile ere- 
mita, messer Pietro, cui noi, per aver parte nell' eterna 
vita col prenominato santo uomo Romualdo, abbiamo 
fatto la presente donazione » (^). La quale fu poscia 
confermata nel 1037 dal vescovo aretino Immo e nel 



(1) Ubaldo Pasqui, Documenti per la storia della città di Arezzo 
nel medio evo, voi. I (Docuinenti di storia italiana pubb. a cura 
della B. Deputazione toscana sugli studi di storia patria, tom. XI), 
Firenze, Vieusseux, 1899, p. 180-82, n. 127; efr. Schiaparelli - 
Baldasseroni, Begesto di Camaldoli, voi. I, p. 35, n. 86. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 3 



34 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

1064 dal vescovo Costantino (/), e corroborata dall' im- 
peratore Enrico III il 3 gennaio 1047 (^). 

Ben presto, all' eremo fu aggiunto il monastero o 
cenobio, distanti però 1' uno dall' altro più di un chilo- 
metro e mezzo. L'eremo con l'oratorio o chiesa di san 
Salvatore era posto sul campo amabile, ossia sul luogo 
donato da Maldolo e detto perciò eziandio "Campo 
Malduli,, oppure Camaldoli f): il mouastero con la 
sua chiesa dedicata a san Donato era situato nella loca- 
lità chiamata Fontebona, o Fontebuono (*). Questo in 
origine era il monastero : ma più tardi, a Fontebuono 
fu posto r ospizio per i forestieri che mettevan capo al 
sacro eremo, ed il cenobio fu trasportato nel luogo chia- 
mato Cerreta, come sembra potersi rilevare dalla carta 
di protezione di papa Alessandro II, del 29 ottobre 1072 (•'). 



(1) Schiaparelli-Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, I„ p. 69, 
n. 166 ; p. 132, n. 328. 

(2) Schiaparelli-Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, I, p. 98. 

n. 239. 

(3) Veggasi specialmente il documento dell'ottobre 1066, ov'è 
detto : « eremite de Sancto Salvatorem de Campo Amabilis qui 
dicitur Camaldulo ». Schiaparelli-Baldasseroni, Regesto di Ca- 
maldoli, I, p. 139, n. 344. Cfr. I, 157, n. 388 (20 marzo 1074) « Ora- 
torium Sancti Salvatoris in Campo Amabili constructum et omnes 
cellas ipsi adherentes et circum circa adiacentes» etc. 

(4) Cfr. il documento dell' aprile 1036, in cui si ha : « eccl. et 
mon. S. Salvatoris et S. Donati edificatis in loco qui dicitur Fon- 
tebona et Campo Amabili ». Schiaparelli-Baldasseroni, Regesto 
di Camaldoli, I, p. 65, n. 155. — A ricordare questo antico Fonte- 
buono, il generale Ambrogio Traversari, nel 1431, fece costruire 
un arco di pietra tuttora esistente, benché molto rovinato, sopra 
la fonte stessa con la seguente epigrafe marmorea nel frontone : 

Fontem perennem qui loco nomen dedit 
Ambrosius prior in laudem Domini renovavit. 

(5) Schiaparelli-Baldasseroni, Regesto di Camaldoli, I, p. 156, 
n. 373: «Primo itaque loco... heremum et oratorium (Sancti Sal- 
vatoris) situm in loco qui dicitur Amabilis, secundo hospitium eius 
(|ui dicitur Fons Bonus, tcrtio cenobium quod est constructum in 
loco qui dicitur Cerritu, qui est infra Coniitatum Vulturrensem... » 



DEGLI EREMITI l5l MONTE COROKÀ 35 

I primi cinque eremiti di Gamaldoli, Pietro, Bene- 
detto, Gisone, Tenzone e Pietro II crebbero presto anche 
in numero e verso la metà del secolo XI la loro fama 
erasi talmente divulgata che molti accorrevano a quel 
sacro luogo e ne soccorrevano la estrema povertà con 
le loro donazioni. San Pier Damiano, erede dello spirito 
mortificato del principe degli eremiti, contribuì potente- 
mente a far conoscere viemmeglio l' istituzione camal- 
dolese (^), sia con l'esempio della forte comunità avel- 
lanitica, che per la virtù dei proprii insegnamenti di vita 
monastica. Il B. Rodolfo, quarto priore dell' eremo ca- 
maldolese, raccolse nel 1080 e poi pubblicò nel 1085 in 
un "liber eremiticae Regulse,, gli usi e i costumi che 
servivano di legge presso di loro ed erano state traman- 
date dagli uni agli altri non solo con la parola, ma, e 
molto più, con la virtù dell'osservanza (^). Questa reda- 
zione della prima regola eremitica camaldolese consta 
di due parti principali: nell'una, che è l' atto della noti- 
ficazione e promulgazione della Regola, il B. Rodolfo ha 
radunato le origini storiche di Gamaldoli e delle sue 
costumanze monastiche, riservando all'altra i vari capi- 
toli contenenti gli usi formali che venivan promulgati e 
che dovevano avere valor di legge (^). Laonde la prima 



Per una descrizione moderna di Gamaldoli veggasi la Guida 
Storica illustrata di Camaldoli e sacro Eremo con alcuni cenni in- 
torno alla Badia di Frataglia e Serravalle diD. Parisio Ciampelli, 
Udine, Tip. del Patronato, 1906. 

(1) Cfr. D. Alberto Girelli, Monografia dell'antico monastero 
di S. Croce di Fonte Avellana, i suoi priori ed abati, Faenza, P. Gonti 
1896, p. 79, segg. 

(2) Gfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Annales Camaldulenses, III, 20. 

(3) Questo liber eremiticae Regulae è pubblicato dal Mittarelli- 
GosTADONi, Annales Camaldulenses, III, Appendix, 513 551, dove è 
messa prima la regola e poi la promulgazione di essa, col titolo 
di Constitutiones, come se fossero cose diverse e quasi indipendenti 
r una dall' altra. 



36 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

parte dovrebbe intitolarsi, come V intitolò il B. Paolo 
Giustiniani, ''de moribus eremitarum camaldulen- 
sium,,, come quella che riferisce il primitivo affermarsi 
ed il seguente svolgersi dei costumi camaldolensi (^). 

Raccontata V origine dell' eremo di Gamaldoli, per 
mezzo di san Romualdo, dietro preghiera del vescovo 
Tedaldo, della basilica, delle cinque celle e dei cinque 
primi eremiti, l' uno dei quali, Pietro Bagnino, fu costi- 
tuito loro superiore ; il B. Rodolfo segue a narrare di 
Fontebuono, dove lo stesso Pietro Bagnino costruì una 
casa e pose un monaco con tre conversi, i quali ospi- 
tassero le persone che arrivavano, affinchè 1' eremo re- 
stasse sempre più isolato e lontano da strepito secolare. 
Alla casa fu aggiunta la chiesa consacrata anch'essa 
dal vescovo Tedaldo. Cresciuta la fama degli eremiti, 
molti presero ad accorrere colà anche da remote regioni, 
e nobili di famiglia, per vestirvi l'abito monastico e me- 
nar vita penitente. Gli uni, dediti specialmente alla con- 
templazione della patria celeste, si rinchiudevano nelle 
celle e vi perduravano, con 1' occhio della mente fìsso 
nella luce di Bio, fino alla morte. Gli altri, ponendosi 
in stretto silenzio per due quaresime, o per cento giorni 
o per un anno intiero rinchiudendosi nelle celle, vive- 
vano austeramente, senza però sottrarsi al giogo amabile 
dell' obbedienza e della carità fraterna, meditando sempre 



(1) Ecco le più importanti parole del proemio che caratterizzano 
lo scopo della promulgazione : « Notificare volumus omnibus non 
solum hanc scripturam legentibus, sed etiam audientibus, qualiter 
ffidificata est venerabilis prasdicta eremus camaldulensis, et ea quae 
a religiosis nostris patribus ibi sunt sancita et optime observata, 
et ad nos usque perducta et a nobis licet inferioribus demum, 
Domino cooperante, retenta, atque ea nos htc modo cum omnibus 
fratribus unanimiter sancimus, ne per longam revolutionem tem- 
porum, vel per aliquam debilitatem corporum, sive per aliquod in- 
genium ali(|ua persona mutare audeat ». Mittarelli-Costadoni, 
Annales Camaldulenses, III, App. 542. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 37 

la vita e la dottrina del venerabile Romualdo ed osser- 
vando con fervido amore gli usi dell' eremo, eccitandosi 
al fervore col richiamar alla mente il detto di san Gio- 
vanni evangelista ; « Freddo o caldo, ma tiepido giam- 
mai », o ciò che ha un' altra scrittura : «Venir all'eremo 
è somma perfezione : ma non vivervi perfettamente, è 
somma dannazione : poiché non ignoriamo, o frate, quanto 
patirai se ti appelli eremita e vita eremitica non meni. » 
Queste e molte altre spirituali sentenze meditando al- 
cuni uomini secolari anche ai nostri tempi — dice il B. 
Rodolfo — abbandonato il mondo si rifugiarono al 
porto sicurissimo dell'eremo, indossaron l'abito e presero 
a salire per la vetta della vita eremitica ; ma poiché, al- 
cuni, si spingevano alla sommità prima di abbracciar le 
radici dell' albero, tosto cadevano in fondo e venivan 
meno con amara tristezza. Per la qual cosa ci siamo 
radunati e, tra i vari provvedimenti ventilati, questo dise- 
gno ci parve di qualche vaataggio alla conversazione dei 
frati, che cioè neh' ospizio di Fontebuono, fosse stabilita 
un' osservanza regolare, come comanda il beato Bene- 
detto, perchè quelli che vengon dal secolo vi apprendino 
le regolari discipline monastiche, osservando i digiuni e 
le altre costumanze, e così instruiti, con licenza del 
priore, possano passare alla vita dell' eremo. Nel qual 
luogo, i deboli e gli infermi dell' eremo avrebbero potuto 
rifocillarsi, e ritornar all' eremo rinfrancati. Il che ben 
ponderato e discusso coi frati, piacque e fu confermato, 
con la condizione però che i monaci e laici dell'ospizio 
di Fontebuono, presenti e futuri, dovessero esser soggetti 
all' eremo, prestando i dovuti atti di sudditanza ed os- 
servando le costumanze già in vigore nell' eremo stesso. 
Tra le quali era da badare che fosse mantenuto l'uso 
proprio degli eremiti di restar tutti nelle cehe per due 
quaresime, all' infuori di due o quattro che celebravan 
nella chiesa e quindi ritornavan alle loro celle ; di aste- 



38 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nersi affatto dal cacio, dalle uova, dai pesci e dal vino, ec- 
cetto che nelle solennità di sant' Andrea, di san Benedetto, 
di santa Maria, la domenica delle Palme e nella « Gcena 
Domini ». Nelle quali quaresime è costume di digiunare 
cinque giorni della settimana in pane, acqua e sale; nella 
domenica e nel giovedì essendo lecito, a chi piacerà, 
prender acqua e polmento. Vi sono alcuni che anche in 
questi due giorni prendon soltanto pane ed acqua, ed 
altri che digiunano in tal guisa ancor nella quaresima 
di Pentecoste. Durante il corso dell' anno (all' infuori 
delle due quaresime), il lunedì, mercoldì, venerdì e sabato 
di ogni settimana (eccetto che nelle ottave del santo 
Natale, di Pasqua e di Pentecoste) rimangon tutti nelle 
celle, digiunano in pane, acqua e sale, e mantengon ri- 
goróso silenzio. Se in tali giorni cadesse una festa di 
dodici leziorìi, secondo il solito, si rimandi dal lunedì al 
martedì, dal mercoledì al giovedì e dal venerdì al sabato, 
prendendo polmento e vino. Così è stabilito per la leg- 
ge suprema del digiuno nel lunedì, mercoledì e venerdì. 
Però non sia lecito trasferire le feste del santo Salva- 
tore, le quattro principali della Madonna, di san Mar- 
tino, di tutti gli apostoli, dell' invenzione ed esaltazione 
della santa Croce, di san Giovanni Battista, di san Ro- 
mualdo, di san Lorenzo, di san Michele e d' Ognissanti 
e quelle che cadono nelle due quaresime e nelle ottave 
del Natale, di Pasqua e di Pentecoste (le sole ottave 
che si devon celebrare). .In queste tre ottave e, fuor delle 
due quaresime, in tutte le domeniche, nonché nelle feste 
di dodici lezioni, tutti, fuorché i reclusi, convengano all^ 
chiesa per i mattutini e per le ore, e cantino i salmi coiS 
voce distinta e chiara e con grande attenzione, senza 
precipitare, con gravità e pausa, meditando ai punti e alle 
distanze ; vietato cantare a voce alta e sibilante, permes- 
so soltanto a mezza voce. Per questa cagione i nostri 
maggiori e noi abbiamo scacciato alcuni frati contenziosi. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 39 

Poiché per noi è meglio piangere che cantare. Ninna pro- 
cessione, neanche alle domeniche, od in altre; solennità, 
ne benedizion del cereo. È costume di questo eremo 
convenire a capitolo nel santo Natale, a Pasqua, nel- 
l'Ascensione, a Pentecoste e nei tre giorni di queste so- 
lennità, il dì dell'Ascensione e tutte le domeniche, fuor 
delle quaresime, ad Ognissanti, a san Martino, a Santa 
Maria, nell'Epifania, alla Purificazione, il dì di san Gio- 
vanni Battista, dei santi Pietro e Paolo, dell'Assunta, di 
san Michele e del santo Salvatore. Ed in queste solen- 
nità, il martedì e giovedì (fuor delle quaresime) ed ogni 
volta che si celebra festa di dodici lezioni, sediamo a 
mensa e dopo la refezione e per le ore incompetenti 
osserviamo il silenzio e ritorniamo subito alla cella, se 
non sia diverso il precetto dell' obbedienza. Nei giorni 
eh' è lecito uscir dalle celle e rifocillarsi due volte, vale 
a dire, nei feriali', restiam in cella fino a terza, e quindi 
andiamo alla chiesa, ascoltiamo la santa Messa e, dopo 
il pranzo, ritorniamo alle celle. Quando ci rifocilliamo 
a nona, restiamo in cella fino a nona, quindi usciamo, 
ascoltiamo la santa Messa e poi ci sediamo a mensa. 
Nulla si dà o si riceve, ne coi secolari si parla senza 
licenza del priore. Finalmente in questo eremo è costume 
cuocere due polmenti, di erbaggi e di qualsiasi legume, 
pesci ed altro eh' è lecito mangiare al monaco. Di grasso 
qui non è uso mangiare, se non ci vien porto alcunché 
in tal modo condito dai secolari, ma tutti i nostri poi- 
menti od altro sono sempre conditi con 1' olio. I pani e 
le altre cose necessarie al vitto ci sono somministrate 
e portate dall' ospizio di Fontebuono. Ciascun frate ha 
in cella la sua bilancia, con la quale pesa i tre pani 
che riceve, ogni domenica e giovedì, e le altre cose 
necessarie. Queste costumanze dell' eremo siano osser- 
vate inviolabilmente anche all' ospizio di Fontebuono ; 
il quale non possa mai divenir un monastero di ceno- 



40 LA CONGREGAZIOXE CAMALDOLESE 

bili, ma debba restare in perpetuo quale ospizio del- 
l'eremo ed a questo soggetto, come non possa giammai 
allo stato cenobitico passare l'eremo stesso (*). 

La "Regula eremitica,, o "liber eremiticae Re- 
guise,, del B. Rodolfo si compone di cinquantaquattro 
capitoli (^). I primi nove contengono una calda esorta- 
zione alla vita solitaria, avvalorata dagli esempi più cele- 
bri di David e Elia, del profeta Eliseo, di san Giovanni 
Battista, del Salvatore, degli antichi padri Paolo, Anto- 
nio, Macario e Arsenio, dei filosofi, di san Benedetto e 
di san Romualdo ; dal capitolo decimo all' ultimo vi ha 
un'esposizione chiara e particolareggiata dell'osservanza 
camaldolese f). La quale era certamente assai austera. 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, AfinaUs Gamaldiilenses , III, App. 
542 - 551. 

(2) MiTTARELLi-CosTADONi, AnnaÌBS Camaldulenses, III, App. 
512 - 543. 

(3) Poiché questa seconda parte (cap. X - XLIV) è di singoiar 
importanza, riportiamo i titoli dei capitoli che quasi sempre cor- 
rispondano esattamente a ciò che contengono : cap. X : Qualiter 
eremus camalduli facta sit. — XI: De consuetudine ipsius loci in 
quadragesima. — XII : De consuetudine in paschali tempore. — 
XIII : De consuetudine post Pentecosten. — XIV: De quadragesima 
post festum Sancti Martini. — XV : De consuetudine dominicas 
Nativitatis. — XVI : De abstinentia et discretione sahbatorum. — 
XVII : De vigiliis sanctorum. — XVIII : De .usu divini offìcii. — 
XIX : De usu capituli et Parasceve. — XX : De usu refectionis ad 
mensam. — XXI : De silentio. — XXII : De obsequiis, quae fieri 
solent ab iis de Fonteboijo. — XXIH: De usu vini. — XXIV: De 
usu pulmentorum. — XXV : De ccenis solemnitatum quadrage- 
simarum. — XXVI : Diebus flebotomioB ; quae ministratio soleat 
apponi? —XXVII: De partitione xoniorum vel oblationum. — 
XXVIII : De preparatione lignorum. — XXIX : De vestibus. — 
XXX: De providentia infirmorum. — XXXI: De vitanda cupiditate 
aut pecunia. — XXXII: De occupatione necessaria et stabilitale. — 
XXX III : Qualiter debeant manualia opera exercere. "— XXXIV : 
Qualiter et quando debeant exire ad exteriora opera. — XXXV : 
De psalmodia. — XXXVI : De assiduitate in cella manendi. — 
XXX VII : De vitanda frequentia. — XXXVIII : De mandragoris 
Liae. — XXXIX: De virtutibus eremitarum et primo de humilitate. — 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 41 

Nella maggior quaresima, astinenza per due o tre giorni 
di ogni settimana, e per astinenza, intendevasi vietato 
tutto ciò che non fosse pane, acqua e sale : ai delicati 
e più deboli concedevasi raramente un po' di frutta : alla 
domenica e al giovedì, i due soliti polmenti con frutta 
di stagione : vietato il vino anche nell' avvento, eccetto 
che nella domenica delle Palme, nelle feste dichiarate, 
in « Goena Domini », nelle festività della Madonna, di 
san Benedetto e di san Gregorio : al sabato santo è 
permesso, per ragione dell' ufficio di Pasqua, intingere 
un po' di biscotto nel vino. Nella settimana di Pasqua 
non vi è astinenza, ne digiuno : ma dopo, si riprende 
r astinenza tre volte ^.lla settimana, riservando il sem- 
plice digiuno al sabato. Da Pentecoste a san Giovanni 
Battista, son deputati all' astinenza quattro giorni alla 
settimana : digiunando soltanto al martedì e al giovedì 
con duplice refezione. Nel resto, fino agli idi di set- 
tembre, si osserva 1' astinenza quatriduana, prendendo 
doppia refezione al martedì e giovedì. Ma nelle solennità 
in questo tempo occorrenti non si fa astinenza, ne di- 
giuno. Dagli idi di settembre a san Martino si osserva 
il digiuno regolare, con F astinenza per quattro giorni 
della settimana. Una seconda quaresima, conforme alla 
prima, si premette al santo Natale dandole principio a 
•san Martino, con l'uso del vino nelle domeniche e nelle 
feste di. sant'Andrea, di san Nicola e di san Tommaso. 
La vigilia del Natale è equiparata a quella di Pasqua. 
Nell'ottava del Natale si osserva soltanto il digiuno; ma 



XL: De obedientia. — XLI: De sobrietate. — XLII: De pietate. — 
XLIII: De patientia. — XLIV: De silentio et meditatione. — XLV: 
De adiuratione quiescentium. — XLVI : De significatione septena- 
rum arborum. — XLVII : De perfectìone charitatis. — XLVIII : De 
vita et doctrina vel virtutibus prioris eremi. — XLIX : Qualiter 
prior debeat esse. — L : De veste podere. — LI : De parentum 
magnalibus. — LII : De varietate lapidum. — LUI : De severitate 
vel discretione prioris. — LIV : De reverentia eremi. 



42 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nel tempo che corre fino all' ottava dell' Epifania si fa 
digiuno continuo e astinenza triduana. Nei sabati si usi 
un po' di discrezione nell' astinenza, come si fa nelle 
ottave dei Santi, nelle settimane in cui usasi tlebotomare 
tre volte all' anno, e quando viene qualche persona ce- 
lebre, a cagione del maggior lavoro esterno : così pure 
si faccia nel sabato antecedente ad ambedue le quare- 
sime. La vigilia di Ognissanti, dell'Epifania e de' santi 
Filippo e Giacomo, nell'eremo si fa astinenza. Agli uffici 
divini, giorno e notte, accorrano tutti, appena udito il 
segno, all' infuori dei rinchiusi e degli infermi, con gran 
riverenza; messa solenne non si celebra in quest'eremo 
se non circa 1' ora di terza. A capitolo non convengono 
nelle quaresime, eccetto che nel giovedì santo, in cui e 
nella celebrazione del capitolo, nei divini uffici, nella 
comune refezione e nella lavanda dei piedi, usano l'os- 
servanza cenobiale: anche nei due giorni seguenti osser- 
vano r ordine monasteriale negli offici, ma nel sabato 
santo e nella vigilia del Natale si celebra il capitolo 
solennemente. Negli altri tempi, ogni domenica, radunati 
nel capitolo e premessa un' esortazione fraterna, si de- 
vono accusare scambievolmente con carità : quindi, pre- 
messa la comune confessione, umiliino le spalle ai flagelli 
non tanto per flagellare il corpo (affliggendosi ciascuno 
nelle celle assai più crudelmente) quanto per amore della 
passione ed umiliazione di Dio e per debellare lo spirito e 
il re della superbia (^). Tutti i giorni di doppia refezione 



(1) A questo proposito vi si narra l'episodio seguente: «Unde 
cum quidam energumenus in partibus Etruria?, qui solo die domi- 
nico vexari solebat, interrogaretur, ubi coeteris diebus habitaret, 
ita respondit : Per totam, inquit, hebdomadam apud camaldulen- 
sem eremum habito, sed dominico die cum disciplinis, quas humi- 
litatis intuitu sponte patiuntur, me procul expellunt. Ab illa si- 
quidem virtute prosternitur in terris, quam ipse contempsit servare 
in coelis». Coìistit. B. Rodulphi an. 1080, cap. XIX, in Mittarelli- 
CosTADONi, Annales Camaldulenses, III, App. 521. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 43 

o di semplice digiuno, i frati si rifocillino a mensa in- 
sieme, sì di corporei che di spirituali alimenti: ma in qua- 
resima e nei giorni di astinenza si ristorino nelle celle, 
sedendo a pie nudi sul pavimento e leggendo qualche 
libro spirituale, affinchè mentre le fauci assorbono l'ali- 
mento del corpo, gli occhi percepiscano il cibo della 
mente. Inviolabile sia sempre il silenzio in quaresima 
e ne' giorni di astinenza : negli altri giorni, da vespro 
fino al termine della messa solenne del dì seguente, 
sian tutti taciturni sì nell' andare che nel tornar dalle 
celle: sommo silenzio nell'oratorio enei refettorio. Cia- 
scheduno riceve ogni settimana, la domenica e il giovedì, 
sei pani azimi dall'ospizio di Fontebuono, giusta la forma 
dell'antica quantità e qualità: si concedono a chi li vuole 
anche i pani fermentati. Il vino non conviene agli ere- 
miti ; ma per la debolezza della nostra natura è lecito 
usarne parcamente e con sobrietà, perchè chi non può 
osservare astemia frugalità con Giovanni, osservi sobria 
quantità con Timoteo. Usandone poco e raramente, de- 
v'essere, come fu stabilito ab antico, ed ora si conferma, 
genuino e puro. Due poi menti ben confezionati si som- 
ministrino ogni giorno ai frati e, secondo l'opportunità, 
pomi, cipolle o castagne. Il primo polmento suol farsi di 
erbaggi: il secondo, alle domeniche e nelle solennità, di 
pasta di frumento, chiamata granelli, e tuttora in Toscana, 
bonifàtoli. Nelle maggiori solennità del santo Natale 
e di Pasqua, si suol passare un piatto di farro, venuto 
da Fontebuono. Nel giovedì di queste settimane, si suol 
passare a cena una refezione di torte o di migliacci ; e 
negli altri giorni di digiuno o di doppia refezione, una 
porzione di fave estive. Dalle calende di maggio a san 
Martino, nel giovedì e nelle domeniche, fu uso di aggiun- 
gere un piatto di giuncata. Dall' ottava di Pasqua fino 
a san Martino si preparino a Fontebuono le cene di 
migliacci o di torte anche per gli eremiti ; il che si 



44 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

osservi anche ne' giovedì da san Giovanni agli idi di 
settembre. Invece, nelle solennità di quaresima si man- 
dino all'eremo tortelli o frittelle. Dopo l'Epifania, il cel- 
lerario di Fontebuono somministri al cellerario dell' e- 
remo tante forme di cacio che bastino per una porzione 
ai singoli frati dell'eremo ogni martedì e giovedì fino a 
quinquagesima. Nei giorni delle flebotomie, che soglion 
farsi tre volte all' anno, vien provveduto così : Nei tre 
giorni di ogni flebotomia si passi, al mattino del primo, 
un piatto di farro, del secondo, di bonifàtoli, e del terzo, 
di lasagne: alla sera del primo, un brodetto, del secondo, 
erbaggi, e del terzo, torte con frittelle e mezzo pane per 
ognuno. Prima di Pasqua e del santo Natale si comprano 
secondo il solito i pesci, che poi si distribuiscono egual- 
mente come si fa dei regali inviati dai devoti. Si prov- 
vede pure l'occorrente in pepe, cera, incenso, olio, cuoio, 
fave e legna. Anzi questa si prepari, secondo il costume 
antico, neir estate per ogni cella, ne si ometta di prov- 
veder il saccone di paglia, il cuscino, 1' asciugamano, le 
lucerne e quant' altro è necessario. I vestimenti si pre- 
parino prima della festa di san Martino in guisa che 
nella stessa quaresima non ne venga nocumento alla 
necessaria quiete: siano poi tali che non diano nell'oc- 
chio ne per troppa viltà, ne per mondana venustà, per- 
chè l'affettata e soverchia trascuratezza è spiacevole del 
pari che la ricercata squisitezza : l' una sa d' ipocrisia e 
r altra di vanità ; e come quelli che vestono superba- 
mente vivono nelle reggie e non nei monasteri, così 
quelli che giacciono nel sudiciume stanno nelle case 
degli ipocriti e non in quelle degli eremiti. Si preparino, 
dunque, le pelli di castrone, i sottotalari di vacca, le 
cappe, le toniche e le altre vesti che si trovano comu- 
nemente in queste Provincie. Circa il numero e la quan- 
tità si stia all'uso cenobitico. I cilizi si offrono a tutti, 
perchè quelli che li vogliono, possano indossarli. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA , 45 

Somma sia la cura provvidenziale intorno agli in- 
fermi e ai deboli : ne si trascuri quanto può occorrere : 
si mandino anche a Fontebuono perchè possan cibarsi 
di ciò che è loro più confacente : poi risanati ritornino 
air eremo. Però si agisca prudentemente e con cautela, 
affinchè la pia discrezione verso i bisognosi non generi 
nociva dissoluzione nei forti. Ninno abbia alcunché di 
proprio, ma tutto si riceva dal priore e da' suoi offi- 
ciali ; e rimanga confermato quanto fu prescritto in an- 
tico, che cioè nessuno presuma di chieder qualche cosa 
a quelli che vengono all' eremo, né di ritenere alcunché 
senza concessione del priore e contro la consuetudine 
del luogo. Perciò è costume che il priore debba visitare 
spesso, per mezzo di frati idonei, le singole celle. 

Nessuno s'abbandoni all'ozio: perciò sia ognuno 
talmente sollecito di pregare, o di leggere, o di atten- 
dere alle discipline, alle penitenze, ai flagelli, che tutto 
il tempo del giorno e della notte gli sembri breve ed 
insufficiente. Sia ancora stabile e fermo nella sua cella, 
ritenendovi dentro e corpo e mente. 

Nei giorni di astinenza siano tutti dentro la cella e 
non molestino con esercizi manuali l' eremitica tran- 
quillità. Tuttavia il martedì e il giovedì di quaresima, 
dopo r ora di sesta posson lavorare fuor di cella. Fuori 
della quaresima, nelle ferie e ne' sabati dedicati all' in- 
dulgenza, possono parimente occuparsi in lavori ma- 
nuali, alle ore e nei luoghi competenti ; d' inverno, dopo 
sesta, e d' estate, dopo il riposo meridiano, da nona fino 
a vespro, eccetto che nei giorni festivi in cui, a simi- 
glianza de' cenobiti, è da attendere principalmente al- 
l' orazione e alla quiete. È prescritto che ninno esca solo 
a raccoglier legna o a far altro, ma in tre o in più, e 
con licenza del priore. All' orto, o a raccogliere il fieno 
vadano insieme tutti quelli che vi sono deputati, salmeg- 
giando neir andare, nello stare e nel ritornare. 



46 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Due salterii con le loro aggiunte, in ambedue le qua- 
resime, deve recitare quotidianamente ogni frate : negli 
altri tempi, uno intiero pei vivi, ed uno intiero, o una 
metà, o una terza parte almeno per i defunti. Alla morte 
di ogni frate, nelF eremo o a Fontebuono, ciascheduno 
deve dire trenta salterii o trenta Messe : per quelli che 
muoiono altrove, bastano tre. Ma negli altri esercizi 
meritorii ed ossequii, penitenze e flagelli, ciascheduno 
si regoli secondo le proprie forze e giusta l' ispirazione 
di Dio : poiché in questo si persuade una volontaria ob- 
blazione e non si impone obbligo veruno. 

Si abbia cura grandissima di amar i confini della 
cella, poiché dove regna silenzio perfetto, si ha l' imma- 
gine della tranquillità e soavità del paradiso. Niuno estra- 
neo sia perciò ammesso all'eremo; ma l'ospitalità si som- 
ministri a Fontebuono ; perchè questa casa fu edificata 
appositamente a tale scopo, e benché poscia, pel crescere 
della comunità, sia stata elevata a grado cenobitico, vi 
si deve esercitar con amorevole cura 1' ospitalità verso 
tutti quelli che vengono all' eremo. 

Vi sono alcuni che desideran tanto le mandragore 
della temporale amministrazione che sempre vorrebbero 
esservi implicati; altri invece talmente le aborriscono che 
non le voglion neppur vedere : sono due eccessi, ambedue 
riprensibili e colpevoli. La dolcezza della contemplazione 
dev'essere nella volontà e l'occupazione amministrativa, 
comandandolo il superiore, si assume per necessità (^). 

A capo delle virtù che devono adornare lo spirito 
dell'eremita é l'umiltà, radice e fondamento di tutte le 
virtù, scala della salute, porta della vita e principio della 
santità. San Benedetto distinse di questa virtù dodici 



(l) Ibidem, cap. XXXVIII ; in Mittarelli-Costadoni, Annales 
Camald., Ili, App. 530. L' esempio delle mandragore è tolto dal 
Genesi, XXX, 14. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 47 

gradi, i quali noi possiamo ridurre al numero di sei, e 
perchè si possano facilmente mandar a memoria, com- 
prendiamo nel seguente verso eroico : 

Mens meditans, tacita, patiens, pia, sobria, obedit. 

L' ubbidienza è la prima e principal compagnia del- 
l' umiltà, frutto o virgulto di ottima radice, poiché è 
r umiltà che genera V ubbidienza. Questa virtù è molto 
necessaria agli eremiti, affinchè quanto più austera è la 
loro vita, altrettanto più perfetto sia il loro ubbidire. 
Alcuni col pretesto di vita più santa si rifiutano al giogo 
dell'ubbidienza, credendosi sciolti dalla legge dell'ubbi- 
dienza appunto perchè sono costretti a viver eremiti- 
camente con maggior austerità. Ma errano : poiché, ivi 
senza dubbio dev' esser maggiore 1' osservanza dell' ub- 
bidire, ove è più fervida e austera la ragione del vivere. 

All'ubbidienza tien dietro la sobrietà, perchè, dopo 
aver soggiogato la propria volontà per mezzo dell' ub- 
bidienza, si possa far sacrifizio di tutti i vizi della car- 
ne, mercè la sobrietà. Essa dunque modera i desideri 
della carne e reprime tutti gli altri vizi con giusta discre- 
zione, cosi che il mangiare, il digiunare, il vegliare, il 
dormire, lo stare, il camminare, il parlare, il tacere e 
tutti gli altri esercizi sian fatti con la debita misura o 
sobriamente. Per mezzo di essa, dobbiam trattar la no- 
stra carne, in modo che nutriamo un aiuto, sommini- 
strandole ciò che le spetta, non uccidiamo un servo sot- 
traendole il necessario, né fomentiamo un nemico con- 
cedendole il superfluo. Poiché, non la natura, ma la con- 
cupiscenza della carne è da estinguere. 

Perché i solitari siano umani, benigni, misericor- 
diosi e miti, è loro necessaria la pietà. Consiste dunque 
la pietà in una benigna attenzione del cuore che accon- 
discende con misericorde umanità all' altrui infermità. 
Poiché sogliono i solitari, sotto pretesto di severità ere- 



48 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

mitica, mostrarsi troppo austeri e immiti verso gli altri, 
e quasi non fossero come gli altri uomini, disprezzar con 
farisaico cipiglio i fratelli dissimili e considerarli come 
pubblicani; il che procede non dalla virtù della pietà o 
dallo spirito di mansuetudine, ma dal tumore della super- 
bia. tu pertanto, che brami d'esser annoverato tra i 
pii e santi eremiti, studiati, non di disprezzare superba- 
mente quei che caddero in qualche delitto, ma di casti- 
garli con spirito di benignità, badando molto a te stesso, 
affinchè non sii anche tu tentato : onde non con spirito 
veemente, ne con smodate rampogne, ma con mite e pia 
correzione sappi frenare i pusilli e i peccatori. 

Ogni virtù non corroborata dalla pazienza è una 
virtù vedova: non perciò ogni pazienza è lodevole. V'è 
la pazienza del mondano favore, contristata dall' adula- 
zione, la pazienza dell' odioso livore che non perdona, 
ma invoca il giorno della vendetta, e la pazienza della 
pia intenzione. Di questa ha detto Cristo: '^In pati en- 
fia vestra possidebitis animas vestras „ ed è la 
vera pazienza, alimentata da un umile sentimento del 
cuore, che tollera con equanimità le ingiurie e gl'incomodi. 

Viene poscia la tacita meditazione, ove insieme si 
congiungono due cose : la regola del tacere e la cura 
del meditare; nessuna delle quali, scompagnata dall'altra, 
può bastare per giunger a salute; poiché il silenzio 
senza meditazione è morte e quasi sepoltura di uomo 
vivo, la meditazione senza silenzio è inefficace e quasi 
torménto di uomo sepolto: ma insieme congiunti co- 
stituiscono la maggior quiete dell' animo e la perfetta 
contemplazione. Vi ha silenzio di opere, di bocca e 
di cuore : non basta perciò chiudere la bocca ai cattivi 
discorsi, se non ti trattieni delle cattive opere e non 
raffreni la mala cogitazione della mente. A che giova 
l'osservar la taciturnità della lingua, mantenendo la tem- 
pesta nella vita e nella coscienza'^ Che giova chiuderla 



DEGLI EREMITI DI MÓNTE CORONA Ifl 

bocca ed aver l'animo aperto ai tumulti del vizio ? La ca- 
sa di Dio cresce per mezzo de' sacri silenzi e colla taci- 
turnità si costruisce un tempio indistruttibile. Se sarai 
quieto e umile, non temerai le ferite della carne, perchè 
dove riposa il celeste abitatore, non prevale di certo 
r insidiatore. La sapienza ha poi il suo duraturo abita- 
colo neir anima quieta e meditabonda. 

Sia continua la meditazione, fermandosi ai lamenti 
della penitenza col ricordo dei peccati, rivolgendo lo 
sguardo della mente alla patria celeste con la felicità 
delle contemplazioni e abbassando il pensiero alla geen- 
na con la considerazione dei supplizi eterni. 

Le sette virtù monastiche, compresavi la loro radice 
cioè r umiltà, sono raffigurate dalle sette piante poste da 
Dio nella solitudine. Io pianterò, dice Dio, nella solitu- 
dine il cedro, la spina, il mirto, 1' olivo, 1' abete, 1' olmo 
e il bosso (^). Sia, dunque, il frate, cedro per nobiltà di 
sincerità e santimonia ; spina per compunzione di cor- 
rezione e penitenza ; mirto per discrezione di sobrietà 
e temperanza; olivo per frutto di ilarità, di pace e mi- 
sericordia ; abete per altezza di meditazioni e di pazien- 
za ; olmo per forza di tolleranza e di pazienza ; bosso 
per forza di umiltà e di perseveranza. 

Piantati questi alberi della vita solitaria e fatte pro- 
prie le virtù della silenziosa conversazione, eccoci alla 
perfezione della carità, che senza timor di pena, vede 
tutto limpido e prova infinita dolcezza nel trovar spa- 
zioso ed ampio quanto prima sembrava stretto e angu- 
sto, e giocondo e soave quanto pareva duro e aspro. 
felice giocondità, o soavità gloriosa I Come è soave il 
Signore ai perfetti nella carità! 

Veniamo alle virtù che devono risplendere nel priore 
dell' eremo. Non può essere maestro di ordine chi non 



(1) IsAi. XLI, 19. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 



"50 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

fu discepolo di ordinata conversazione. Questi, adunque, 
sia eletto dai frati dell' eremo, da alcuni di Fontebuono 
e da molti della congregazione insieme radunati: venga 
eletto tra i frati dello stesso luogo, se vi sarà alcuno 
idoneo, o tra le persone del] a congi'egazione chi sappia, 
con. la dottrina e con l'esperienza, la pratica della vita 
eremitica, e sia esemplare per scienza e costumi. Ram- 
menti r eletto d' esser chiamato non a dominare ma a 
servire ; non alla soavità, ma al lavoro : sia tra gli ere- 
miti come uno di essi: eguale coi buoni e modesti, su- 
periore con gli immiti, superbi e contumaci; poiché Dio 
non ha fatto 1' uomo perchè dominasse sull' uomo, ma 
perchè signoreggiasse gli uccelli del cielo, le bestie della 
terra e i pesci del mare, cioè i superbi, i cupidi ed i 
curiosi, nei quali regna la concupiscenza della carne, 
degli occhi, o della vita. La natura ha fatto tutti eguah; 
la colpa ha preposto l'uno all'altro: dove, pertanto ve- 
drà il vizio, ivi eserciti l'ufficio di dominatore, arguendo 
e riprendendo con pazienza e dottrina: dove troverà la 
virtù, si mostri ossequioso, incorraggiando e cooperando 
con scienza ed umiltà. A quelli mostri severità e rigore, 
affinchè per eccesso d' umiltà non venga infranta 1' au- 
torità del governare : a questi, mansuetudine e ilarità, 
conformandosi ad essi con l'esempio, perchè nei costumi 
e nelle opere sue veggano ciò che devon fare od evitare. 
La dottrina e la vita di chi presiede siano agli occhi 
dei sudditi una scoltura, nella quale possano leggere e 
contemplare la forma della loro conversazione. Per que- 
sto, si dice del gran sacerdote che nella veste podere 
da lui indossata, era descritto tutto l'orbe, ed eran 
scolpiti in quattro ordini di pietre le mirabili gesta 
degli antenati (^). La veste podere significa la giustizia 
consumata, la perfezione della carità: l'orbe descrittovi 



(1) Sapient., XVIII, 24. 



DEGLi eremiti di monte COtìÓNA 51 

sopra, il circolo delle viriti: intol^no a Cristo, principio 
e fine della nostra vita: le gesta degli antenati sono le 
virtù e le opere degli antichi padri, l'innocenza di Abele, 
la santità di Enoch, la longanimità di Noè, il sacrifìcio 
di Melchisedech, la fede di Abramo, la santimonia di 
Jsaac, la prudenza di Jacob, la pudicizia di Giuseppe, 
la mansuetudine di Mosè, la penitenza di David, la so- 
brietà di Eliseo, r austerità di Giovanni, la carità di 
Pietro, la severità di Paolo, la fortezza di Andrea, la 
verginità di Giovanni, la sincerità di Benedetto, Antonio, 
Macario, Arsenio, Eulalio e degli altri santi ; virtti che 
r eremita deve portar scolpite in se stesso. La varietà 
delle pietre significa appunto il cumulo delle virtù che 
formano la santità. 

Ricordi pertanto il priore che gli esempi sono più 
efficaci delle parole e che è molto meglio insegnar con 
le opere che coi discorsi. Convenga spesso co' frati a 
capitolo e premesse le penitenze, confessi le sue debo- 
lezze, perchè possa emendarsi e mostrar agli altri la 
forma dell'emenda: nel parlare, nell' operare, nel muo- 
versi non abbia nulla di non confacente alla vita ere- 
mitica: austero con sé, discreto con gli altri; né adopri 
due misure. 

A lui spetta, e ne deve aver somma cura, di far 
onorare 1' eremo come capo da quelli che dimorano a 
Fontebuono ed altrove : perchè dove più austera è la 
vita, dev' esser maggiore la riverenza. Tuttavia i frati 
non ricevino con orgoglio, ma con umile sentimento, 
quest' onore : non l' esigano, stimandosi reverendi per 
fervore di carità, non dominanti per potere. L' accetta- 
zione dei monaci, 1' ordinazione dei monasteri e le altre 
cose principali, si dispongano col consiglio o con la 
presenza degli eremiti. Siano esortati gli abati e i priori, 
alle visite annuali, 'secondo il costume di questo eremo, 
e puniti i negligenti. Laonde si celebri il capitolo gene- 



B2 La congregazione camaldolese 

rale della congregazione ogni anno, col consiglio dei 
frati deir eremo e con la presenza di alcuni d' essi, nel 
luogo e nel tempo più opportuno. Nel quale possano 
riformare ciò che è da riformare, e ciò che è riformato 
decretare con competente censura e di comune consenso. 

A questo punto nasce spontanea la domanda: a 
qual fonte principalmente attinse il B. Rodolfo nel com- 
pilare la sua "Regula „ del 1080? A questa domanda non 
è diffìcile rispondere, e già vi risposero, per parte loro, 
i dottissimi annalisti camaldolesi, don Giovanni Benedetto 
Mittarelli e don Anselmo Gostadoni, primi editori di questa 
Regula, apponendo in margine ad essa, quelle citazioni 
che loro parvero esser state sotto gli occhi del B. Ro- 
dolfo, quando scriveva il suo lavoro. All' infuori dei 
patenti luoghi della sacra Scrittura, queste citazioni si 
riferiscono segnatamente a due opuscoli di san Pier 
Damiano. E sono l'opuscolo XIV intitolato "De ordine 
eremitarum,, e il XV, in cui il Damiano tratta "De 
suae congregationis institutis,,. Oltre alle fre- 
quenti citazioni di queste due operette del Damiano, 
pare ancora che il principio del cap. XXXVI della Re- 
gula del B. Rodolfo, sia improntato all'opuscolo XII 
"De contemptu saeculi,, ove il Damiano e il B. Ro- 
dolfo esortano il solitario alla continua dimora nella 
cella (^). Dalle quali cose si può benissimo dedurre che 
le operette spirituali e monastiche di san Pier Damiano 
godevano di una fama grandissima e servivano di me- 
ditazione e persin di regola a quelli che erano prepo- 
sti al governo di comunità religiose. 

Tuttavia la " Regula „ del quarto priore di Gamaldoli, 
raccogliendo insieme le osservanze eremitiche e cenobi- 
tiche anteriormente in vigore, rendeva un servigio se- 



(1) Cfr. S. P. Damiani, Opusc. XII, cap. 24 in Migne, P. L., 
CXLV. 277. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 53 

gnalato alla storia primitiva dell'ordine camaldolense e 
fermava, per così dire, un punto sicuro di partenza per 
i futuri figli di san Romualdo. Infatti essa non subì 
variazioni di eccezionale importanza, se non un secolo 
più tardi, nel 1188, quando il priore generale Placido 
redasse in una nuova forma le costituzioni camaldolesi (^). 
Ciò non vuol dire che la "Regula,, del B. Rodolfo venisse 
osservata testualmente, senz' alcun cambiamento, fino al 
1188, poiché il capitolo generale aveva facoltà di ordi- 
nare quanto sembrava più opportuno al buon anda- 
mento della comunità, e di questo potere i padri capi- 
tolari si valsero certamente ogni anno. Ma queste mu- 
tazioni eran più tosto accidentali che di sostanza e 
vertevano, con tutta probabilità, più intorno alla materia 
disciplinare che intorno alle linee direttive generali di 
governo di tutto 1' ordine. Al che è da aggiungere che 
talvolta avveniva di dover modificare le osservanze di 
qualche eremo particolare, come fece il priore generale 
Martino III nel 1249 per l'eremo di S. Mattia di Mudano (^). 
Il 1253 segna un' epoca notevole nella storia camal- 
dolese per la nuova revisione delle costituzioni, intra- 
presa e condotta a termine, con un opportuno "or do 
divinorum officiorum,, dal medesimo priore generale 
Martino III. Ma egli diresse tutta 1' attività del suo fer- 
vore soltanto verso i cenobiti (^), i quali così ebbero 
legislazione nuova e più consona all' indole del tempo : 
forse la morte gì' impedì di fare altrettanto per gli ere- 
miti. A questi però rivolse le sue cure specialissime. 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, AnnaUs Camaldulenses, IV, 127 segg. 

{%) MiTTARELLi-CosTADONi, AfinaUs Camalduleuses, IV, 377 segg. 

(3) Le costituzioni cenobitiche di Martino III sono divise in 
tre libri : il primo riguarda la vita monastica : il secondo, il go- 
verno dell' ordine e il terzo, la disciplina. Mittarelli-Costadoni, 
Annales Camalduleìises, VI, App. 1-65. — Il vetus ordo divinorum 
officiorum è diviso in due libri (ibidem, VI, App. 66 - 203). 



54 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

poco appresso, il B. Gerardo II, priore generale, nel 
1278. 1/ opera di lui merita di esser ponderatamente 
considerata. 

La "vita fratrum eremitarum camaldulensis 
eremi,, che formerebbe la prima parte delle costitu- 
zioni gerardiane (^) , modifica in varii luoghi le co- 
stituzioni di Rodolfo, le quali a loro volta ricevono 
un'altro po' di modificazione anche dai "memorialia 
eremiticae vitae,, che costituiscono la seconda par- 
te dell' opera di Gerardo (^). 

Tutta r opera è ispirata dal desiderio di mante- 
nere l'eremo camaldolense, come luogo principale di 
tutto r ordine, nell' antica osservanza, la quale sem- 
brava alquanto decaduta dal pristino grado di fervore. Il 
silenzio, la povertà, l'ufficiatura divina, l'assiduità alla 
cella, la salmodia privata, le astinenze annue e quadra- 
gesimali sono le cose che maggiormente furono prese 
in considerazione da Gerardo; il resto della vita non 
è che una conferma solenne delle prescrizioni rodul- 
fiane (^). I "memorialia eremiticae vitae,, riguardano 
segnatamente il governo e la direzione disciplinare del- 
l' eremo e degli eremiti. In questa parte, Gerardo si 
allontanò di più che nella prima, dalle "consuetudi- 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi , AnnaUs Camaldulenses, VI , App. 
231-240. 

(2) MiTTARELLi-CosTADONi, Anuales Camaldulenses, VI, App. 212 
223. I memorialia eremitica? vitae, nell'edizione degli ^wwates 
Camaldulenses, hanno la precedenza su la vita fratrum eremitarum 
Camaldulensis eremi: ma logicamente si deve dar la precedenza 
alla vita. Lo stesso principio lo suggerisce: « Incipit vita fratrum 
eremitarum camaldulensis eremi. Frater Gerardus peccator mona- 
chus in Christo fratribus Camuldulensis eremi eremitis salutem 
cum benedictione perenni. Gupientes ...» Mittarelli-Costadoni, 
Annales Camaldulenses, VI, App. 231. 

(3) La vita consta di ventisette capitoli : gli ultimi sei sono 
tolti ad Utteram dalle costituzioni di Rodolfo. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 55 

nes „ antiche, che eran le costituzioni del priore Rodolfo. 
Le nuove disposizioni prendono di mira specialmente 
r uso del capitolo, la divisione dei doni ospitali, il suf- 
fragio pei defunti, il suono della campana pel mattutino, 
r aspersione dell' acqua santa avanti prima, l' uso della 
bàttola per le ore, le processioni durante V anno, le 
lampade della chiesa, la reclusione dell' eremita, l' ufficio 
del Maggiore dell' eremo, del sagrestano, del peniten- 
ziere e dell'operaio, il no\iziato, i benefattori, la visita 
dei prelati all' eremo, la venuta dei frati, il portinaio 
dell'eremo e il curatore degli abeti (^). Come appendice 
a queste costituzioni gerardiane sono da considerare le 
disposizioni emanate a Socci nel capitolo del 1279, le 
quali, però riguardano più che altro la vita cenobitica 
dei monasteri (^). Vi è tuttavia affermata 1' autorità del 
priore di Gamaldoli e vi è prescritto che assolutamente 
neir eremo di Gamaldoli non sia ammesso alcuno che 
non sia sacerdote e non abbia compito i venticinqu'anni: 
ne possa in ciò dispensare neppur il priore (^). 

Troppo lungi dal nostro scopo ci porterebbe l'esame 
di tutte le modificazioni recate nel secolo XIV e XV 
alle antiche consuetudini dell' eremo di Gamaldoli : ne 
forse questa disamina riuscirebbe a farci porre, senza 
tema di errare, nella sua giusta posizione 1' osservanza 
della vita eremitica in quei tempi, che pel rinnovarsi 
di tutta la coltura, parvero gettare a fondo tutto ciò che 
sapeva di abnegazione di se stesso. Erigevasi V altare 



(1) Sono trenta capitoli. 

(2) MiTTARELLi-GosTADONi , AnuaUs CatuaMulefises , VI, App. 
240 - 255. 

(3) « Volumus insuper provide statuentes quod nullus prò 
eremita ponatur in dieta eremo vel recipiatur, nisi sacerdos fuerit, 
et attigerit XXV annorum tempus, nec in hoc per dominum prio- 
rem camaldulensem modo aliquo valeat dispensari ». Mittarelli- 
CosTADONi, Annales Camalclulenses, VI, App. 242. 



56 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

al paganesimo, e sottraevasi al cristianesimo. La lotta 
fu aspra e combattuta con tutte le armi. Il rumore 
bussò alle porte dei cenobii e giunse persino agli eremi, 
collocati sulle alte vette dei monti e, sotto specie di 
cercarvi la tradizionale ospitalità, tentò di metter tutto 
a soqquadro. Nell'ardore delle nuove conquiste sembrò 
che quegli alberghi della umana e cristiana perfezione 
fossero inutili, sia per 1' uomo individualmente che per 
la società, come se il rinascente paganesimo avesse in 
se la virtù di far sanabili l' uno e V altra senz' aiuto al- 
trui. Frutto di questo movimento non fu già l'estinzione 
materiale o la chiusura dei ricettacoli monastici, che 
r effetto non avrebbe avuto proporzione veruna con la 
causa, ma bensì la decadenza morale in molti degli 
ascritti alla vita contemplativa. I quali o per mancanza 
di sincera vocazione divina, o per freddezza nel corri- 
spondere alla grazia della suprema chiamata, o pel malo 
esempio della corruzione dilagante fuor delle chiostra, 
traviavano miseramente lontano da quella cima di per- 
fezione a cui avrebbero dovuto con ardore e con slancio 
aspirare. 

Ad illustrare questo stato di decadenza pressoché 
generale in tutto il monachismo del secolo XV gio- 
va moltissimo V opera del famoso Ambrogio Traver- 
sari, degno figlio dei primi fondatori di Gamaldoli, che 
intorno a se, nel cenobio fiorentino degli Angioli, avea 
raccolto per lunga pezza il fior fiore dei letterati, dei 
dotti e degli eruditi di quel tempo. Il vasto sapere 
di lui era armonicamente congiunto con una rettitudine 
di operare e con una santità senza pari. Eletto nel 1431 
prior generale delfordine camaldolehse, pose mano con 
prudenza e gravità, confortatovi da Eugenio IV, alla 
riforma dei molti monasteri caduti in disonorevole rilas- 
satezza. Le epistole di lui sono testimonio eloquente 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 57 

dell' attività spiegata a questo nobile fine (^). Ma più 
ancora delle epistole è notevole a tale proposito la re- 
lazione della visita fatta ai diversi monasteri, compilata, 
giorno per giorno, e consegnata alla posterità col titolo 
di "Odoeporicon,, (^). Vi sono descritte con molta sin- 
cerità le sue visite, le fatiche, le traversie a cui andò 
incontro nella sua diffìcile e penosa missione : sono 
raccontati episodii ingegnosi di cui fu testimonio, e nar- 
rate particolarità curiosissime della vita monastica del 
secolo XV, in cui talvolta è costretto di esprimere in 
greco certi disordini che non volle fossero noti ad ogni 
sorta di lettori. Il quadro è colorito con grande fedeltà, 
e dopo averlo osservato attentamente in tutti i suoi 
particolari, balena alla mente una domanda: Ha ancora 
la vita eremitica, parte eletta del monachismo, in se 
tanta virtù da risorgere e porsi in cammino per la via 
dei secoli ? 

Alla domanda risponde aff'ermando, per parte sua, 
la storia della congregazione eremitica camaldolese di 
Monte Corona. 



(1) Veggasi r edizione delle leUere del Traversari fatta dall' Ab. 
D. Pietro Canneti e la vita che di lui ha compilato con grandissima 
accuratezza Lorenzo Mehus : Ambrosii Traversarii, Latince epi- 
stolce et Vita, eclent. D. Petro Canneto et Laurentio Mehus, 
Fiorentiae, ex typ. Ceesareo, MDCCLIX. 

(2) Cfr. A. Traversarii, Latince epistolm et Vita, voi. I, p. XCI, 
segg.; CCCCXVI segg.; voi. II, p. 477 segg.; Mittarelli-Costadoni, 
Annales Camaldulemes, VII, 27 segg.; A. Traversarii, Odoeporicon 
a Nicolao Bartholino pubblicce luci assertum ex Bibliotheca Medicea, 
Fiorentiae ac Luca, apud Marescandulos fratres, 1678, in 8. 



CAPITOLO PRIMO 

IL B. PAOLO GIUSTINIANI E l' EREMO DI CAMALDOLI 
[1510-1523] 



Il generale Pietro Delfino — Paolo (Tommaso) Giustiniani : sua 
adolescenza : suoi viaggi : suoi studi : suo amore alla solitu- 
dine — Va a Gamaldoli per un mese : ritorna a Venezia e ne 
riparte definitivamente — Sue lotte : vestizione e noviziato — 
Vincenzo Quirini, amico del Giustiniani, si dispone a seguirlo: 
sua vestizione, e professione col Giustiniani — Stima che ne 
ha il Delfino — Governo di Pietro Delfino e tentativi di riforma 
neir abito e nei digiuni — Monaci ed eremiti poco contenti del 
Delfino : malumori contro di lui — Preparativi pel capitolo 
generale del 1513 agli Angioli di Firenze — Vi intervengono il 
Giustiniani e il Quirini : loro disegno di riforma — La nuova 
congregazione — Ultime vicende del generale Delfino — Morte 
del Quirini — Il Giustiniani attende alla revisione della"Regula 
vitae eremiticae,, — Propositi di abbandonare l'eremo di 
Gamaldoli — Partenza con frate Olivo e viaggio fino a Gub- 
bio — Il primo rifugio : la grotta di Pascelupo — Il Giusti- 
niani scrive r apologia della sua fuga — Gli eremiti di Gamal- 
doli gli cedono le Grotte del Massaccio — Gli altri primi ro- 
mitori — Erezione della compagnia di san Romualdo. 



Sul finire del secolo XV, reggeva le sorti dell' uni- 
versa famiglia camaldolese, il nobile veneziano Pietro 
di Vittore Delfino. Diciottenne erasi ascritto nel 1462 
alla comunità monastica di san Michele di Murano e 
sotto la disciplina di Pietro Donati e il governo di 
Matteo Gherardi avea saputo trar profìtto grande per 
se e per gli altri. Dedito fin dagli anni della sua ado- 
lescenza agli studi dei classici, sotto il magistero del 
dotto riminese Pietro Parleonio, erasi fornito d'una buona 



60 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

coltura nelle lettere latine e greche. Alla morte del 
generale Girolamo Grifoni, di Pagliariccio nel Casentino, 
avvenuta in Roma il 31 ottobre del 1480, i voti dei 
padri radunati a capitolo il 10 dicembre caddero sul 
Delfino, già abate di san Michele di Murano, il quale 
venne confermato priore generale dal romano pontefice 
il 15 di gennaio del 1481 (^). Uomo di buono spirito, 
chiaro per nobiltà di sangue e noto per coltura lette- 
raria, godeva fama illustre presso tutti. Anzi, fuori del- 
l' ordine, la fama di lui era talmente cresciuta da venir 
designato e chiesto come cardinale dalla serenissima 
Repubblica (^), della qual dignità venne poi decorato 
quel Matteo Gherardi, già patriarca di Venezia, che era 
stato abate di Murano. Ma dentro V ordine, il Delfino, 
dapprima venerato ed amato, venne a cadere poco a 
poco nella disistima generale. Per la qual cosa, nei 
primi anni del secolo XVI, maturavansi molte novità e 
la storia dell'ordine camaldolese segna un'epoca di lotta 
e di gloria con un cambiamento radicale nel governo e 
nella direzione della famiglia di san Romualdo. 

Ma prima di andare più innanzi nella nostra nar- 
razione, è d'uopo che ci fermiamo alquanto intorno ad 
un uomo, suscitato da Dio e giunto all' eremo di Ca- 
maldoli appunto in questo frattempo, quasi a moderare 
e dirigere le gravi cose, che la novità dei tempi con- 
giunta col forte volere degli uomini, veniva preparando. 

Tommaso di Francesco Giustiniani e di Paola dei 
Malipieri, nobili veneziani, aveva sortito i natali nella 
città delle lagune il 15 giugno del 1476, ultimo di sei 
sorelle e di due fratelli. Perde quasi senza conoscerlo 
il padre, e più tardi, ma ancor adolescente, la madre. 
Diciottenne abbandonò la patria per recarsi a compire 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Cantaìdulenses, VII, 268, 307. 

(2) MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, VII, 334. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 61 

il corso degli studi, proprio del suo stato, a Padova. Vi 
spese undici anni, durante i quali arricchì la mente di 
dottrina, non senza ceder alquanto all' andazzo ed al 
gusto della scolaresca di quel tempo, dedita più che alle 
severe discipline scientifiche allo spensierato e molle 
vivere del gaudente. Tuttavia ebbe allora pochi amici, 
tra i quali sono da rammentare il dottissimo Paolo Ca- 
nali e quel nobile Gaspare Gontareno che poi fu cardi- 
nale di santa romana chiesa : ma sopra tutti gli era 
caro per comunanza di patria e di affetti, quel Vincenzo 
Quirini che non doveva romper F amicizia con lui se 
non colla morte. Terminati gli studi a vent'otto o ven- 
tinove anni, ritornò a Venezia, ma per avere più agio 
di poter vivere a se ed agli studi, senza noie di parenti 
e di amici, si ritirò co' soli suoi libri nell' isola subur- 
bana di Murano. Qui dimorò tre anni, innamorandosi 
talmente della solitudine e degli studi da proporsi di non 
abbandonare mai né l'una, ne gli altri. Ma per desiderio 
di visitare i luoghi santi, nell' estate del 1507 partì alla 
volta di Gerusalemme, col proposito di osservare atten- 
tamente tutte le particolarità di quelle regioni e di ba- 
ciare quella terra bagnata dai sudori e dal sangue del 
Redentore. Al ritorno si trovò costretto ad assumere la 
cura e la tutela delle nipoti, lasciate orfane dal di lui 
fratello Lorenzo, presso la sorella Cecilia. Nelle cure 
temporali diminuì il fervore e l' amore alla solitudine, e 
per due anni, si trovò così assorbito dagli interessi ma- 
teriali da venir distratto intieramente da quegli studi 
letterari che fino a quel tempo avean formato l'occupa- 
zione principale della sua vita (^). 



(1) Tutte queste notìzie sono tolte da la Bomualdina seu ere- 
mitica Montis Coronae Camaldulensis Ordinis Historia, in quinque 
libros partita, auctore Luca eremita Hispano, in eremo Ruhensi, in 
agro Patavino, MDLXXXVII, cart. 46 segg.: Mittarelli-Costadoni, 



62 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Intorno a questi studi del B. Paolo Giustiniani — così 
chiameremo il venetoTommaso nel corso di questa storia 
— è da notare che essi da principio furono diretti alla cogni- 
zione delle lingua latina e della greca e che in queste due 
lingue, ancor giovanetto, sapeva comporre orazioni con 
squisito gusto dell'arte e della finezza di ognuno di questi 
due superbi idiomi dell'antichità. Per cui difficilmente sa- 
rebbesi potuto affermare in quale delle due lingue egli fosse 
più profondo ed elegante scrittore. Da una lettera di Vin- 
cenzo Quirini al Giustiniani si rileva eh' egli, non solo 
nel latino e nel greco, ma anche in volgare, spagnuolo, 
veneto e siriaco, sapeva esprimersi con forbitezza e 
proprietà (^). In Padova, attese, a quel che sembra, al 
corso di filosofia e di teologia e ne riportò buon frutto. 
Ma dalle innumerevoli opere da lui scritte nei tempi 
posteriori, si può argomentare con tutta sicurezza ch'e- 
gli avesse posto mente eziandio agli studi del diritto, 
dei santi padri e delle sacre scritture. Dal fondamento 
di questi ozi letterari nasceva nel Giustiniani una faci- 
lità prodigiosa di scrivere e di comporre trattati ascetici, 
disquisizioni giuridiche, lezioni teologiche e scritturali, 
orazioni ed apologie, con erudizione e profondità f). 

A poca distanza da Murano, dove il beato Paolo 
Giustiniani passò tre anni di studiosa solitudine, sorge 
tuttora r isola di san Michele, che era posseduta intera- 
mente dai monaci camaldolesi, nel cui cenobio dhnora- 
vano allora il generale Pietro Delfino e il vicario Paolo 
Orlandini. Con questi egh contrasse amicizia e per ama- 



Annales Camaldulemes, VII, 500 segg.; D. Agostino Romano Fiori, 
Vita del B. Paolo Giustiniani istitutore della congregasione de' PP. 
eremiti camaldolesi di S. Romualdo, detta di Monte Corona, Roma, 
nella stamperia di Antonio de Rossi, MDCCXXIV, p. 1 segg. 

(1) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Annales Camaldulenses, VII, 401. 

(2) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 
50 segg.: A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 237 segg. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 63 

bile consuetudine tenuta con essi, venne a poco a poco ad 
aprire loro il suo forte desiderio della vita solitaria. Dello 
stesso parere del Giustiniani era Vincenzo Quirini ed un 
sacerdote, loro comune amico, Giovan Battista Ignazio. 
Il Delfino e l'Orlandini coltivarono, come meglio pote- 
rono, il pio divisamento del Giustiniani : ma, perchè egli 
si decidesse ad abbracciare piuttosto un ordine che un 
altro con vera cognizione di causa, furon tutti d'avviso 
che sarebbegli stata assai giovevole una visita ed una 
breve dimora all' eremo di Camaldoli. Abbracciò volon- 
tieri il Giustiniani questo consiglio e, partito da Venezia 
sul principio di giugno del 1510, dopo aver visitato va- 
rie città, giunse a Camaldoli sui primi del mese seguente. 
Il Delfino, che avealo preceduto nel viaggio, f accolse 
con paterna benevolenza e gli permise di restar colà 
un mese, benché in abito secolaresco, tra gli eremiti, 
facendo vita comune con essi. Di là scrisse all' amico 
Vincenzo Quirini, descrivendogli 1'. eremo di Camaldoli 
e la vita che vi conducevano quegli eremiti. Il luogo 
sarà certamente piaciuto anche al Giustiniani, se il Qui- 
rini che ne avea avuto contezza per relazione epistolare 
da lui, scriveva nel rispondergli : « Il sito veramente del- 
l' eremo a me, ancorché veduto non 1' abbia, non potrìa 
più piacere, la salita, il bosco, il dritto ed ombroso colle 
pieno di una solitaria e piacevole riverenza, gli altissimi 
abeti, il piano d'ogni intorno rinchiuso, la strada, l'in- 
gresso, la cappella, la chiesa, le celle, gli orti e le altre 
fabbriche tutte, le quali tanto mi piacciono, che meglio 
non saprìa io stesso immaginare: ne bisogna vi affaticate 
molto in persuadermi questo esser sito da piacermi, 
ancoraché sia privo di quelle vaghe e lontane vedute, 
che pur sapete l' animo mio essere, che tutti quei luoghi 
siano vaghi, donde si possa rimirare il cielo » (^). 



(1) Lettera di Vincenzo Quirini a Tommaso Giustiniani, del 



64 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Lavila austera degli eremiti piacque assai al Giustinia- 
ni, eia praticò nelle sue più minute particolarità con esem- 
plare fervore. Passato questo mese di esperienza ere- 
mitica, decise risolutamente di annoverarsi tra gli ere- 
miti camaldolesi, proponendosi prima di recarsi ancora 
a Venezia per dare un'ultima sistemazione a tutte le 
cose sue. Lo stesso generale Delfino, rispondendo il 14 
agosto 1510 al monaco Luca, che gli aveva chiesto se 
fosse piaciuta al Giustiniani la vita camaldolese, scri- 
veva : —Mi domandi se sian piaciute a Tommaso Giusti- 
niani la dimora del nostro eremo e il luogo per tutto 
quel tempo che vi si trattenne : tanto gli piacque per- 
sino il luogo, tanto si dilettò della solitudine e di tutto 
il nostro modo di vivere, che non si può desiderar di 
più. Non r ha atterrito 1' austerità del proposito eremi- 
tico: non l'ha raffreddato l'astinenza in pane ed acqua: 
non l' ha infiacchito la lunghezza della salmodia e del- 
l' ufficio notturno, ne annoiato 1' osservanza del prolun- 
gato silenzio. Infine, si è talmente portato nell'ere- 
mo, che non meno egli è rimasto soddisfatto, di quello 
che ne sian restati contenti gli eremiti. Poiché con tanta 
modestia ed umiltà ivi ha conversato, che da tutti è stato 
sommamente lodato, e si è acquistato l'amore di tutti (*). — 

Era partito da Gamaldoli per Venezia il 5 agosto, ed 
il 6 dicembre (1510) da Venezia ripartiva definitivamente 
per Gamaldoli, giungendo il 17 dello stesso mese, verso 
sera, « superati con 1' aiuto di Dio molti pericoli e molte 
difficoltà » incontrate nel passar il mare e le alpi nella 
rigida stagione di mezzo decembre (^). Le peripezie del 



15 luglio 1510, in EpistoUcum commercium apud Mittarelli-Gosta- 
DONi, Annales Camaldulenses, IX, 454. 

(1) Brano di lettera riportato in Mittarelli-Gostadoni, Anna- 
les Camaldulenses, VII, 401 : cfr. A. R. Fiori, Vita del B. Paolo 
Giustiniani, p. 41, 42. 

(i2) Lettera del Giustiniani a* suoi amici, del mese di decem- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 65 

faticoso e pericoloso viaggio sono narrate dal Giusti- 
niani in una lunga lettera scritta, appena giunto, da Ga- 
maldoli agli amici suoi di Venezia. Ma quanto maggiori 
e terribili non furono le battaglie dell' animo suo nel 
dipartirsi dai suoi e dalla città natale ! « Volendo io 
partire — narra egli stesso — senza vedere le lagrime 
de' miei, per ingannar loro, seppi mostrare così lieto 
volto, come se io veramente non avessi avuto da par- 
tire, e finsi neir animo mio in tal maniera, che ingannai 
anco me stesso, talché partendo per non mi ritornare, 
non mi pareva però partire, ed avendo quella mattina 
r animo occupato a qualche faccenda, che pur mi biso- 
gnava fare in questa mia partenza, non avvertii, ne 
pensai al partire ; ma poiché allontanati da Venezia ci 
mettemmo in mare, e tutti nella barca tacevamo, io 
quasi da • un sonno svegliato ritornai a me stesso, e 
pensando al partir mio, mi sentii assalire pian piano 
appoco appoco in questo sentiero da una tanta e tanta 
tenerezza d' animo, che se la vergogna di queUi con chi 
era non mi avesse vietato, credo che avrei dirottissima- 
mente lagrimato ; la quale verso la sera molto piti cre- 
scendo, m' indusse una tenera pietà piti di altrui, che 
di me stesso. Mi si rappresentavano dinanzi agli occhi 
i due carissimi fratelli, i quali si sono per alcuna volta 
del consiglio e dell'opera mia debole, ma fedele, serviti, 
e speravano per l' avvenire maggiormente servirsene ; 
le sei sorelle, che tutte, non come fratello, ma come 
carissimo figlio teneramente mi amavano, le due spezial- 
mente che vivono senza marito, le quali la maggior 
parte delle loro speranze avevano riposte in me; al- 



bre 1510, in Mittarelli-Cost adoni, Annales Camaldulenses, IX, 
467-8, dove è fatta una minutissima descrizione del suo viaggio da 
Venezia a Camaldoli e sono raccontati gli innumerevoli patimenti 
di corpo e di spirito provati nella partenza. 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 5 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



cuni nipoti e nipote, con le quali sendo io molti an- 
ni vissuto, anno verso di me quella carità dimostra- 
ta, che non a zio, ma a padre e fratello insieme po- 
tessero avere; e dopo questo mi pareva vedere molti 
altri miei parenti più lontani, come cognati, cugini, e mi 
pareva che io non me n' andassi. Parevami che alcuno 
mi si gettasse con le braccia al collo, altri mi prendes- 
sero per le mani, altri mi abbracciassero, altri mi si get- 
tassero dinanzi a' piedi, altri mi chiudessero l' uscio, 
altri sen' adirassero pure perchè io non mi partissi, e 
mi sentii da una non so quale parte tormi il cuore dal 
petto. Confessava la mia debolezza da me stesso, mi 
accusava di crudeltà, che avessi voluto abbandonare 
tante necessità, tanti amori, senza tòme un solenne 
congedo . . Vedeva due mie nipoti senza padre, senza 
madre, le quali insieme con le facoltà loro, il mio ama- 
tissimo fratello, già suo padre, aveva alla mia fede in 
buona parte commesse, e mi pareva che così tenere 
come sono, mi dicessero : Tu, che dovevi essere secondo 
nostro padre, a chi lasci e le persone e le facoltà no- 
stre ? . Vedevami innanzi la roba, benché poca, di un 
mio naturale fratello commessa alla mia fede, la quale 
dovendo essere de' poveri di Gesucristo, guardava che 
io la dispensasse avanti che io mi partissi » (^). A questi 
pensieri si aggiungevano le dicerie degli amici che rite- 
nevano la sua partenza per 1' eremo come una pazzia. 
Le medesime osservanze eremitiche, a lui note nella 
loro realtà e già da lui praticate, assumevano nella sua 
fantasia accesa e tormentata, un tal grado di austerità 
e di rigore da metter spavento. Troppo dura sembra- 
vagli la vita dell' eremo ; troppo silvestre ed inumano 
il silenzio, cagione di tedio, di rincrescimento e di ozio- 
sità : durissimi i digiuni e nocivi alla debolezza dello sto- 



(1) Lettera cit. ibidem, IX, 471-73. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 67 

maco : noioso e soverchiamente lungo il salterio : difficile, 
per mancanza di tempo, lo studio. Spaventavalo il freddo 
terribile ed insopportabile, e specialmente queir andar 
allo scoperto la notte freddissima, umida, la strada piena 
di neve, battuta dai venti: umiliante sembravagli la sem- 
plicità dei monaci, che non sanno lettere. Ma la grazia di 
Dio e i santi propositi dei Padri, altra volta letti e me- 
ditati, venivan in aiuto al servo del Signore e gli rap- 
presentavano quanto fosse soave il giogo e leggiero il 
peso del servizio divino (^). 

Il giorno del santo Natale il Giustiniani vestiva 1' a- 
bito eremitico. E il Delfino ricordava questa vestizione 
scrivendo, in data del 26 dicembre 1510, al p. Eusebio 
Prioli : « Ieri, che fu il giorno di Natale, nella messa 
dell' aurora, egli (il Giustiniani) contento ed allegro ri- 
cevè dalle nostre mani l'abito della religione; rallegran- 
dosi tutti della conversione veramente mirabile di quel- 
r uomo, che essendo nelle delizie nutrito, abbia eletto 
questo istituto, così per la posizione del luogo come per 
il tenore della vita, molto arduo ed aspro. Tutti noi 
abbiamo concepito buona speranza della sua perseve- 
ranza, perchè è robusto di corpo, di età virile, e non 
solo ornato di dottrina ma ancora di prudenza e con- 
siglio, e perchè lungo tempo, e molto vi ha pensato 
sopra, e tra se stesso esaminato ciò che egli era per 
fare. A queste cose aggiungiamo che gli è piaciuto 
d' esser chiamato non più Tommaso didimo, cioè, dub- 
bio, ma Paolo, per imitare nelle austerità e nelle varietà 
che gli fossero occorse nell' avvenire, la costanza di co- 
lui, che più di tutti gli altri apostoli, benché minimo 
tra loro, si affaticò. Fu adunque chiamato con quel 
nuovo nome, con il quale già la bocca del Signore no- 



(1) Lettera cit. ibidem, IX, 487 - 496. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



minò Saulo » (^). Contava allora il Giustiniani trenta- 
quattr' anni. 

Là vita di lui, nel noviziato, fu vita di grande fer- 
vore. Superate le tentazioni del viaggio, F animo suo in 
pace si lasciò guidare unicamente dallo spirito buono. 
Il Delfino scrivendo al Prioli, attesta : « Tutti si mera- 
vigliano della costanza, della divozione, dell'umiltà, della 
carità, del disprezzo suo di tutte le cose mondane : è 
d'esempio a tutti per religione e pietà, e nell'osservanza 
dell' eremitica austerità non è inferiore a veruno. Ieri 
io visitai r eremo e ritrovai Paolo che si rallegrava nel 
Signore e che era non tanto nel corpo, quanto nello 
spirito, valente e forte » P). E scrivendo ad un altro, lo 
assicura « che il Giustiniani era tutto rinnovato, non 
solamente nel costume e nella modestia esterna, ma 
molto più nell'interno riformato; che si vedeva somma- 
mente devoto e infiammato in mirabil modo all' osser- 
vanza dell' istituto eremitico e tutto dato a Dio ; che 
sopra ogni cosa, affettuosamente continuava nell' ora- 
zione, contemplando la infinita bontà e misericordia, che 
si era degnata di cavarlo dal mondo e ridurlo al sicuro 
porto della santa religione : che pertanto non cessava 
mai di lodare, benedire e ringraziare l'Altissimo; che 
finalmente era sollecito oltre ogni dire a tutti gli uffizi, 
air ubbidienza ed agli altri esercizi della religione » (^). 

Mentre il Giustiniani, con tutto 1' ardore deWà sua 
virilità ascendeva per lo spinoso calle della perfezione, 
Vincenzo Quirini, l'intimo amico suo, d'infanzia, di studi 
e di inclinazioni, a Venezia si torturava di non poterne 



(1) Brano di lettera riferito da A. R. Fiori, Vita del B. Paolo 
Giìistiniani, p. 52, 53; cfr. Luca, Romualdina... hìstoria, e. 60. 

(2) Brano di lettera riferito da Luca, Romualdina... historia, 
e. 60; A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giìistiniani, p. 55> 

(3) Cfr. A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 55. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 69 

seguire l' esempio con quella prontezza che sarebbe 
stata ne' suoi desideri e che avrebbe uguagliato 1' alto 
grado di amicizia che da tanto tempo li stringeva in- 
sieme. Tuttavia la frequenza delle relazioni epistolari 
veniva a dilucidare molte cose, che buie sembravano 
ancora nella mente del Quirini, ed a rinfocolarlo sempre 
più nel desiderio di seguirlo anche nell'eremo. Egli aspet- 
tava con febbrile attesa le lettere del Giustiniani, e ri- 
cevute che l'avesse, le leggeva, le rileggeva, le meditava 
e quindi si provava a rispondere descrivendo V interna 
lotta da cui era tormentato il suo cuore (^). Cionondi- 
meno, egli non prestava orecchio alle vane ciancie degli 
amici comuni, dei quali scriveva al Giustiniani : « Tutti 
vi salutano : peraltro chi vi ha spacciato per malinco- 
nico, chi per disperato, chi per poco prudente, chi per 
scempio^ chi in tutto pazzo vi nominano, e pensano 
certo, che per una persona, come eravate voi, non pote- 
vate fare cosa più pazza » (^). 

Ma non pensavano così Sebastiano Giorgi e Gaspare 
Gontareni; i quali unitamente al Quirini, erano, sulla via 
di seguire il Giustiniani. Le lettere di costui giovarono mi- 
rabilmente a tutti, ed anche a Giovanni Battista Ignazio. 
Intanto il Quirini disponevasi a partire. 11 15 settembre 
1511 scriveva al Giustiniani: « Io vi ho già molti mesi detto 
di voler venirvi a ritrovare questo autunno, e fare poi 
tanto quanto mi consiglierete. Ora è giunto il termine, 
ed ancoraché gli rispetti dell' àvola , del fratello e del 
mondo mi circondino, nondimeno voglio, come vi ho 
già gran tempo promesso, venire ; e siate certo che Ge- 



(1) Veggasi la lettera del Quirini al Giustiniani, in data dei 
primi di gennaio del 1511, in Mittarelli-Gost adoni, Annales Ca- 
maldulenses, IX, 496-509. 

(2) Lettera del Quirini al Giustiniani, del 22 gennaio 1511, in 
MiTTARELLi-GosT ADONI, Annales Camaldulenses, IX, 508. 



70 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

sucristo mi fa singolarissima grazia di darmi animo, 
cuore ed occasioni di partire, eh' io per me alle cogni- 
zioni avute, avrei dato mille volte in terra : sono state 
piccole le tentazioni e sono, a rispetto forse delle vostre 
e degli altri ; ma veramente a me sono state più, che 
non vorrei, e sono ancora talmente, che io pur voglio 
venire, ne mi par dover partirmi, e penso che sarò pro- 
pinquo a voi, che ancora parrammi d' essere tra' miei. 
Vengo adunque, e fra cinque o sei giorni, piacendo a 
Gesucristo, sarò in cammino con consentimento delli 
miei, e con mio, spero, gran contento » (^). 

Partirono dunque il Quirini, messer Sebastiano Gior- 
gi, messer Marco Musuro coi due servitori Giacomino e 
Lattanzio (^), ed il 4 di ottobre arrivarono a Gamaldoli. 
È facile immaginarsi la gioia del Giustiniani, condivisa 
certamente dal generale Delfino, superiore e concittadino 
comune I 

Nel dicembre il Quirini visitò Firenze e le persone 
di antica e di fresca conoscenza f ), poi ritornò a Gamal- 
doli, e vestì l'abito eremitico il 22 febbraio 1512 col Giorgi 
e col servitore Giacomo. Questi ebbe nome fra Bernar- 
dino ; il Giorgi don Gerolamo e il Quirini, don Pietro, 
per ricordo della solennità di quel giorno, sacro alla 
cattedra antiochena del principe degli apostoli (*). No- 
nostante le disapprovazioni del Gontareni (^), confutate 



(1) MiTTARELLi-CosT ADONI, Afitiales CamalduUìises, IX, 517-518. 

(2) «Il Musuro vien per vedervi, ed ha animo non molto lon- 
t3.n0 dal nostro, però io il meno volentieri » scriveva nella mede- 
sima lettera il Quirini. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldu- 
lenses, IX, 518. 

(3) Vedi le lettere del Quirini (XIII, XV, XVI, XVII, XVIII) in 
MiTTARELLi-CosT ADONI, Anuales Camalduleìises, IX, 519 segg. 

(4) Gfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, VII, 414. 

(5) Lettera di Gaspare Gontareni a Vincenzo Quirini, in Mit- 
tarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, IX, 539-543. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 71 

con calore e trionfalmente dal Giustiniani stesso (^), il 
Quirini seguitò per la sua via senza voltarsi indietro ed 
il generale Delfino ne provò tal contento che, il giorno 
dopo la vestizione, scrisse al cardinal di Volterra in questi 
termini : « Credo bene renderle noto d' aver ieri vestito 
novizii nel nostro sacro eremo due patrizi veneti, 1' uno 
dei quali (il Quirini) peritissimo nelle lingue ebraica, 
greca e latina, fu già adoprato nella patria sua in am- 
bascerie e magistrature non volgari. Sento che n'è me- 
ravigliata tutta Firenze, dove la fama del loro arrivo fu 
tosto superata dalla dimora fattavi in un sol mese » (^). 
Nella medesima lettera il Delfino chiedeva, come già 
aveva fatto col cardinal de Medici, che si derogasse alle 
costituzioni deir eremo, in cui si stabiliva che gli inizianti 
air eremo fossero già sacerdoti, avessero vissuto tre anni 
in qualche cenobio e contassero venticinque anni di età; 
la qual derogazione veniva impetrata non soltanto pel 
Giustiniani, il Quirini e il Giorgi, ma per chiunque 
in futuro avesse seguito il loro esempio. Ottenute quin- 
di le debite facoltà, lo stesso Delfino l' otto di agosto 
del 1512, riceveva alla professione solenne il Giusti- 
niani, che era nel mese ventesimo dalla sua vestizione 
e non avea ancora professato a causa della lunga siste- 
mazione delle cose sue, il Quirini ed il Giorgi, che erano 
soltanto nel sesto mese della loro prova di noviziato (^). 



(1) Sono tre lettere bellissime : la prima del febbraio 1512, è 
diretta al Contareni e a messer Nicolò Tiepolo ; la seconda, ai due 
suddetti ed a messer Ignazio (12 marzo) e la terza (18 aprile) al 
Contareni e al Tiepolo. Mittarelli-Gostadoni, Annales Camaldu- 
lenses, IX, 544-560. 

(2) Brano di lettera riferito dal Mittarelli-Costadoni, Anna- 
les Camaldulenses, VII, 414. 

(3) Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldule'nses, VII, 
405, 414. — Tutte le notizie per la storia delle vicende che hanno 
dato origine alla congregazione di Monte Corona, desunte dalle 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Il Delfino avea moltissima stima e faceva gran conto 
del Giustiniani e del Quirini, sia perchè la loro con- 
versione nell'età matura dava maggior affidamento di 
buona riuscita, sia perchè la loro dottrina e la loro 
fama nel secolo veniva a circondare il sacro eremo di 
GamaldoU di una aureola leggendaria che poteva esser 
benefica all' incremento della vita eremitica e monasti- 
ca. E durante il tempo del loro noviziato, senza allon- 
tanarsi mai da Fontebuono, pensava ad inviare lettere 
piene di deferenza verso i due suoi concittadini e qual- 
che dono che loro comprovasse 1' affetto dell' animo suo 
riverentemente paterno. Così il 25 febbraio del 1511 man- 
dava al Giustiniani un codice greco contenente alcune 
opere di san Gregorio Nazianzeno, perchè si dilettasse 
nella lettura di esse, dovendo ciò riuscirgli facile e dilet- 
tevole per essere « studioso de' greci e accuratamente 
versato nelle loro lettere » (^). E il 21 marzo 1512, per 
mezzo di una lettera, breve ma amorevolissima, chiedeva 
con insistenza al Quirini, non ignaro della lingua ebraica 
e possessore di una bibbia degli ebrei, come si dovesse 
leggere e spiegare il passo di Job (cap. XIX): « vel 
celte sculpantur in silice », poiché nelle bibbie col 



lettere del generale Pietro Delfino, sono tolte dagli accenni degli 
annalisti camaldolesi, poiché non ci fu possibile ricorrere all' edi- 
zione più che rarissima, delle lettere di lui, fatta in Venezia nel 1524 
e curata da Giacomo da Brescia, priore di Opitergìo e discepolo 
del Delfino. Quest' edizione in dodici libri non fu evidentemente 
completa. Onde il Mabillon, esaminati tra«i codici di Camaldoli 
quattro volumi di lettere del Delfino, preparò per la pubblicazione 
quelle che erano state tralasciate nella edizione del 1524. Sono 
dugentoquarantadue ed entrarono poi nella Veteriim scriptorum et 
ntonumentorunt historicorum... amplissima collecfio, edita dal P. D. 
Edmondo Marténe e D. Ursino Durand (tom. Ili, Parisiis, apud 
Montalant, MDGCXXIV, col. 913-1232). 

(1) P. Delphini, Epist. CCXXII, in Marténe-Durand, Veterum 
scriptorum... collectio, III, 1171-72: cfr. Epist. CCXXIV e CCXXV, 
ib. Ili, 1173, 1173-74. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 73 

commento di Nicolò di Lyra, allora stampate, leggevasi, 
vel certe invece di vel celte (*). Poco appresso, 1' 11 
settembre 1512, inviava al Giustiniani i sermoni di san- 
t'Efrem tradotti dal greco da Ambrogio Traversari, per- 
chè gli sembravano molto acconci a' professori della vita 
monastica e stimava che con essi potessero tutti facil- 
mente persuadersi ed eccitarsi (^). 

E veramente la venuta a Gamaldoli di questi due 
nobili patrizi veneti fu ritenuta provvidenziale non solo 
dai monaci, ma anche dagli eremiti. Ne le speranze con- 
cepite al loro arrivo caddero nel vuoto, poiché dalla 
consuetudine con essi, toccarono con mano che il loro 
spirito era buono e che la loro vocazione veniva da 
Dio. Il momento non poteva essere più opportuno. 

Il generale Pietro Delfino, fin dai primi anni del suo 
governo, aveva dovuto lottare con tutte le forze per in- 
trodurre in alcuni monasteri V osservanza regolare. Ma 
a questa lotta si trovò poco preparato ; poiché da una 
parte gli amanti di più stretta osservanza avrebbero 
voluto che nell'ordine camaldolese si ripristinasse l'an- 
tico rigore escludendo tutto ciò che non era conforme 
agli statuti venerandi dei secoli passati, e dall' altra, i 
più ragionevoli, anch' essi aspiranti ad introdurre nel- 
r ordine il fervore monastico, pensavano di doverlo at- 
tingere dalle costumanze delle congregazioni monastiche 
allora in grido di maggior fiore, come erano, quella re- 
centissima di santa Giustina e quella, sempre in voce 
di esemplare, di Montoliveto. E questi agli occhi dei 
primi, sembravan novatori, amanti più di costumi altrui 
che degli statuti santissimi degli antichi camaldolesi. 

I monaci dell' ancor giovane congregazione camal- 
dolese di san Michele di Murano, foggiata sulle costitu- 



(1) P. Delphini, Epist CGXXVIII, ibidem, III, 1175-76. 

(2) P. Delphini, Epist. CCXXXIV, ib., Ili, 1179. 



74 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

zioni della congregazione di santa Giustina (^), che era 
stata fondata da Ludovico Barbo nel cenobio omonimo 
di Padova nel 1408, tendevano ad abbracciare di questa 
congregazione monastica anche le osservanze più difficili 
e rigorose. Così il generale Delfino, dopo aver incontrato 
moltissime difficoltà ed opposizioni per introdurre nel 
monastero fiorentino degli Angioli, dove alcuni avreb- 
bero voluto mettere i cistcrciensi, la regolare osservan- 
za (^), si trovò di fronte alle pretese di Guido, nuovo 
priore di quel cenobio, il quale, oltre alle altre costu- 
manze, voleva che fosse portata una modificazione anche 
nella forma dell'abito per se e per i suoi monaci: chie- 
deva perciò di poter mutare lo scapolare stretto e trat- 
tenuto dalla cintola in un altro scapolare largo e sciolto, 
come portavano i monaci di santa Giustina e quelli di 
Montoliveto. Al che rispondeva il Delfino che nell'eremo 
e nei più nobili monasteri camaldolesi era sempre stato 
portato, da cinquecent' anni, quello scapolare piccolo, e 
che anche a Venezia si lodava quella forma e si riteneva 
come forma di abito grave ed onestissimo ; non poter 
quindi prestar assenso al cambiamento, che in ogni caso 
non potevasi introdurre senza autorità del capitolo ge- 
nerale. Lo stesso Guido avea già introdotte altre novità 
nel suo monastero, come le scuole, disponendo il coro 
a sedili pei laici, commutando 1' oratorio in ginnasio e 



(1) Il primo tentativo di modellare sulle costituzioni di santa 
Giustina la congregazione camaldolese veneta di san Michele di 
Murano, risale al 1444 : ma abortì. Nel 1446 furon uniti i primi 
nove monasteri, in virtù d'una bolla di Eugenio IV, e quindi, ne- 
gli anni seguenti, vennero ad aggiungersi a questo primo nucleo, 
molti altri cenobii. Cfr. Mittarelli-Gostadoni, Annales Camaldu- 
lenses, VII, 212, 215, 292 ecc. — È da notare che questa congrega- 
zione si modellò, nelle linee di governo, su quella di santa Giu- 
stina e questa era a sua volta modellata su gli ordinamenti della 
repubblica veneta. 

(2) Cfr. Mittarelli-Gostadoni, Annales Cantal., VII, 321 segg. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 75 

designando pel filosofo la cattedra presso l' altare. Il 
che non poteva approvarsi, e venne disapprovato dal 
Delfino {'). 

Ma questi non erano che tentativi di riforma in cose 
secondarie, che non toccavano il midollo della osser- 
vanza monastica. 

L' abate di Glasse a Ravenna nel 1482 avea scritto 
al Delfino che permettesse di osservare in tutti i mona- 
steri della congregazione veneta di san Michele di Mu- 
rano, pel digiuno, quella stessa regola che era osservata 
dai monaci di santa Giustina. Rispose a voce e per let- 
tera qual fosse il suo parere : non poter in coscienza 
presumere di più, senza il peso di un'autorità maggiore: 
aborrire dalla severità e dal rigore segnatamente questi 
tempi in cui appare evidente per esperienza che cresce 
sempre più V infermità e la debolezza della natura,, sia 
perchè coli' invecchiar del mondo diventano più deboli 
anche i nostri corpi, sia perchè siamo più facili a la- 
sciarci guidare dall' esempio dell' altrui vita comoda e 
lassa che dalla ragione: esser opportuno per conservare 
ed aumentare i monaci di questa congregazione, usar 
severa disciplina in ciò che spetta al culto, all' onestà 
e all'obbedienza, e sciogliere alquanto i freni nel vitto: 
occorrere, insomma, una discrezione infinita perchè i 
monaci, giusta il desiderio di san Benedetto, prestino il 
sacrifizio della quotidiana immolazione, con gaudio, ila- 
rità e senza mormorare (^). 

Né tutto ciò reca meraviglia poiché la osservanza 
della congregazione di santa Giustina era allora entrata 
in quasi tutti i cenobii dell' ordine benedettino, ed a 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Afifiales Camaldulenses , VII, 329. 

(2) Si narra questo tentativo nella lettera GLXX del Delfino 
(Marténe-Durand, Veterum scriptortim... collectio, III, 1121), in data 
del 13 settembre 1482 all' abate di san Michele di Murano. 



76 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

quella di Montoliveto stimavan di poter aderire, anche 
per la poca differenza dell' abito, eziandio i più difficili 
e restii a far buon viso a simili novità. Al qual movi- 
mento aveva servito d' impulso la nomina fatta da Ales- 
sandro VI nel 1497, di un certo Benedetto, priore del- 
l' ordine di Montoliveto ad abate del cenobio camaldo- 
lese romano di san Gregorio al Monte Celio (*), il quale 
era già stato governato dal 1452 ai 1469 dal romano Gre- 
gorio Amatisco, altro monaco di Montoliveto (^). Ed a 
tal punto pervennero le cose che, a troncare qualsiasi 
ulteriore cammino, quattro priori dell' ordine di Monto- 
liveto credettero opportuno di proporre V unione della 
loro congregazione con quella camaldolense (^). 

Ai monaci si aggiungevano gli eremiti. Questi, per 
natura della loro vocazione, più ritirati, erano meno 
soggetti al fluttuar delle novità : ma quando V eco di 
disordini e di sopraffazioni perveniva al loro orecchio, 
essi con animo sdegnato eran più facili e corrivi a mi- 
sure di rigore. Studiosi della perfezione, eran perciò 
intolleranti ed insofferenti delle altrui miserie. Ed un 
giorno — era il 28 maggio del 1486 — che agli eremiti 
di Gamaldoli giunse da Fontebuono il pane meno can- 
dido del solito, un tal Pietro Gallo si pose a capo di 
tanto rumore e di tanta insurrezione contro il cellerario 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosT ADONI, Afinales Camaldulenses, VII, 
387-83; D. Alberto Girelli, L'antico monastero dei santi Andrea e 
Gregorio al clivo di Scauro sul Monte Celio, Faenza, P. Conti, 1892, 
p. 118-9. 

(2) A. Girelli, op. cit., p. IH - 114. Già nel 1419 il monaco 
olivetano Matteo da Viterbo era inviato da Martino V come visi- 
tatore air eremo ed ai monasteri camaldolesi della diocesi aretina. 
Cfr. il breve « Ad ecclesiarum et monasteriorum » di Martino V, 
del 29 luglio 1419 (IV Kal. aug. an. II), in Reg. Later, voi. 203, 
fol. 167 (Arch. segreto della S. Sede). 

(3) Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, VII, 369 
(Delphini, ep., Lib. XXII, ep. 39). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 77 

e contro lo stesso generale, che era il Delfino, da non 
sapere più se quelli fossero servi di Dio od un gruppo 
di gente mondana. Onde il generale fortemente li riprese, 
gridando : « È mai conveniente agli eremiti questo mor- 
morare, che per il pane meno candido, con tale eccitazione 
degli animi si faccia tanto lamento contro di noi ? » (*). 

Ma questi scoppi avevano cause ben più alte ed 
origini più lontane. Il generale Pietro Delfino pel lungo 
governo era venuto presso di loro in discredito. Egli, tra le 
altre cose, avea fatto edificare poco distante da Fontebuo- 
no una villa, chiamata Musolea, circondandola di feraci 
vigneti; vivea quasi del continuo a Fontebuono, assiepato 
di persone amiche, ed avea affidato ad un certo Basilio, 
abate di san Felice in piazza di Firenze, uomo scaltro e 
loquace, più abile e pronto al maneggio delle armi che al 
viver monastico, l'amministrazione delle sostanze del mo- 
nastero di Fontebuono e dell' eremo di Gamaldoli. Molte 
cose buccinavansi contro costui, e contro il generale, 
che elettolo suo vicario, n'era divenuto schiavo: le am- 
ministrazioni mal regolate, sperperate le sostanze, impie- 
gato in abbellimenti non dicevoli con l'austerità mona- 
stica, il comune peculio ; trascurati l' eremo e gli eremiti ; 
aggravati l' uno e gli altri di debiti ; malmenata la gran- 
diosa foresta di abeti, unico ornamento e sollazzo del- 
l'eremo (^). Ma forse ciò che più offendeva l'animo de- 
gli eremiti era la prepotenza del vicario Basilio, il quale 
dominava tutti e disponeva di tutto a suo piacimento. 
Lo stesso Delfino, divenuto timido e debole, non sapeva 
più opporsi alle smodate e ambiziose mire di lui. 

Gli eremiti, conosciuta la probità del Giustiniani e 
del Quirini, confidarono loro ogni cosa, incaricandoli di 



(1) P. Delphini, Epist. CIXG in Marténe-Durand, Veterum 
Scriptorum... collectio, III, 1141-42. 

(2) Luca, Bomualdina... historia, e. 65. 



78 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

trattare col generale Delfino ; ma questi malamente sop- 
portò che due concittadini, da lui amati e ricevuti nella 
religione, insorgessero contro di lui, intimandogli corag- 
giosamente i propositi degli eremiti e il mal governo che 
era stato fatto di essi. I desideri degli eremiti sono espres- 
si in una lettera scritta dal Quirini il 14 settembre 1512 
alla duchessa di Urbino, Elisabetta Gonzaga, con pre- 
ghiera di ottenere in conformità un breve da Giulio II. 
Essi adunque volevano che il Pontefice avesse imposto 
al generale Delfino di convocare il capitolo generale de- 
gli eremiti nell' ottava della futura pasqua di Risurre- 
zione e di unire, così consentendo la maggior parte dei 
romiti, r eremo e monastero di Gamaldoli alla congre- 
gazione di san Michele di Murano, con quelle conven- 
zioni che valessero a mantenere nell' eremo ferma 1' e- 
remitica consuetudine, ad accrescere il numero de' romiti 
ed a quietare in tutto 1' animo di coloro che tra quei 
boschi si mettono ad abitare. Volevano ancora che il 
Delfino, così richiedendo gli anni suoi e il lungo tempo 
impiegato nell' amministrazione, restasse generale a vita, 
e per potersi sostentare secondo il suo grado, fossero 
tenuti gli eremiti a passargli il necessario : che, in conse- 
guenza, gli eremiti potessero da sé eleggere di tre in tre 
anni il loro priore, che fosse eremita e stesse nell'e- 
remo, facendo la vita che fanno gli altri : che questo 
priorato dell' eremo fosse diverso dal ^rado del genera- 
lato, acciò potesse 1' eremo esser governato nelle cose 
spirituali con quiete ed accrescimento di quei che l'abi- 
tavano : che se il Delfino avesse voluto abitare nell' e- 
remo e governare gli eremiti, fosse lui stesso il priore, 
ma non volendo abitare per riguardo dell'età, in luogo 
così aspro e duro, potessero gli eremiti, dopo la celebra- 
zione di questo capitolo generale, elegger il prior loro: 
che nel medesimo capitolo, fatta 1' unione dell' eremo con 
la congregazione di san Michele di Murano, fossero rifor- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 79 

mate e rassettate tutte le costituzioni dell' eremo, piutto- 
sto restringendo che allargando il presente uso di vivere, 
e dopo questo rassettamento dell' eremo capo della reli- 
gione, fosse riformata la vita dei conventuali monaci tutti, 
acciocché la religione camaldolese potesse vivere tutta 
ad una istessa foggia, sotto una medesima osservanza, 
imitando il capo suo, 1' eremo, che già per tante centi- 
naia di anni era stato fermo in così stretta vita : che non 
eseguendo il Delfino queste disposizioni, fossero tenuti 
gli eremiti sotto obbligo di ubbidienza ad eseguirle in 
ogni sua parte, con facoltà di fare quanto fosse di bi- 
sogno nella convocazione e celebrazione del capitolo (^). 
In queste idee conveniva con gli eremiti di Gamaldoli 
anche Paolo Orlandini, vicario della congregazione ve- 
neta di Murano : ma il Delfino, alla voce dapprima indi- 
stinta ma poi minacciosa che gli imponeva di rinunziare 
al generalato, oppose una resistenza da leone. Ma ormai 
il corso degli avvenimenti non poteva piìi arrestarsi. 

Il 14 gennaio 1513 il Delfino avea diramato la let- 
tera di convocazione del capitolo generale per la prima 
domenica dopo 1' ottava di pasqua nel cenobio fiorentino 
degli Angioli. Questo capitolo, per le insistenze del Giusti- 
niani, doveva esser veramente generale, riguardare cioè 
le due famiglie camaldolesi dei monaci e degli eremiti, 
ed averne una rispettiva rappresentanza. Poiché se la 
morte di Giulio II, avvenuta in questo frattempo, avea 
troncato improvvisamente le speranze degli eremiti che 
si eran rivolti a lui per mezzo della duchessa di Urbino, 
r elezione del cardinal Giovanni de Medici al sommo 
pontificato le riaccese di nuovo e piti vivamente, perchè 
egli, essendo legato apostolico in Firenze, avea cono- 
sciuto e ricevuto più volte il Giustiniani ed il Quirini, 
ed aveva loro promesso di occuparsi a comporre le cose 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, AunaUs CamaMulenses, IX, 566-570. 



80 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

col Delfino. Perciò, prima ancora di questi pubblici avve- 
nimenti, il generale Delfino avea stabilito che al capitolo 
generale intervenisse anche il Giustiniani ed il Quirini, 
a nome degli eremiti di Gamaldoli. 

Ricevuto questo invito, il Giustiniani lo comunicò 
tosto al Quirini, con la lettera seguente che è pregio 
dell' opera riportare intieramente, perchè svela le buone 
intenzioni di ambedue. « Siamo, come vedi, amatis- 
simo fratello, — scrivea al Quirini il Giustiniani — per 
andare fra pochi giorni dalla solitudine alla città, dal- 
l' eremo al cenobio e dalla quiete di Maria alla sollecitu- 
dine di Marta. Così intendo volere i nostri padri, così la 
stessa necessità, se ben giudico, delle cose, richiede. 11 ca- 
pitolo generale del nostro ordine ci chiama, acciò anche 
noi, che desideravamo sedendo a suoi piedi di unirci al 
Signore, siamo già sforzati ministrare allo stesso Signore, 
sollecitamente cooperando. Si deve sopportare questa com- 
mutazione. Con questa breve, come spero, sollecitudine e 
amministrazione, più quiete ci sarà nella nostra solitudine, 
e non piccolo comodo si acquisterà per lo studio della 
santa contemplazione, e perciò più fermamente noi, e chi 
dopo di noi viverà in questo eremo, potremo sedendo nella 
solitudine, e tacendo, pascerci e nutrirci con la soavis- 
sima parola della vita. In questi giorni però (e anche 
mesi) nelli quali doveremo stare nella città, nel mona- 
stero e tra le sollecitudini delle cose, dobbiamo (se dico 
bene) quanto possiamo con 1' aiuto di Dio e senza de- 
trimento del negocio, per il quale siamo chiamati, osser- 
vare la tranquillità della solitudine, l' instituto della vita 
eremitica e il proponimento della contemplazione ; seb- 
bene stimo ci sarà faticoso e difficile che, in così diversa 
e quasi totalmente opposta conversazione posti, possiamo 
ritenere qualche imagine ed ombra di questa nostra 
soavissima vita, la quale, fra tutte, una volta abbiamo 
eletta. Nientedimeno ci dobbiamo sforzare, niente diffi- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 81 

dando dell' aiuto del nostro Signore Gesù Cristo, d' imi- 
tare in qualche parte questa nostra amabile eremitica 
conversazione, se non potremo in tutto osservarla e pie- 
namente esprimerla. Il che, acciò più facilmente pos- 
siamo fare, io (sebbene per questo meno idoneo di tutti) 
prevedendo e statuendomi, avanti che venga l'occasione, 
quello che allora averemo da procurare ed operare, ora 
quietamente nella cella standomi, mi ho prescritte certe 
leggi, come d' una futura navigazione, per potermene 
poi servire in quei tempi; imperciocché, tosto che averò 
incominciato ad esser agitato dalle procelle della città 
e dei negocj, non istimo che averò opportunità di tempo 
o di mente, da pensare a queste cose. Queste adunque 
non mi son vergognato di mostrare a te, con cui tutte 
le cose, e anco l' anima stessa tengo comune. Leggerai, 
fratello mio, con pazienza le mie sciocchezze, e con la 
penna procurerai di emendare, correggere e riprendere 
tutto che ti parerà, che per questo, dall' una parte e 
r altra, ho lasciato la margine più spaziosa, e se cono- 
scerai qualche cosa meghore di queste, fammene parte. 
Vale, 1513, die 9 februarii in cella nostra.» (^). A que- 
sta lettera, scritta per non rompere il silenzio parlando 
a voce, tien dietro una specie di appendice, in cui è no- 
tato con ogni particolarità il tenore di vita che il Giu- 
stiniani si proponeva di seguire nel cenobio fiorentino : 
silenzio, digiuno, salmodia, riservatezza e austerità: tutto 
come neir eremo, senza rallentare in nulla, se non per 
assoluta necessità, il rigore dell'eremitica osservanza f). 
Il 16 febbraio il Giustiniani ed il Quirini da Firenze 
si recarono a Roma: di- là ritornarono nuovamente agli 



(1) È riportata da A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Griustiniani, 
pag. 75-76. 

(2) È tutto riferito da A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giusti- 
niani, p. 76-77. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 6 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Angioli di Firenze portando seco un breve di Leone X 
in data del 31 marzo, nel quale era stabilito che al ca- 
pitolo presiedesse con autorità apostolica il cassinese 
Giovanni Battista de' Sacchetti, abate della badia fioren- 
tina, il quale chiamasse a definitori il Giusti alani e il 
Quirini, già eletti dal capitolo degli eremiti, fossero sa- 
cerdoti o no; si occupasse della riforma di tutto l'ordine 
e componesse tutte le lamentele. Il capitolo fu celebrato 
sul finire dell'aprile, e il 10 maggio i due eremiti, come 
sindaci e procuratori delegati da tutti i definitori, si 
portavano a Roma per ottenerne la conferma apostolica. 
Lasciata la città eterna il 9 agosto, fermatisi a Firenze 
il 13, furono di ritorno all'eremo di Camaldoli il 19 dello 
stesso mese con la bolla « Etsi a Summo rerum Condito- 
re» di Leon X in data del 4 luglio 1513. 

Quanto fosse laborioso questo capitolo, balza subito 
agli occhi appena si osservi la lunga bolla pontificia di 
conferma (^). Gli animi, sia per le trattative preparatorie 
al capitolo, sia per le buone disposizioni del generale 
Delfino e degli altri definitori, e fors'anche, per la decisa 
e ferma volontà del papa, che da cardinale s'era dichia- 
rato pronto a voler comporre tutti i dissidii loro, si 
trovarono presto d' accordo e procedettero concorde- 
mente alla desiderata unione e riforma (^). L' unione e 



(1) La bolla leoniana è pubblicata integralmente dal Mitta- 
RELLi-CosTADONi, Afifiales Camaldulen., VII, App. n. CXXIV, 293-328. 

(2) Per debito di verità, non vogliamo passar sotto silen- 
zio una lettera di Pietro Delfino, in data del 4 agosto 1514 
(Marténe-Durand, Veterum Scriptorum... coìlectio, III, 1182-7) in 
cui si accenna alle vicende di questo capitolo. Qui il generale ca- 
maldolese spodestato narra come il capitolo si convocasse e quali 
cose si trattassero nelle sedute. Egli nota che gli eremiti non erano 
contenti del posto conceduto ai loro definitori (il Giustiniani e il 
Quirini) e che se ne lamentavano : che più acceso di tutti si mo- 
strò il Quirini, il quale, avvicinatosi al Delfino, gli disse : * Ex 
quo mihi non permittitur consedere apud vos, sedebo in terra » e 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 83 

la riforma venne formulata in guisa che la congregazione 
dell' eremo di Camaldoli e di san Michele di Murano 
avesse formato un sol corpo, un solo istituto che abbrac- 
ciasse tutti i monasteri degli eremiti e dei monaci, os- 
servanti e conventuali. A capo di questo istituto o nuova 
congregazione fu posto il prior generale, che d' ora in- 
nanzi, doveva eleggersi anno per anno dal numero degli 
eremiti o dei cenobiti osservanti, secondo la forma in 
uso nell'elezione del vicario della congregazione di san 
Michele. Altrettanto si facesse per il priore dell'eremo di 
Camaldoli, il quale però dovea vivere nell'eremo, alla rinun- 
zia ed alla morte del Delfino. Il generale eleggesse dei vicari 
sui conventuali, sui cenobiti, sugli eremiti e sulle mona- 
che, che potessero esser confermati fino ad un triennio, ma 
anche revocati durante l' anno, " ad nutum „ di lui. I 
capitoli fossero due : l'uno annuale, al quale dovean conve- 
nire soltanto i cenobiti e gli eremiti col priore dell' eremo, 
ed in cui si eleggessero il priore dell' eremo, il generale e 
gli abati dei luoghi osservanti e i priori, dai nove defi- 
nitori del numero de' prelati da deputarsi, secondo il 
costume della congregazione di santa Giustina : 1' altro 



si sedè sul pavimento, restandovi alquanto con ammirazione di 
tutti gli eremiti. Osserva ancora che fu letta in quei giorni una 
deposizione contro il suo cuoco (cantra coquum meum), che fu ac- 
cusato di amar più la famiglia di Fontebuono che quella dell' e- 
remo, e che infine non si meravigliava di tutto questo perchè avea 
udito che il Quirini e gli altri, prima di partire da Venezia, si 
eran fitto in capo di ritirarsi nell'eremo col proposito di smuoverlo 
dal generalato, se non avesse voluto abdicare spontaneamente. — 
Qui le cose sono certamente travisate dall'amor proprio ferito, per 
la deposizione dal generalato. Il Quirini e gli altri, da lui accolti 
ed incoraggiati alla vita eremitica, e fin qui circondati di tutte le 
attenzioni da lui stesso, si sarebbero fatti eremiti unicamente per 
deporlo ! Il medesimo risentimento dimostra sempre il Delfino in 
quasi tutte le lettere posteriori al capitolo del 1513 quando parla 
degli eremiti e della sua rinunzia. 



84 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

capitolo si convocasse ogni volta che piacesse al generale 
e v' intervenissero anche i conventuali, vi si eleggessero i 
sei definitori: due eremiti, due monaci osservanti e due 
conventuali insieme col presidente, che è sempre il ge- 
nerale o il priore deh' eremo. Gli eremiti non si allon- 
tanassero dalle antiche costituzioni dell' eremo : dopo la 
rinunzia o la morte del generale Pietro Delfino, tutti 
i ministri dell' eremo si eleggessero ogni anno nel giorno 
di san Romualdo : lui vivente e non rinunziante, venis- 
sero dal medesimo eletti. Agli eremiti rinchiusi come 
ai monaci tanto conversi che sacerdoti, fosse lecito portar 
la barba, alla condizione però che i sacerdoti fossero tenuti 
a raderla intorno alla bocca. Si osservasse somma povertà 
da tutti ed il cellerario di Fontebuono rendesse i conti sei 
volte all' anno (^). 

Queste erano le linee principali della unione e della 
riforma: così tutti i figli di san Romualdo venivano a 
formare un solo istituto di ragionevole sapore repubbli- 
cano, mentre prima ogni monastero faceva monarchia 
da se, senza dipendenza l' uno dall' altro. Molte altre 
cose furono discusse ed approvate nel capitolo del 1513: 
che l'eremo si circondasse di muro: che ninno eremita 
potesse esser obbligato a ricevere gli ordini sacri o la 
prelatura: che si redigesse in capo a tre anni un nuovo 
codice delle antiche costituzioni da sanzionarsi nel pros- 
simo futuro capitolo: che nei luoghi principali si tenes- 
sero maestri per l'insegnamento delle lingue, delle scienze 
e della sacra scrittura. Leone X il 5 novembre dello 
stesso anno concesse al vicario e ai visitatori della nuova 
congregazione la facoltà di eleggere il priore claustrale 
dell' eremo, col titolo di Maggiore, affinchè con un altro 
eremita, deputato dal convento, potesse intervenire al 



(1) Cfr. MiTTARBLLi-CosT ADONI, Annales Camaldulenses , VII, 
418 segg. 



DEGLI EREMITI DI . MONTE CORONA 85 

futuro capitolo generale, con diritto di voto, benché non 
si fosse ancora proceduto all' elezione del generale (^). 
E r 8 di dicembre approvava 1' elezione del Maggiore e 
ratificava l'erezione di Gamaldoli maggiore ossia di Fon- 
tebuono in monastero maggiore e del Gamaldoli fiorentino 
in cenobio principale, prefiggendovi gli abati e il priore (^). 
Diciassette monasteri con le loro dipendenze forma- 
rono il primo nucleo della nuova congregazione. Ma al 
Delfino spiacque assai d' esser trattato in tal guisa dal 
Giustiniani e dal Quirini, suoi amici, e si lamentò più 
volte che ai benefizi avessero riposto le ingratitudini. E 
poiché il generale erasi recato nell'autunno in Roma per 
assistere al concilio lateranense, gli eremiti pensarono 
d'inviare colà un loro rappresentante nella persona del 
Quirini, affinchè stesse in ascolto e tenessegli informati 
di quanto accadeva. Il Delfino fu ricevuto con buone 
grazie dal pontefice, ma partitosi da Roma e giunto a 
Firenze nel gennaio del 1514, fu citato dal vicario del- 
l' arcivescovo, il quale gli suggerì di convenire col Qui- 
rini piuttosto che esporsi al pericolo della privazione 
della dignità. Ricusando il Delfino qualsiasi abbocca- 
mento, il vicario lasciò la causa indecisa. A richiesta di 
lui, la causa fu rimandata a Roma ed affidata al cardi- 
nal de Monte : ma al pontefice dispiacque che non fosse 
stata decisa a Firenze. E in data del 31 marzo, conscio 
della passata amministrazione di questi luoghi, che al- 
cuni ministri del generale Delfino « ipso nequaquam 
consentiente » avean tenuto per molti anni « cum satis 
aperto temporalium honorum detrimento », stabilì che 
gli si passasse una pensione annua per lui e la sua fa- 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, AunaUs CamalduUmes, VII, 423; 
App. n. CXXVI, 330-1, « Cum nuper ex eremo camaldulensis ». 

(2) MiTTARBLLi-CosTADONi, Afiuales Camaldulenses, VII, 423 ; 
App. n. GXXVII, 331-33 « Exponi nobis nuper fecistis ». 



66 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

miglia, liberandolo dal peso dell' amministrazione e del 
governo {% I trentatre anni di generalato di questo 
uomo, insigne per piìi ragioni, terminavano tragicamente! 
Avrebbe voluto restare almeno alla Musolea, da lui edi- 
ficata, e chiudervi i suoi giorni; ma gli fu impossibile (^): 
si ritirò a san Michele di Murano, dond' era venuto, a 
meditare sulla grandezza delle umane miserie e sulla 
miseria delle umane grandezze, e là sulla veneta laguna 
morì nel 1525 (^). Colla morte di lui cessarono i vicarii 
generali che erano i supremi presidi della congregazione, 
eletti anno per anno dal 1513, e sottentrarono, nel go- 
verno, gli abati generali ''ad triennium,,. 

In tutte queste ultime cose ebbe una parte grandis- 
sima quel don Pietro Quirini, che avea professato col Giu- 
stiniani r 8 agosto 1512, e che erasi deciso ad abbando- 
nare la patria e i parenti, per l'amicizia e le esortazioni 
di lui. Era nato nel 1479 : ed in tanta estimazione era 
venuto presso il governo della Repubblica veneta che 
n' era partito legato presso Filippo, duca di Borgondia, 
Massimiliano imperatore e presso il re delle Spagne. 
Amico di tutti i potenti e letterati di quel tempo, godeva 
molta fama presso i cardinali e il pontefice Leon X, il 
quale, ad istanza della serenissima Repubblica, avea in 



(1) Queste ultime cose sono narrate nelle lettere dello stesso 
Delfino (MiTTARELLi-GosT ADONI, Amiales Camaldul., IX, 425 segg.). 
I brevi leoniani che vi hanno relazione sono due : uno del 31 
marzo 1514 « Exponi nobis nuper fecistis » (ib., App. n. CXXVIII, 
333-5) e l'altro del 24 giugno «Exponi nobis» (ib., App. n. CXXXI, 
337-40). 

(2) Si rileva dalle sue lettere, cfr. Mittarelli-Costadoni, An- 
nales Camaldulenses, IX, 430. In una lettera del 14 agosto 1514 a 
Giacomo, priore di san Martino di Opitergio (Marténe-Durand, 
Veterum Scriptorum... collectio, III, epist. GGXXXIX, 1189-1205) il 
Delfino narra distesamente come fosse obbligato a partire dalla 
Musolea. 

(3) Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulen., IX, 4041. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 87 

animo di designarlo alla porpora, se V umiltà prima, e 
poi la quasi repentina morte di lui, non vi avesse posto 
ostacolo. Non volle mai esser sacerdote (% e neppure 
assumere l'ufficio di visitatore dell'ordine (^) : ma avrebbe 
volentieri fatto qualsivoglia sacrifizio per il bene e l'in- 
cremento della congregazione camaldolese (^). 

Scrisse a Giuliano de Medici che s'adoprasse per la 
pace della chiesa (*), ed in molte cose, per quel che risulta 
da lettere sue, fu interpellato dallo stesso pontefice (^). 
Ma alle voci del cardinalato, o del « cappello rosso » 



(1) Con una lettera del 27 giugno 1512 pregava la duchessa 
di Urbino ad ottenere dal papa che né esso, né il Giustiniani po- 
tessero esser obbligati ad ascendere al sacerdozio. Mittarelli-Co- 
ST ADONI, Annales Camaldulenses, IX, 563-4. 

(2) Scriveva perciò al Giustiniani il 14 giugno 1514 : « Se non 
voglio essere visitatore, pregovi non vi dolete, che invero 1' animo 
mio abborrisce questa azione più, che cosa veruna altra, né posso 
per niente contentarmi. Piuttosto guàtaro di cucina tutto il tempo 
che volete, ogni altra cosa, non visitatore, non prelato, non go- 
verno alcuno. Non posso, frate Paolo mio, temo ed abborrisco 
simili cose, più che non pensate. Canevaro, dispensiero, cuoco, il 
tutto sopporteria, non visitare, non sapere gli errori altrui, non 
vagare per la religione, non posso, né spero far cosa buona : pu- 
silli in hoc animi sum, non lo potreste credere. Ogni altra impresa 
piccola o grande più volentieri et in religione et prò ecclesia accet- 
teria, che questa. Non vi turbate, e se vi piace che torni, fate pure, 
eh' intenda altri esser in luogo mio eletto ; e leggete quanto vi 
scrivo al vicario, se altrimenti non volete fare : e per premio di 
quanto ho faticato qui in Roma per 1' affare del generale, altro 
non chiedo a lui ed agl'altri, che non esser visitatore. » Mittarelli- 
CosTADONi, Annales Camaldulenses, IX. 570 — Veggasi la respon- 
siva del Giustiniani, del 30 giugno 1514, ih. IX, 582-3. 

(3) Veggasi la lettera, in data dell' 8 settembre 1512, in cui 
eccita fra Tommaso Stoccio, domenicano di san Marco in Firenze, 
ad appigliarsi alla vita eremitica di Camaldoli. Mittarelli-Costa- 
DONi, Annales Camaldulenses, IX, 571-3. 

(4) Lettera di lui e del Giustiniani, in data del 1 maggio 1513, 
in MiTTARELLi-GosT ADONI, AnnaUs Camaldulenses, IX, 577-8. 

(5) Lettera del 14 luglio 1514 al Giustiniani, in Mittarelli- 
CosT ADONI, Annales Camaldulenses, IX, 586-7. 



88 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

come dicevano gli eremiti, il Giustiniani non dava orec- 
chio e scriveva al Quirini che non gli pareva « costume 
della corte di Roma di fare di eremiti, cardinali » e che 
Leon X non gli sembrava pontefice che dovesse « metter 
questo costume » (^). Però col 23 settembre, la morte 
troncava i timori degli uni e degli altri. Egli spirava 
assistito dal Giustiniani, che alla notizia della malattia 
era subito corso al suo capezzale, e veniva sepolto nella 
chiesa di san Silvestro al Quirinale, dai padri predica- 
tori, presso i quali avea preso alloggio durante la sua 
dimora in Roma. 

La memoria di Pietro Quirini resterà in benedizione 
per il candore dell'animo, per la brevità della vita ere- 
mitica menata a Gamaldoli, e per la lunga e diificile 
opera prestata al Giustiniani ed agli eremiti nell' iniziare 
un nuovo regime nell' ordine di san Romualdo (^). 

Nel capitolo generale della congregazione camaldo- 
lese del maggio 1514, radunatosi a Fontebuono, era 
stato eletto presidente il Giustiniani. In esso ed in quello 
del 1515 furono ricevuti ed aggregati altri monasteri alla 
nuova congregazione. Anche al capitolo generale del 1516, 
celebrato a Glasse di Ravenna, presiedè il Giustiniani, il 
quale non si stancò mai di portar incremento al ringiova- 
nito rampollo dell'ordine benedettino. Nel 1518 ottenne 
da Leon X che confermasse tutti gli antichi privilegi con- 
cessi all'ordine camaldolese: che gli abati e le badesse 
protraessero il loro governo fino a tre anni; che i monaci 
incorreggibili potessero anche dimetter 1' abito religioso; 



(1) Veggasi principalmente la lettera del 14 giugno 1514 al 
Quirini, in Mittarelli-Costadoni, Annales CamalduUìises, IX, 579-81. 
Sono interessanti a questo proposito anche le lettere seguenti (ih. 
IX, 582-588). 

(2) Si vegga quanto scrivono del Quirini, gli annalisti camal- 
dolesi (VII, 431-436), che danno notizia anche degli scritti lasciati 
da lui. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 89 

che incorressero nella scomunica i vagabondi che impe- 
trassero rescritti dalla curia romana ad insaputa dei supe- 
riori; che, infine, si potessero ricevere a Gamaldoli tutti 
quelli che fossero venuti da altre religioni e congrega- 
zioni (*). E quest'ultima disposizione fu impetrata per 
far fronte al breve che vociferavasi ottenuto dai cassi- 
nesi, col quale si vietava loro di passare ai camaldolesi: 
poiché è meraviglioso a considerare quanti monaci della 
congregazione di santa Giustina si fossero rifugiati in 
quegli anni all'eremo di Gamaldoli o nei cenobii camal- 
dolesi, e quanto riuscissero celebri per pietà e dottrina. 
Mentre la novella riforma aumentava sempre più e 
fioriva in esemplarità e rigore monastico, il Giustiniani, 
che ne godeva immensamente, attendeva a redigere il 
nuovo codice delle costituzioni camaldolensi. Il primo 
pensiero di metter mano a questo lavoro risale al lu- 
glio del 1512, e fu del generale Delfino e del novizio 
Quirini. Nel parlare insieme della necessità di un nuovo 
riordinamento delle costituzioni, il vecchio generale e il 
buon novizio s' eran trovati facilmente d' accordo. Ma 
quando si venne al modo di poterlo condurre, nacquero 
alcune discrepanze. Il Quirini avea domandato al generale 
di potervi metter mano, ed il generale glielo acconsentiva 
volentieri, aggiungendogli ^ collaboratori l' eremita Tom- 
maso ed il Giustiniani. Gosì, infatti, egli ragionava: A 
quest' opera credo opportuno delegar tre dei più dotti 
di noi; imperocché, come potranno comodamente rivedere 
e radunare le antiche costituzioni dell'eremo quelli che 
non sanno lettere ? (^). Ma due giorni appresso, il gene- 
rale, turbato dal modo con cui il Quirini avea compreso 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Aìinales Camaldulenses, Vili, 107 
App. (tom. IX), n. V, 11-14. 

(2) Lettera del Delfino al Quirini in data del 3 luglio 1512, in 
Marténe-D URANO, Veterum Script, collectio, III, epist. CCXXXI, 1177, 



90 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

la delicata incombenza, gli scriveva da Fontebuono di- 
chiarando meglio il proprio pensiero : « S' io ben mi ri- 
cordo, parlammo insieme del raccogliere e dell'estrarre le 
costituzioni dell' eremo, che sono sparse in varii libri e 
del redigerle in un sol volume; non già del permutarle 
o del rinnovarle; al che non tre ma soltanto uno di voi, 
non fuggi fatica, crederei che dovesse bastare. Poiché non 
potrei dare a voi tre il potere di immutare gli statuti 
dell'eremo: la quale cosa stimo non esser lecita a nes- 
suno di voi tutti. Tale autorità spetta al capitolo gene- 
rale. Non instauratori, adunque, come tu opini, ma col- 
lettori, come intendo io, reputo di nominare quei tre. 
Il che non veggo che possa non convenire all' infimo 
dei conversi, purché sapesse lettere. Perciò a voi novizi 
non si conferisce V onore ma il lavoro : e nell' affidarvi 
di raccoglier le costituzioni ho pensato di onerarvi ne- 
cessariamente per la letteratura a tal uopo occorrente, 
e non di onorarvi, in guisa che potreste con piti ragione 
lamentarvi, non di avervi distolto prematuramente dalla 
contemplazione, ma di avervi troppo gravato mentre 
siete ancora dediti alla contemplazione. Per questa ca- 
gione mi son meravigliato delle tue lettere, troppo lon- 
tane dal vero proposito, né ho potuto intenderle piena- 
mente se non dopo il colloquio col nostro Gerolamo. 
Egli mi riferì altre cose che ho tollerato con mal animo 
e non ho potuto udire con benignità. Non ti scrivo 
più apertamente a bello studio, perché non mi pare che 
sian cose da raccomandare alle lettere» (^). Dalle ultime 
parole della lettera sembrerebbe che il Quirini si fosse 
lasciato sobillare dalle parole di un ospite susurrone, 
arrivato in mal punto a turbarlo ed a scandalizzarlo (^). 



(1) Lettera del 5 luglio 1512, in Marténe-Durand, Veterum 
Scriptorum.. collectio, III, epist. GCXXXII, 1177-8. 

(2) « Adventus cuiusdam hospitis ad vos turbavit te, et me- 
rito quidem scandalizatus es. » Epist. GCXXXII, ib. Ili, 1178. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 91 

Il disegno, deposto forse momentaneamente, si ri- 
presentò al capitolo del 1513 e fu decretato dai padri 
capitolari che, dentro lo spazio di tre anni, fosse redatto 
il codice delle costituzioni, emendando, riformando, to- 
gliendo le cose superflue ed inutili, riordinando quelle 
disordinate, moderando le contrarie e tutto disponde ndo 
in miglior forma ed ordine, sotto distinti titoli e con 
brevità (^). Morto il Quirini, rimase tutta la fatica del 
lavoro sulle spalle del Giustiniani, il quale vi attese 
assiduamente e con ogni sollecitudine, ma non riuscì a 
presentarlo compiuto che qualche anno più tardi del 
tempo stabilito. L' opera piacque allo stesso Delfino e 
fu stimata da tutti commendevole : lo stesso pontefice 
Leon X la corroborò della sua autorità apostolica con 
un breve del 7 settembre 1520. Luca Ispano la dice 
« opera che non la cede per gravità a Gerolamo, per 
facondia ad Agostino, per facilità a Gregorio ed in cui 
risplendono l'ingegno dell'autore, la perizia dell'artefice, 
la grandezza della scienza e tutti i dogmi della pietà » (^). 
Due cose precipuamente sono esposte con maggior chia- 
rezza in queste costituzioni : il precetto di coltivare gli 
abeti con somma cura e di aumentarne annualmente il 
numero con novelle piantagioni, perchè la foresta possa 
crescere e signoreggiare (^) ; ed il rito da osservarsi 



(1) Così la bolla di Leon X, in Mittarelli-Gostadoni, Anna- 
les Camaldulenses, VII, App. 327. 

(2) Luca, Bomualdina.. historia, e. 70. 

(3) Gap. Ili : De eremi solitudine et cellarum sequestratione. — 
« Nunc autem quoniam vicinorum locorum cultura et varia castro- 
rum villarumque edificatione ad non satis latum spatium circu- 
miacentia nemora redacta videntur, si vere futuri sunt solitudinis 
studiosi maximam adhibeant curam ac diligentiam eremite ut ne- 
mora que ad eorum ius pertinent circa eremum posita, nullo modo 
imminuantur ; sed dilatentur potius et augeantur. Abietes sane 
incidi possint aut prò ecclesie cellarum aliarumque eremi officina- 
rum ac locorum que ad eremum pertinent edificatione aut repara- 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



nella reclusione degli eremiti, il quale negli antichi 
libri non era così chiaramente espresso come dogma 
promanante per tradizione da san Romualdo e dai suoi 



tione, sola maioris iussìone, si ea ligna in predictorum locorum 
edificiis aptanda sint : aut prò magna et urgenti aliqua alia ne- 
cessitate, et hoc nonnisi cum capitali ipsius eremi licentia spe- 
ciali: neque unquam incidendarum abietum auctoritas alieni aliter 
concedatur. Unus propterea ad earum custodiam deputetur, cui 
quando prò hoc ministerio multum laboraverit, secundum antiquas 
eremi institutiones, diebus abstinentie deputatis, vinum ministrari 
potesti' qui eas fìdeliter custodiat, et ne parvule ab hominibus vel 
a bestiis ledantur solicite sit intentus; et quotiens incidende sunt 
adesse procuret ut et in illis locis et ille incidantur quibus minus 
Sylva imminui aut dehonestari possit. Corona illa que ipsam per- 
cingere eremum videtur, que usque ad bracchia quinquaginta ex- 
tendi intelligatur, semper inviolabiliter conservata ; ita ut neque 
per capitulum possit ex ea aliqua abies incidi ; nisi ex toto arida 
fuerit. Procurent preterea omnino ut singulis annis in locis opor- 
tunis eremoque vicinis quattuor aut quinque milia parvule solerti 
cura plantentur abietes : quod ut facilius impleri possit, quoties 
prò quacumque occasione ani necessitate incidentur abietes, tanta 
incisarum pars ad hoc opus deputetur ; ut hoc quod diximus exe- 
qutioni mandar! valeat. Et si contigerit aliquo anno ad alium usum 
non incidi, prò hoc ipso opere alique incidantur abietes, quibus 
venditis summa decem aureorum haberi possit, que ad curandam 
augendamque abietum sylvam inviolabili observatione singulis annis 
exponatur. Quod si forte uno anno, quod absit, factum non fuerit, 
sequenti anno prò utraque impleatur; nec aliter incidi abietes pos- 
sint, nisi hoc impletum prius fuerit. Excommunicatio quoque que 
incidentibus abietes apposita esse dicitur, vulgari sermone ad ora- 
torium sancti Romualdi et ad ostium eremi prefigatur ut iter 
agentes et hospites huius rei habita notitia eas incidere caveant. 
Alle autem arbores prò ignis usu, aliisve eremi et locorum ad 
eremum pertinentium usibus quotiens opus fuerit de maioris ius- 
sìone incidi possint : hoc tamen observato ut quo loco uno anno 
incise multe fuerint usque ad quartum annum eodem loco non 
incidantur ; neque omnino unquam ille incidi arbores possint que 
aut intra ligneas cruces, que circa eremum erecte sunt, aut iuxta 
eas vias ac semitas existunt, que ducunt ad eremum. In alium 
autem quemcumque usum aut utilitatem cuiuscumque generis ar- 
bores incidi vel eas incidendi licentiam alicui concedi nunquam 
possit, nisi maioris partis eremitarum consensu . . ». Begula vite 
eremitice, e. 45 r. - 45 v. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 93 

discepoli (^). Quest'opera, pertanto, frutto della paziente 
cura e del chiaro ingegao monastico del Giustiniani, fu 
stampata nella tipografìa costituita nel monastero di 
Fontebuono dal generale Pietro Delfìno, col titolo di 
"Regula vite eremitice,, e per opera del bresciano 
Bartolomeo de Zanettis, il 14 agosto 1520 (~). 



(1) MiTTARELLi-GosTADONi, Afiuales CamalduUnses , Vili, 16-18; 
AuGUSTiNO FoRTUNio, Historiarum Camaldulensium libri tres, Flo- 
rentiae, Ex biblioteca Sermartelliana, 1575, P. I, lib. Ili, cap. 12. — 
La descrizione del rito della reclusione riportata dal Fortunio è rife- 
rita anche dagli annalisti camaldolesi (loc. cit.). — Ben cinque capi- 
toli trattano questa materia ampiamente, e sono così intitolati : — 
De perfectiori reclusionis institutione (cap. LI) ; — De reclusione 
ad tempus (cap. LII) ; — De reclusione perpetua et recludendi ritu 
(cap. LUI); — De bis que ultra communem institutionem reclusis 
competunt eremitis (cap. LIIII) ; — De reclusis non sacerdotibus, 
quomodo missas audire et sacram communionem suscipere debeant 
(cap. LV). Eegula vite eremitice, e. 130 r. - 137 v. — La reclusione 
si fa rimontare a san Romualdo, con ragionevoli considerazioni 
sulla vita eremitica del tempo di lui (cap. LI). 

(2) G. Fumagalli, Lexicon typographicum Italice, Florence, Leo 
S. Olscki, 1905, p. 161. — La "Regula vite eremitice,, porta 
stampato sull' ultima pagina : Impressa sunt hec omnia in mona- 
sterio Fontis boni quod sacre camaldulensis eremi hospitium dicitur 
et ab ea per unius miliarii spatium distai, Camaldulensium here- 
mitarum et iussione et impensis: arte vero et industria Bartholomei 
de Zanettis brixiensis. Anno dominice incarnationis MDXX, absoluta 
die xml Augusti. — Il Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 95) 
aggiunge : « L' originale di quest' opera, scritto di propria mano 
dall' autore, si conserva ancor oggi nell' archivio del sacr' eremo 
di Monte Corona, libro in foglio di carte centosettantadue, segnato 
con la lettera A. Anzi avviso che vi è 1' aggiunta in fine, delle 
costituzioni per la reclusione, da esso parimente composta nel- 
l'anno 1518, vale a dire due anni dopo la Regola. Questa poi in- 
sieme con quella del patriarca san Benedetto, come pure con la 
sua vita, e quella del padre san Romualdo scritta da san Pietro 
Damiani, e con alcune altre notazioni intorno alle due predette 
vite, fu stampata nel monastero di Fontebuono l'anno 1520». L'e- 
dizione del 14 agosto 1520 è rarissima, e, poiché, quanti ne hanno 
parlato, dal Molini (Operette bibliografiche, p. 135) al Fumagalli, 
(Lexicon cit.) non ne ebbero in mano verun esemplare, crediamo op- 
portuno indicarne almeno il contenuto. Il volume, secondo l' indice 



94 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Fu questo il testamento lasciato agli eremiti di 
Gamaldoli dal Giustiniani prima di partirsi da loro. 

Poiché è giunto il tempo di narrare come nel no- 
bile veneto, conversante tra gli eremiti camaldolesi, ri- 
messi finalmente, non senza opera sua, sopra una via 
di maggior perfezione, si maturasse l'idea di fondare 
una nuova istituzione eremitica che, qual tralcio dalla 
vite, si distaccasse dal tronco annoso di Gamaldoli. 
Le ultime vicende che avevano tolto di mezzo, nel go- 
verno dell' ordine camaldolese, la perpetuità del supe- 
rior generale, stata osservata pel corso di cinque secoli, 
aveano generato col molto benessere anche una buona 



della prima pagina, contiene : — I : Proemialis epistola in qua de 
origine Genobitice et Eremitice vite : deque earum institutoribus 
ac mutua invicem connexione atque affinitate: et de monachi, ceno- 
bite, eremite et anachorite nomine agitur. — II : Approbatio Re- 
gule cenobitice per Beatum Gregorium pontifìcem maximum. — 
III : Approbatio Hegule eremitice per Leonem X pontifìcem maxi- 
mum. — IV : Pro Cenobitis : Regula cenobitice vite a beatissimo 
Benedicto abbate et cenobitice vite institutore omniumque occi- 
dentalium cenobitarum patre circa annum domini DXX edita, beato 
Gregorio teste, discretione precipua et sermone luculenta. — Vita 
et miracula eiusdem beatissimi Benedicti abbatis a sanctissimo 
Gregorio pont. max. in secundo dialogorum libro sic eloquenter 
descripta, ut ipsa rerum claritas scriptoris illustretur eloquio. — 
De eodem beatissimo Benedicto ex secundo libro D. Francisci Pe- 
trarche de vita solitaria. — V: Pro Eremitis: Regula eremitice vite 
a beatissimo Romualdo eremita et eremitice vite mirifico institu- 
tore ac omnium occidentalium eremitarum patre camaldulensibus 
eremitis circa annum domini MXV tradita : quam et sacre camal- 
dulensis eremi constitutiones dicere possumus. — Vita eiusdem 
beati Romualdi a beato Petro Damiano eius coetaneo S. R. E. car- 
dinali circa annum domini MXL eloquenter descripta. — De eodem 
beato Romualdo quedam ex variis locis excerperta — Eiusdem 
beatissimi Romualdi vita a D. Francisco Petrarca in secundo libro 
de vita solitaria in compendium redacta. — Regula eremitice vite 
a beato Petro Damiano eloquenter descripta — Beati Basilii epi- 
scopi de laudibus solitarie vite aureum opusculum. Ex quibtis multa 
nunquam antea impressa fìierunt. ■— A questa edizione dedicheremo, 
quando le occupazioni nostre lo permetteranno, uno studio speciale. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 96 

dose di malcontento e di disturbi morali. La tempora- 
neità degli uffici, proclamata in conseguenza dei mali 
recati dalla loro perpetuità, era certamente un bene che 
per primo e precipuo frutto metteva in calma gli animi 
agitati contro la forma di governo abominata :. ma era 
essa realmente la sanatoria in radice perchè l' osser- 
vanza eremitica cambiasse subito faccia, o non piuttosto 
un continuo fluttuare tra la marea delle volontà di co- 
loro che sì rapidamente si succedevano ? 

Il Giustiniani che avea spirito e mente da compren- 
dere con giusta estimazione le conseguenze di un cam- 
biamento radicale e da saperle equamente valutare, 
rimase alquanto in dubbio. E questo dubbio fu in lui 
aumentato dall' esperienza fatta sull' animo e sulle ten- 
denze degli eremiti nel triennio del suo maggiorato a 
Gamaldoli. A questa dignità egli fu eletto il giorno di 
san Romualdo del 1516 (^) per la prima volta e nel 1520 
per la seconda (~). I tre anni dal 1516 al 1519 servirono 
a lui di scuola : tutto fu svelato al suo occhio pene- 
trante, e servì a farlo orizzontare verso il nuovo ideale, 
già spuntatogli in mente da qualche tempo ma non 
ancora giunto a maturità. 

Dopo la morte del Quirini, amico e confratello affet- 
tuosissimo, il Giustiniani provò un vuoto grandissimo 
nel suo cuore. Il pensiero di dilatare l'istituto eremitico, 
comunicato con ogni probabilità al morente, era stato 
anche da lui accarezzato e lusinghevolmente vagheggiato 
come r aurora di più lieti giorni. Ma la morte portò via 
r amico e con lui un futuro cooperatore attivissimo. 
Tuttavia egli non si perde di animo ; chiese consiglio 
ai pili venerandi eremiti, e poiché questo non eragli con- 



(1) L' anno ci è dato dal Luca, Romualdina.. historia, e. 74, 
il giorno, dalle ultime costituzioni. 

(2) Luca, Romualdina... historia, e. 81. 



96 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

trario se non in quanto tutto l'edifizio di Camaldoli ri- 
putavasi poggiato sulle sue spalle, proseguì a vagheg- 
giare il suo ideale. E per non perder tempo e per potere 
da un momento all' altro, trovati i primi cooperatori, 
mettersi all'atto pratico, si risolvè di scrivere al Bembo 
perchè gì' impetrasse dal pontefice quanto stavagli som- 
mamente a cuore. Eragli balenato alla mente che con 
maggior facilità avrebbe potuto fondare nuovi monasteri 
fuor dell' Italia, mirando forse alle nuove terre recente- 
mente scoperte da Cristoforo Colombo. Perciò il Bembo, 
amico del Giustiniani, gli impetrò da Leon X un breve 
in data del 7 febbraio 1515 col quale si concedeva a lui, 
a frate Michele rinchiuso, a frate Gerolamo ed al con- 
verso fra Innocenzo, una facoltà amphssima, di poter 
con due compagni, quandochessia, visitare senza licenza 
de' superiori i luoghi santi di Gerusalemme, di tratte- 
nervisi anche fino alla morte, e qualunque altro luogo 
dell'Italia, dell'Asia, dell'Africa, de' paesi fedeli od 
infedeli e di potervi predicare ed erigere monasteri e 
luoghi religiosi, con tutti i privilegi dell' eremo di Ca- 
maldoli, col potere di celebrare e di dar l' abito religioso 
a quanti lO chiedessero (*). 

Era questo il primo passo ; un passo da gigante. 
Fra Innocenzo era converso di santa vita e s'era offerto 
di seguire il Giustiniani, ovunque la voce di Dio aves- 
selo guidato; fra Gerolamo Giorgi era venuto a Camal- 
doli col Quirini, e frate Michele fiorentino, della famigha 
Pini, già coppiere alla corte di Lorenzo de' Medici, erasi 
ritirato a Camaldoli nel 1501 e viveavi rinchiuso da 
quattordici anni. A lui, come a uomo di consumata san- 



(1) A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 91-2; Somma- 
rio cronologico dei documenti pontificii riguardanti gli eremiti ca- 
maldolesi della Congregasione di Monte Corona, Frascati, Stab. Tip. 
Tuscolano, 1907, p. 1, n. 1. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 07 

tità, ricorrevano molti per aver lume e direzione nelle 
cose dello spirito : a lui ricorrevano spesso il Quirini 
ed il Giustiniani, nei piti dolorosi frangenti della loro 
vita eremitica, ed i responsi di lui, anche per le profezie 
sempre avveratesi, eran ritenuti come oracoli (^). L'aver 
egli dato origine, fin dal 1506 ad una speciale corona, 
fabbricata colle sue mani, ad onore di Nostro Signore 
Gesù Cristo, per il lodevole e santo uso del meditarne 
la vita e la passione, era una ragione di più perchè 
fosse noto a cardinali e a pontefici. La sua corona, in- 
fatti, che consta di trentratrè Pater noster, intercalati 
da cinque Ave Maria, in memoria dei trentatrè anni 
del Redentore e delle cinque di lui piaghe dolorosamente 
contemplate dalla sua divina Madre, fu approvata ed ar- 
ricchita di indulgenze da Leone X, con breve del 18 
febbraio 1516, ad istanza del medesimo Giustiniani (^). 



(1) Di questo santo solitario si hanno molte notizie nel For- 
tunio (P. I, lib. Ili, cap. 14) che sono riferite anche dal Mitta- 
RELLi-CosT ADONI, AnuaUs Camaldulenses, Vili, 29-33. — Dai camal- 
dolesi è venerato col titolo di Beato. A Camaldoli esiste ancora la 
cella da lui abitata per vent' anni, dove morì il 21 gennaio 1522. 
Sull'esterno di questa cella, nel 1858, i camaldolesi posero l'iscri- 
zione seguente : 

B. MICHAEL PINIUS DOMO FLORENTIA 

INGENSISSIMO ERGA DEIPARAM STUDIO 

CORONAE Q. DICITUR DOMINICA EXGOGITATOR 

STATAS AB EO SUPPLICATIONES 

COLUIT EDIXITQUE 

VIR IMPERTERRITA CONSTANTIA 

Q. POST DIUTURN. DEMONUM CONFLIGTUS ELUSOS 

PROPHET. SPIRITU ET SIGNOR. DONO ILLUSTR. 

ABDITUS IN HAG GELLA 

PLACIDE DIEM OBIIT 

MDXXII 

P. F.R. A. 1858 

(2) « Nuper nobis fide digna relatione » in Mittarelli-Costa- 
DONi, Annales Camaldulenses, Vili, 4-5. La ragione della corona 
del Signore è cosi espressa nel breve leoniano : «... Cuidam seniori 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 7 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Questi, pertanto, erari disposti a seguire il Giusti- 
niani ed al suo cenno serebbero partiti. Ma egli non 
volle certo avventurarsi prematuramente. Avea visitato, 
già nel 1514, le parti dell' Umbria e delle Marche, andando 
alla duchessa di Urbino, moglie di Francesco Maria della 
Rovere, in luogo del beato Michele Pini, da lei chiesto 
e non ottenuto. Ed ora pensava, di visitare 1' urna se- 
polcrale di san Romualdo in Fabriano, dov' era stata 
portata il 7 febbraio del 1487 dalla badia di Val di Ca- 
stro, dopo una breve dimora nella città di Jesi. Vi si 
recò infatti nel settembre del 1516 ed aperta con molta 
facilità l'urna marmorea, che a giudizio d'uomo mala- 
gevolmente sarebbesi potuta aprire da tutti i corcostanti, 
ne ebbe in dono da Cipriano, abate di Val di Castro e 
di san Biagio di Fabriano, l' osso del braccio destro del 
santo istitutore della religione camaldolese, che riportò 
a Camaldoli e fece custodire nella chiesa dell' eremo (^). 

Neil' anno precedente, cioè verso la metà del 1515, 
il Giustiniani era stato iniziato al sacerdozio, benché 



eremitae... domino inspirante... in mentem venit, quod in honorem 
salvatoris et domini nostri Jesu-Christi, fideliumque devotionem ce- 
dere posset, si quemadmodum ex antiquissima, valdeque communi 
institutione Christi fìdelium in honorem beatissimae Mariae virgi- 
nis secundum numerum annorum, quos vixisse in hoc mundo ere- 
ditar, sexaginta tres angelicas salutationes, septem interpositis 
dominicis orationibus, devote dicere solent, quod devotionis s^enus, 
coronam virginis appellant, ita in honorem domini nostri Jesu Chri- 
sti prò commemoratione annorum, quibus ipse in terris versatus est, 
ex triginta tribus dominicis orationibus, quinque interpositis ange- 
licis salutationibus, quasi dominicam coronam dicere assuescant. — 
Nuove indulgenze hanno concesso a questa corona i pontefici Cle- 
mente X col breve « De salute dominici gregis » del 20 luglio 1674 
e Benedetto XIII con decreto della S. Congregazione delle Indul- 
genze del 6 aprile 1727. 

(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 7; Bol- 
LAND, Acta Sanctorum, tom. II februarii, p. 104; A. R. Fiori, Vita 
del B. Paolo Giustiniani, p. 96-99. 



Degli eremiti di mòKte Corona 90 

fin dal primo suo ritiro neir eremo avesse mostrato fer- 
ma volontà di non ascendere a questo grado e nonostante 
la costituzione novellamente inserita nelle costumanze 
dell' eremo, che niun eremita potesse essere obbligato o 
forzato a ricevere gli ordini sacri o ad accettar prela- 
ture (^). Vi si lasciò indurre soltanto per obbedienza, che, 
per sentimento di profondissima umiltà, ritenevasi indegno 
di accedere a dignità sì alta. Dopo di ciò, pose uno stu- 
dio speciale intorno al modo di educare e di accrescere 
lo spirito monastico. E poiché due cavalieri suoi amici, 
cercavano di mandar in lungo la risoluzione fatta di 
recarsi all' eremo, egli con tutto l' ardore dell' animo, 
scrisse loro esortandoli a decidersi presto, dietro 1' esem- 
pio suo e quello del Quirini, ad abbracciare la vita di 
Gamaldoh. (^). Erano, con ogni probabilità, Andrea Tre- 
visani, patrizio veneto, che dopo cinque anni passati 
nella canonica regolare di Santo Spirito di Venezia, ab- 
bracciò la vita eremitica a Gamaldoli e si chiamò don 
Nicolò, ed un altro Trevisani, parimente veneto, chiamato 
dopo la venuta all' eremo nel 1520, don Pio (^). 

Moriva intanto nel 1519 quel Paolo Orlandini, già 
vicario di san Michele di Murano, che unitamente al 
Delfino, avea consigliato al Giustiniani di farsi eremita, 
e gli era rimasto sempre amicissimo. La notizia di que- 



(1) Ordinariamente non si annota il tempo in cui il B. Giusti- 
niani fu ordinato sacerdote : ma poiché gli Annalisti Camaldolesi 
(Vili, 18) asseriscono eh' egli « post septem menses ab ordinibus 
susceptis » fu eletto maggiore dell' eremo per la prima volta, e 
poiché quest' elezione avvenne nel febbraio del 1516, non repu- 
tiamo di andar troppo lungi dal vero, affermando eh' egli fosse 
consecrato sacerdote verso la metà del 1515, vale a dire, nel mese 
di giugno o di luglio dell' anno precedente. 

(2) Lettera del Giustiniani in data del 20 luglio 1518, in Mitta- 
RELLi-CosT ADONI, Afifiales Camaldulenses, IX, 594-5. 

(3) La probabile identificazione è fatta dal Mittarelli-Costa- 
DONi, Annales Camaldulenses, Vili, 10-11. 



100 LA Congregazione camaldolese 

sta morte produsse forte impressione sull'animo di lui, 
che lo amava e lo stimava grandemente ; onde raccol- 
tosi alquanto, pensò eh' era ormai tempo di affrettarsi 
a mandar ad affetto il nuovo disegno, prima che sorella 
morte fosse venuta a troncare il filo della speranza e 
della possibilità di vederlo messo in atto. Un' altro fatto 
che lo costernò assai, avvenne in quel tempo. Visitando 
egli, com' era suo dovere, nella primavera del 1520, un 
possesso dell' eremo, denominato la Vigna, e standosene 
ritirato in una piccola camera intento a recitare i salmi, 
tre banditi del luogo, gridando come forsennati, assali- 
rono la casa, tentando di penetrare da lui, per offen- 
derlo. Ma il converso, accorso al rumore ed alle grida, 
riuscì a fermare i tre disgraziati, distogliendoli dal loro 
feroce proposito. Udito ciò il Giustiniani, che assorto 
com'era nell'orazione, non erasi avveduto di tanto peri- 
colo, credè che non fosse più sicura la sua presenza in 
quei luoghi e risolvè di partirsene. L' ira degli abitanti 
di quei luoghi alpestri, era giunta al colmo. Usi, com'e- 
ran sempre stati, a legnare e predare nella foresta di 
Gamaldoli, ora che non potevano più, per le nuove co- 
stituzioni andate in vigore, far man bassa nei possessi 
dell' eremo, rubando e devastando, aveano pensato di 
toglierne vendetta sul Giustiniani. A lui parve atto di 
special provvidenza divina, l' esserne uscito illeso e 
senza danno (^). 

Non sembrò più tempo di rimandare. Domandò nuo- 
vamente al pontefice di poter pellegrinare e partirsene 
da Camaldoh, e l'ottenne il 22 agosto del 1520 f). 11 14 
settembre, festa dell' Esaltazione della Santa Croce, il 
Giustiniani radunò a capitolo la famiglia eremitica di 
Gamaldoli, depose la carica di maggiore ed annunziò 



(1) Cfr. A. R. Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 108-111. 

(2) Sommario cronologico de' documenti pontifici, p. 2, n. 3. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 101 

la sua partenza. Tra gli eremiti nacque un pò di amoroso 
e doloroso rumore : chi approvava e chi disapprovava 
la partenza del Giustiniani. Ma non era più tempo di 
volgersi indietro ad ascoltare i pii lamenti dei confratelli, 
e chiesto l' aiuto delle loro preghiere, il 15 settembre 
muoveva il piede dall' eremo di Gamaldoli, non essendo 
ancor compiuto il decimo anno da che v' era giunto- 
Dall'eremo discese al monastero di Fontebuono, ove si 
trattenne fino al 20, e da Fontebuono alla Musolea, diri- 
gendosi poi verso la Verna e di lì a Città di Castello (*). 
Era accompagnato soltanto da un converso, di nome Oli- 
vo, che gli restò sempre fedelissimo ed inseparabil testi- 
monio delle sue fatiche e delle traversìe. Lasciate le alpi 
e tragittato il Tevere si trovarono nella pianura. Viag- 
giando, lungo il fiume, al di là di Città di Castello, poco 
lontano da una terra, chiamata Fratta perugina ed ora 
Umbertide, avvenne che stanchi per la fatica del cammi- 
no e riscaldati dall' ardore del sole, si ponessero a sedere 
sotto un' ombrosa quercia per riposarsi alquanto, e presi 
da grave sonno dormissero ambedue per qualche tempo. 
Da quel luogo scuopresi tutto il monte Corona, che ne 
dista tre miglia. Svegliatosi d'improvviso il Giustiniani, 
smarrito di mente, tutto agitato, si trovò come smemo- 
rato senza ricordar più nulla de' suoi disegni, ne a qual 
parte rivolgere i passi, ne qual espediente prendere. In 
questo solo era fermo, secondo quel che confessò più 



(1) Gli Annalisti Camaldolesi (Vili, 19) e il Fiori (Vita del 
B. Paolo Giustiniani, p. 118-121) che dipendono dal Luca (Romual- 
dina.. historia, e. 87-90), asseriscono che il Giustiniani, partito da 
Gamaldoli andasse all' Alverna : ma poiché questo viaggio al- 
l' Alverna sembra dipendere dall' asserzione dello stesso Luca 
(e. 87 V.) eh' egli vi giungesse lo stesso giorno che era partito dal- 
l' eremo, il che viene escluso da una nota dello stesso Giustiniani, 
non pare doversi ammettere eh' egli v' andasse prima almeno del 
20 settembre. 



102 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

tardi, di perseverare costantemente nell' eseguire T im- 
presa, di cui per allora non conosceva ne il come, né 
dove. Vivea sopra i borghi di Gubbio, sul monte Calvo, 
un solitario, di nome Tommaso, fabrianese, del terz' or- 
dine di san Francesco, uomo senza lettere, ma santo di 
fama, che era amico del Giustiniani. A lui si rivolse per 
consiglio e fu dissuaso dall' andar a dilatare l' istituto 
eremitico nelle Indie e consigliato a fermarsi per tale 
scopo in quelle terre, poiché non era volontà di Dio 
eh' egli si fosse recato alla conversione di genti barbare 
e indomite. Gli si offrì ancora di seguirlo se non fosse 
ito tanto lontano. Intanto con lui, si recò a visitare il 
nobile Galeazzo Gabrielli, che per sua tranquillità dimo- 
rava nel monastero de' canonici regolari di san Secondo, 
fuori della città di Gubbio, e questi, udito il loro pro- 
posito, manifestò il proposito di volerli imitare e seguire. 
Ad essi si aggiunse un frate de' Predicatori, per nome 
Raffaello, di nazione spagnuolo, buon teologo, che vivea 
nel convento di san Domenico di quella città (^). 

Tra i monti dah' apennino, fra il Piceno e l'Umbria, 
é una valle, cui sovrasta smisurata rupe, dalla quale pre- 
cipitando copioso rivo d' acqua fa risuonar per la valle 
un piacevol mormorio. Sotto la rupe, si interna una vasta 
spelonca, entro la quale era una cappella antichissima 
dedicata a san Gerolamo. Questa fu già ricovero di lu- 
pi, onde quella valle venne dai paesani comunemente 



(1) Luca, Romualdina.. historia, e. 90-95 ; Mittarelli-Costa- 
DONi, Annales Camaldulenses, Vili, 19. — Il Luca, (e. 94 v.) dice 
che il Gabrielli dimorava « in monasterio quodam olivetanorum 
sancti Secundi, quod extra moenia Eugubii positum est » ; ma è 
evidente eh' egli ha errato poiché in molte copie dell' opera sua 
sulla parola olivetanoi'um fu posta, stampata co' medesimi carat- 
teri, r altra giusta Scopetinorum. 11 monastero di S. Secondo di 
Gubbio era ed è de' canonici regolari. Erra perciò in questo anche 
il Fiori (Vita del B. Paolo Giìistiniani, p. 135-6). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 103 

• 

appellata Passilupo o Pascelupo, nome rimasto fino al 
dì d'oggi ad un villaggio che è situato nel fondo. Da- 
vanti a quest' antro si distente un piccol piano di circa 
trenta passi. Ha da una parte, in distanza di circa otto 
miglia, la città di Sassoferrato, e dall' altra, quella di 
Fabriano. Qui si rifugiarono il solitario Tommaso, il 
Giustiniani ed i loro compagni, Raffaele ed Olivo. Il loro 
arrivo destò un pò di rumore per la valle : onde i pae- 
sani accorsero a vedere i servi di Dio ed a regalarli di 
cibarie. Accorse anche feroce il pievano di Pascelupo, 
ma col proposito di scacciarli, perchè si erano insediati 
nella cappella di san Gerolamo di spettanza della sua 
chiesa, benché rimasta fino a quel tempo negletta e ab- 
bandonata. Ma il Giustiniani ricorse al pontefice, il quale 
con breve del 9 aprile 1521, prendeva subito sotto la 
protezione apostolica 1' eremo di Pascelupo e lo smem- 
brava dalla chiesa parrocchiale del luogo (^). 

Qui, adunque, presero tutti insieme e concordemente 
a fabbricare alla meglio le loro abitazioni. Alla mancanza 
della legna provvide il duca di Urbino col permetter loro 
di legnare in una vicina selva : alle altre cose necessarie 
gli abitanti di Pascelupo. Ma quando il Giustiniani parlò 
ai compagni dell' abbracciar con voto 1' osservanza del- 
l' eremo camaldolese, secondo l' ottenuto privilegio leo- 
niano, di sei che erano, quattro soli acconsentirono al 
suo desiderio. Rifiutò Tommaso per non pri\arsi del 
diritto di possedere, e Raffaele per goder sempre la li- 
bertà di andar predicando. Scrivendo il Giustiniani alle 
due sorelle monache diceva loro: — Sono circa otto mesi 
dacché ho mutato luogo, ma non già F abito e il tenor 
di vita ; anzi mi son ridotto in luogo piti abietto, piti 
solitario e con pochi compagni. Sono sano di corpo e 



(1) «Votis illis gratum decet» in Mittarelli-Costadoni, Anna- 
les Camaldulenses, App. tom. Vili (voi. IX), 24-25. 



104 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

lieto di mente, più assai di prima. Vi prego con dolce 
carità che vogliate ciascuna di voi pregare e far pregare 
il Signore per me che si degni illuminarmi: perchè sono 
molto in dubbio se debba fermarmi in Italia, ovvero 
andare verso la Spagna e di lì navigare all'India, dove 
sono cristiani di fresco convertiti : non vorrei prender 
abbaglio in cosa tanta grave (^). 

Gli eremiti di Gamaldoli, che per V amorosa stima 
concepita del Giustiniani, dopo la di lui partenza non 
potevano darsi pace, gli scrissero e mandarono a dire 
che desideravan vederlo di ritorno. Anzi, alcuni alle 
buone parole, altre ne aggiunsero di forte rampogna, 
rimproverandolo d' essersene partito senza averne fatto 
parola, quasi insalutato ospite. Ma la verità era questa, 
ch'egli usò nel partire per non addolorarli troppo, un^ma- 
bile inganno e finse di andar lontano, ma non di stac- 
carsi dall'eremo. Ed essi che erano ormai fatti increduli 
sopra una veritiera fuga di lui da Gamaldoh, non si av- 
viddero dell' inganno fraterno e troppo tardi s' accorsero 
eh' egli se n' era ito sul serio. Laonde il Giustiniani, riti- 
ratosi per un pò di giorni dalla grotta di Pascelupo nel- 
r eremo delle grotte del Massaccio nella Marca anconi- 
tana, rispose al vicemaggiore di Gamaldoli, facendo l'apo- 
logia della sua fuga, in questi termini : « Amantissima- 
mente e crudehssimamente fate a sforzarmi non solo di 
leggere, ma ancora di scriver lettere contro il proposito 
dell' animo mio. Amantissimamente, perchè non credo 
che altro vi sforzi a scrivere e così instantemente pre- 
gare che io rescriva, che lo smoderato amore che mi 
portate, ma questo troppo amarmi vi fa esser crudeli, 
perchè queste occasioni di legger lettere, or di questo 
or di quello, e di rispondere per non parere o superbo 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi , Afitiales Camalduletises , Vili, 21; 
Luca, Romualdina.. historia, e. 97. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 105 

o senza carità, mi faranno venire tanta impazienza, che 
se io mi sono da tali occasioni ed occupazioni allonta- 
nato cento miglia, me ne allontanerò di mille miglia per 
fuggirle. Ho letto le vostre, frate Nicolò, ed ho letto le 
vostre, fra Valeriano, e subito ricevuta, ho risposto a 
quello scrivendo universalmente a tutti ; ma a voi e a 
chi fosse del sentimento vostro rispondo. Voi molto vi 
dolete, e di gran crudeltà mi accusate che sia partito da 
voi, senza dirvi nulla e sopra ciò tessete molte cerimo- 
nie e molte accuse, alle quali penso con assai lunga let- 
tera soddisfare. E primieramente io vi dico che non si 
può dire eh' io sia partito senza dirvi nulla. Non sapete 
voi bene, che fin da quattro o sei anni non ho portato 
mai altro in pubblico e in privato che andarmene all' In- 
dia dimodoché son venuto favola del volgo ? Non vi ricor- 
date che al vostro partire per andare in Alessandria, alla 
pietosa liberazione del vostro schiavo fratello, io vi dissi 
che non mi ritrovereste nell' eremo ? Non vi scrissi io 
per fra Innocenzo dalle Carceri, dove si celebrava il capi- 
tolo : — Tu Orientis regiones colis, ego occidentis estrema 
petam ; tu ex Egypto ad Hyerusalem ibis, ego ex Hispa- 
niae finibus Indiam petam? — Non sanno tutti gli eremiti 
e tutti i cenobiti camaldolesi che 1' anno passato io dissi 
in capitolo d' andarmene via dall' eremo, solo a far soli- 
tarii ? Non sanno tutti eh' io partii per andarmene, benché 
altri interpretassero a suo modo, quella partita ? Non 
sapete voi, che io con voi e con ognuno ho detto, eh' ero 
deliberato quest'anno dal Capitolo non tornare all'eremo, 
e che solo tornai per non dare a credere al mondo, eh' io 
andassi per impazienza e per passione di quello che era 
occorso a don Pietro (^). Di poi tornato, non è vero quello 



(1) Non si intende a quale de' due Pietri il Giustiniani si rife- 
risca, se al Quirini o al Delfino ; ma con tutta probabilità egli si 
sarà riferito alle ultime vicende del generale Delfino. 



106 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

che tante volte, quante io ho parlato con voi e con ca- 
chessia, alla lunga — ho detto: — io me ne anderò, non 
ho il capo a star qui un giorno, mi partirò, poco starò e in 
questo mi scusai con giuste ragioni ? Qual' è queir ere- 
mita, al quale non abbia detto da quattro mesi in qua 
cento volte, che io non volevo in alcun modo più star 
neir eremo ? È vero, che sul partire io mostrai volere 
andare a spasso per non disturbare la mia andata. L' altra 
volta che io mi partii, perchè mi voltai a dar la bene- 
dizione air eremo, commossi il mondo, che restai. Ora 
mi pare più sano consiglio (poiché F avevo tanto detto) 
andarmene quieto quieto senza veder le lacrime vostre 
almeno, o di altri insieme, che come voi mi amassero, 
senza udire le preghiere e le adulazioni di quelli, che forse 
poco amandomi, o piuttosto molto odiandomi, avrebbe 
voluto in presenza mia mostrare li dolesse il partir mio, 
e forse alcuno è tale che io noi giudico. Ora vengo al 
partire, e diro v vi quello stesso che scrivevo a miei fra- 
telli e sorelle ed altri cari amici, i quali del mio patire 
da loro, quando io venni all' eremo, molto si dole^^ano 
non meno di voi, di crudeltà accusandomi, e volendo in 
molti modi mostrarmi sostener gran dolore della mia 
partita. Sappiate adunque (così io allora dicevo a quelli) 
che se la mia partita è a voi assai doluta, a me è assai 
più doluta che a tutti voi insieme, e la ragione è perchè 
partendomi io da voi, ognun di voi e tutti insieme per- 
dete solo un'assai ignobile, al tutto inutile, e poco neces- 
sario membro del vostro nobile corpo : ma io povero, 
resto diviso dalla compagnia di tutti voi, perdo voi tutti 
in un istante. Voi restate tutti insieme e potete V un 
l'altro godervi, confortarvi e « fovere invicem et foveri », 
ma io solo in chi mi conforterò, « a quo fovebor » ? Voi 
restate nel caro luogo vostro, io dal proprio nido esule 
volontariamente resto privo d' ogni conforto. Questo vi 
può persuadere, che a rae sia stata più dolorosa questa 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 107 

mia partita che ad alcun di voi, o a tutti insieme. Tac- 
cio che a me pare amar più universahnente tutti e più 
teneramente — et ut ita dicam — inalterabilmente amar 
molti di voi, che non sono io da tutti voi o non così 
teneramente amato : onde a me è paruta amarissima e 
dolorosissima la mia partita da voi, perchè io son certo 
che mai tenera madre amò più teneramente i suoi più 
piccoli figliuoli di quello, che ho molti di voi, se non 
tutti e, voi precipue, Giustiniano mio, amato con since- 
rità, senza alcuna finzione, onde crediate che non è stata 
la partita mia senza mio gran dolore, né senza amaris- 
sime lagrime, e se dica il vero lo sa Iddio che tutto vede, 
e lo sanno assai quest' occhi, che e avanti e sul partire 
e dopo partito ripensando a voi, che ho lasciati, si sono 
più volte bagnati di lacrime. Pensate voi che senza la- 
crime io abbia lasciato l'eremo, luogo da me eletto per 
finirvi la mia vita, e abbia lasciato non voglio dir altro 
il mio padre Michele rinchiuso, che tengo sempre in- 
nanzi agli occhi miei, e che io amo assai più che mai 
figliuolo amasse padre ? Che abbia lasciato tutte le co- 
modità della vita — et quod durius est — quelli che pen- 
savo fosser il sollievo della mia vecchiezza? Oh quante 
simil cose potrei narrare! Ma quando nessun' altra cosa 
fosse, potrete creder voi che senza dolore estremo io 
abbia privato me stesso, della dolce conversazione del 
mio, da me sopra il comune modo d' amore amato, d. 
Giustiniano, il quale due anni continui o poco meno 
con continue lacrime, essendo egli in Egitto, ho a Dio 
istantissimamente domandato t D. Agostino, il quale es- 
sendo da noi separato, ho con tanto affetto quante sa 
Dio, quotidianamente a Dio richiesto ? Ma tutti questi 
miei dolori, tutte queste lacrime ho volontariamente 
sostenuto e sostengo (che invero senza lacrime non 
scrivo) per amor di Cristo, e non avendo altro da offrire 
a sua maestà, gli offro questo dolore e queste lacrime 



108 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

in sacrificio, e spesso dirò. « Tu sai, Signor mio, che 
già Tommaso infelice peccatore lasciai la patria, lasciai 
i fratelli, le sorelle, li nipoti, e li cari amici più che 
fratelli e nipoti da me amati, per seguitarti, e benché 
fosse a me sommo dolore il lasciarli, e il loro dolore 
in acerbissimo cordoglio mio risultasse, nondimeno per 
fuggire le occasioni del peccato, per seguitarne Te, per 
servirti, sostenni volontariamente il mio proprio e l'altrui 
dolore. Ora di nuovo, non per verun' altra cosa (e tu sai, 
Signore, io non ti posso mentire) con molto maggior 
dolore io lascio 1' eremo, luogo a me gratissimo, lascio 
i miei padri, i miei fratelli, i miei figliuoli eremiti, da 
me svisceratamente amati e lascio amici, anzi i communi 
libri dell' eremo e la speranza di averne mai più, benché 
speravo tra quelli passar gì' ultimi miei giorni non per 
altra causa, ne per altra occasione se non per non ti 
offendere, per non ti perdere se sei ancor meco, per 
ricercarti se al tutto non mi hai abbandonato. — Caris- 
simo, se sono stato a voi, o a chi mi ama come voi, in 
questa partita crudele, o inumano, come mi chiamate, 
ovvero micidiale, sono stato per amor di Cristo in me 
stesso più che con alcun altro crudele e severo, per- 
ch' io sopporto il mio proprio dolore, che ognun può 
credere sia maggiore che di alcun altro, per le ragioni 
già dette, e sopporto il dolore di ognun di voi, ma non 
meno mi duole avervi lasciato dolore di me. Ma non si 
può senza violenza di natura, senza lasciar le cose più 
care, senza sostener molti simili dolori, servire, seguitare, 
non partirsi da Cristo. Io mi ero da gran tempo, anche 
prima che prendessi 1' abito religioso, donato spontanea- 
mente a Cristo ; e venni all' eremo per desiderio di go- 
dere con Maria il mio Signor dolcissimo Gesù Cristo, 
sedendo a suoi dolci piedi ; ma o egli così volendo o per 
penitenza de' miei peccati, permettendolo, e benché fosse 
durissima tal commutazione e contro l' inclinazione della 



BEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 109 

complessione e contro il proposito mio; ma nondimeno 
sopportavo con pazienza, pensando che forse come a 
Giacobbe mi fosse detto : — tu hai prima ad aver Lia, 
e poi avrai Rachele: non si usa in questo paese dar prima 
la minore a marito, servi sette anni e poi avrai Rachele 
— pensando, dico, e sperando dopo le fatiche riposarmi 
e ritornare ai piedi del dolce Gesù con Maria a pianger 
sempre. Questa speranza m' ha portato innanzi dieci 
anni continui, ogni dì negoziando, ed ogni dì sperando 
dicevo : quest' altro mese, quest' altr' anno mi riposerò ; 
ma non venendo mai a capo questa speranza — et quod 
deterius est — non avendo più ne Lia ne Rachele, non 
essendo più ne Marta ne Maria, non potendo più, dico, 
neir eremo, ne riposarmi in Cristo, ne affaticarmi per 
Cristo, non mi parve più starvi sicuro. Ho prima (Dio 
il sa) pensato e ripensato, tentato e ritentato ogni via 
di riposarmi — at peccatis meis sic ferentibus — non 
vedendo luogo alcuno, adito alcuno, speranza alcuna di 
potermi nell' eremo ne riposare ne affaticarmi per Cristo 
ed attendere non dirò a me stesso ma a Cristo, sono 
stato forzato a partire, fuggire, allontanarmi dall' eremo, 
in cui credo pareva sacrilegio lasciarmi un' ora al dì o 
alla notte di riposo : non dico per riposare il corpo, ma 
per rifocillare l' afflitta mente. Quante volte ho detto, 
quest' asino vorrebbe riposare, forse porterà più gagliarda 
la soma, se non ha qualche riposo, un dì getterà la 
soma giù affatto. Dall' altro canto vedendo io che per 
quanto mi affaticavo e con ogni possibile sollicitudine 
lavoravo, non solo era infruttoso ed inutile, ma in luogo 
di fiori e di frutti produceva triboli e spine, e bene 
spesso ove più speravo giovare ivi più nocevo, ove affa- 
ticandomi credevo edificare (incolpo me stesso) io di- 
struggeva. Già la mia azione non era Lia perchè non 
partoriva a Giacobbe figli ma a Labano : il mio mini- 
strare non era più Marta ma vana e nociva occupazione. 



110 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

non servendo ne ministrando a Cristo, ma molti som- 
ministrando scandali e (non voglio dir altro) impedi- 
menti di rovina. Alla fine deliberai per non perder Cristo, 
anzi per ritrovarlo se sarà possibile (che se da me non 
si resterà ben sarà possibile) non senza mio dolore 
secondo l' umana fragilità lasciar l' eremo, lasciar voi 
tutti, con fermo proposito di riposarmi qui con Cristo ; 
se da voi mi sarà permesso, se sarò da voi aiutato ; il 
che siccome poco merito, così poco spero, ovvero pren- 
derò il viaggio verso l' India per cercare se io posso 
in qualche cosa affaticarmi per Cristo. Contuttoché a 
voi duole, secondo il senso umano, bisogna però che 
col lume della ragione (vedendo che così m' è stato 
necessario di fare per non allontanarmi ogni dì più da 
Cristo) piaccia a voi, come è piaciuto a me, al quale 
benché sia stata dolorosissima ed acerbissima questa 
partita, nondimeno è stata sommamente necessaria per 
la mia salute, dimodoché paragonando qualche volta la 
mia partita dal secolo e quella dall'eremo, senza dubbio 
alcuno, trovo questa essermi stata più amara e più ne- 
cessaria che non fu quella. Lasciai allora la patria, la 
quale io non elessi, per la quale io non m' affaticai un 
giorno, un'ora, e per la quale io non m'esposi mai ad 
alcun pericolo ; ora ho lasciato l' eremo, quale avevo 
eletto per patria e per albergo di tutta la mia vita, dopo 
aver cercato gran parte di mondo, e per il quale dieci 
anni e più mi son sempre affaticato tanto, quanto sanno 
le mie deboli spalle, che hanno portato durissimi e gra- 
vissimi carichi per il quale mi sono ancora a molti pe- 
pericoli, anche della propria vita in molti anni esposto, 
e per il quale ho perduto i miei studi, le mie (se alcune 
n' ebbi mai) dolcezze di Cristo, ho perduto me stesso ed 
— utinam non sit verum — ho molto operato contro la 
mia salute propria. Lasciai allora due fratelli, sei sorelle, 
dieci o quindici nipoti, otto o dieci cari amici, de' quali 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 111 

non tutti erano a' miei studi conformi, non tutti avevo 
eletto, ne tutti erano disposti a goder Cristo. Ora ho 
lasciato voi tutti eremiti, di alcuni dei quali posso dire 
che, come padri, mi hanno nella vita religiosa nodrito, 
e dirò più, generato, massime il mio dolce D. Michele 
rinchiuso ; altri sono come fratelli meco cresciuti, al- 
quanti altri, e la maggior parte di voi — sustinete insi- 
pientiam meam ut multum insipiens dicam — io ho, non 
dirò come figli alla vita eremitica generato, ma come 
teneri principi della loro conversione a tal vita — pro- 
priis uberibus enutriti, proprio sinu saepius fovi — se 
non quanto dovevo, certo quanto io potevo con affetto 
incredibile di carità amando, confortando e confermando. 
Dirò che pochi son neJl' eremo per i quali a me non 
paia aver cooperato per farsi o perseverare eremiti. 
Lasciai allora le facoltà terrene, colle quali si pasce, si 
nodrisce e si adorna il corpo e quello che al corpo ap- 
partiene; ho lasciato ora i libri, i quali pascono, nutrono 
e adornano la mente ed insegnano allo spirito come 
abbia a cercare V eterna vita, i libri i quali senza dubbio 
pensai sempre fossero il cibo della mia vecchiezza, e 
però sopra ogni altra cosa mi sariano grati ; ma qualche 
altra cosa che mi è più necessaria mi fa meno deside- 
rarli ; onde indubitatamente concludo che ora ho lasciato 
più di quel che lasciai nel secolo allorché venni all' e- 
remo; massime che allora venni ad un eremo ove, come 
sapete, e per lo spirito e per il corpo ogni cosa, sopra- 
bondava (e chi crede altrimenti è in errore), ora son 
venuto qui, ove al corpo manca ogni cosa, dimodoché 
non già ancora per necessità ( che il pane non m' é 
finora mancato), ma per avvezzarmi a quello, che mi 
potrà presto esser necessario ho cominciato a mangiar 
le ghiande, cotte però, non crude. Allo spirito però man- 
cano molte cose, le quali a me solo più mancano nel- 
r eremo, ma a voi tutti soprabbondano. Non sono né 



112 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

COSÌ insensibile per natura, ne così perfetto per grazia, 
che non senta di tal mutazione, umana passione : ma 
lo sopporto volentieri per Cristo ; perchè considerando 
tutte le parti dell' una e dell' altra mia partita: più assai 
necessaria m' è stata alla mia salute questa dell' eremo 
che non fu quella dalla patria quando venni air eremo. 
Della qual cosa però non incolpo in parte alcuna ne il 
luogo, ne l'istituto, ne la compagnia, ne persona alcuna, 
ma solo la mia imperfezione, perchè se io avessi potuto 
o almeno sperato di poter viver nell'eremo senza offender 
Dio non ne sarei pentito; ma sentendomi debole a com- 
battere le occasioni de' peccati, nel secolo fuggii per non 
combattere e perdere, ed ora non sentendo in me forza 
per resistere alle diverse occasioni de' peccati, che per 
mia sola colpa nell' eremo ogni dì più mi si avviluppa- 
vano intorno, come debol son fuggito. E se in quel luogo 
ove sono, avrò delle battaglie che comincio ad avere 
non solo da voi, ma da altri di questo mondo che mi 
scrivono e mi molestano, fuggirò sì lontano che sarà 
ben bravo chi saprà ritrovarmi. Ho scritto questa sì 
lunga lettera per non aver più a scrivere affìn di sod- 
disfare voi ed altri che come voi mi accusassero di cru- 
deltà per essermi partito. Sopporto volentieri per amor 
di Cristo quelli che mi tacciono di sciocchezza o d' im- 
prudenza, perchè so che chi vuole o cercare o seguitar 
Cristo bisogna che, negli occhi de' prudenti secondo la 
carne, sia sciocco o stolto: — Ego sim stultus prò Christo, 
ipsi sint sapientes prò mundo. — Questa battaglia non 
è nuova. Quando venni all' eremo fui stimato pazzo e 
sciocco, ed ora se non basta dire eh' io abbia operato 
imprudentemente, che non era questo né il tempo né il 
modo, che ho mostrato aver poco cervello e meno di- 
scorso, dicono anche che sono uscito del tutto di mente 
e che sono affatto impazzito, che sono un pazzo da ba- 
stone e da catena, non risponderò mai altro, se non 



Degli eremiti di monte corona 113 

che dicono il vero : — satis enim est quod raihi con- 
scius sum — che tutto ho fatto non per altra cagione 
che affin di non perdere, o se l'ho perduto, cercare il 
mio dolce Signor Gesù Cristo, per il quale reputo a mia 
somma gloria esser stimato e predicato per pazzo ed 
imprudente. — Gaveant, qui secundum saeculum pru- 
dentes esse volunt, ne a Ghristo insipientes reputentur. 
Jam vale — e se mi amate, come credo, procurate due 
cose. Una, che — quanto minus fieri potest — sia mo- 
lestato da lettere, da messi, da amhasciate ; 1' altra, che 

— quanto magis fieri potest — sia sovvenuto prima 

— in necessariis sine quibus subsistere non possum, — 
e poi, — in his quae in statu huii^s mortalis vitae reli- 
giose viventi jucunda secundum Deum esse possunt. 
Jucundiora fateor esse mentis alimonia, sed victus et 
vestitus magis necessaria sunt. — Io vi amo tutti e per 
tutti quotidianamente prego Dio con ogni affetto, che 
vi conservi e confermi in tanta pace e tranquillità che 
ognuno possa in verità dire : partito fra Paolo, sono 
cessati tutti i disturbi dell' eremo, sono partite tutte le 
contradizioni dentro e fuori, e 1' eremo fiorisce in ogni 
bene temporale e spirituale : — hoc enim maxime desi- 
dero. Vale, vale, vale. — Neil' eremo domestico delle 
Grotte nella Marca anconitana. Fra Paolo » (^). 



(1) Questa lettera del Giustiniani, che dev' essere dell' ottolve 
1520, è riferita dal Galassi, nella sua traduzione della Storia Bo- 
mualdina del Luca (nota al cap. II del lib. II, e. 202-212), attestando 
egli di riprodurla dall'originale esistente nel Lib. 2, ms. in 4o. 
pag. 93 segg. Ha di fuori questa direzione: «Al venerabile P. D. 
Giustiniano eremita vicemaggiore nel sagro eremo di Camaldoli, 
padre e fratello amatissimo » e dentro : « Amatissimo fratri Justi- 
niano eremitae et eremi vices maioris gerenti, ac coeteris siqui 
eiusdem sanctitatis sunt fratribus eremitis, F. Paulus adhuc dictus 
(idest nomine tantum) eremita, salutem sempiternam et verum fra- 
ternae dilectionis affectum». 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 8 



114 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Per la sua lunghezza pare che 1' apologia del Giu- 
stiniani perda alquanto della sua forza ; ma V animo di 
lui, commosso per la lontananza dagli eremiti di Gamal- 
doli, s'illudeva di esser ancora per una volta con essi 
scrivendo. Le cose consegnate in questa lettera non sono 
totalmente nuove : servono però di conferma a quanto 
fin qui siam venuti narrando intorno alle ragioni che 
mossero il Giustiniani ad abbandonare l'eremo di Ga- 
maldoli. Ma gli eremiti camaldolesi non si vollero di- 
menticare di lui ne seppero distaccarsi intieramente dal 
loro confratello e superiore.il quale ritiratosi per qualche 
giorno alle Grotte, nel mese di ottobre del 1520, attese 
a trascrivere i sermoni per le cinque solennità del Si- 
gnore, e nel mese di dicembre, compose un sermone 
sulla esclamazione di san Tommaso Apostolo e un altro 
sulla risposta a lui data da Gesù Cristo (^). 

Gli eremiti di Gamaldoli, nel loro primo capitolo 
tenutosi dopo la partenza del Giustiniani, agli 11 di 
gennaio del 1521, stabilirono subito di cedere a lui ed 
ai suoi compagni le Grotte del Massaccio — che erano 
di spettanza dell' eremo di Gamaldoli — per loro abita- 
zione ; in una seconda radunanza, vollero che fosser 
sovvenuti con una pensione annua per il loro vitto, ed 
in un terza, che fu a' 3 di giugno, decretarono che tutti 
i seguaci del Giustiniani si considerassero come ascritti 
al sacro eremo di Gamaldoli (^). Lasciati gli altri a 
Pascelupo, con gli ordini opportuni, partì il Giustiniani 
col suo fido converso Olivo alla volta delle Grotte del 
Massaccio, dove trovò frate Elia da Milano,- sacerdote, 
e Antonio da Recanati, converso, ambedue eremiti ca- 
maldolesi, già a lui noti. Questo eremo delle Grotte è 



(1) Galassi, Storia Romualdina, Lib. II, cap. II, nota, e. 201, 
dove si cita: Lib. ms. in 4o. pag. 50. 

(2) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afinales Camalduletises, Vili, 22. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORÓNA 115 

posto in una stretta e profonda valle della diocesi di 
Jesi, due miglia dalla terra del Massaccio, ora Cupra- 
mentana. Ebbe 1' appellazione di Grotte, perchè le abi- 
tazioni per gli eremiti erano veramente scavate nel tufo 
della rupe. Le celle erano all' altezza di venti cubiti e 
vi si accedeva per una scala di trenta e più gradini. 
Allargata piti tardi la valle, vi si aggiunsero nuove celle 
con le relative officine e l' oratorio antico fu portato 
a maggior grandezza ed ornato di pitture. A questo 
luogo accorsero dopo, da Gamaldoli e con licenza dei 
superiori, il padre Agostino da Bassano e il veneto Ni- 
colò Trevisani, ambedue eremiti sacerdoti e molto amanti 
del viver santamente. Presto si aggiunse a tutti costoro 
anche Girolamo da Sessa, napoletano, letterato e medico 
di Leone X, divenuto poi rinomatissimo per fama di 
santità (^). Così venivano gettate le prime basi del nuovo 
edifizio ideato dal Giustiniani. 

Gon quale spirito vivesse la famiglia eremitica delle 
Grotte del Massaccio può argomentarsi dalla fama che se 
ne sparse subito e dal fatto che in un anno quel luogo 
non era piìi sufficiente a capire quanti accorrevano a 
farsi seguaci del Giustiniani. Onde in buon punto Iddio 
gli mandò Galeazzo Gabrielli, che lo provvide di denaro 
e gli offrì per abitazione il monastero di san Leonardo 
del Volubrio da lui posseduto in commenda e già dipen- 
dente dal cenobio di Fonte Avellana. In pari tempo, un 
monaco cassinese di nome Desiderio, dimorante neh' e- 
remitorio di san Benedetto del monte Gònero, ossia, del 
Monte di Ancona, pose se stesso, i suoi compagni e il 
luogo, sotto la dipendenza e il governo del Giustiniani. 
Laonde questi, confortato da tanti atti di provvidenza 
divina, scriveva : « Accade che mentre tento di fuggire 



I 



(1) Luca, Bomualdina.. historia, e. 100 segg. ; Mittarelli-Co- 
STADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 22. 



116 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

dalla faccia del Signore, m' accorgo d' esser giunto dove 
in niun modo volevo arrivare. Poiché, altri portandosi 
a trovarmi, altri invitandomi a sé, ho in quattro luoghi 
solitari di questa Marca anconitana circa venticinque 
fratelli eremiti ; dai quali benché 1' amor della solitudine 
che cercai fin dalla mia gioventù mi persuada di partire, 
pure la necessità della carità fraterna noi permette » (^). 
Dato buon ordine a tutto, ritornò alle Grotte. 

Qui, i suoi compagni consapevoli dei disegni di lui, 
lo pregavano insistentemente di dar principio al novello 
istituto. Ma non credendo conveniente di edificare in 
suolo altrui, chiese ai padri di Gamaldoli che il luogo 
delle Grotte gli fosse ceduto con donazione perpetua. Al 
che facilmente si arresero quegli eremiti e nel capitolo 
del 26 giugno 1522 decretarono che quel luogo, smem- 
brato e separato espressamente dall'eremo di Gamaldoli, 
fosse donato perpetuamente al Giustiniani ed ai suoi 
compagni, confermando eziandio 1' assegnamento già 
fatto pel loro vitto. Poco appresso un certo fiorentino, 
di nome Innocenzo, che aveva ottenuto dal vescovo di 
Larino la chiesa dello Spirito Santo nelle Puglie, e vi 
aveva abitato per vari anni conducendo vita solitaria, 
offrì quella chiesa al Giustiniani, affinché vi mandasse 
alcuni eremiti fabbricandovi attorno le celle. Di fatto, 
furon colà inviati due eremiti sacerdoti, il fabrianese 
Romualdo ed il siciliano Zacaria. 

Ormai le cose eran giunte a buon punto : cresciuti 
gli eremiti di numero e di virtù ; aumentati gli eremi : 
bisognava render canonica di fronte all' ordine camal- 
dolese e dinnanzi alla chiesa la posizione delle nuove 
case e delle nuove famiglie eremitiche capitanate dal 
Giustiniani. EgH perciò si rivolse ai supremi reggitori 
della congregazione camaldolese del sacro eremo di Ga- 



(1) Luca, Romualdina.. historia. e. 105. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 117 

maldoli e di san Michele di Murano, che nel 1523 erano 
don Paolo da Lodi, vicario generale e Bernardo da 
Pistoia e Bonaventura Teutonico, visitatori, perchè vo- 
lessero degnarsi di raccogliere il frutto della provvidenza 
divina, mettendo lui e i suoi eremiti compagni sotto 
r ala materna della congregazione camaldolese. Anda- 
ron costoro alle Grotte del Massaccio, e dopo aver ve- 
duto e considerato bene ogni cosa, raccoltisi presso il 
sepolcro di san Romualdo, nel monastero di san Biagio 
di Fabriano, emanarono il seguente editto, che è pregio 
dell' opera riferire testualmente. 

9 dicembre 1523 

Erezione della Compagnia degli Eremiti di san Romualdo, 
per parte del vicario generale don Paolo da Lodi e dei visi- 
tatori universali dell' Ordine Camaldolese, don Bernardo da 
Pistoia e don Ventura Tedesco, ad istanza di don Paolo Ju- 
stiniani (^). 

JESUS 

In nome de Jesu Christo. Amen. MDXXIII adì IX decembre 
in Fabriano nel monasterio de sancto Biascie, in camera e in 
presentia de don Cipriano da Como, abbate del Val de Castro. 



(1) Il testo di questo decreto è desunto dal Libro de' primi atti 
del capitolo generale con le costituzioni da osservarsi ed altre noti- 
zie, 1524 n.o P.o G. (Archivii Tribunalis Montis Coronae), e. 9-17. 
Nella riproduzione ci siamo attenuti, per regola generale, al testo 
del manoscritto: ma dove erano evidenti errori di ortografìa o pa- 
role scritte in modo da render troppo diffìcile V intelligenza del 
testo, abbiamo ridotto la lezione ali' uso moderno. Le parole che 
hanno subito modificazioni sono le seguenti : quelle - quale ; a 
preso - appresso ; tuta - tutta ; boia - bolla ; pressi - presi ; cldse - 
classe ; f o - f u ; Ihano - 1' hanno ; et simil cosse - et simili cose ; 
fata - fatta ; le qual - le quali ; alloro - allora e a loro ; cerca - 
circa; casso - caso; fredo - freddo; deta - dita; tovalgie - tovaglie; 
peponi - poponi ; melgio - meglio ; tolgia - tolga ; talgiarsi - ta- 
gliarsi ; grota - grotta ; e poche altre. 



118 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Nui don Paolo da Lodi vicario generale de la Gongrega- 
tione Camaldolese dita del Sacro Eremo de Camaldole e de 
sancto Michaele de Murano, et don Bernardo da Pistogia et 
don Ventura Todesco, visitatori universali de dieta Gongre- 
gatione, appresso a quali è tutta la auctorità et potestà de 
tutta la prefata Gongregatione. Havendo udito e inteso da 
frate Paulo Eremita come questi, tre anni passati, ne li quali 
è stato in questa provincia de la Marcha anconitana, con 
auctorità concessa a lui ampiamente da papa Leone X.™° come 
in doi brevi de dicto pontefice appare, confìrmata per bolla 
piombata da papa Adriano VI". Egli insieme con alquanti 
altri fratelli eremiti soi compagni hanno in questa provincia 
aquistati, erecti, et presi quatro eremitorii et uno in la Pu- 
glia, cioè in prima : 

I) 11 loco delle Grotte del Massaccio, diocesi Esina, il 
quale fu già per li padri presidenti et diffìnitori in Capitolo 
generale de la prefacta nostra Gongregatione unito al eremo 
de Gamaldoli, come ne li acti del capitolo prefacto celebrato 
a Classe del 1516, et in publico instrumento apare. Et nova- 
mente del 1522 li padri Eremiti de Gamaldoli ad istantia del 
dicto fra Paulo et de Compagni soi hanno dal Eremo li padri 
Eremiti separato et rilasato come era avanti che a loro fosse 
unito, come per li acti del capitolo dell' eremo per publico 
instrumento appare. 

II) Il loco o vero eremitorio de sancto Hieronymo de 
passi lupo, diocesi Eugubina, il quale, procurante dicto fra 
Paulo, è stato autenticamente concesso da papa Leone X.'"" 
ad alquanti de prefacti eremiti et compagni e successori, 
come in uno breve del predicto pontefice ampiamente appare. 

Ili) Et il loco o ver eremitorio de sancto Leonardo de 
Volubrio appresso Montefortino, diocesi fermana, il quale ha 
concesso in certo modo a li prefati fra Paulo et compagni 
eremiti, messer Galeazio de Gabrielli da Phano, comendatario 
de dito loco, come in uno scripto de sua mano se contiene. 

mi) Et il loco o vero eremitorio de sancto Benedecto 
sul monte de Ancona il quale già concesso fu da la magnifica 
Comunità de Ancona a don Desiderio eremita et a soi com- 
pagni, come per bolla de la dieta Comunità appare. Et il pre- 
facto don Desiderio et compagni l' hanno al predicto fra Paulo 
et compagni renuntiato, come per publici auctentici instru- 
menti appare. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 119 

V) Il loco o ver eremitorio de sancta Maria del Spirito 
Sancto, diocesi Larinense in la Puglia, il quale à concesso 
a frate Innocentio eremita et soi compagni il reverendo epi- 
scopo Larinense et il signor de la ciptà de Larina, come per 
scripto et publici instrumenti appare. 

Visti li predicti brievi et bolle nelle quali appare la auc- 
torità concessa da la sede apostolica al predicto fra Paulo et 
compagni ; viste le preallegate scripture, ne le quali se con- 
tiene la ragione de' preposti cinque loci overo eremitorii, de 
consentimento, voluntà et requisì tione del prefacto fra Paulo, 
ad honore et gloria de Dio, a salute de le anime et augu- 
mento et ornamento de la nostra prefacta Congregatione, con 
matura consideratione et provida deliberatione, per auctorità 
apostolica a nui piena, e ampiamente a tutte queste et simili 
cose concessa, come in li privilegii, cusì antiqui come moderni 
appare, et per la auctorità nostra sopra tutta la Congregatione 
et ordine Gamaldolense, li predicti cinque loci overo eremitorii 
con ogni loro iurisditione et tutti li eremiti de quelli, accep- 
tiamo et receviamo ne la nostra prefacta Congregatione et a 
quella unimo et incorporiamo, et con la istessa auctorità, li 
predicti cinque loci et ciascheduno de quelli in specie con- 
firmiamo et di nuovo concediamo al predicto frate Paulo 
et soi compagni et successori in perpetuo. Et precipue et spe- 
cificatamente il loco delle Grotte del Massaccio il quale per 
esser stato antiquamente loco del Ordine nostro, et per la 
renuntia de frate Antonio fatta nel Capitolo de Classe, et per 
la separatione che ha facto di questo da sé F eremo de Ca- 
maldole è ricaduto nella nostra Congregatione et in mano 
nostra. per qualche altro modo fosse, appartegnesse o po- 
tesse appartegnir ad alcuno loco o persona conventuale, ob- 
servante, cenobita o eremita del nostro habito o ordine Ca- 
maldolense, per la pienissima auctorità concessa a nui in 
simil cosa sopra tutti li loci e persone del habito e ordine 
nostro, togliendo ad ogni altra persona ogni ragione o aucto- 
rità che in dicto loco h avesse, e al predicto frate Paulo et 
compagni et successori concedemo et confermemo, imponendo 
a ciascaduno del nostro habito et ordine, sopra ciò, perpetuo 
silentio sub pena de excomunicatione lata sententia et pri- 
vatione del beneficio, se bavera beneficio, o del habito et 
ordine nostro se non averà beneficio, ne la quale pena se 
intenda incorrere et esser incorso qualunque persona esser 



120 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

si sia del nostro habito et ordine, il quale o per se o per 
altri, directe o indirecte, occulte o apertamente movesse al- 
cuna controversia, o volesse dire o allegare di haver alcuna 
ragione in dicto loco de le Grotte, et chi a questo prestasse 
aiucto o favore. Dando piena facultà al dicto fra Paulo o a 
chi fosse electo da dicti eremiti in loro Magiore, di far pu- 
blicare in qualunque loco li parerà opportuno per excomu- 
nicato per nostra auctorità qualunque del nostro habito o 
ordine che sopra o di quello li movesse alcuna questione, o 
desse al dicto fra Paulo et soi compagni o successori in 
qualunque tempo sotto qualunque altro colore, impedimento 
del dicto loco, o delle cose de quello: de la quale excomuni- 
catione, chi in quella, o come principale o come adiuctore, 
fauctore o consigliatore incorresse, non possi esser absoluto 
se non da loro Magiore, o dal vicario generale de la Gongre- 
gatione o da chi fosse a questi legittimamente superiore, de- 
sistendo da ogni molestia perchè il loco predicto et tutte le 
ragioni de quello a qualunque del nostro habito o ordine 
apartenesse ex certa scientia et per la nostra piena auctorità 
concedemo, come è dicto, et confermamo al predicto fra Paulo 
et predicti soi compagni in perpetuo. 

Et cusì confirmati et di novo concessi di prefacti cinque 
loci, insieme ciascaduno o tutti 1' uno all' altro unimo, co- 
niungemo et de li loci predicti et de li Eremiti in quelli 
commoranti facemo, ordinemo et instituimo una compagnia 
et società de li loci et de li eremiti i quali a differentia de 
li nostri Eremiti del Eremo de Gamaldole volemo che sia 
chiamata la Compagnia e Società de li Eremiti de sancto 
Romualdo et cusì eremiti similmente si chiamano Eremiti de 
sancto Romualdo in qualunque de dicti loci siano commoranti. 

Et a predicti Eremiti de sancto Romualdo demo et con- 
cedemo ampia libertà et piena potestate de convocare, ordi- 
nare et celebrare, et una et più volte all' anno, come a loro 
parerà più conveniente, capitolo tra loro, convenendo in quello 
il Magior comune de tutti li visitatori over coreptori loro et 
de ciascuno loco il priore et uno compagno per nome del 
convento et altri più e meno secondo che per loro institutione 
ordeneranno. 

Nel qual capitolo volemo et concedemo che secondo la 
forma che se observa nel capitolo generale de la nostra Gon- 
gregatione, overo secondo altra forma che a loro più conve- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 121 

niente paresse, possine et vogliano [eleggere] uno o doi, ove- 
ro più visitatori o corectori de tutta la compagnia et società 
loro, et li priori de ciascheduno de predicti, et altri ministri o 
officiali, o comuni o particolari, come a loro congruo et con- 
veniente parerà. 

Et nel predicto capitolo volemo et demo a loro auctorità 
pienissima et libera facoltà de fare, ordenare et instituire 
circa il modo et forma de recever loci o edificare, di acceptare 
fratelli eremiti, circa li ieiunii, li scilentii, le psalmodie, ora- 
tione, cerimonie, divini officii, celebratione delle messe, circa 
il modo et qualità del vestire, et circa la forma de la profes- 
sione et circa tutte le altre cose regolare, religiose et eremi- 
tiche institutioni, come a loro conveniente parerà, nove con- 
stitutioni et ordinationi, le quali non essendo contro a la 
Regula, cioè non allargando, ma più tosto restringendo li 
ordeni de la Regula, non essendo contro al bono viver reli- 
gioso, né contro li privilegii de la Gongregatione nostra a 
quelli contradicendo, non possino né dal vicario, né visitatori, 
né da presidente et diffinitori, né da capo alcuno de la Gon- 
gregatione et ordine nostro esser mutate, derogate, variate, 
in tutto o in parte, se non con il consenso del capitolo de la 
dieta società et compagnia de dicti Eremiti de sancto Romualdo; 
ma ben che sia in libertà et facultà de dicto capitolo de 
dieta Società de Eremiti de sancto Romualdo, le constitutioni 
che haranno facte, publicare, corregere, reformare, immutare, 
revocare, variare et sempre di novo, secondo che a loro pare- 
rà conveniente per lo augumento et bono regimenfo de dieta 
società et de li loci et persone di quella ordinare, instituire. 

Demo ancora et concedemo a predicti eremiti piena et 
libera facultà et potestate : anzi quella auctorità, facultà et 
potestà che hanno da la sancta sede apostolica et da preao- 
minati summi pontefici, de ricever o de novo erigere mona- 
sterii o eremi et loci religiosi, quanto a nui et alla nostra 
Gongregatione appartiene, comprobemo et volemo che con 
quella et con la nostra auctorità possino liberamente recever 
de qualunque persona seculare o religiosa, o da qualunque 
altri eremiti, o con professione o senza, da qualunque pre- 
lato, compagnia, congregatione, o comunità, etiam da ogni o 
commendatario o intitulato, etiam da Reverendi Gardinali, 
ogni o qualunque altro loco edificato o da edificare, seculare 
o regulare, o di qualunque ordine o congregatione, etiam del 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



nostro ordine camaldulense, o con rendilo o intra ta o in parte 
de dicti loci, o al tutto senza intracta, in qualunque parte del 
mondo, in Italia et fora de Italia, etiam in le parti oltra ma- 
rine in hierusalem, e in altre parti etiam a infideli subiecte, 
ne li quali tutti loci, ho già aquistati o che aquisteranno, 
possino edificare et construere capelle, oratorii, chiese, cam- 
panili, et tener campane, celle, hospitii, et altre officine. Et 
possino i predicti loci che da novo receveranno, aquisteranno 
o construeranno, unire alla predicta Compagnia et Società co- 
me membri principali di quella, o vero ad alcuno de li mem- 
bri principali incorporare et unire, come meglio loro parerà. 

Et similmente semo contenti che possino in essa loro 
compagnia et società, in ciascheduno loco aquistato, o che 
aquisteranno, recever allo habito et probatione et consequen- 
temente alla professione ciascaduno et tutte quelle persone, 
o seculare o religioso, de qualunque sorte, secondo che tra 
loro ordeneranno et consti tueranno. Anzi questa istessa au- 
ctorità et facultà, quale per prenominati brevi et bolle de 
summi pontifici, quanto a nui appartiene et alla nostra Gon- 
gregatione, comprobiamo et laudiamo. 

Questo solo dechiarito sia expressamente che quelli che da 
novo, cioè da questo dì innanzi recevessero precipue de altro 
ordine, non siamo obligati né possino esser tolti in li altri 
loci de la nostra Gongregatione fuora de questa Compagnia 
de sancto Romualdo, senza expresso consentimento de sei 
diffinitori del Capitolo generale de la nostra Congregatione. 

Et habiano auctorità et facultà in dicti loro capitoli pe- 
nitentiare, imponer obedientie, officii et ministerii, mutare et 
in li loci loro deputare li fratelli eremiti. Et universalmente 
ciascheduna et tutte quelle cose fatte et ordinate, quanto alla 
lor Compagnia et loci et fratelli de quella appartiene, che 
possino et sogliono fare et ordinare in tutta la nostra Con- 
gregazione li padri e presidenti et diffinitori, overo vichario 
et visitatori per tempo existenti. 

Et volemo anchora, concedemo et dechiaramo che tutti li 
predicti loci aquistati et che aquisteranno, tutti li eremiti che 
in quelli sono sacerdoti, chierici, conversi et commessi, pro- 
fessi et novitii, o che in futuro scranno ricevuti et li succes- 
sori loro in perpetuo habiano, godano, fruiscano in tutte le 
cose, etiam le corporali et spirituali, tutte le immunità, li- 
bertà, exemptioni, gratie, indulti, concessioni, dignità, privi- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 123 

legii presenti et futuri del sacro Eremo de Gamaldole et de 
ciascaduno loco et di tutta la nostra Congregatione. Con 
expressa facoltà et auctorità di fare secondo le forme de la 
concessione apostolica alla nostra Congregatione et a prelati 
di quella, indulti, partecipi i loro familiari et benefactori de 
tutti li beni spirituali che in dieta Compagnia si farà et de 
le gratie spirituali alla nostra Congregatione et a loci de 
quella da la sede apostolica concesse, come possano fare tutti 
li prelati et il capitolo de la nostra Congregatione. 

Dechiarando et concedendo che il Magiore over superiore 
comune de tutti li loci, habia in tutta questa loro Compagnia, 
ne li lochi e ne le persone di quella, et similmente li visitatori 
o coreptori loro, quella istessa auctorità, potestà, facultà et balìa 
che hanno nella nostra Congregatione et ne li loci et persone 
di quella, il vicario generale et visitatori universali di quella. 

Et li priori de li prenominati loci aquistati, o che se 
aquisteranno da poi che scranno dal capitolo loro, o dal Ma- 
giore o superiore comune, e visitatori o coreptori loro, insti- 
tuiti et electi, habiano nel loco a caduno de loro comesso, 
in temporale et in spirituale, nelli fratelli a sua cura deputati 
quella instessa auctorità, potestà, facultà et iurisditione che 
hanno li prelati de li loci principali de la nostra Congrega- 
tione da poi che sono dal capitolo generale di quella o dal 
Magiore o coreptori di quella electi. 

Et specificatamente dando et concedendo al Magiore o suo 
superiore comune de dieta Compagnia de Eremiti de sancto 
Romualdo quella omnimoda e total facultà, auctorità e po- 
testà concessa, lo udire confessione, absolvere, commutar voti, 
despensar de irregularità, promover, ordinar o far ordinare, 
benedire veste sacerdotale o paramenti de altari, secondo la 
forma de li privilegii, bolle, brievi, oraculi de viva voce de 
summi pontefici ne li loci et persone de dieta Compagnia, 
che ha, o il vicario generale in tutta la Congregatione, overo 
li prelati de quella, ciascuno nel loco a lui commesso, et 
specialmente il Magior dell' Eremo Camaldulense nel Eremo 
et eremitorii di quello et loci a quello pertinenti. 

La qual tutta Compagnia, società de Eremiti de san Ro- 
mualdo cussi da nui insti tuta, ordinata et erecta con tutte le 
auctorità de la sede apostolica per prenominati brievi et bolle 
allora, avanti, adesso impetrate, o che inpetreranno, o in 
futuro impetrassero et con tutte le concessioni et facultà da 



124 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nui, come sopra se contiene, concesse, li prefacti cinque loci 
et eremitorii cusì insieme uniti con tutti quelli che per lo 
avvenire se unissero con tutti li eremiti sacerdoti, chierici, 
conversi, commessi, professi et novicii, ciascaduno secondo 
lo esser suo, o che in futuro in li dicti loci et Compagnia 
alla nostra prefacta società scranno recevuti, et successori 
loro in perpetuo. Iterum acceptemo et recevemo et unimo et 
incorporemo alla nostra prefacta Gongregatione del Eremo de 
Camaldole et di san Mieli aele de Murano come uno de' prin- 
cipali membri et honorabile di quella con le infrascripte de- 
chiarationi e prima 

Che non se intendi per questo la nostra Congregatione 
esser obligata o tenuta, se non quanto per sua pura libertà et 
benignità volesse, de sub venire o prestare auxilio de le cose 
temporali alla dieta Compagnia, o a loci e persone di quella, 
quando bene occoresse che per il tempo d' avenire restasseno 
dicti loci poveri con poca et senza intrata, come adesso sono. 

Et che de tucta questa Compagnia et societade e se habia 
elezer uno Magiore o superiore de tutti, il quale solo se ha- 
bia ad elezer del numero de dicti eremiti nel nostro Capitolo 
generale de la Congregatione o tra 1' anno, quando caso 
occorresse di tal electione dal vicario generale et visitatori 
universali di quella, in quel modo et forma che se elezino et 
sogliono elezer li prelati de dieta Congregatione, il quale se 
habia a chiamare o Magiore o superiore comune de la Com- 
pagnia et de li Eremiti de san Romualdo, et habia ad haver 
il loco suo tra li prelati de la Congregatione in quel ordine et 
loco che dichiareranno li diffinitori del proximo futuro cele- 
brando capitolo generale della Congregatione, il quale sia 
electo de anno in anno, a confirmato fino al terzo anno in- 
clusive et non più. Et insieme con li visitatori overo core- 
ptori electi dal capitolo de dieta Compagnia, habia a regere, 
governare, ordinare, visitare tutta ditta Compagnia, loci et 
persone di quella, con quella istessa auctorità et facultà che 
hanno il vicario generale et li visitatori universali in tutta la 
Congregatione et loci et persone di quella, essendo non di 
meno dicto Magiore over superiore con dicti visitatori over 
coreptori subiecto allo vicario generale e visitatori universali 
de la nostra Congregatione come sono tutti li prelati de loci 
principali de dieta nostra Congregatione. 

Et possia et debbia se non sera legittimamente impedito 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA . 125 

il prefacto Magiore over superiore comune de dieta Compa- 
gnia insieme con uno compagno, il quale sia electo et depu- 
tato da dicti eremiti o dal Capitolo loro in quel modo et forma 
che tra loro ordineranno o constitueranno, venire o andare 
ogni anno et ogni volta che se celebrerà il capitolo generale 
de la nostra Congregatione, et habia dicto Magiore over su- 
periore come prelato et il suo compagno, se ben fosse priore 
de alcuno loro eremitorio, come conventuale, in tutti li acti 
che se fanno o sogliono o possino farsi in capitolo, voce acti va 
et passiva, come ha ciascheduno prelato et conventuale de li 
monasterii et loci principali de dieta nostra Congregatione. 

Et il vicario generale et li visitatori universali della no- 
stra Congregatione cusì come visitano e sono tenuti visitar 
ogni anno tutti li altri loci principali de la Congregatione, 
cusi visitano e siano tenuti visitare de tre anni in tre anni 
almeno, o più frequentemente se a loro parerà necessario o 
opportuno, dicti loci aquistati o che se aquisteranno in dieta 
Compagnia, con quelli modi et forma et auctorità che visitano 
li loci de dieta Congregatione nostra. 

Dechiarando expressamente che il vicario et visitatori 
cusì in tempo de visita come fora de visita, et similmente il 
capitolo generale de la congregatione et li presidenti et difft- 
nitori de quello nel et circa il deputare fratelli eremiti o altra 
persona ne li prefati loci eremitici de dieta Compagnia et 
societade, et circa et nel remover et mutare de quelli, habia 
quella instessa auctorità et potestà che li predicti hanno 
circa il deputare o rimovere e mutare nel eremo e nelli ere- 
miti di Camaldole. 

Et expressamente instistuendo et ordinando che li anni 
che il vicario generale et visitatori universali della nostra 
Congregatione non visiteranno dicti loci eremitici, debba il 
Magiore over superiore commune de quello, con li soi visita- 
tori over coreptori eremiti almeno una volta all' anno e più, 
se più accaderà, visitare tutti li loci de dieta Compagnia, 
possendo anchora, se a loro parerà utile, congruo, opportuno, 
et quel anno che il vicario generale con soi visitatori visitarà 
dicti loci eremitici, avanti over da poi visitare etiam loro li 
soi loci eremitici come li altri anni. 

Et similmente ordinando che cessando ogni legittimo 
impedimento inviolabilmente ogni anno una volta almeno, 
sa habbia a convocare et celebrare uno capitolo de dieta 



126 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Compagnia de eremiti in alcuno de dieti loci aquistati o 
che aquisteranno, non avanti ma da poi la celebratione del 
capitolo generale de la nostra Gongregatione, non differendo 
più oltre che LXX iorni da poi la celebratione, zioè il primo 
dì che se celebrerà il capitolo generale de la Gongregatione. 
Et caso occorrente che il capitolo della congregatione generale 
o non se celebrasse, o si differisse fino a le pentecoste o più 
oltre, possiano o debbiano, cessante legittimo impedimento, 
dicti eremiti celebrare il loro capitolo XX iorni da poi le 
pentecoste e non h abbiano per nissun caso, o più oltre dif- 
ferire, et possino in quello elezer il suo Magiore comune : 
quando il capitolo generale non lo facesse. 

Nondimeno volemo et concedemo che per questa volta 
solamente, avanti pasqua de resurrectione proxima futura, o 
almeno avanti il celebrare del capitolo generale de la Gon- 
gregatione, possino dicti eremiti et debbiano con la auctorità 
apostolica a loro per prenominati brievi e bolle concessa, et 
similmente con nostra piena et ampia auctorità, concessione 
et facultà, convocare et celebrare uno loro capitolo se ben 
tutti in quello non convenisser, purché convengano la mazor 
parte, et li sacerdoti tutti siano chiamati. Nel quale, [in] quella 
forma che a loro parerà, possino et debano elezer li priori 
de prefacti loci loro, et per questa volta solamente elegano 
il suo Magiore o superiore comune da durare fino al proximo 
celebrando capitolo de la Gongregatione generale, et a quello 
che per loro sera facto non ardisca alcuno de contradire in 
alcuno modo, ma tutti debbano obedire et observare. 

Nel quale capitolo ed in tutti li altri che di tempo in 
tempo celebreranno come se fa nel capitolo generale della 
Gongregatione, possino et debbano elezer uno del numero 
loro professo eremita, il quale o in latino o in vulgare, come 
al capitolo et diffìnitori loro parerà, debbia scriver et notare 
per ordine tutti li acti et ordinationi et costitutioni del Capi- 
tolo, alla scriptura del quale, quella fede sia prestata in ogni 
loco che suole prestare a publici e autentici instrumenti de 
notari, come per auctorità apostolica è concesso poter fare in 
tutti li capitoli che se celebrano nella nostra Gongregatione. 

Intendendo finalmente che non infringendo, né demi- 
nuendo per questo quanto é in nui quello che in questa scri- 
ptura havemo concesso, ma a più fermezza et stabilità de le 
sopra scripte cose, che li dicti eremiti in questo loro ce- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 127 

lebrando capitulo h abbiano a conflrmare, aprobare, o per 
subscriptione de tutti quelli che in dicto capitulo scranno o 
per mano de loro electo scriba del capitulo, o per publico 
instrumento tutto quello che in questa scriptura se contiene. 
Et poi, a più validità e robore, sia nello proximo celebrando 
capitolo generale della Gongregatione de li padri Reverendi 
presidenti et diffinitori confìrmate, aprobate, roborate. Et in 
libertà et facultà de dicti eremiti [sia di] farle o per breve 
o bolla conflrmare alla Sancta Sede Apostolica. Dando aucto- 
rità et facultà al prenominato fra Paulo eremita, di potere 
più ordinata et seriosamente extender o far extender questa 
scriptura, et quelle cose che in essa si contiene. Non variando 
il senso, né mutando lo intellecto, ma si angiongendo et 
minuendo, o mutando le parole. Et quando sera cusì extesa 
se obligemo come a queste cose, a quella sottoscriver, o se 
a questo saremo rechiesti, a farne fare un publico, autentico 
istrumento per mano del legitimo et aprobato notaro. 

Fatte, ordinate, instituite et concesse tutte le sopra scripte 
cose nel anno, mese e iorno, nel loco a principio nominato, 
presente don Gypriano abbate de Val de Castro et fra Paulo 
eremita prenominato. Et scripte et extese per nostro ordine 
e di nostra volontà per mano del predicto fra Paulo eremita, 
a fede e fermezza delle quali et ciascheduno de nui de pro- 
pria mano sotto scriverà. Pregando tutta la immensità de la 
benigna misericordia de Dio che tutte queste cose drezi e 
rivolgi al honor et gloria sua, a salute de le anime, ad au- 
gumento et ornamento de la nostra Religione et congregatione, 
intercedendo per nui la beatissima et gloriosissima vergene 
Maria, quale speciale protetrize de questa Compagnia. Invo- 
chiamo et il nostro sanctissimo padre Sancto Romualdo insti- 
tutore de la nostra Religione, il corpo del quale iace in questo 
monasterio, nel nome del quale havemo instituita et erecta 
questa Compagnia de eremiti. Amen. 

Frater Paulus vicarius generalis ut supra. 

Ego domitus Bernardus visitator confirfno ut supra omnia 

sub die IX decemhris MDXXIII. 
Ego domnus Ventura visitator confirmo ut supra omnia. 



O '^<^(i^?>^ o 



CAPITOLO SECONDO 

IL PRIMO CAPITOLO E LA REGOLA EREMITICA 
DELLA COMPAGNIA DI SAN ROMUALDO 

[1524] 



L'atto del 9 dicembre 1523: autonomia e dipendenza dalla congre- 
gazione camaldolese — Il primo capitolo : approvazione del- 
l' atto di erezione — La "Regola eremitica,, della compa- 
gnia di san Romualdo : voti e professione — La povertà e il 
suo spirito — Le vesti — La castità — L' obbedienza Asti- 
nenze e digiuni — Del dormire ; del lavoro manuale ; dell' of- 
ficio divino — La lezione e lo studio — La salmodia privata — 
La confessione e la comunione — L' orazione comune — Di- 
sciplina e cilizio — Solitudine — Del governo e dell' accettare 
e licenziare i fratelli — Dell' ordine de' luoghi e degli eremiti 
— Del capitolo — Della reclusione — Dell' accettar e fabbricar 
eremi — I priori — Ultime deliberazioni — Galeazzo Gabrielli 
e le sue commende — Il capitolo del luglio 1524 — Modifica- 
zioni e aggiunte al primo capitolo — Vestizione del Gabrielli. 

L' atto del 9 decembre 1523 segna il principio della 
vera e propria esistenza canonica per la comunità radu- 
nata dal B. Paolo Giustiniani e distinta con V appella- 
zione di "Compagnia di san Romualdo,,. L'aggrega- 
zione all' ordine camaldolese o, per dire con maggior 
proprietà, alla congregazione dell' eremo di Camaldoli 
e di san Michele di Murano, veniva ad approvare un' o- 
pera, intrapresa con sacrifizio e condotta innanzi più per 
volontà divina che per volere umano. Gli eremiti e i ro- 
mitorii, pur essendo affigliati alla congregazione camal- 
dolese, costituirono subito una società o compagnia auto- 
noma. Facoltà di adunar capitolo, di eleggere i visitatori, 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 9 



130 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

di edificare luoghi, di accettare postulanti e di vestirli, 
di compilar costituzioni proprie purché non contrarie 
alla regola camaldolese, di estendersi dentro e fuor del- 
l' Italia, di vestire e professare nei singoli luoghi, usu- 
fruendo di tutti i privilegi dei camaldolesi : autorità 
conveniente, giusta la ragione della congregazione ca- 
maldolese, tanto al maggiore che ai priori dei singoli 
luoghi ed ai visitatori o correttori ; eletti tutti nel modo 
tenuto dall'ordine, ma il maggiore, soltanto nel capitolo 
di tutta la congregazione, soggetto perciò, co' suoi visi- 
tatori, al vicario ed ai visitatori universali dell' ordine, 
con diritto d' intervenire al capitolo con un compagno, 
benché eletto esclusivamente tra gli eremiti romualdini. 
Anche i luoghi doveano esser soggetti alla visita del vi- 
cario generale della congregazione, almeno ogni tre anni, 
come al capitolo generale spettava il formar le famiglie 
dei nuovi romitorii. Queste limitazioni erano giuste sul 
principio dell' esistenza della nuova compagnia; ma non 
andò a lungo che divenissero irragionevoli e si toglies- 
sero di mezzo : allora soltanto l' autonomia fu completa. 

Il capitolo della nuova società non poteva adunarsi 
prima del capitolo dell' universa congregazione camal- 
dolense ; fu fatta eccezione pel primo capitolo, il quale 
poteva esser convocato anche prima di quello, per eleg- 
gere i priori dei singoli luoghi e, soltanto per questa 
volta, il loro maggiore, iJ quale però, doveva durare in 
carica solamente fino al prossimo capitolo di tutta la 
congregazione. Sapiente provvedimento, per parte dei 
superiori della congregazione e per parte del B. Paolo 
Giustiniani ! Gli uni si riservavano così il diritto di 
provvedere, nel caso che venisse eletto uno inabile, e il 
Giustiniani poneva dinnanzi ai suoi eremiti una que- 
stione di fiducia e dinnanzi a sé un motivo di umiltà ! 

Fu adunque intimato il capitolo della Compagnia di 
san Romualdo pel 15 gennaio 1524. Era questo V avve- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORÓNA iÈi 

nimento che dovea decidere dell' esistenza della compa- 
gnia : gli eremiti doveano ratificare quanto era stato con- 
cordato tra il Giustiniani e i superiori della congrega- 
zione camaldolese e poi procedere all'approvazione delle 
costituzioni, secondo le quali, avrebbero dovuto reggersi 
e condurre la vita. Quest' ultima incombenza fu tutta 
del Giustiniani ; ed egli, con 1' esperienza del viver mo- 
nastico ed eremitico fatta a Gamaldoli e col frutto delle 
molte lezioni dei padri e dei santi anacoreti, si accinse 
all' opera. Meditò e poi scrisse : e la sua scrittura fu la 
regola dei nuovi eremiti e l' eco della meditazione di 
tredici e piti anni di vita eremitica. 

Gli atti del primo capitolo, celebrato dalla nuova 
famiglia romualdina, nell' eremo di san Benedetto sul 
Montecònero di Ancona, hanno questo principio (*) : 

III nome del nostro Signore et Dio gloriosissimo Jesu 
Ghristo henedecto, auctore de tutte le cose bone, et della 
sua gloriosa madre sempre vergine Maria nostra speciale 
advocata e protetrize, e di sancto Michael Archanzolo, 
precipuo de tutto lo ordene nostro deffensore, et de li no- 
stri padri et institutori de la monastica et eremitica con- 
versatione S. Benedecto et Romualdo et de tutti li Angeli 
et sancii de Dio. 

Incomenciano li acti^ decreti, difflnitioni et dechiara- 
tioni facte nel primo capitolo della Compagnia de li ere- 
miti de S. Romualdo novamente fatta, instituita et ordi- 
nata, come nella inanzi posta scriptura appare, per au- 
ctorità apostolica, dal vicario generale et universali visi- 
tatori della Congregatione Camaldulense, facto et celebrato 
nel nostro eremitorio de S. Benedecto sul monte de Ancona, 
questo anno M. D. XXIIIJ° comenziato, adì XV di zenaro. 

A questo proemio segue l'elenco di tutti gli "ere- 



(1) Ms : Libro de' primi atti del capitolo generale, ecc. n.o P.o 
C, e. 18-20. 



132 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

miti professi sacerdoti et chierici,, dimoranti nei 
cinque eremitorii delle Grotte del Massaccio, di san 
Gerolamo a Pascelupo, di san Leonardo del Volubrio, 
di san Benedetto del monte di Ancona e di santa Maria 
dello Spirito Santo di Lari no, i quali, secondo le costu- 
manze camaldolensi, avean diritto di voce nel capitolo. 
I sacerdoti erano : Frate Paolo da Venezia, F. Elia da 
Milano, F. Agostino da Bassano, F. Nicolò da Venezia, 
F. Zacaria di Sicilia e F. Francesco da Giadara: i 
chierici erano: Frate Gerolamo del Regno, F. Benedetto 
da Gubbio, F. Leonardo dai monte Mònaco e F. Ro- 
mualdo da Fabriano. Dei trentadue membri, adunque, 
di cui constava la nascente società, solamente dieci 
potevano prender parte al capitolo, disponendosi a com- 
pilare ed approvare le costituzioni che avrebbero dato 
vita giuridica alla nuova comunità camaldolense e che 
ne avrebbero costituito la distinta personalità di fronte 
a tutto r Ordine di san Romualdo. 

Non tutti però convennero al capitolo ; poiché frate 
Elia da Milano "per insto impedimento,, non potè 
trasferirsi al monte di Ancona dalle Grotte del Massaccio, 
dove dimorava, ed i chierici fr. Benedetto da Gubbio, 
fr. Leonardo da monte Mònaco e fra Romualdo da Fa- 
briano, eran rimasti co' conversi alla custodia degh eremi 
del Massaccio, di Pascelupo e del Volubrio. 

Celebrata, pertanto, devotamente la messa « de Spi- 
ritu Sancto » ed invocato il divino aiuto, i capitolari di 
comune accordo stabilirono che per questa prima volta 
non si dovessero eleggere i definitori, ma che avessero 
vigore tutte quelle disposizioni, Te quali fossero state 
approvate a maggioranza. Di più: concordemente e con 
atto di riconoscente gratitudine "nessuno discre- 
pante,, ordinarono che messer Galeazzo de' Gabrielli 
di Fano ''de habito seculare, ma di proposito re- 
ligioso,, e "singulare benefactore,, de' loro eremi- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 133 

torii e degli eremiti, godesse in questo loro capitolo il 
benefìcio della voce attiva. Onore, senza dubbio, singo- 
lare, e benché meritato ampiamente, il maggiore che si 
potesse concedere da quegli eremiti al loro insigne be- 
nefattore ! 

La prima cosa che quei padri stimassero degna 
d' esser presa in considerazione, fu quella di eleggersi 
una special avvocata e protettrice, e di determinare i 
modi per convenientemente onorarla. Perciò — elessono 
et invocorno devotamente per singulare et speciale advo- 
cata et protetrize de questa Compagnia la sempre gloriosa 
vergerle Maria, inadre del nostro Signor Jesu Christo. 
Determinando che si Jiahhia, nel divino officio, a continuar 
sempre, alle laudi et al vespero quella commemoratione 
die se fa de essa gloriosa vergene Maria, o altra in quello 
loco. Et che ogni anno se debbia mandar doi fratelli ere- 
miti da questo loco de san Benedecto a Loreto, a fare in 
quel loco speciale oratione a essa gloriosa vergene (per) 
questa Compagnia, et offerire uno candelotto di cera, de 
peso almeno de una libra. 

Perchè poi le determinazioni capitolari venissero 
fedelmente scritte per ordine, fu eletto di comune con- 
senso all' ufficio di scriba frate Nicolò da Venezia, il 
quale doveva registrare, come realmente fece, anche gli 
atti precedenti a questo capitolo, cioè le epistole di 
Leon X, il breve di Adriano VI e l' atto di erezione della 
Compagnia di san Romualdo, fatto il 9 dicembre 1523 
nel monastero di san Biagio di Fabriano. 

Il quale atto, come quello che segnava il principio 
della nuova società eremitica, fu sottoposto all' appro- 
vazione de' padri capitolari : Leda distindamente e da 
tutti intesa et diligentemente considerata la inanzi posta 
scriptura, per la quale, instante et rechiedente fra Paulo, 
li predidi eremitori et dal Reverendo Padre vicario gene- 
rale et visitatori universali de la Congregatione Cantal- 



134 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

dolense^ sotto di IX decemhre proximo passato, sono stati 
insieme uniti, et de quella et de li eremiti in essi commo- 
ranti facta una Compagnia et societade de eremiti de 
S. Romualdo : et cusì tutti insieme sono stati uniti et 
anexi et incorporati alla prefacta Congregatione Camaldo- 
lense, con le concessioni et conventioni in quella expresse : 
dieta scriptura et tutto quello che in essa se contiene, come 
in fine de quella è posto, conflrmorno unanimi et com- 
proborno, acceptorno et laudorno. 

A questa approvazione ne aggiunsero un'altra spe- 
ciale, dichiarandosi contenti che co' quattro loro primi 
romitorii ae fosse unito anche un quinto, vale a dire, il 
Larinense, e che gli eremiti di questo luogo venisser accet- 
tati e ricevuti nel novero di quelli della loro compagnia. 

Tra le cose preliminari, fu eziandio trattato dell' ac- 
cettazione del p. don Giustiniano da Bergamo e di don 
Bartolomeo da Montepulciano, procuratore generale di 
Monte Oliveto, come si rileva da queste parole: Anchora 
lecte alcune lettere del p. d. Justiniano eremita Camaldu- 
lense rinchiuso, drezate a frate Paulo, nelle quali se offe- 
risce parato a sua requisitione de venire a questi loci 
over Compagnia. Acceptorno dicto p. D. Justiniano in dieta 
societade et Compagnia, determinorno che da fra Paulo 
li sia scripto absolutamente chel vengi quando a lui pia- 
ce. — Et similmente lecte lettere, pur a fra Paulo drizate, 
de don Bartholomeo da Monte Pulzano, professo della 
Congregatione de Monte Oliveto et procuratore generale in 
corte de Roma del ordine suo, per le quali chiede esser 
recevuto in questi loci overo Compagnia, et udita la in- 
stantia et perseverantia in tal proposito unanime, dicto 
d. BartJwlomeo receverno in questa Compagnia. 

Poscia « per dar forma et regula et institutione a 
tutti li eremiti de questa Compagnia », i padri capitolari 
dichiararono che da ora innanzi, tanto i presenti che i 
futuri eremiti, vivessero secondo la seguente "Regula 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 135 

over institutione eremitica,, osservandola studiosa- 
mente e con amorevole cura. 

Questa Regola o Istitutione eremitica consta di 
ventisei capitoli, nei quali è svolta tutta la parte morale, 
religiosa e disciplinare che dovrà informare i membri 
della nuova compagnia. Nella compilazione di essa fu- 
ron tenute d' occhio la Regola di san Benedetto e le 
costituzioni camaldolesi della "Regula vite eremi tice,, 
già pubbhcata dal Giustiniani per l'eremo di Gamaldoli: 
ma si può dire che v'ha tuttavia un non so che di origi- 
nale che dalle alture delle grandi linee della Regola 
benedettina discende al particolare, alla vita pratica ed 
alle costumanze di ogni giorno. Nell'ordine camaldolese 
le consuetudini monastiche ed eremitiche, sul finire del 
secolo XV e sul principio del XVI, si erano susseguite, 
a breve distanza, varie, lunghe, particolareggiate, a se- 
conda del gusto e delle inclinazioni di coloro che aveano 
nelle mani il governo di tutto l'ordine. E se vi fu difetto, 
questo consisteva appunto nella soverchia prolissità. Di 
fronte a coteste consuetudini, 1' « istitutione eremitica » 
della Compagnia di san Romualdo, si presenta fornita 
di singoiar brevità e chiarezza. I tre voti religiosi, 
le astinenze e i digiuni, l' esercizio manuale, il divino 
officio, la lezione, la confessione, la solitudine, il silen- 
zio, il governo de' superiori, le loro relazioni con gli 
inferiori e con quelli che amano rinchiudersi, trovano 
in questa Regola una esposizione sobria e ben fatta, con 
r applicazione particolareggiata che distingue la nuova 
comunità da quella di Gamaldoli. 

Le disposizioni che riguardano i voti della vita re- 
ligiosa, che sono il fondamento di ogni comunità la 
quale intenda servire al Signore, sono poste giustamente 
sul principio della Regola (^). 



(1) Ms: cit., e. 20-42. Il testo ha subito modificazione nelle 



136 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

De li voti et professione. 

« Avanti a tutte le cose, tutti li fratelli eremiti di 
« questa Institutione observano li precepti divini, li co- 
« mandamenti della legge, li precepti evangelici et le 
« ordinationi de la sancta Ecclesia catholica et del sum- 
« mo Romano pontefice. Et con ogni loro diligentia, se- 
« con do la doctrina del sancto evangelio de Ghristo stu- 
« diano di viver, rendendo il debito culto al Signore, 
« non come servi per timore della pena, ne come mer- 
« cenarii, per desiderio del premio, ma per puro filiale 
« amore in tutte et sopra tutte le cose, desiderando et 
« cercando la gloria di Dio. 

« Da poi questo, spontaneamente abraciando li con- 
« sigli evangelici de quelli tre principali, li quali, come 
« fundamento de la Religione, a tutte le religiose istitu- 
« tioni sono necessarii, zioè povertà, chastità et obe- 
« dientia, facino publico voto et professione. Et li altri 
« tutti evangelici consilii, o con summo proposito de lo 
« animo deliberano, o anchora per amore de Ghristo et 
« desiderio de più perfectamente servire a Dio volunta- 
« riamente con spiritual iocundità, per voto et profes- 
« sione parimente se obblighi de observare. 

« Et anchora la conversione de soi costumi in me- 
« glio, secondo la Regola del padre san Benedecto et 
« secondo questa eremitica institutione, et la stabilità 
« sua nel sancto proposito di questa vita eremitica in 
« fino alia morte, per publica professione con propria 
< boccha et scriptura, prometino in questa forma di pa- 
« role : 

Io frate N. prometto et faccio voto a Dìo omnipotente 



parole già annotate (cfr. p. 117) e nelle seguenti : panne - pane ; 
acrumi - agrumi; puro - pure; habbuta - avuta; poi - puole; mil- 
gio - miglio ; messe - mese ; calzeti - calzetti. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 137 

di ohservare tutto il tempo della vita mia, per amore del 
nostro Signore Jesu Christo, inviolabilmente povertà, chor- 
stità, óbedientia. Et secundo la Regola de san Benedecto 
et secundo questa institutione della vita eremitica con le 
sue dichiarationi, per voto prometto la conversione in me- 
glio de miei costumi et la stabilità mia nel proposito de 
questa eremitica conversatione da questa hora fino alla 
morte, dinanzi a Dio et tutti li Angeli et sancii soi, in 
presentia de li padri et fratelli eremiti in questo eremi- 
torio N. commoranti. 

«Alle quali parole, che spontaneamente vorrà, quando 
« haverà decto povertà, chastità et óbedientia, aggionga 
« tutti li altri evangelici consilii. 

« Di la qual professione de propria mano, o se non 
« sapesse scriver^ uno altro da quello pregato ne faccia 
« scriptura in uno libriccino di pergameno, a questo per 
« tutti quelli che in quello loco faranno professione, 
« preparato, et lecta over non sapendo lezer, altri le- 
« gendo, pronunciata, con propria voce tra le solennità 
« della messa, dinanzi a lo altare, sopra quello di pro- 
« pria mano uno segno di la sancta croce in confirma- 
« tione de li voti et professione sua gli sotto scriverà ». 

Il distacco dalle cose terrene non si ottiene senza 
la povertà volontaria, che rende V eremita noncurante 
di ciò che è più agognato dal mondo e gli fa gustare 
le soavi dolcezze di quella povertà di spirito che ger- 
mina appunto dallo spirito di povertà. Ma poiché delle 
cose materiali, anche l' eremita, finche vive su questa 
terra, dovrà usare, la Regola stabilisce come ed in qual 
misura egli debba servirsene, senza venir meno al voto 
professato. 

Del observar la povertà e non haver proprio. 
« Non possi mai in alcuno modo chi sera professo 



138 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« de questa Institutione haver alcuna cosa, quantunque 
« minima, propria, ne anche lo uso di quella a vita^ o 
« ad alcuno determinato tempo, ma solo quanto li sera 
« da soi superiori permesso. 

« Non li sia lecito ne dare, ne ricevere cosa alcuna, 
« ne chiedere o promettere, se non harà prima obtenuta 
« licentia dal suo superiore. 

« Et quello tutto che recevesse alcuno essendo fora 
« del eremitorio in absentia del suo priore, subito che 
« potrà a quello 1' habbia a consegnare. 

« Quelle cose che, o venendo alcuno a questa insti- 
« tutione seco porterà, o da poi in alcuno modo aqui- 
« sterà, over li sera da soi chari offerta, over con sua 
« industria et fatica facessi, se non sera tal necessità 
« che malagievolmente si possi altramente fare, non 
« sia permesso a quello de usarle, aziò non li pari ha- 
« ver in quelle alcuna proprietà. Ma più tosto parendo 
« al superiore suo che habbia di tal cose necessità, li 
« siano altre simili de le cose comuni del loco ad uso 
« accomodate. 

« Le cose che ad uso scranno a ciascheduno con- 
« cesse, non presumano senza licentia guastare, o in 
« altro uso commutare, ne l' uno a V altro chiedere, pro- 
« metter o accomodare, se prima non harà havuta tale 
« licentia. 

« Né in cella ardiscano alcuna cosa murata o con- 
« ficcata tramutare, o da novo murare o conficcare, senza 
« benedizione del suo priore. 

« Danari, mentre che sono nel eremo, ne il priore, 
« ne alcun altro, ne professo, ne novitio, non possi ap- 
« presso se, in alcuna etiam minima quantità, tenere, 
« excepto il cellerario del loco, al quale siano tutti li 
4( dinari consegnati, et egli tutto quello fazi che li orde- 
« nera il priore e, senza sua licenzia, nessuna cosa mai 
« presuma di fare. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 139 

« Quando sera alcuno mandato in alcuno loco, non 
« li sia prohibito recever li dinari, o che per la necessità 
« del viaggio, o per altra occasione li scranno dati, ma 
« sì che se scranno più insieme, uno solo habbia tal 
« facultà, et tra via o in altro modo non ardisca usar 
« dicti dinari, o in altro che in la necessità del viag- 
« gio, o altra cosa che li fosse stata dal suo superiore 
« ordinata, et tornando al loco de la sua deputatione, 
« tutto quello che li sopra avanzasse debbi al suo priore 
« assegnare, avanti che entri in la cella a lui deputata; 
« ma dove sera ospite nelli altri loci nostri, non sia 
« obligato assegnar quelli dinari, che havesse, al priore 
« de quello loco. 

« Se studii ciascheduno de non aver in cella alcuna 
« cosa superflua, ma rendere quelle che de presente non 
« usasse, ne cosa alcuna preciosa sia permesso ad alcuno 
« de tener, ma habbiano solo le cose necessarie et quelle 
« tutte vili, et alla sancta voluntaria povertà convenienti. 

« Et per questo visiti il priore con il cellerario et 
« con alcuno altro de seniori, quattro volte almeno a 
« r anno, tutte le celle, non vi essendo quello a chi è 
« deputata, et senza rispecto alcuno tolga tutte le cose 
« che li paresse superflue o indecente, et esso si studii 
« esser più povero de tutti li altri in ogni cosa. 

« Non habbiano alcuna chiave, né altro modo de ser- 
« rature, se non la chiave comune per la porta della cella, 
« excepto il cellerario et il sacristano, a quali è necessa- 
« rio per custodia delle cose comuni aver altra chiave. 

« Quando uno se muta da cella a cella, non tra- 
« sporti se non li soi vestimenti, et quelli libri li quali 
« de presente usasse, aciò che le cose siano più tosto 
« alle celle che alli fratelli deputate, et quelle cose che 
« cusì da cella a cella trasportasi, tutte siano mostrate 
« al suo priore et con sua benedicione si habbia, et egli 
« non possi benedicere se non le vederà. 



140 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« Quando se tramuta da loco a loco uno fratello 
« non possi portar seco altro che quelli vestimenti che, 
« secondo la stagione de 1' anno, a quel tempo in una 
« volta porta indosso, senza fraude alcuna, ne li possi 
« dar licentia il priore del loco de portare altro che uno 
« tonichino più, se il vederà che ne possi aver bisogno 
<^ tra via da mutarsi, et doi soli libreti oltra il breviario. 
« Et chi volesse o più cose o altri libri portare, non lo 
« possi fare senza la licenzia del capitolo generale de 
« li eremiti over del p. Magiore. 

« A quelli nondimeno, a' quali sera imposto lo offi- 
« ciò de la sancta predicatione, possi il priore concederli 
« che porti seco fino a dieci libri, quelli che seranno 
« più comodi alla sua predicatione, non havendo a tro- 
« vare tali libri al loco dove vanno. Et a predicti et a- 
« a tutti li altri sia licito portar seco soi scripti come 
« recollecte overo compositioni sue scripte da lui et facte. 

« Quando anderà il padre Magiore e li coreptori a 
« visitar il loco, il primo iorno che comenzerà la visita 
« sian tenuti il prior et tutti li fratelli del loco presentarli 
« et lassarli in libertà loro tutti li breviarii, psalterii, 
« diurni et ofifìciòli, corone et cortelli che sono a suo uso, 
« et essi possino distribuirli come a loro piacerà, et siano 
« tenuti almeno in qualche parte tramutar diete cose, acciò 
« che in queste cose tali nissuno babbi alcuna proprietà. 

« Et il prior del loco sia tenuto presentar l' ìndice 
« overo inventario de tutti li libri che sono in quel loco, 
« esso Magiore et coreptori possino dicti libri distri- 
« buir, come a loro piacerà, non solo a uso de fratelli 
« in quel loco deputati, ma et alli altri loci. 

« Et possi il capitolo nostro generale et comune, 
« con licenzia se sarà necessaria dalla sede apostolica, 
« transferir da uno de' loci de questa Compagnia a T altro 
« paramenti, calici, icone, pietre sacre, campane et altre 
« cose mobili. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 141 

« Della intrata et uscita del loco legai il cellerario 
« distinctamente conto a iorno per iorno, o non sapendo 
« scriver egli, scrivali il prior, o faciali scriver ad, altri. 
« Et debba et possi veder il priore tali conti ad ogni 
« suo placito, e sia tenuto vederli diligentemente almeno 
« quattro volte all' anno. Et siano mostrati li conti dal 
« cellerario e dal priore al padre Magiore et li coreptori 
« in la visita. Et dal priore siano portati al capitolo 
« generale de li Romiti. 

« Li fructi et agrumi, o simili cose che fossero ad 
« alcuno presentate nessuno senza licentia del priore 
« non ardisca, né tuorre ne portare in cella a se depu- 
« tata. Ma più tosto se dividano egualmente tra fratelli. 
« Et quelli fructi et agrumi et altre cose dell'orto, come 
« serìano radici, rape, citrioli, poponi, excepto le herbe 
« per la insalata, nessuno non usi a cogliere particular- 
« mente. Ma siano da uno, a chi questo sera iniuncto, 
« in comune ricolte et egualmente tra fratelli divise ». 

Come appendice al capitolo che tratta della povertà, 
la regola eremitica fa seguire un capitolo speciale dedi- 
cato aUe vestimenta degli eremiti, come già san Bene- 
detto aveva fatto per i suoi cenobiti (cap. LV.) 

De vestimenti et calziamenti de' fratelli. 

« Siano le vesti de li fratelli eremiti il tonichino 
« de rascia, la tònica de panno de' più grossi se trova- 
« ranno nella provincia ove sono, il scapulare con il ca- 
« puzo insieme de rascia, il mantello eremitico di grisso 
« e non di altro panno, la scaparùza di panno. 

« Et tutti li panni che useranno, saranno non cimati. 

« La tonica sia di tal mensura che non sia più curia 
« che uno palmo sopra terra, ne più lunga che mezzo 
« piede de mesura a terra. Il mantello sia almeno quattro 
« dita più curio de la tonica. 



142 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« Et non possino in alcuno portar la cuculia se non 
« quando fossero nel eremo di Gamaldole o nel capitolo 
« della Gongregatione Camaldolese, se saranno a questo 
« da li padri exortati. 

« Del numero de queste cose possino haver ciasca- 
« duno doi tonichini, doi scapolarii, una tonicha, uno 
« mantello, una caparuza et de quelli vestimenti che se 
« portano sotto la tonica che se chiamano guardacuori, 
« overo coretti, ogni uno habbi quanti li fa besogno per 
« deffendersi dal freddo. 

« De calciamenti possino portar, chi harà besogno 
« calze e calzetti, overo scapini de panno et scarpe, chi 
« anche vorrà possi andare senza calze et senza scapini 
« con zòccoli de legno. Ma fora de li loci tutti debbano 
« andar con le scarpe, et ne li loci non possino andar 
« con piedi nudi per terra, senza licentia del suo priore. 

« Né possino mai portar pianelle, se non mentre 
« celebrano la messa. 

« Et sia prohibito portare insieme le scarpe et li 
« zocholi de legno in ogni loco et in ogni tempo. 

« Quando ricevano le cose de qualunque sorta nove, 
« rendino le vecchie et siano reposte nel vestiario, nel 
« quale siano sempre de tutte le sorta de vestimenti 
« et calzi amenti de poter accomodar a fratelli, quando 
« vogliano lavare le cose che hanno, o altramente ne 
« avessero besogno. 

« Et quando ne haranno besogno cusì esso vestiario 
« come gli altri fratelli con licentia del priore le rece- 
« vano, et poi che le haranno usate le rendino et ri- 
« pongano nel vestiario. 

« Non possino li vestimenti o calziamenti concessi, 
« in alcuna altra forma tramutare o accurtare o allon- 
« gare senza benedicione del priore. 

« Quando uno fratello anderà da uno eremitorio a 
< V altro, non porti seco il mantello, se non ne bavera 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 143 

« necessità tra via, ma in loco de quello, la caparùza, 
« et quando sera al loco ove sera deputato, habbia cura 
« il priore de provederli de mantello et di quello harà 
« besogno, secondo che potrà. 

« Ancora tutti li panni de lino che useranno li ere- 
« miti, mantilli, tovaglie, tovagliolini, facioli, sugatorii, 
« fazoleti o muzechini, siano in comune tenuti da uno 
« fratello, qual a questo deputerà il priore, et nissuno 
« cognosca questo o quello è a mio uso, ma quando 
« scranno brutti o sporchi li rendano, et ricevano li 
« mondi et bianchi. 

« I ferramenti ancora che scranno nel loco et gli 
« instrumenti de diverse arti, nessuno presuma de tener 
« a suo proprio uso, ne in la a se deputata cella, ma 
« tutti siano riposti in uno loco comune sotto la cu- 
« stodia de uno fratello, secondo che ordinerà il prio- 
« re, li siano accomodate per tanto tempo per quanto 
« prevederà il priore esserli actualmente necessarii, et 
« quando li barra operati, li rendi, et sempre il fratello 
« alla custodia del quale scranno, et il priore ne habbia 
« appreso a se lo ìndize over inventario de tutti tali 
« ferramenti ». 

Intorno alla virtù ed al voto della castità, 1' « insti- 
tuzione eremitica » si ferma a prescrivere i mezzi che 
sono da usare per mantenere V una e 1' altro. Lontane 
le donne dall' eremo, ninna relazione sia con esse, ne di 
confessione, ne di governo, fossero anche monache : ne 
loro si parli o scriva. 

Della castità. 

« La castità la quale ciascaduno ha avanti a Dio 
« promessa, si studiano con tal diligentia observare, che 
« non solo conservino il corpo mundo da ogni bruttura, 
« ma et la mente libera da ogni concupiscentia; la qual 



144 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« cosa azio che possino più facilmente conseguire, tutte 
« le occasioni de' peccati, tutti incitamenti de inoneste 
« cogitationi solicitamente cerchino de fuggire. 

« A li eremitorii et loci ove scranno conventual- 
« mente deputati li eremiti, quanto possino, non permet- 
« tino andare, ne per certo spacio approximare, le donne. 

« Et come in alcuno loco è impetrato, cusì procurino 
« che in tutti li loci se impetri tal prohibitione dal pon- 
« tefìce sotto pena di excomunicatione. 

« Et essi eremiti in alcun modo non possino udire 
« le confessioni de donna alcuna, se non ove se cogno- 
« scesse il pericolo della morte, et non se potesse haver 
« copia di altro sacerdote. 

«Né mai tolgano gli eremiti cura di governare o 
« dire messa ad alcuno monastero di donne. 

« Et se non sarà alcuna necessità overo occorrente 
« religiosa opportunità, se guardano quanto ponno di non 
« parlar con donne, et se si potrà fare, quando hanno a 
« parlare, non sian soli, ma sempre habbino il compagno, 
« il quale oda tutte le parole de 1' uno e de l'altra, et se 
« non sera necessità, non menino in longo il parlare. 

« Scrivere anchora o mandare imbasciate a donne, 
« excepto la madre et sorelle, over da quelle, lettere, 
« imbasciate o presenti recevere, se non sera qualche 
« urgente necessità o religiosa utilità, non sia permesso. 
« Et quando questo ad alcuno si permetterà, sia in con- 
« scentia tenuto il priore leggere tutte intieramente tal 
« lettere, che a donne o da quelle se recevessero, overo 
« havessero a mandare, avanti che si mandino ; e che 
« il fratello a chi sono drezate, le legga ». 

L' obbedienza costituisce una scala che va dall' in- 
feriore al superiore per gradi : V eremita al priore, il 
priore al maggiore, tutti alla santa sede apostolica ed 
alla regola siano sottomessi. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 145 



Dellaobedientia. 

« Tutti li fratelli eremiti, in qualunque loco seranno, 
« obediscano in tutte le cose il suo priore, et cusì il 
« priore sempre obedisca pienamente il Magiore. Et in 
« tempo de visitatione a i coreptori : esso Magiore et 
« coreptori obediscano al comune capitolo. Et tutti in- 
« sieme siano subiecti alla sancta sede apostolica. 

« Ne possi alcuno, in cosa alcuna recusare la obe- 
« dientia de soi superiori, se non fosse expressamente 
« contro i comandamenti de Dio. 

« Quando alcuno fratello sera ospite in alcuno dei 
« nostri eremitorii, obedisca in tutte le cose al priore 
« de quel loco, non facendo contro a quello che li avesse 
« il suo priore o Magiore ordinato. 

« Non usi alcuno di fare alcuna cosa nova et inu- 
« sitata o insolita senza benedicione del superiore. Et 
« in questa virtù di grado in grado ascendendo ogni 
« uno si inzegni di pervenire alla summità della perfe- 
« età obedientia, et ciascaduno desideri più tosto di es- 
« ser subiecto che superiore. Et tutti insieme obediscano 
« alla Regula et a questa eremitica institutione, et alle 
« defmicioni o dechiarationi che fossero facte o se fa- 
« cessero da li padri nel capitolo de gli romiti generale ». 

Se il precetto dell' obbedienza pone Dio stesso per 
guida alle azioni esterne dell'eremita, la mortificazione, 
r astinenza cioè e il digiuno, mette un freno ai sensibili 
appetiti della carne, la quale deve essere continuamente 
soggetta al dominio della ragione, e questa a quello di 
Dio, supremo Signore dehe cose e delle persone. Così 
per l'immolazione della volontà, degli affetti, delle ric- 
chezze e dei piaceri, egli, uomo nuovo, si trasfigura al 
cospetto degli angeli e degli uomini, e giunge al pieno 
dominio di tutto se stesso. 

Lugano - La Congrega&ione di Monte Corona. 10 



146 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Della abstinentia et ieiunio. 

« Se abstengano sempre da tutte le carni, cusì de 
« uccelli come de quadrupedi et da le cose le quali fos- 
« ser di carne. Excepto in gravi infirmila, nelle quali 
« di precepto del superiore, et il superiore di exortatio- 
« ne de li seniori, con consiglio del medico — se vi sera 
« medico — possino senza scrupolo magniar la carne : 
« altramente né in gli loci loro, né fora, né in via, né 
« in hospitio non ne possino mangiare. Et ne li loci loro 
« non ne possino ad alcuno o familiare o hospite admi- 
« nistrare: né anche permettino che in alcuno modo siano 
« o cotte o mangiate. 

« In tutti i tempi del anno si astengano la VI* fe- 
« ria da le ove et casco et tutti li cibi che non siano 
« quadragesimali, cusì ne li loci come fora, in via et in 
« hospitio : né possino tal iorno di VI feria ad alcuno, 
« excepta infìrmità, administrare alcuno cibo non qua- 
« dragesimale. 

« Da li XllI di septembre, zioé dalla vigiha de 
« santa f, quel dì istesso comenziando, fino a Pasqua 
« di la sancta resurrectione sempre si astengano da 
« r ova et da tutti i laticini usando solo cibi quadrage- 
« simali. 

« Et tutto quel tempo ogni iorno degiunino, excepto 
« le dominiche. 

« Tra il qual tempo facciano doi quadragesime; Tuna 
« comenzano a XIII di novembrio il dì da poi la festa 
« di sancto Martino fino al dì della natività del Signore; 
« r altra comenziano la feria secunda da poi la dome- 
« nica de L.'"* fino a pasqua de resurrectione : ne le 
« quali XL.'"*, tre dì de la septimana, zioé la II, la IIII, 
« la VI feria, in pane, acqua et sale, senza alcuna altra 
« cosa : la feria III e il sabato col vino et fructi et 
« agrumi possino bavere o una minestra, o una salata, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 147 

« ma chi vorrà Funa non possi haver l'altra. La V feria 
« et la dominica col vino, fructi et agrumi (possino) haver 
« insieme la minestra, la salata et la piatanza. Et li tre 
« primi iorni della XL."""^ magiore, che è avanti la pasqua 
« de resurrectione, zioè la II, III et IIII feria da poi la 
« domenica di L.°'^ degiunino in pane, aqua et sale, et 
« vadino tutti scalzi, zioè, con li zoccholi a piedi nudi. 

« Da pasqua de resurrectione fino a li XIII di sep- 
« tembre, che è la vigilia di sancta f, deiunino sempre 
* tre dì in la septimana, la II et la HIT feria in cibi 
« solo quadragesimali et possino haver la piatanza oltre 
« la salata et la minestra, et la VI feria in pane, aqua 
« et sale simplicemente, senza alcuno altro additamento. 

« La vigilia de la natività del Signore et la epipha- 
« nia, occorrendo in iorno che non sia deputato a de- 
« giuno de pane et aqua, il sabato sancto e la vigilia 
« delle pentecoste deiunino con pane, vino et fructi et 
« agrumi senza altra minestra, salata o piatanza. 

« I tre iorni delle rogationi et la vigilia de sancto 
« Marco per le letanie, deiunino in cibi solo XL." con 
« uno solo pulmento o salata. 

« I deiuni de pane et aqua, o in XL.^ o fori de XL.""*, 
« non si possino ne rilassare, né imminuire o commutare 
« per alcuna solennità o altra causa, excepto che occor- 
« rendo la natività del Signore, la festa di sancto Ro- 
« mualdo, o il titolo principale del loco si possi il diiuno 
« di pane et aqua in tale dì deputato non rilassare, ma 
« in altro iorno di quella istessa septimana commutare, 
« et in quello dì anchora, se sera da pasqua a sancta 
« Croze, ove et casco a li eremiti et a li hospiti (si possi) 
« administrare. 

« Li deiunii della feria II et IIII in cibi XL." al 
« tempo de la estate, zioè da pasqua fino alla vigilia de 
« sancta Croze, non si possino rilassare o imminuire, ma 
« si occorrendo altri diiuni o solennità o altra causa, si 



148 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« possino in altri iorni de la istessa septimana, come 
« ordinerà il priore, commutare, purché questo inviola- 
« bil mente si observi che tutto quel tempo oltra il deiuno 
« della VI feria di pane et aqua, pure doi altri giorni 
« per ciascaduna septimana se deiuni in cibi solo XLA 

« Et oltra tutto questo, il sabato, tutto questo tempo 
« da pasqua fino la vigilia de sancta Groze, non possino 
« usar cibi altri che XL.", excepto se occorrerà il dì de 
« sancto Romualdo e il titulo della ecclesia. 

« Tutti li iorni che deiunano in pane et aqua, deb- 
« bano mangiare senza preparare in alcuno modo mensa, 
« sempre scalzi o sedendo nel pavimento o stando su 
« ricti in piedi, quando mangiano soli alla cella. 

« Tutto il tempo del anno o di ieiunio o di doi re- 
« fectioni sempre mangino separati, ciascaduno alla a sé 
« deputata cella, excepto il giorno di pasqua de resur- 
« rectione, il dì delle pentecoste ed la quinta feria in 
« coena Domini, il dì de sancto Romualdo ed il dì che 
« se celebra la festività del titulo principale del loco et 
« il giorno inanti la vigilia di sancta Croze, se non sera 
« feria VI, et essendo sesta feria il dì precedente, ne li 
« quah soli se habbia a mangiare in comune. 

« Dechiarito che il giorno avanti la vigilia di sancta 
« Groze, quando si mangia in comune, et seben sera 
« feria II, o IIII o sabato, se possino mangiare le ove 
« et laticini. 

« Non possino in alcuno tempo cuocer in cella, sa- 
« lata né minestra, né piatanza, né pulmento alcuno o 
« cosa che habbia specie di pulmento, né cosa altra 
« alcuna che condita con olio o con aceto habbino a 
< mangiare, né oltre il condimento che bara facto il 
« cuoco possi agiunger olio ad alcuna de quelle cose 
« che li sarà dalla comune cucina administrato. 

« I vasi tutti che al mangiare e al bevere useranno, 
« non possino esser di altro che di legno, o di terra 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 149 

« cotta, et quelli comuni et vili, non electi et preciosi, 
« et se non harà licentia dal priore, non possino mai 
« in alcuno loco usare al mangiare forzina o pirone, ne 
« nelli loci loro usare cuchiaro di octone. 

« Della qualità et quantità de quelle cose che se 
« administreranno da la cucina, minestre o piatanze et 
« ogni altra cosa che sera per mangiare et bevere distri- 
le buita a' fratelli, et de li tempi e giorni che se habbia 
« una cosa più che un altra administrare, ogni uno stia 
« contento a quello ordinerà il priore, et nessuno non 
« ardisca murmurare, ne presuma importunamente di 
« chiedere che sia tale o tale cosa, a tale o a tale 
« tempo administrata. 

« Questa forma et modo de abstinentia et giegiunio 
« debbiano tutti observare, cusì aperti come renchiusi, 
« et novicii come professi, et parimente chierici come 
« conversi, alli quali ogni uno sia tenuto cusì ne li loci 
« loro come quando scranno altrove, excepto che quando 
« fossero actualmente infermi, o veramente caminano, 
« ne li quali casi havute ogni sopra ciò prima licentia 
« dal suo superiore, non siano tenuti a tutta questa 
« districtione, ma possino le predicte cose moderata- 
le mente, secondo il besogno ricercherà, rilassare, inten- 
de dendo che questo li sia concesso quelli giorni che 
« caminano et quando havessero facto iongo viaggio de 
« più giorni, uno o doi dì da poi, computando quel che 
« agiungono al loco. 

« Nondimeno non possino mai, benché caminano la 
« feria VI, usar altri cibi che quadragesimali. 

« Et siano ancora a tutta questa forma de vivere 
« obligati quelli (a) li quali fosse imposto lo officio di 
« il predicare, ne per occasione de la sancta predicatione 
« li sia alcuna cosa rilassata. 

« Alli novicii nel anno della probatione, secondo la 
« quahtà delle persone, possi il priore discretamente 



150 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« quando li parerà bisogno, dispensare. Ma non possi 
« già mai, avanti la professione concedergli licentia di 
« restringere in cosa alcuna più de questa comune isti- 
« tutione, ne alcuna parte di questa ordinatione in altra 
« forma commutare. 

« Gli professi o aperti o rinchiusi a nissuno tempo 
« possino senza licentia de soi priori restringer in alcuna 
« parte questa forma di vivere, non obstante che li pri- 
« vilegii de lo eremo camaldulense quali a nui sono 
« comuni, altramente parlino. 

« Ma a chi volesse in alcuna cosa restringersi, con- 
« siderata la qualità della persona e de la restrictione 
« che dimanda, li possi il suo superiore, come li parerà 
« expediente, darli licentia: ma non possi per restrengier 
« in alcuna cosa ben che fusse più grave, rilassarli per 
« tal occasione alcuna parte di questa comune institu- 
« tione. Ma debbia ogni uno, che desidera restringersi, 
« prima observar pienamente questa forma comune, et 
« poi tanto restri ngiasi quanto li sera dal suo superiore 
« concesso, non rilassando la comune institutione. 

« I commessi che scranno ne li loci non siano tenuti 
« a questa districta vita, ma solo siano tenuti a li de- 
« giunii ordinarli de la sancta ecclesia et a degiunare 
« sempre la VI feria in cibi quadragesimali et mai non 
« possino mangiar carne in loco alcuno. 

« In le altre cose che non fossero in questa insti- 
le tutione expresse circa il mangiare et bere, et circa il 
« giegiunio et abstinentia , habbiano ad observare le 
« constitutioni dei eremo de Gamaldole, le quali, benché 
« in queste siano in molte cose restricte, non si possino 
« in alcuna parte rilassare o in altro che in questo 
« modo, il quale è in questa institutione expresso, corn- 
ac mutare o vero transmutare. 

« Et quella instessa auctorità che ha ciascaduno 
« superiore di commutare o dispensare o ristringere so- 



i 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 151 

« pra li soi subditi possi usare in se stesso, servata la 
« debita discrecioae e il timor de Dio ». 

La laboriosa costumanza del levarsi la notte, per 
recarsi a cantare le laudi divine, avea già suggerito a 
san Benedetto un capitolo speciale, il ventiduesimo, sul 
dormire dei monaci: sull'esempio di quello, anche 
r«istitutione eremitica» contiene delle particolari dispo- 
sizioni intorno al 

Quando et come dormino li fratelli eremiti. 

« Ogni tempo del anno, circa la prima bora della 
« notte, se assuefacino a collocarsi a dormire, e non più 
« tardino. Alle nocturne vigilie se levino poco da poi la 
« mezza nocte, da poi le quali nocturne vigilie senza 
« licentia non dormino. 

« Da pasqua fino alli XIII di septembre a mezzo 
« giorno, quando non ieiunano avanti nona, et quando 
« ieiunano da poi nona, circa una bora, dormano, et se 
« alcuno bara besogno de più dormire faccialo con li- 
« centia. Da li XIII di septembre fino a pasqua non sia 
« ad alcuno lecito di dormire tra giorno, 

« Al dormire non habbiano altri stramenti che il 
« saccone di paglia, chi il vorrà, o in quel loco, una 
« sfora, et chi sopra le asse nude vorrà dormire, non 
« sia prohibito. 

« Ne possino usar altri copertoni che di lane grosse, 
« cioè le sciavine e non le carpete over bianchete, ne 
« altro panno de lana sottile. 

« Vestiti et cinti dormino con tali vestimenti che 
« con quelli istessi possino senza erubescentia e scan- 
« dalo andar il giorno in publico ; quando sono nelli 
« eremitorii dormino ciascaduno separato uno solo per 
« cella: quando hospiteranno nelli monasterii procurano 
« similmente de dormire uno per cella : nelli ospicii 



152 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

^ publici de altri seculari meglio sera che dormino 
« insieme in una camera: ma se haranno comodità in di- 
« versi lecti, l'uno da l'altro, quanto potranno, separati ». 

La vita del monaco deve risultare del doppio lavoro 
della mano e della mente : nobili ambedue e meritorii 
presso Dio: né del lavoro manuale devono dispiacersi i 
fratelli « perchè allora — diceva san Benedetto — sono 
veri monaci, se col lavoro delle mani si procacciano da 
vivere come gli antichi Padri e gli Apostoli » (e. XLVIII). 
E poiché l'ozio é nemico dell'anima, in determinate ore 
e in determinati tempi, intendano i fratelli al lavoro 
manuale, in altre, alla lezione delle cose di Dio. 

Del exercitio corporale. 

« Perché la ociosità é molto nemica alla vita reli- 
« giosa et specialmente alla eremitica conversatione ; 
« però studiano li fratelli eremiti de questa institutione 
« di non stare mai ociosi: ma alcune bore nelli exercitii 
« corporali, et alcune nelli spirituali se occupano. 

« I giorni nelli quali la legge divina et le institu- 
« tioni della sancta ecclesia comanda che si debba ces- 
« sare da ogni opera servile, vachino alli esercitii spiri- 
« tuali, né in alcuno corporale exercitio che prohibito 
« sia, si occupano. 

« Et quelli iorni non permettino che con precio, né 
« senza precio, alcuno seculare ne li loci loro, o per 
« loro causa ne le opere prohibite, lavorino. 

« Li altri giorni ne li quali é lecito lo operare avanti 
« prima o da poi compieta o al tempo della meridiana 
« dormitione, mai non operino alcuna cosa corporale, se 
« forse alcuno non vorrà in cella da poi le nocturne vi- 
« gilie, alcuna cosa operare, senza fare strepito o rumore, 
« come seria cucire. Ma exercitio alcuno nel qual faccia 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 153 

« tal strepito che si possi udire fora della cella, quelle 
« bore non possino fare. 

« Le altre hore se il priore ordinerà possino a tutte 
« le hore, dieta prima, fino al segno de compieta, operare 
« in modo però che per corporale exercitio nessuno non 
« pretermetta de udire la messa ogni giorno interamente. 
« Et quelli che sono tenuti a dir lo officio divino, se 
« sono nel loco o cusì vicino al loco che possino udire 
« il segno del divino officio, udito il primo segno subito 
«lascinola opera: et per l'opera corporale, non lascino 
« di venire alla ecclesia al divino officio a tutte le hore 
« canoniche. 

« Ma se il priore non imponerà o commetterà lo 
« exercitio corporale ne lo tempo de la estate, cioè, da 
« pasqua fino a di XIII de septembre, da dieta prima fino 
« al segno di terza e da nona fino al segno di vespero: 
« nel verno, cioè da li XIII de septembre fino a pasqua 
« di resurrectione, da la refectione fino a compieta, in la 
« quadragesima, da sexta fino a nona, et dalla refectione 
« corporale fino al segno de compieta, ciascaduno potrà 
« operare o in cella, o fuore de cella in quelle cose che 
« li scranno commesse, egli voluntariamente se delecterà 
« esercitarsi. Operando o in cella o fuor di cella si stu- 
« diano di occupar la mente in sancte meditationi, o di 
« salmezare acciochè mentre il corpo è nelli exercitii 
« exteriori occupato, la mente dentro alle cose divine 
« sia intenta ». 

L'atto più santo e più nobile della vita del monaco 
è quello della preghiera comune, della salmodia, chia- 
mata da san Benedetto l'opera di Dio, l'opus Dei, per 
eccellenza. A questo atto egli non deve preporne nessun 
altro ed al segno che lo chiama a compirlo, ogni altra 
opera abbandoni interrotta (e. XLIII). Per compierlo 
con decoro e merito, due soli canoni sono stabiliti : la 



154 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

fede nella presenza di Dio ed egli angeli, e la concordia 
del cuore con la voce. Senza questa concordia non v' ha 
salmodìa. Voce chiara, sonante, recisa, virile, senza que- 
rule interiezioni di sillabe, perchè nella magniloquenza 
del suo unisono, che è più potente del lenocinio degli 
accordi, renda immagine del terribile incesso di oste 
serrata contro la potestà delle tenebre. Il cuore in alto, 
sorretto dall'umiltà, dalla reverenza, dalla compunzione. 

Del divino officio. 

« Per dire lo ofìlcio divino si ordini et instituisca 
« uno novo breviario [nel quale più si (os)servi la regola 
« di S. Benedetto che sia possibile], et talmente si di- 
« sponga che ogni settimana se dichi intieramente alle 
« bore canonice tutto il psalterio et tutti li cantici della 
« sacra scriptura. Et per il corso del anno si legga inte- 
re ramente tutta la sacra scriptura [quanto se puole], 
« cusì del vecchio come del novo testamento. Et tra esso 
« officio divino non si legga mai lectione apochrifa e non 
« approbata: ma solo si legga la sacra scriptura et la 
« exposizione di quella, o altri sermoni de li approbati 
« catholici et orthodoxi doctori della chiesa. 

«Et similmente si disponga il missale che s'accordi 
« col breviario, et per il decorso del atmo se legga nella 
« messa interamente tutto il resto de tutti li quattro 
« Evangelisti et tutte le epistole de sancto Paulo et de 
« li altri apostoli [quanto se pò, accordandose quanto 
« più se pò con la corte romana]. Il quale breviario et 
« messale, poiché saranno ordinati, et dal capitolo gene- 
« rale de li romiti examinato et approbato, et se sera 
« bisogno dalla sancta sede apostolica confermato et 
« approbato, si debbia fare stampare, et poi quel bre- 
« viario et quel messale da tutti li eremiti de questa 
« institutione se habbia ad usare et non altro nel divino 
« officio et nella celebrazione delle messe. Tra questo 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 155 

« mezzo usino il breviario et il messale secondo l' ordine 
« nostro camaldolese, secondo il calendario et 1' ordine 
« delle costitutioni del eremo con li subsequenti dichia- 
« rationi et ordinationi. 

« Dal giorno de sancto Martino fino alla natività, 
« tutti quelli giorni ne li quali non si ha a dire lo 
« officio de' morti, a quella bora dicano in choro ingi- 
« nocchiati li fratelli le letanie con le consuete subse- 
« quenti orationi. 

« Et a prima, quando se recitano li sancti del juar- 
« tyrologio, non si dicano calende, ne luna, ma in loco 
« de quelle si reciti il numero dei giorni del corrente 
« mese et la feria occorrente. 

« Et quelli fratelli che non sono chierici ma conversi, 
« non possino dire lo officio ne del Signore ne della 
« (ma)donna in chiesia, né con li altri, né da se stessi 
« ad alta voce. 

« Et al divino officio ad ogni tempo et ad ogni bora 
« li sacerdoti et chierici et conversi convengano tutti 
« con il mantello eremitico, et chi noi potesse bavere, 
« almeno con la caparuzza. 

« Questo espressamente dechiarito che nel ordinar 
« o vero disponer il novo breviario o missale nostro 
« non si possi imminuir o accortare in modo alcuno, 
« ma più tosto se babbia a crescere et allongare lo 
« officio divino ». 

La giornata del monaco, com' é in parte consacrata 
al lavoro manuale, così é parzialmente dedicata allo 
studio particolare di qualche disciplina. Anche per gli 
eremiti, benché più lontani dal mondo, é prescritto lo 
studio, il quale, per ragione dell' officio divino e delle 
letture spirituali, deve versare intorno alle sacre scrit- 
ture e alle opere dei santi Padri. 



156 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Della lectione. 

« Possino leggere et studiare tutti li libri et doctrine, 
« purché non siano illicite o prohibite dalla sancta ec- 
« desia catholica. 

« Et siano tenuti tutti a leggere ogni giorno per 
« ordine uno capitolo della biblia o de altro devoto 
« libro spirituale, ogni uno secondo la sua capacità, o 
« latino, o vulgare, o in qualunque altro idioma. 

« Et aciò che li fratelli si exercitano nel studio delle 
« lettere, ogni anno si habbia nel capitolo generale de' 
« romiti ad elegger uno lectore [o più], il qual sia uno 
« de li fratelli eremiti il qual sera existimato più idoneo 
« et sia tenuto a leggere et dechiarare a quelli fratelli 
« che scranno in quel loco [o lochi], ove sera egli depu- 
« tato, continuamente ogni giorno leggendo una lectione, 
« alcuna parte della scriptura sacra. 

« Et li padri definitori habbia no cura, quanto li pa- 
« rerà condecente, deputare appresso al lectore quelli 
« che sono studiosi o apti ad imparare ». 

Oltre all' opus Dei, per così dire, ufficiale, che 
va recitato nel coro in comune, l'eremita de\e soddi- 
sfare ad un obbligo proprio segnatamente del suo stato, 
salmeggiando anche privatamente nella sua cella, in 
guisa che la sua vita sia quasi un continuo conversar 
con Dio, mediante le preghiere liturgiche. Però, in cella, 
prevalga sempre 1' orazione o la lettura spirituale alla 
salmodìa, che è più conveniente alla maestà del coro. 

De la psalmodia privata. 

« Benché la consuetudine et institutione del eremo 
« camaldulense sia che ogni eremita aperto (debbia) dir 
« ogni giorno mezzo psalterio, che sono LXXV psalmi, et 
« ogni renchiuso il dica tutto ogni dì ; nondimeno con- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 157 

« siderato che non è meno utile et più necessaria la 
« oratione che la psalmodia, debbiano li fratelli eremiti 
« di questa insti tu tione allongare alquanto la oratione 
« et accortare la psalmodia. Et però siano tenuti li fra- 
« telli aperti dire privatamente cinquanta psalmi e li 
« reclusi LXXV ogni giorno ; et de tale numero possi 
« ciascaduno cusì aperto come recluso, senza altra licen- 
« tia, XXV psalmi in tanta lectione commutare, o in tanto 
« tempo a leggere alcuna altra spÌFÌtuale lectione : il 
« resto, senza licentia del priore non si possi commutare. 
« Et sia dechiarito (che) i psalmi si possino dire, et 
« proferendo in voce le parole et transcorrendo con la 
« mente senza la voce ». 

Ai difetti quotidiani, in cui cade anche il giusto, 
sia salutare farmaco l' umile confessione, e cibo spiri- 
tuale dell' anima il pane della santa comunione. 

Della confessione. 
' « Possi ciaschedun professo del numero de' sacerdoti 
« professi che scranno deputati nel loco ove sera, eleg- 
ge gersi uno con il quale se confessi. 

« Ma quando 1' hanno electo, non lo possino mutare, 
« senza licentia del priore. 

« Et sia tenuto il priore, almeno quattro volte al- 
« r anno, udire le confessioni de tutti quelli che scranno 
« a sua cura deputati. 

« Et se confessino quelli che non sono sacerdoti 
« almeno un volta per septimana, et li sacerdoti se si 
« sentino alcuno scrupolo, ogni volta che vanno a cele- 
« brare, se lo possino facilmente fare ». 

Della santa comunione. 

« La santa comunione si faccia le doi XL.'"^ una 
« volta la septimana : li altri tempi una volta al mese, 
« comunicandosi tutti insieme. 



158 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« Et per excitare la devocione de' fratelli et per li 
« casi possono advenire in ciascaduno de li loci ove 
« scranno li fratelli eremiti conventualmente deputati, 
« tengano il sacramento del corpo de Ghristo e 1' olio 
« sancto con la lampada sempre accesa ». 

San Benedetto insegnò che « non per moltitudine 
di parole, ma per purità di cuore e compunzione di 
lagrime noi siamo esauditi. Perciò 1' orazione dev' esser 
pura e breve, salvo che non si prolunghi per impulso di 
divina ispirazione. Quella poi in comune, senz'altro venga 
abbreviata » (e. XX). Secondo questi insegnamenti, anche 
l'eremita òri in comune un'ora al giorno, vale a dire, 
attenda per un' ora all' orazione mentale. 

Della oratione in comune. 

« Facciano li fratelli eremiti de questa institutione, 
« tutti cusì aperti come reclusi, cusì conversi come chie- 
« rici, et sacerdoti professi et novicii, una bora de ora- 
« clone ogni giorno in comune, tutti ad una bora, et 
« al principio o al fine del bora si faccia il segno per 
« boti con la campana. 

« Et sia tal bora nel tempo del inverno, cioè da 
« XIII de setembre fino a pasqua, quella bora che (de)- 
« terminerà il priore tra matutino e prima : V estate, 
« quando non deiunano, sia dapoi nona immediate, et 
« quando ieiunano, immediate da poi vespero, et a tutti 
« li tempi, ciascaduno possi o restar in la chiesa o tor- 
« nare alla cella a fare tal oratione, purché tutti la fac- 
« ciano insieme ad una bora et non possino a tal bora 
« leggere né psalmi, né altra scripta oratione : ma più 
« tosto orino con la mente ciascaduno secondo il gusto 
« e la capacità sua. 

« Et oltra questa bora comune, siano tenuti li re- 
« elusi far un altra bora de oratione, a quella bora del 
« dì o de la nocte che a ciascaduno de loro parerà >►. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 159 

Tra le varie cure per tener il corpo soggetto conti- 
nuamente allo spirito è Tubo della disciplina in certi 
tempi determinati, principalmente, nel tempo della pre- 
parazione alla santa pasqua: ma il cilizio, che è forma 
di costante macerazione della carne, non si conceda se 
non a chi lo domanda volontariamente: Tuno e l'altra 
però sian regolate da prudente discrezione. 

Della disciplina et cilicio. 

« Facciano nella XL""'^ maggiore, zioè quella che è 
« ordinata dalla san età chiesa avanti la resurrectione, 
« ogni giorno la disciplina tutti li fratelli. 

« Nelli altri tempi, basterà che la facciano una volta 
« alla septimana. 

« Et questo si intenda con discrezione, quando seran- 
« no in cella solitaria, et non accompagnato, perchè quan- 
« do fossero più insieme, o in altro modo che non si po- 
« tesse comodamente fare senza essere sentito dagh altri 
« fratelli, senza alcuno al tutto scrupolo la possino lasciare. 

« Giascaduno poi che sera professo, se vorrà, o per 
« sempre o a certi tempi, potrà portare il cilizio et chie- 
« dendolo il priore habbia cura di provvederh; ma chi 
« non vorrà, non sia tenuto portarlo ». 

Sempre e dovunque Iddio si adora, ma soltanto nella 
solitudine e nel silenzio Iddio si sente. Perchè nell' as- 
senza delle persone e delle cose e nel silenzio della ììn- 
gua, la mente non è distratta ed il cuore sta in alto. 
Per r eremita la solitudine e il silenzio sono i due coeffi- 
cienti più essenziali della sua pace e della sua beatitu- 
dine. La virtù del silenzio è chiamata da san Benedetto 
taciturnità, che è propriamente l'abito dell'astinenza 
da ogni discorso nemico alla salute delle anime o impor- 
tuno alla ragione dei luoghi e del tempo. L' eremita sia 
geloso della solitudine e della taciturnità. 



160 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

_ 

Della solitudine. 

« Siano gli eremiti, se vogliono quello esser che si 
« chiamano, molto studiosi et amatori della solitudine: 
« non habbiano ne possine prender alcuno loco per depu- 
« tarvi conventualmente h fratelli che non sia doi, o uno 
« almeno migho lontano da ciascaduna città. E quanto 
« più possono procurano di haver li loci soi lontani da 
« tutte le abitationi degli homeni, da le vie pubbliche e 
« da li loci cultivati. 

« Non habbiano ne li loci loro claustri o dormitorii 
« o altre officine al modo de' cenobiti : ma habbiano le 
« celle solitarie, una da 1' altra separate et divise. 

« Sotto nessuno pretesto di devozione o spirituale 
« utilità non provochino alli loci loro le frequentie de le 
«persone, anzi studiosamente quanto permette la cha- 
« rità, fuggano il consortio de tutti li altri homeni. 

« Habitino, mangino, dormino uno solo per cella. 

« Alle persone che venissero da li loci circunvicini o 
« non mai o solo qualche volta diano mangiare o bere o 
« loco a dormire, quando la necessità de la charità questo 
« ricercherà. 

« Alli altri che de longinqui et distanti loci venissero, 
<i si observi questa moderatione, che ne per troppo desi- 
« derio et amor della solitudine et tranquillità non si lassi 
« adrieto quel che necessariamente recercha la charità : 
« ne per voler usar più le opere della charità che a loro, 
« secundo Dio, è necessario, non conturbino la quiete 
« della solitudine, la quale al tutto agli eremiti è ne- 
« cessarla. 

« In le celle de li eremiti a mangiare et bere o dor- 
« mire mai, a vederle, rare volte si permettono intrare 
« li siculari o altri religiosi. 

« Abbiano V hospicio lontano et separato da le celle 
« de li eremiti quanto il sito del loco permetterà; ma non 



v:^-:f 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 161 

« siano più lontane che uno tirar overo tracio de archo : 
« in modo che ne sopravenendo lì hospiti conturbino la 
« solitudine et tranquillità del loco, ne anche sia laborioso 
« al priore et a quelli fratelli, che scranno, alla cura et 
« servitio de li hospiti deputati ; andar più volte allo 
« hospicio et tornar alle celle, et per il ministerio de 
« essi hospiti non lassino mai le loro sohtarie celle. 

« Il sito degli eremitorii, zioè 1' abito del loco ove 
« sono le celle de li eremiti, secondo che la qualità del 
« loco patirà, in modo si richiuda che da una parte sola 
« per la porta si possi entrare et uscire. 

« Li eremiti non possino mai intrare in cella altra 
« alcuna che quella che è a lui deputata, senza licentia 
« del priore. 

« Et benché altrove soglia esser questo prohibito sotto 
« pena di excomunicatione, ma li fratelli di questa insti- 
« tutione non sia in la pena, ma chi volendo et adver- 
« tento intrerà in alcuna cella che nella a se deputata 
« cella, senza licentia del priore, habbia per penitentia 
« a ieiunare sette iorni continui in pane et aqua. 

« Et al simile sia tenuto chi volendo permetterà in- 
« trare in cella a se deputata alcuno o fratello o altra per- 
« sona, o religioso o seculare, senza licentia del priore ». 

Del silentio. 

« Siano anchora studiosi observatori del sancto si- 
« lentio, il quale è molto necessario et precipuo orna- 
le mento della vita solitaria ; con li hospiti, excepto il 
« Portinaro, nessuno non parli senza licentia. 

« Se sera alcuno salutato, o di alcuna cosa diman- 
« dato da alcuno hospite, responda non haver licentia 
« de parlare con li hospiti e non entri in altro parlare. 

« Nel oratorio over ecclesia et nelli altri loci comuni, 
« continuo et perpetuo silentio observino. 

« Le doi XL.™' si observino da tutti perpetuo invio- 

LuGANO - La Congregazione di Monte Corona. 11 



162 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« labile silentio; fora de le XL.""^, nel tempo del inverno 
« doi giorni, nel tempo del estate, tre per septimana si- 
« solva il silentio quando ieiunano da poi nona, de in- 
« verno, de estate quando pur ieiunano da poi VP fino 
« al segno de compieta. 

« Da poi compieta et subsequentemente fino che non 
« vegni il giorno et l'hora di solver il silenzio, nessuno 
« non parli. 

« Et questo inviolabilmente se observi che mai le 
« dominiche o le altre feste comandate o solennità, ne 
« mai la VI feria, né in li giorni deputati al ieiunio de 
« pane et aqua, non si solva il silentio. 

« Con i novicii gli professi, ne li professi con li 
« novicii mai non parlino senza licentia. 

« Tutti pienamente se guardino da le longhe confa- 
le bulationi et da le parole ociose : et molto piìi da ogni 
« clamore et da ogni contentiosa disputatione ». 

Ciò che è stato fin qui riferito riguarda, per così 
dire, la parte dommatica della "Institutione eremi- 
tica,, della Compagnia di san Romualdo, cioè l'obbe- 
dienza, la povertà, la castità, l'opus Dei, l'astinenza, 
il digiuno, il lavoro delle mani e della mente, le penitenze 
volontarie e di rito, la solitudine ed il silenzio, con tutte 
quelle disposizioni disciplinari che sono la miglior sal- 
vaguardia dell' osservanza di ogni precetto. Ciò che ora 
segue, concerne più direttamente il governo della com- 
pagnia, dei singoli eremi e dei fratelli. Le linee direttive 
vengono tracciate con chiarezza, perchè al governo di 
tutta la compagnia presiedano 1' ordine e la carità, 
senza che ne venga turbamento per disputa d' inter- 
pretazione o per vana ambizione di cambiamento. 

Del governo de li priori. 
« I priori de ciascaduno loco debbino ogni septimana. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 163 

« uaa volta il sabato, o occorrendo impedimento, altri 
« dì convocare il suo capitolo nel quale si dicano le colpe, 
« si facciano le reprensioni et ordini quello (che) oc- 
« corre ordinare. 

« Non possi alcun deputato sotto alcuno priore an- 
« dar a trovar il Magiore senza licentia del priore suo, 
« se forse non bavera prima sopra ciò expressa parti- 
le culare licentia di esso Magiore o per lettere o altra- 
« mente in scriptura. 

« Ogni priore de qualunque loco babbia piena aucto- 
« rità, come li parerà, di poter fare tutti li officiali. Et 
« possi esser electo a questi officii etiam essendo con- 
« versi ». 

Del ricever et licentiar li fratelli. 

« In questa nostra societade et compagnia ciasca- 
« duno priore de qualunque loco babbia auctorità nel 
« suo capitolo, de recever a probatione et consequente- 
« mente professione, qualunque persona che non sia 
« professo de altra religione. 

« Ma li professi de qualunque altro ordine o reli- 
« gione non si possino recever se non per il nostro 
« generale capitolo de li eremiti. 

« Ne alcuno priore possi sopra tenire nel loco suo 
^ alcuno professo di altra religione per causa di expe- 
« ctar la celebratione del capitolo, per esser in quello 
« ricevuto, più che uno mese. 

« Quando alcuno o professo di altra religione, o non, 
« sera ricevuto, non li sia dato 1' babito nostro, se non 
« sera stato nel loco •nell' babito suo quaranta giorni. 

« Et alla professione nessuno totalmente sia admesso, 
« se non sera pienamente finito l'hanno della probatione, 
< excepto quando fusse in instante pericolo de morte. 
« Li padri eremiti del eremo di Gamaldole non facciano 
« altra professione, ma XL giorni da poi che scranno 



164 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« recevuti et stati nelli loci nostri, se sottometteranno 
« inanzi il priore et capitolo per scriptura et alle nostre 
« institutioni. 

« Commessi non si possino recevere in nessun modo 
« più che solo uno per loco nelli loci principali ove 
« sono deputati conventualmente li eremiti. Et quello 
« uno non sia receputo a professione se non sera con 
« consentimento et aprobatione del capitolo nostro gene- 
re rale de eremiti. 

« Et siano tenuti se si hanno a recevere fare, da 
« poi la probatione de uno anno, professione de li tre voti, 
« zioè de vivere in castità, obedientia et senza proprio. 

« Nessuno de quelli che già sono in questa compagnia 
« professi et quelli che veniranno da poi la professione 
« sua, non possino in alcuno modo, senza licentia di 
« questa compagnia, dipartirsi sotto pena di excomuni- 
« catione. 

« Ne possi alcuno priore o Magiore o coreptori dare 
« ad alcuno tale licentia : ma questo se appartenga al 
« capitolo generale de li eremiti. Ne possi il capitolo 
« generale de li eremiti dare ad alcuno licentia se non 
« di andare o al eremo de Camaldole o ne li loci de la 
« congregatione nostra camaldulense o vero ne li loci 
« de Certosini o de li Minimi, et non andando al eremo 
« avanti che li diano tal licentia, sia tenuto tagliarsi o 
« radersi la barba. Et uno andando in alcuno de questi 
« loci [o religioni de observantia], non si intenda bavere 
« habbuta tal licentia ». 

Anche nell' eremo, la gerar«hia dei fratelli e dei 
luoghi dovea disporsi secondo il merito e il tempo della 
conversione, ossia dell' ingresso nella compagnia: osser- 
vando ciascuno il posto che gli spetta in ragione del 
tempo in cui emise la sua professione. I luoghi siano 
ordinati secondo il tempo dell' acquisto. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 165 

Del nome et ordine de loci et fratelli. 

« 1 lochi nostri per ordine, 1' uno 1' altro preceda, 
« secondo il tempo che sono stati aquistati: sera adonque: 

V — Il loco delle grotte del massaccio. 

^^ — Il loco de sancto Hieronimo de monte cucco. 

3^ — Il loco de sancto Leonardo di volubrio. 

4*^ — Il loco de sancto Benedecto del monte de Ancona. 

5*^ — Il loco de sancta Maria del Spirito Sancto de 
Larino. 

« Et li loci che aquisteranno similmente cusì se 
« ordinino, si precedano come prima scranno aquistati : 

< e sopra ciò altramente non disponerà il capitolo. 

« Del ordine de frateUi questo si observi che sopra 
« et in ogni loco il p. Magiore preceda tutti, excepto 
« nel celebrare del capitolo, nel quale, quando li priori 
« hanno rinunciato, esso Magiore cessi dalla sua aucto- 
« rità et se non sera electo ditfmitore tra li fratelli, o 
« essendo diffinitore, se non sera electo presidente, tenga 
« il loco della sua professione in ogni cosa. 

« Il padre Magiore procuri haver in capitolo della 
« congregatione , tra quelh che in quel convengono, 
« r ultimo loco. 

« I coreptori nelli loci ove scranno deputati tengano 
« il loco de la lor professione: se scranno in altro loco 
« hospiti stiano sotto immediate il priore del loco et 
« delli altri priori che ivi fussero : ma in acto de visi- 
« tatione, essa visitatione durante, precedino li priori. 

« Li altri fratelli tutti osservino lo ordine della sua 
« professione eremitica, secondo che hanno fatto la sua 
« professione non in altra religione, ma nella vita ere- 
« mitica. Et quelli che vegniranno, similmente observino 
« lo ordine de la sua professione. Excepto li padri ere- 
« miti del eremo di Gamaldole, ai quali, non si intenderà 

< il tempo de il venire a questa compagnia ma se li 



166 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« computerà li anni della sua professione eremitica, zioè 
« facta nel eremo de Gamaldole. 

« Questo observato che mai però quelli che non 
« sono sacerdoti, mentre tali sono, non precedeno i sa- 
« cerdoti, se ben fussero novitii. 

« Il superiore comune de tutta questa compagnia 
« sia chiamato il p. Magiore: quelli che hanno a visitare 
« si chiamano coreptori : li superiori de ciascuno loco 
« sian chiamati priori, et quello che à andare al capitolo 
« con il p. Magiore si chiami il compagno del p. Ma- 
« giore : et quelli che vengono al capitolo generale de 
« eremiti con li priori de li loci, se chiamano conven- 
« tuali. Et sia chiamata tutta questa compagnia, come 
« l'hanno instituita il p. vicario e li visitatori, la Gom- 
« pagiiia de Eremiti de sancto Romualdo. 

« Tutti li fratelli de questa compagnia siano chiamati 
« frati et alcuno non se chiami donno, et non permet- 
« tano, quanto è in se, esser chiamati donni. Ma agli 
« sacerdoti se dica padre fra tale, et a quelli che non 
« sono sacerdoti o chierici o conversi o commessi si dica 
« fra tale, senza dir padre ». 

Del ordine del capitolo generale de eremiti. 

' « Che ogni anno una volta si celebri il capitolo 
« generale de li eremiti non prima, ma da poi che sera 
« celebrato il capitolo de la congregatione, et se altra- 
« mente non sera ditfìnito, si celebri sempre la seconda 
« domenica da poi le pentecoste. 

« Al qual capitolo convengano li priori de tutti li 
« loci et ogni priore meni seco uno professo sacerdote 
« overo chierico electo dal convento, secondo il modo 
« che si elegge nelli cenobii della congregatione overo 
« neir eremo di Gamaldole. 

« E questo si observa che non se lassi alcuno loco 
« senza uno sacerdote eremito de la nostra compagnia. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 167 

« Et quaado non havesse alcuno priore altro compagno 
« da poter menare, venga solo, per non lassar il loco 
« destituito della messa. 

« Nel qual capitolo, secondo il modo (che) tiene la 
« nostra congregatione camaldulense, si eleggano cinque 
« diffinitori, tre del numero de quelli che vennero a 
« capitolo come priori e doi de quelli che vennero come 
« conventuali. 

« Et del numero de predicti cinque diffìnitori elezi 
« tutto il capitolo uno tra loro che sia principale del 
« capitolo, zioè presidente. 

« Et il Magiore et correctori nostri habbiano in ca- 
« pitolo a tutti li acti voce activa et passiva et possino 
« esser electi diffìnitori come li priori in loco de li priori. 

« Et poiché li priori haranno renunciato lo officio 
« suo, il Magiore debba cessare da ogni sua auctorità 
« sino che sera publicato il capitolo, et se non sera 
« altramente in capitolo o diffinitor o presidente electo, 
« segui il loco della sua professione durante il capitolo. 

« Che li cinque electi diffìnitori habbino, come in 
« le altre religiose congregationi si usa, tutta la aucto- 
« rità de tutto il capitolo et de tutta la compagnia. 

« Et per dicti diffìnitori si elegga ogni anno uno o 
« doi correctori i quali habbiano lo officio in la visi- 
« tatione. 

« Elegino li priori de li loci con questa dechiaratione 
« che nessuno possi esser electo più che tre anni con- 
« tinui in uno istesso loco. 

« Elegino ancora uno compagno al p. Magiore il 
« quale insieme con lui habbia andar l' anno subse- 
« quente al capitolo de la congregatione et possi a tal 
« officio esser electo o chierico o sacerdote, et subdito 
< e priore de qualunque loco se sia. 

« Che nel ordine de elegere, questo ordine si observi 
« sempre, che si elega prima il Magiore et poi li priori 



168 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« de li loci per ordine de essi loci, et poi se elegino li 
« correctori, et poi se elega il compagno del Magiore che 
« deve andar con lui al capitolo de la congregatione. 

« Elegino ancora almeno uno lectore il qua! habbia 
« a legger una lectione continua, nel loco ove sera, de 
« la sacra scriptura >. 

Per meglio giungere allo scopo che la vita eremitica 
si prefigge e perchè a tutti quelli che, manodotti da un 
atto peculiare della grazia divina avessero domandato 
d' iniziare un periodo di vita di maggior austerità, fosse 
dato di poter rispondere alF interna chiamata della voce 
di Dio, eran da prendere gli opportuni provvedimenti 
intorno alla reclusione ed ai reclusi, affinchè gli smo- 
dati desiderii fossero debitamente regolati e ciascheduno 
avesse innanzi agli occhi la portata della nuova ragion 
di vita. 

De la reclusione e de li reclusi. 

« La reclusione nella cella, cusì a tempo come per- 
« petua, si possi conceder alli fratelli eremiti quando la 
« rechiedino, se scranno a tal istitutione de vita exti- 
« mati idonei. 

« Et possi ciascaduno priore conceder licentia a quelli 
« che seranno sotto sua cura deputati, de rechiudersi a 
« tempo, pur che quel tempo non exceda un anno. 

« Ma più longa reclusione de uno anno o perpetua 
« a vita, non si possi concieder né da priore et corre- 
« ctori, ma dal capitolo de li eremiti generale. 

« Tutti quelli che seranno reclusi in le celle o a 
« tempo o a vita mentre sono reclusi non habbiano 
« voce activa in capitolo in acto alcuno, se non quando 
« fossero da li soi superiori chiamati in capitolo. 

« Quelli che seranno reclusi sotto nome de perpetua 
« reclusione, non possino esser electi uè priori de li loci, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 169 

« né correctori, ne Magiori, ne compagno del Magiore, ne 
< conventuali, ne habbiano in alcuna cosa voce passiva. 
« Et quando alcuno sera recluso ( sotto ) nome de 
« perpetua reclusione, se poi de sua volontà uscirà de 
« la reclusione, non habbia mai in alcuno acto de alcuno 
« capitolo voce activa ne passiva ». 

La nuova istituzione contava, già nel sorgere, di 
aver poi ampio sviluppo e perciò, con la mente nel fu- 
turo, fu giustamente provveduto intorno alle nuove fab- 
briche, air accettazione di altri eremi ed intorno ad al- 
cune peculiarità del divino officio. 

Del recever et del fabricar li loci. 

« Si possa in questa compagnia ricever de novo 
« altri loci o come loci principali della compagnia o 
« come membri de alcuno particolare de li loci principali. 

« Ma non sia in libertà de alcuno altro che del ca- 
« pitolo generale de questa compagnia recever de novo 
« tali loci, o accadendo in fra 1' anno, il p. Magiore in- 
« sieme con li correctori invece et loco del capitolo. 

« Non possa alcuno priore de alcuno loco da novo 
« fabricar o costruere oratorii, celle, o altra officina, se 
« non bavera la commissione et ordine dal Magiore et 
« correctori in che sito o in che forma habbia a edificare. 

« Non abbia licentia, uè facultà, ne libertà, alcuno 
« priore de alcuno loco de spender in fabricare over 
« edificare ne li lochi che stanno sotto sua cura, più che 
« ducati XXV all' anuo, se de più spender non bavera 
« licentia dal capitolo generale de la compagnia overo 
« dal Maggiore et correctori. 

« Et ancora tra questa summa ogni priore usi debita 
« prudentia de non mettersi a desfare o a mutare se non 
« quanto se sente poter fare : et in ogni cosa habino 
« bona cura de non contrahere alcuno debito al loco, 



170 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« Anchora non sia in libertà de alcuno priore de 
< alcuno loco de minare o disfare alcuna cosa che fusse 
« fatta, o vecchia o nova, nella quale chi la volesse poi 
« refare havesse a spender più de ducati cinque d' oro 
« se non V harà prima conferita con il suo capitolo 
« conventuale del loco et harà habbuto il consentimento 
« del dicto capitolo. 

« Et benché sopra sia ordinato che non possono 
« aver loci che non siano doi o uno almeno miglio 
« lontano da le ciptà et quando più si pò solitario ; et 
« che non si possi recever più che uno commesso per 
« loco, non si intende per questo esser prohibito che il 
« capitolo et il Magiore et correctori non possano ricever 
« et fuor loci per membri delli loci principali ove sera 
« bisogno et li parerà bene et ove li potrà bavere etiam 
« in le ciptà, pur che a quelli non si deputi conventuaJ- 
« mente li eremiti. Et similmente non si intendi esser 
« vietato che in tali loci che seran membri de li loci 
« principali non possino esser recevuti et deputati più 
« commessi, pur che al tutto nessuno commesso non se 
« recevi senza licentia del p. Magiore et correctori. 

« Ancora circa lo divino officio, determinorno che 
« se habbia a fare in questo loco ogni giorno da poi 
« compieta una commemoratione de sancto Benedecto, 
« oltra quella che se fa alle laudi o al vespero, la quale 
« mentre si dice lo officio in la grotta de sancto Bene- 
« decto si faccia da poi la oratione de compieta de la 
« (ma)donna avanti la salve regina immediate. Et quando 
« fosse edificata altra giesa o oratorio ove se dicesse lo 
« officio divino siano tenuti, almeno doi fratelli ogni sera, 
« uscendo de choro, dieta compieta, venir alla grotta a 
« far tale commemoratione. 

« Et che li fratelli conversi per il suo divino officio 
« habbiano a dire, come è ordinato nelle constitutioni 
« del eremo camaldolese, zioè per il matutino XL.** pa- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 171 

« ter nostri et XL.** ave marie et per le laudi X, per 
« prima, tercia, sexta, nona, per ciascaduna V e per 
« vespero X, per compieta V pater nostri et tante ave 
« marie, sempre dicendo nel principio Deus in adiuto- 
« rium con gloria et infine la Salve regina con la 
« oratione, et chi non la facesse dica in quel loco tre 
« ave marie: et in loco della psalmodia privata dicano 
« ogni iorno la corona del Signore et la corona de la 
« (ma)donna, et chi dicesse lo officio della (ma)donna 
« possi, si li parerà, la corona della madonna (lassar). 

« Et per le anime de' morti, padri et fratelli, bene- 
« factori et familiari, ordinariamente ogni iorno in loco 
« dello officio delli morti dicano XV pater nostri et XV 
«ave marie. 

« Et per quelli che quotidianamente moreno, dicano 
« i sacerdoti per ogni uno che morirà cusì in questa 
« compagnia come in tutta la congregatione, quando lo 
« intendono, tre messe ; li chierici non sacerdoti tre psal- 
« terii et requiem aeternam in loco de gloria de li 
« psalterii correnti, et li conversi cento e cinquanta pa- 
«ter nostri, oltre quelli quotidianamente sogliono dire. 
« Et in tutto circa lo officio de .tutte le bore de conversi, 
« circa li suffragi per 1' anime de' morti, si observi le 
« costitutioni del eremo de Gamaldole. 

« Et se alcuno converso rechiedesse mai di esser 
« chierico, non possi ad questo admetter alcuno priore, 
« ne magiore et correctori : ma sia examinato dal capi- 
« tolo generale de questa compagnia et se il capitolo li 
« darà licentia possi esser ordinato chierico, altramente 
« nessuno converso non se possi mai far chierico. 

« Et habbia il futuro capitolo auctorità, se li parerà 
« conveniente et secondo Dio, dar la voce in capitolo a 
« tutti o parte de li conversi. 

« Et che accedente il consenso et licentia della sancta 
« sede apostolica qualunque volta li eremiti de questa 



172 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

« compagnia si troveranno, o in via o in hospitio o in 
« monasterii con altri o seculari o religiosi, dicendo lo 
« officio divino con quelli tali, o secondo la corte, o 
« secondo lo uso de qualunque altra religione, casi sa- 
« tisfacia al hofficio, come se dicesse il loro ordinato, 
« purché non facciano in fraude. 

« Et similmente qualunque, in qualunque loco loro, 
« o alcuno dicesse lo officio divino con dicti eremiti e 
« secondo il modo loro cusì habbia satisfatto, come se 
« dicesse quello che secondo lo ordine suo che loro die 
« dire. 

« Et che accedendo lo istesso consenso et licentia 
« della sancta sede apostolica quel privilegio che ha- 
« ranno de dire la messa avanti giorno, si intenda po- 
« tersi dir messa per doi bore avanti la aurora. 

« Et similmente accedente lo istesso consenso, pos- 
« sino li reclusi, senza altra licentia, et li aperti eremiti 
« con licentia del capitolo, dire messa soli, senza altri 
« che risponda, ma se risponda da se stesso ». 

Speciali ordinanze erano ancora richieste intorno ai 
diritti, ai poteri e ai doveri dei priori, perchè nell'eser- 
cizio del proprio ufficio non si avverassero ne conces- 
sioni esorbitanti i limiti delle loro facoltà, ne restrizioni 
comprese nell' ambito del loro potere. 

Circa il regimento de li priori. 

« Non possi alcuno priore per alcuna causa exco- 
« municare o comandare sub poena exco ranni catio- 
ne nis, alcuna cosa a quelli che a sua cura scranno de- 
« putati. 

« Ne possi alcuno priore dar licentia ad alcuno pro- 
« fesso de partirsi da questa compagnia. 

« Et se alcuno se partirà da questa compagnia, o 
« con licentia o senza licentia, non possi in alcuno loco 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 173 

« de quella esser più receputo, se non dal capitolo ge- 
« nerale de quella. 

« Et quando fusse dal capitolo receputo, habbia a 
« stare uno anno intero a prova in tutto come novicio. 

« Et che nessuno priore non possi tenire nel loco 
« alla sua cura deputato, muli da somezare, senza licen- 
« tia del Magiore, ma più tosto in quello loco tengano 
« de li asini, chi ne ha besogno. 

« Et similmente non possi alcuno priore dar iicentia 
« ad alcuno suo subdito di predicare o far sermoni in 
« pubhco, ne in casa, presenti seculari. Ma nessuno non 
« possi predicare senza Iicentia del capitolo generale de 
« questa compagnia, o del Magiore o correctori de quella. 

« Et che sia in facultà de ciascaduno priore fino che 
« non sia altro determinato per capitolo generale de 
« questa compagnia di mandare per le cose necessarie et 
« occorrenti, quando gli parerà non poter comodamente 
« far altramente, uno fratello fuora ove sera besogno. 

« Et siano tenuti il M^^ggiore o correctori almeno 
< visitar quest' anno avanti il capitolo et ogni anno, tutti 
« li loci principali de tutta la oompagnia ». 

Qui ha termine propriamente la « istitutione eremi- 
tica » o regola della Compagnia di san Romualdo. Le 
disposizioni generali e particolari sono ormai emanate 
ed i cinque giorni (dal 15 al 19 gennaio) impiegati nel- 
l'esame e neir approvazione di queste costituzioni furon, 
senza dubbio, i più importanti degli otto, in cui durò il 
primo capitolo del nuovo istituto : 1' abbozzo fondamen- 
tale veniva dunque a dar vita propria all' idea del B. 
Giustiniani. 

Ma poteva ancora sorgere un dubbio. A chi ricor- 
rere in cose non dichiarate ? Qual conto era mai da fare 
e della regola benedettina e delle instituzioni del sacro 
eremo camaldolese ? I padri capitolari saviamente rispo- 



174 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

sero con un ultimo capitolo intitolato : "de la obser- 
vantia in universale della regola de sancto 
Benedecto et le constitu tioni del eremo sacro 
de Gamaldole,, In esso stabilirono: In tutte le reli- 
giose et eremitiche institutioni et in tutte le cose che non 
sono in questa institutione expressamente dechiarate, hab- 
biano a recorrer alle definitioni et dechiarationi die fos- 
sero facte, in futuro se facessero, da li padri superiori 
de questa compagnia. — Et in quello die, ne in queste 
institutioni fosse expresso, né fosse altramente sopra ciò 
da li padri dechiarato, si habhia a recorrer alla regula 
del padre sancto Benedecto. — Et quelle cose che non f us- 
sero in alcun modo contrarie o dissonanti da queste con- 
stitutioni da le dechiarationi de li padri de questa com- 
pagnia, hahhiano ad ohservare in tutto la regola eremitica 
constitutione del sacro eremo di Camaldoli. 

Salutare precetto, giustificato da un alto sentimento 
di gratitudine verso la regola benedettina, a cui i padri 
aveano attinto lo spirito di tutti i giusti, e verso le co- 
stumanze dell' eremo camaldolese , che molti di essi 
aveano già osservato e da cui era partita la scintilla 
che aveva acceso il nuovo fuoco. 

Il 21 di gennaio, celebrata nuovamente la messa de 
Spiritu Sancto e fatta special orazione, i padri proce- 
dettero alla elezione del p. maggiore, dei priori, dei 
correttori e del compagno del p. maggiore. L'elezione 
venne fatta, secondo l' uso della congregazione camal- 
dolese, dapprima per scrutinio di pòlizze, o come diciamo 
oggi, per schede; e poi, per suffragi segreti rappresen- 
tati da fave bianche e nere. A maggiore di tutta la 
compagnia risultò legittimamente eletto fra Paolo da 
Venezia, cioè il Giustiniani ; a priore delle Grotte del 
Massaccio, fra Elia da Milano ; a priore di san Gerolamo 
di Pascelupo, fra Francesco da Gradara; a priore di san 
Leonardo del Volubrio, fra Nicolò da Venezia, ed a 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 175 

priore di san Benedetto sul monte d'Ancona, fra Zacaria 
di Sicilia. « Per assai convenienti cause » non fu nomi- 
nato il priore di santa Maria di Larino, ma venne com- 
messo al p. maggiore di eleggervi e mandarvi chi gli 
fosse sembrato più idoneo. Fra Agostino da Bassano e 
fra Gerolamo del Reame furono i correttori deputati a 
visitare l' intiera compagnia. Lo stesso fra Gerolamo del 
Reame ebbe 1' ufficio d' accompagnare il p. maggiore al 
capitolo della congregazione. 

Dopo queste elezioni si sarebbe dovuto procedere 
alla deputazione de' fratelli eremiti nei singoli luoghi, 
ossia, alla formazione di ogni famiglia eremitica ; ma, in 
considerazione dell' imminenza del futuro capitolo, si 
credè opportuno lasciar nei singoli luoghi tutti gli ere- 
miti che attualmente vi si trovavano. Questi erano sei 
alle Grotte del JVIassaccio; otto a Pascelupo ; sei al Vo- 
lubrio ; sette al monte di Ancona e sei a Larino. Con- 
tava perciò r intiera compaguia trentatrè eremiti, tra 
sacerdoti, chierici, conversi, novizi e commessi. 

Tra le ultime cose stabilite ed ordinate dai padri 
capitolari vi fu che il futuro capitolo generale della com- 
pagnia si dovesse tenere la seconda domenica dopo la 
Pentecoste, che sarebbe stata il 15 maggio 1524, nell' ere- 
mitorio di san Leonardo del Volubrio, lasciando in facoltà 
del p. maggiore e dei correttori di poter mutare il luogo 
e il giorno. Il dì appresso (23 gennaio), i padri capitolari 
diedero ampia facoltà al maggiore, fra Paolo Giustiniani, 
di ordinare il breviario e il messale nuovi, di procurare 
che i padri della congregazione camaldolese si fossero 
contentati di non poter dar licenza ad alcuno di partire 
dalla compagnia, d'impetrar dal sommo pontefice la 
conferma dell' unione già fatta con la congregazione e 
di cavare dalla regola di san Benedetto, dalle costitu- 
zione del sacro eremo di Camaldoli e dalla nuova insti- 
tutione eremitica, le cose principah ed essenziali con 



176 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

tutta brevità per formarne un piccol manualetto, rimet- 
tendo le altre cose ad un altro libretto che fosse come 
una dichiarazione del manuale e, potendo, ottenerne 
r approvazione pontifìcia. Inoltre, gli fu data autorità di 
impetrare la confermazione di questo capitolo e della 
« institutione eremitica », e specialmente, di trasferire da 
un romitorio all' altro le cose mobili benché preziose, 
di poter celebrare la s.» messa due ore avanti dì e senza 
chierico; di poter soddisfare all'obbligo dell'ufficio divino 
recitandolo con altri, e gli altri recitandolo con gli ere- 
miti, e di richieder al pontefice Uno special protettore 
della compagnia. 

11 24 gennaio, dopo nona, congregati tutti i fratelli 
eremiti, sacerdoti, chierici, conversi, professi e novizi del 
monte di Ancona, il p. maggiore, fra Paolo Giustiniani 
lesse e pubblicò in forma solenne tutto ciò che in questo 
capitolo era stato definito e decretato, nel volgare di fra 
Nicolò da Venezia ; quindi, detto da tutti, in quel modo 
che si suol salmodiare, ad una voce il cantico Te Deum 
laudamus, con l'orazione dello Spirito Santo, di santa 
Maria, di san Michele arcangelo, di san Benedetto e di 
san Romualdo, fu chiuso, a gloria e laude di Dio, il 
primo capitolo della nuova compagnia. 

Lo stesso giorno, dopo la pubblicazione del capitolo, 
radunati nuovamente i padri capitolari determinarono 
che il p. maggiore potesse dar licenza al converso fra 
Giovanni lombardo di ritirarsi da questa compagnia nel 
sacro eremo di Gamaldoli o negli altri luoghi nominati 
nella « institutione eremitica », e che fra Daniele e fra 
Piero da Venezia, potessero emettere la professione a 
Pentecoste, computando l'anno di prova non dal giorno 
della vestizione, ma dal dì che entrarono nelF eremo di 
san Benedetto. 

Così ebbero, termine le trattazioni fatte nel primo 
capitolo della società di san Romualdo. Ma a compiere 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 193 

odio, vedendo dì non riuscire per questa via nel loro 
intento, si studiarono di riuscirvi per un' altra. Si reca- 
rono a visitare il vescovo d'Ancona, che era il cardi- 
nale Francesco Accolti, e presso di lui vomitarono tante 
infami calunnie contro i pii eremiti, eh' egli, montato 
in collera, comandò al suo vicario che facesse subito 
cacciare dalla sua diocesi il Giustiniani e tutti i suoi 
seguaci. Ma non prestandosi il vicario del vescovo anco- 
nitano all' iniquo proposito suggerito da quei ribaldi, 
a lui notissimi per quel che erano, essi fecero capo al 
Legato della Marca, che era il card. Francesco Armellini 
Medici. Ciò che costoro gli riferissero non è noto ; ma 
si vide tosto che gli eremiti di san Romualdo furono 
scacciati, come malfattori, dalla sua giurisdizione, e il 
Giustiniani arrestato e rinchiuso in carcere a Macerata, 
dentro il convento di san Francesco. Di là il 10 maggio 
1522 scrisse il venerato padre una lettera diretta a Giro- 
lamo, Desiderio e agli altri suoi eremiti, per esortarli 
alla rassegnazione e per confortarli con la sua parola, 
nutrita di pensieri evangelici e paolini. Finalmente dopo 
sedici giorni il furibondo giudice ritornato in se, fece 
scarcerare e venire al suo cospetto il Giustiniani, a cui 
rivolse tosto queste parole : — Perdona, o Padre, perchè 
non ti avea conosciuto, né aveva ascoltato i tuoi. — 
Ed egli a lui : — Iddio ti perdoni. 

La furiosa tempesta si calmò : e quei ribaldi prova- 
rono r ira e la vendetta del Signore, perchè in pochi 
mesi, 1' uno (il capo di essi), colto da delirio febbrile si 
precipitò da una finestra e finì miseramente la sua vita, 
e r altro, nel salire una scala, inciampò e cadde sì ma- 
lamente che n' ebbe fracassata una gamba. Obbhgato a 
giacere in letto, disperavasi già della sua salute, quando, 
pervenuta la cosa all'orecchio del Giustiniani, questi 
volle astringersi per lui ad un digiuno rigorosissimo di 
quindici giorni : e si ritenne che l' infermo risanasse 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 13 



194 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

per le preghiere e pei digiuni del santo istitutore degli 
eremiti di san Romualdo (^). 

Intanto è da rammentare che avendo gli eremiti di 
Gamaldoli apposto la coQdizione che V unione stabilita 
il 9 dicembre 1523, tra la compagnia di san Ro- 
mualdo e quella congregazione, dovesse confermarsi 
nel prossimo capitolo dell' universa congregazione degh 



(1) 11 fatto è raccontato dal Luca (Romualdina... historia. p. 119- 
122) e riportato poscia anche dal Mittarelli-Gostadoni (Annales 
Camaldulemes, Vili, 26 27). Il Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, 
p. 148-153) narra questo fatto con qualche particolarità che non si 
trova negli storici anteriori. Secondo costui, la calunnia deferita al 
vicario del vescovo anconitano, era questa, che cioè « D. Desiderio 
benedettino, con tutta la combriccola de' suoi compagni ritirati nel 
suo eremitorio battevano monete e facevano altre iniquità 
da non tollerarsi » (p. 151). — Neil' archivio dell'eremo di s. Bene- 
detto, nel territorio di Ancona, si conservava ancora al tempo 
degli Annalisti Camaldolesi (Vili, 27) la protesta del 
Giustiniani contro il vicario del vescovo, nella quale egli si dichiara 
non soggetto alla di lui giurisdizione; l'atto di elezione dei 
due nobili anconitani, Leonardo di Nicolò Bonarelli, e Ottomano 
" de Freducciis „ in protettori delle Grotte di san Benedetto ; un 
altro atto di elezione di Galeazzo "de Gabriellis ,, protonota- 
rio e canonico di Fano, in conservatore e difensore dei diritti e 
privilegi della nuova società; la lettera di Antonio Grimani, 
doge di Venezia, al consiglio di Ancona in difesa del Giustiniani 
e de' suoi eremiti; e le lettere del Giustiniani al cardinal 
legato della Marca, al protettore dell' ordine, Lorenzo Pucci ed a 
Matteo di Sedun, per mezzo dei quali egli ed i suoi eremiti rien- 
trarono nel loro romitorio. — Circa 1' anno in cui avvenne questo 
fatto non si ha una data esplicita ed autorevole. Il Luca (op. e 
loc. cit.), che lo riferisce pel primo, lo pone indeterminatamente 
post Leonis Decimi obitum (f. 119v.): gli Annalisti Camal- 
dolesi (Vili. 27) lo pongono sotto l'anno 1522: e il Fiori (op. 
cit. p. 152), sotto il pontificato di Adriano VI (9 gennaio 1522 — 
14 sett. 1523). La lettera scritta dal Giustiniani dal luogo di reclu- 
sione in san Francesco di Macerata, avrebbe la data del 10 maggio, 
che secondo le Note del P. B. Calassi alla Storia Romualdina 
(ms. p. 252, n. F.) sarebbe il 10 maggio 1522. La quale sembra da 
ritenersi, poiché il Galassi che riferisce il tenore della lettera, ebbe 
probabilmente in mano 1' autografo di essa. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 195 

eremiti camaldolesi, per godere della validità e stabilità 
futura, avvicinavasi a grandi passi il momento di venire 
a congresso per deliberare di questa cosa che era di 
vitale interesse e per gli eremiti di Camaldoli e per la 
compagnia di san Romualdo. Era già trascorso il tempo 
in cui, secondo la consuetudine, si doveva adunare il 
futuro capitolo ; né è ben chiaro per quali ragioni nel 
1524 la congregazione camaldolese non celebrasse l'an- 
nuale e generale capitolo (^). Però la dilazione giovò, 
senza dubbio a chiarire sempre più la posizione che 
avrebbero dovuto assumere ambedue le parti di fronte 
alla ratificazione dell' unione del 9 dicembre 1523. 

Gli eremiti di Camaldoli, che aveano veduto un po' 
a malincuore la partenza del Giustiniani dal loro eremo, 
e che si erano dimostrati propensi al suo disegno di 
richiamare la vita eremitica camaldolese ad un' osser- 
vanza più austera, tanto da voler lui e la sua compagnia 
aggregata canonicamente alla loro congregazione, stavano 
ad osservare dall' alto della loro specola, con singoiar 
attenzione, com' egli riuscisse ad incarnare il concetto 
della sua mente. Videro dapprima 1' esitanza del Giusti- 
niani, proveniente dal completo abbandono di lui nelle 
mani della Provvidenza e quasi temettero del naufragio 
dell' opera sua. Ma poi osservarono che il volere di 
Dio veniva sempre meglio manifestandosi e che 1' opera 
del santo eremita, incontrando ovunque la simpatia dei 
romiti più fervorosi e più distaccati dai beni terreni, 
andava man mano prendendo piede in più luoghi e con 
r aggregazione di onorate persone. 

Dall' altra parte, gli eremiti della compagnia di san 
Romualdo, colla dilazione del capitolo generale, ebbero 



(2) Gli Annalisti Camaldolesi (Vili, 42) asseriscono che 
il capitolo fu dilazionato "iustis de causis,,; ma di queste 
cause non si ha veruna menzione. 



196 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

agio di meglio conoscersi e di fissare le regole del pro- 
prio istituto, come fecero ne' loro capitoli del gennaio 
e del luglio 15^4, ed il Giustiniani potè con un colpo 
d' occhio misurare il valore e le intenzioni di tutti i suoi 
seguaci. 

Per le quali cose, se è vero quanto argomenta il p. 
Luca Hispano, con ottimo intendimento gli eremiti 
di Gamaldoli pensarono tra se di assorbire la nuova com- 
pagnia, scancellandola, attirando a se tutti i suoi mem- 
bri ed accomodando le cose a proprio beneficio. Erano 
mossi a questo dalla gran penuria di uomini che era 
nel sacro eremo di Gamaldoli, la quale era venuta sem- 
pre più aumentando per la dipartita di quelli che di là 
passavano tra i seguaci del novello istituto. Il qual 
incon\ eniente parve necessario di sradicare. Perciò fuor 
d' ogni uso e d' ogni costume, il capitolo generale che 
si doveva celebrare nel 1524, fu differito all' anno ap- 
presso, per recare ai figli del Giustiniani, con 1' aspet- 
tazione, un po' di molestia. Gosì mentre, si andava pro- 
traendo tal dilazione, molte cose furono dai padri ca- 
maldolesi innovate contro i patti e contro le convenzioni 
stabilite : le quali novità non potevan giudicarsi ne 
oneste, ne giuste (*). 

In questo stato erano gli animi di ambedue le parti, 
quando pel maggio del 1525, fu indetto il capitolo gene- 
rale della congregazione camaldolese. 11 Giustiniani, che 
vi fu invitato, partì con frate Girolamo da Sessa, il 29 
aprile dall' eremo di san Benedetto, e sui primi di mag- 
gio si trovò con gli altri padri capitolari nel monastero 
di Glasse presso Ravenna. 

Il capitolo trattò per prima cosa dell' unione della 
compagnia di san Romualdo con la congregazione ca- 



(1) Luca, Romtialdina... historia, e. 130 segg. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 197 

maldolese. E per non perdere inutilmente il tempo in 
molte discussioni, i padri vennero subito alla conclusione, 
sforzandosi di persuadere il Giustiniani, che, senza far 
menzione alcuna della concordia ed unione passata, non 
ricusasse di sottoporre se e i suoi a Gamaldoli. A gue- 
st' effetto, gli posero dinnanzi agli occhi le fatiche di 
quella poverissima vita da lui iniziata e la troppa diffi- 
coltà di potervi perseverare a lungo : gli mostrarono 
che, sottomettendosi a Gamaldoli, avrebbe fatto acquisto 
alla sua compagnia de' beni del sacro eremo : e che, 
facendo diversamente, la sua religione sarebbe in breve 
andata incontro alla morte : quando poi queste amiche- 
voli e fraterne proposizioni noi determinassero ad an- 
nullare le convenzioni già fatte, i padri di Gamaldoli 
intendevaao di separarsi totalmente da lui e dalla sua 
compagnia e di tornare come erano prima dell'unione 
del dicembre 1523. 

Ascoltò con dignità il Giustiniani le proposte camal- 
dolesi e le ragioni addotte a loro sostegno ; ma non 
contento delle une e non persuaso dalle altre, replicò 
ch'egli desiderava, non per i beni temporali, ma per gli 
spirituali, unirsi e vivere con essi ; che ne la ragione 
voleva ne la carità comportava che per rispetto a tem- 
porale utilità egli si rendesse a loro soggetto : che il 
Signore è sollecito dei poveri e mendici : eh' egli, sceso 
cinque anni fa dalle Alpi, passando come un altro Jacob 
il Giordano col bastone, ritornava con uno stuolo di 
frati, radunati e mantenuti dalla provvidenza divina : 
che mai sarebbero per mancare a' suoi i pascoli della 
vita corporale, essendo tutti di leggerissimo e parco cibo 
contenti, e soddisfatti di vile e rozzo vestito; ne abbiso- 
gnare di ricchezze : che per conseguenza, avessero pure 
goduto in pace le ricchezze offerte, perchè non avean 
r animo disposto ad abbandonare la povertà della quale 
si rallegravano sommamente : la risoluzione delle con- 



198 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

venzioni, qualora piacesse di farla, venisse pure sanzio- 
nata da un atto pubblico (^). 

Questi pensieri uscirono dalla bocca del Giustiniani 
con un accento così caldo di persuasione che i padri ne 
rimasero alquanto turbati ; e mentre credevano di poterlo 
indurre ad aggregarsi completamente a loro, videro che 
era giocoforza formulare una completa separazione tra 
le due parti. E poiché la franca parola di lui non am- 
metteva tergiversazioni od ambiguità, in data del 7 mag- 
gio 1525, il generale capitolo camaldolese pronunziava 
e decretava l' assoluta indipendenza della compagnia di 
san Romualdo dalla congregazione di Gamaldoli, annul- 
lando la precedente unione del 1523, dichiarando il nuo- 
vo istituto ente a sé, hbero, esente, autonomo (^). 



(1) Luca, Romualdina... historia, e. 130-133; Mittarelli-Costa- 
DOMi, Annales Camaldiilenses, Vili, 42-43 ; Fiori, Vita del B. Paolo 
Giustiniani, p. 186-190. 

(2) Riportiamo questo atto del 7 maggio 1525, non ancora pub- 
blicato nel suo testo originale, dal ms. Libro de' primi atti del 
capitolo generale, e. 73-75. « Nos D. Paulus de Laude, presidens, 
D. Joannes Baptista de Luca heremita, D. Paris de Trivisio, D. 
Franciscus de Brixia, D. Joannes de Mandello, D. Ciprianus de 
Como, D. Bartholoraeus de Florentia, D. Joannes de Voltolina, 
D. Archangelus de Florentia, diffinitores capituli generalis congre- 
gationis camaldulensis, diete sacre heremi camaldulensis et sancte 
Michaelis de Murano, hoc anno in istud monasterium classense 
celebrati. — Universis et singulis cuiuscumque dignitatis et condi- 
tionis existant tam in romana curia quam extra commorantibus, 
preseutes nostras inspecturis fìdem facimus et actestamur atque 
notum esse volumus, quod cum alias vicarius generalis et visita- 
tores universales tunc temporis existentes nostre huius predicte 
congregationis, ad requisitionem et instantiam fratris Pauli 
Ju stini ani heremite, heremitoria criptarum massaccii, sancii 
Hieronimi de passilupo, sancii Leonardi de Volubrio, cripte sancti 
Benedicti, et sancte Marie de spiritu sancto, esine, eugubine, fir- 
mane, anconitane et larinensis diocesis, et heremitas in predictis 
commorantes ac futuris temporibus commoraturos, in hac no- 
stra prefata congregatione recepisse nt atque acceptavis- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 199 

Appena conchiusa T autonomia della compagnia di 
san Romualdo e salvata la nuova congregazione eremi- 
tica da un giogo che le poteva divenire, col tempo, gra- 
voso e fatale, il Giustiniani con Girolamo da Sessa, si 
partì dal monastero classense e volse i passi e i pen- 
sieri a procurare alla sua istituzione un maggiore svi- 
luppo. Fin da quando egli trovavasi prigione in Macerata 
aveva scritto a vari suoi amici veneti per impegnarsi 
nella fondazione di un eremo nella sua città nativa, e 



sent cum certis capitulis, pactis, conventionibus ac declarationibus, 
prout per quandam scripturam manu predictarum vicarii et visita- 
torum eiusdem congregationis subscriptam sub die nono decembris 
1524 [corrige: 1523], aperte constat, in qua inter cetera declaratum 
et expressum fuerat eorumdem heremitarum in predictis quinque 
heremitQriis commorantium superiorem universalem maiorem nun- 
cupandum eligi deberi per nos et hoc nostrum generale capitulum 
singulis annis, et sic electus cum uno socio vocem in nostris gene- 
ralibus capitulis tam activam quam passivam habere deberent, et 
predicta loca seu heremitoria et heremitas in eis commorantes a 
nostre congregationis visitatoribus de triennio in triennium, et 
frequentius si visum fuisset, visitari posse et deberi ; reservato 
nobis et nostro capitulo auctoritate et facultate predicta omnia 
confirmandi et approbandi, sicut revocandi et reprobandi uti nobis 
magis expediens et congruum visum fuisset. — Nos igitur prefati 
presides et diffìnitores ac capitulum generale eiusdem prefate con- 
gregationis, apud quos est omnis congregationis predicte auctoritas 
et facultas, audito fratre Paulo predicto et fratre Hiero- 
nimo heremitis, qui eorum heremitarum in predictis quinqae 
heremitoriis commorantium vice et mandato instanter et humiliter 
petebant et rogabant per nos et hoc generale capitulum deberi ea 
que a vicario et visitatoribus predictis, ut in prefata scriptura 
continetur, facta atque instituta fuerant, confirmari et approbari. 
— Rem ipsam et predicta omnia maturius et diligentius conside- 
rantes, ad futura quoque provide respicientes, requisito etiam et 
audito super bis omnibus Consilio omnium et singulorum tam 
prelatorum quam conventualium, qui de more ad hoc nostrum 
generale capitulum convenerunt, et vocem in prefato capitulo haben- 
tium : ad utriusque partis, tam in nostre congregationis 
predicte quam etiam predictorum heremitarum in dictis heremito- 
riis commorantium tam in temporalibus quam in spiri tualibus, 



200 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

già per mezzo di essi aveva ottenuto la donazione di 
quella, tra le isole che fanno corona alla regina dell'A- 
driatico, che è detta "Poveggia,, o "Poveglia,, 
con la sua chiesa, che era già stata accettata nel capi- 
tolo del luglio 1524. Corse perciò il Giustiniani da Ra- 
venna a Venezia. Erano in queir anno magistrati della 
città delle lagune i tre nobili Andrea Giorgi, Matteo 
Viani e Marco Gontareni. La donazione era stata fatta 
il 19 febbraio 1523, e, benché venisse ora nuovamente 
confermata, non potè avere il suo effetto, ricusandosi i 
magistrati di affidargli la chiesa prima che fosse morto 
il sacerdote che la custodiva. Tentò allora di iniziare 



commoditatem et augmentum ac felicem in domino 
successum et divini cultus et regularis abservantie 
profectum magis facere et pertinere existimantes, prefatam 
scripturam a vicario et visitatoribus, ut premittitur, factam cum 
pactis et conventionibus in ea contentis, dissolvimus, annul- 
lavimus et irritam fecimus, et predicta quinque heremitoria 
ac heremitas in eis commorantes ac in futurum commoraturos 
scriptura predicta per quam nostre congregationi unita esse vide- 
batur minime obstante, ab hac nostra congregatione penitus dis- 
solvimus atque separavimus et dissoiutas ac separatas esse decla- 
ravimus, nullamque nobis maiorem aut superiorem eorumdem 
heremitarum eligendi, aut loca vel personas earum visitandi facul- 
tatem aut auctoritatem seu potestatem reservavimus, set sicut si 
ea scriptura, ut premittitur, minime facta fuisset, libere et licite 
permittimus eisdem heremitis, quomodocumque illis visum fuerit, 
maiorem seu superiorem suum eligere et loca sua visitare, vel 
aliter providere, et omnia singula facere, ac si predicta per vica- 
rium et visitatores minime permissa vel facta essent. Et quamvis, 
ut a predictis fratre Paulo et Hieronimo audivimus et in 
quadam cedula seu supplicationis copia constare vidimus, prefata 
scriptura per vicarium et visitatores subscripta a sancta sede 
apostolica approbata fuisse videtur, declaramus, volumus ac per- 
mictimus, quantum ad nos et ad nostram congregationem actinet, 
quod non obstante ea sedis apostolice confirmatione, predictorum 
heremitoriorum heremite circa maioris seu superioris eorum ele- 
ctionem decemere et determinare, atque uti sibi visum fuerit ad 
predictam maioris sui electionem procedere : et circa hoc et alia 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 201 

trattative per ottenere l' isola di san Secondo posseduta 
da alcune monache del monastero dei santi Cosma e 
Damiano, ma anche qui i migliori sforzi riuscirono vani : 
laonde scrivendo a Gaspare Gontareno, suo intimo amico, 
usciva in queste amare doglianze : — In così ampia e 
così libera città, alla quale suol essere libero e lecito ad 
ogni sorta di persone ricorrere e abitare, non s' è trovato 
ancora un angolo, ove potessero abitare sei eremiti ; 
ed io non ho avuti in patria propria tanta grazia o tanti 
amici, che abbino potuto trovar luogo da abitare. — Poco 



omnia que ad prefata heremitoria et heremitas pertinent a pre- 
dieta sancta apostolica sede quicquid congruum visum fiierit petere 
impetrare possint et valeant, dummodo nihii fiat in preiudicium 
nostre congregationis. — Nos enim omnino declaramus, notiflca- 
mus et fìdem facimus ab hac die in antea predicta quinque heremi- 
toria et heremitas in eis commorantes aut in futurum commoratu- 
ros, a nostra congregatione et societate divisa, segregata et di- 
siuncta et libera esse, et nullo modo nobis aut congregationis 
nostre generali vicario, visitatoribus, capitulo vel diffinitoribus, 
aut in electione maioris seu superioris eorumdem heremitarum, 
aut in visitatione locorum eorumdem vel personarum, aut in aliquo 
alio unita aut subiecta esse aut censeri si a nobis et a nostra 
congregatione penitus separata, libera et exempta, et nullo omnino 
modo unita, sotiata, subdita aut subiecta. — Et hec omnia, ut 
prefati sumus, in hoc nostro sacro diffìnitorio unanimes cum Con- 
silio etiam et consensu omnium vocem in hoc capitulo habentium, 
decernimus, determinavimus et declaravimus, et ad notitiam om- 
nium et singulorum tam in romana curia quam extra venire volui- 
mus. Et in supradictorum omnium et singulorum fidem et actesta- 
tionem, has pateates litteras fieri iussimus et scribe capituli nostri 
manu subscriptione et sigilli nostri impressione munivimas. — 
Datum in nostro monasterio classensi extra menia Ravenne. In 
camera prò sacro diffìnitorio deputata, die 7 mensis madii 1525. — 
Ego frater Paris de Tarvisio prefati capituli diffinitor et scriba de 
consensu et mandato reverendi patris presidentis et aliorum om- 
nium diffinitorum eiusdem capituli aliis negotiis impeditus, per 
alium hec scribi feci et in predictorum omnium fìdem manu pro- 
pria me subscripsi, die predicta 7 mensis mali 1525». 

Di questo documento ha pubblicato un brevissimo sunto in 
italiano il Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 188-9). 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



soddisfatto, ritornò, adunque, il Giustiniani da Venezia 
alle sue dilette Grotte, conducendo seco un nipote desi- 
deroso di abbracciar la vita eremitica, che avea nome 
Francesco ed era figlio di un suo fratello (^). 

Sui primi di luglio di questo medesimo anno 1525, il 
beato istitutore radunò il capitolo della sua compagnia 
neir eremo di san Leonardo del Volubrio. 1 padri capi- 
tolari furono undici. Approvarono la separazione dall' e- 
remo di Gamaldoli e decretarono che si raccogliessero 
ordinatamente in un sol volume le prime costituzioni 
eremitiche, estraendole dagli atti capitolari per lo 
innanzi compilati, negli eremi di san Benedetto e di 
san Gerolamo, e dalle costituzioni camaldolesi, 
e che dopo la pratica e 1' esperienza di alcuni anni si 
mandassero alla stampa e si sottomettessero all' appro- 
vazione della sede apostolica. A tutti gli eremiti della 
compagnia di san Romualdo fu prescritto che dovessero 
portar la barba, con una certa uniformità. Fu ricusata 
l'offerta del romitorio di san Giacomo fuori di Matelica, 
esibito da quattro terziari di san Francesco, tre' de 
quali, cioè un sacerdote di nome Pacifico, un chierico 
ed un laico, vennero accettati nella compagnia. 

11 Giustiniani, confermato nella carica di maggiore, 
trovò opportuno, prima di licenziare il capitolo, di fare 
una pubblica rinunzia a tutti i brevi pontificii che pote- 
vano metterlo in una posizione singolare di fronte agli 
obblighi che sono inerenti alla vita monastica ed ere- 
mitica, per ciò che riguarda 1' ubbidienza e il distacco 
dalla propria volontà (^). 11 nobile atto, benché già ripe- 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 42-43 ; 
Fiori, Vita del B. Paolo Gitistiniani, p. 190-191. 

(2) Ecco il testo di questa rinunzia, come fu pubblicato anche 
dal Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 192). « Avendo fra Paolo 
alcuni brevi e bolle pontificie, già ottenute avanti che partisse 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 203 

luto a viva voce ne' capitoli precedenti, fece un' ottima 
impressione su tutti i padri, che di lui avevano la stima, 
e la considerazione che si ha soltanto dei santi. Con- 
tribuì anche a confermare la purità delle intenzioni di 
lui, quando procurò le rinunciate facoltà pontifìcie (^). 
In questo mentre, i padri capitolari aveano ricevuto 
lettera dal podestà di Fermo e dal pievano di Monte- 
fortino, in cui si diceva che il padre Zaccaria di Sicilia 
e Giovanni Maria milanese, suo conventuale, che veni- 
vano al capitolo dell' eremo larinense, eran stati presi 
dai corsari e si tenevan schiavi in Ortona. Fu data subito 
commissione al Giustiniani ed al padre Pietro da Fano 
di pregare il pievano di Montefortino che trovasse loro 



dall' eremo di Camaldoli, impetrate e di poi confermate, per le 
quali ha facoltà di potere, senza licenzade'suoi su- 
periori, andare in Gerusalemme e altri luoghi, e 
alcune altre facoltà, come in quelle si contiene, e abbenchè nel 
primo capitolo di questa congregazione fatto in s. Benedetto rinun- 
ciasse a viva voce a dette bolle e brevi, quanto appartiene alla 
libertà di andare a fare cosa alcuna contro 1' obbedienza, e questo 
istesso confermasse nel secondo capitolo celebrato in s. Girolamo ; 
nonéimeno a più evidenza e fermezza, di nuovo rinuncia a detti 
brevi e vuole (per quanto appartiene alla persona sua circa la 
facoltà di andare) come se i detti brevi e bolle non avesse rice- 
vute, vivere soggetto, come ogni altro minimo fratello di questa 
congregazione, ad ogni obbedienza de' superiori ; non intendendo 
per questo rinunciare ad alcune facoltà o libertà che li sono con- 
cesse in detti brevi e bolle, quando si possono usare a utile e 
benefìcio di tutta la congregazione, o de' luoghi di quelle partico- 
lari, e senza detrimento, né imminuzione della totale e onnimoda 
obbedienza, alla quale vuole e promette sempre essere soggetto. 
E a più fermezza di questo, a questo (se sarà richiesto) di propria 
mano sottoscriverà. « Frater Paulus confirmo, et ita est 
manu propria ». 

(1) Del capitolo del luglio 1525 non abbiamo sotto gli occhi 
gli atti originali: se n'hanno degli accenni negli Annalisti Ca- 
maldolesi (Vili, 43), nel Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, 
p. 190) e nel ms. : Compendio storico della congregazione camaldo- 
lese di Monte Corona, e. 57. 



204 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

cento ducati a qualunque interesse, obbligando per que- 
sto tutti i beni della congregazione, e di mandare per- 
sone autorevoli in Ortona per riscattarli. Spedirono colà 
il padre Agostino da Bassano, priore dell'eremo di san 
Benedetto, con il suo conventuale, provveduto di denaro, 
per operare questo riscatto: ma questi a nulla riuscirono, 
perchè i corsari si erano già molto allontanati da quel 
luogo. Ciò nondimeno, i padri capitolari premurosissimi 
di liberare a qualunque costo i loro confratelli, inviarono 
subito il p. Giustiniano da Bergamo con fra Eliseo, a 
Venezia : e questi, mercè 1' aiuto e i mezzi forniti dalla 
pia nobiltà veneta, poterono riscattare i due religiosi e 
ricondurli seco all' eremo (*). 

Chiuso felicemente questo capitolo, il B. Paolo Giu- 
stimani partì dall' eremo di san Leonardo al Volubrio e 
si diresse verso Firenze, onde abboccarsi colà, per inte- 
ressi della sua congregazione, col card. Lorenzo Pucci, 
protettore dell' ordine camaldolese. Ma gli eremiti di 
Gamaldoli, avuto sentore dell' arrivo di lui nella città 
del Fiore, lo fecero caldamente pregare affinchè fosse 
ito a consolarli fino al sacro eremo ; dove venne accolto 
con particolari segni di grandissima stima da tutti i 
religiosi, già suoi discepoli e colleghi. Colà apprese che 
la rottura dell'unione, avvenuta nel monastero di classe, 
era stata fatta contro loro volere per opera dei ceno- 
biti : per la qual cosa a lui fu affidato, anche per dele- 
gazione del card. Pucci, di comporre alcune differenze 
che erano nate e che tuttora vivevano tra i monaci e 
gli eremiti di Gamaldoli. I cenobiti accolsero così beni- 
gnamente r intervento del Giustiniani, che si arresero 
subito alle sue savie proposte di conciliazione: onde, 



(1) Ms. : Compendio storico della Congr. Camald. degli eremiti 
di Monte Corona, e. 58. 



DEGLI EREMITI DI MOxXTE CORONA 205 

scrivendo egli stesso poscia una lettera di ragguaglio, 
annotava che la composizione era avvenuta « con ap- 
plauso del cardinale, con soddisfazione de' monaci ed a 
vantaggio degli eremiti » (*■). 

Ritornato il sant' uomo a' suoi nell' eremo delle 
Grotte, gli avvenne un caso molto notevole, di cui diede 
subito egli stesso il più ampio ragguaglio ai visitatori 
della sua compagnia, Agostino da Bassano e Giustiniano 
da Bergamo, con la seguente lettera, in data dell' 11 
aprile 1526. « Giacche sono tanto afflitto — egli dice — 
che appena posso scrivere, vi racconterò — sub brevi- 
tate causas et ordinem afflictionis meae. — Nel sabato 
delle Palme, a ora di compieta, capitarono qui due religiosi 
[Fra Lodovico e Fra Raffaello da Fossombrone, fratelli], 
con abito bigio, grosso, eremitico, i quali erano, come 
poi mi narrarono, con certa licenza apostolica, usciti 
dair osservanza di S. Francesco, della provincia della 
Marca, ed osservano certa vita più stretta e solitaria, 
parimente secondo la regola di S. Francesco. Mi dissero 
esser venuti per sentire il mio consiglio, e fare quanto 
io li consigliassi di fare determinatamente. Udendo io 
che da' frati di S. Francesco osservanti erano molto 
molestati, e derogata per breve apostolico quella loro 
hcenza, parendomi ancora buoni religiosi, li consigliai 
a mutar abito ed entrar nella nostra, o in altre compa- 
gnie. E perchè non credevo far dispiacere ai frati del- 
l' osservanza, mandai a dire a questo guardiano della 
Romita, di questi frati : che se non voleva, io non li 
riterrei, ne li vestirei. Egli mi rispose che gli pareva 
bene che lì ritenessi e vestissi per liberar la Religione 
e questi due fratelli dalle tribolazioni, e che quando 
venisse il ministro lor provinciale, mandariano a chia- 



(1) Ms. cit. e. 59 ; Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 193. 



206 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

marli, e mi farebbono intendere più risoluto la sua vo- 
lontà, e così quelli stettero sino alla sera del lunedì. 
Essendo io tornato da S. Gerolamo alle 22 ore verso le 
23, vennero alla nostra cella, ove erano i due fratelli, 
armata manu secolari, il capitano del Massaccio con 
i sbirri e con molti frati dell' osservanza, con insolenze 
ed evaginatis gladiis. Nonostante che intimassi loro la 
nostra esenzione e privilegi, e li mostrassi, presero dicti 
due fratelli, quali io tenevo come di famiglia, e vestivano 
le nostre capparuccie. Volevano condurli nel convento 
de' frati, ma sopravvenendo i massari del Massaccio, 
tanto mi adoprai che furono dati in mano de' massari, 
per quella notte, e non de' frati. Anzi andai di notte in 
quel luogo, e tanto dissi che si contentarono di renderli, 
e così la mattina me li restituirono, con patto che si 
vedesse quello che doveva essere di ragione, e quello 
si facesse. Il dì seguente, cioè il mercoledì venne il mi- 
nistro con numerosa caterva di frati succincti non 
in preparatione Evangelii pacis, ma per pren- 
derli a forza : pur non 1' ebbero ; e parimente tornò il 
capitano, e non potè averli. Or io vedendo questo, e non 
volendo più tali tumulti, dissi a quei fratelli che pen- 
sassero di andarsene, e l'animo mio era che andassero 
a fare i fatti loro. Ma essi, temendo cadere nella mani 
de' frati, mi pregaron di poter mutar abito, acciò non 
fossero conosciuti : ed io sapendo che ai soldati ed al- 
tri, perchè non cadano nelle mani di chi vuol prenderli, 
si dà spesso o si permette 1' abito religioso, permisi che 
si mettessero il nostro abito; il quale, subito che se lo 
misero addosso, quasi romiti che con 1' abito avessero 
ricevuto lo Spirito Santo, mi chiesero con somma grazia 
essere de' nostri, e da noi ricevuti. Io so bene che a 
ricever persone di altra Religione, vi vuole la licenza del 
capitolo, pure non come ricevuti legittimamente, ma 
come recipiendi, e non come vestiti, ma come per auto- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 207 

rità del capitolo v e s t i e n d i , permisi che con 1' abito 
nostro andassero bene accompagnati a S. Gerolamo, 
scrivendo al priore, che li tenga finche il capitolo deter- 
minerà di loro. Or vi sono di quelli che non cessano 
diffamarci per scomunicati, perchè (dicono) abbiamo 
impedito un breve che hanno di poter prendere questi 
frati, nel quale però non è derogato a nostri privilegi 
ed esenzioni : dall' altra parte, siccome hanno fatto tutti 
quést' insulti irragionevoli, come temo assai che non 
vadano armata manu a S.Gerolamo, e nonostante che 
abbino l'abito nostro, li prendano con denigrazione dei 
nostri privilegi. Onde, avendo consultato con molti, sono 
di sentimento che sì per ovviare a scandali che potessero 
seguire, in questo caso ed in altri simili, sì per far 
conoscere che non abbiamo il torto, si dovesse eleggere 
per nostro conservatore il R. monsignor Governatore di 
Loreto, uomo di autorità, il quale dopo che averà ve- 
duto i" nostri privilegi ed esenzioni, debba fare intendere 
al Governatore di Jesi, che sopra noi e i nostri luoghi 
non ha giurisdizione alcuna. Il capitano del Massaccio 
venne a prenderli per una patente del Governatore di 
Jesi, nella quale però non era nominato ne luogo reli- 
gioso né eremitorio ; ma solo che li debba prendere, 
potendo averli. Così ancora denunziare ipso facto sco- 
municato questo capitano — cum satellitibus suis et omnes 
qui malo animo cum eis accesserunt, aut auxilium, favo- 
rem, aut consilium dederunt — etc. Vi ho detto il mio 
parere col consiglio che mi è stato dato in casa e fuori di 
casa. Li padri (monaci) della nostra Rehgione, che sono nel 
Massaccio, cioè il priore e l' abate, si sono mostrati 
molto amorevoli verso di noi, ed ancor essi mi hanno 
consigliato questo istesso » (^). 



(1) Ms. cit., e. 59-62. La lettera, è scritta « nelle Grotte a dì 
11 aprile 1526 » ed è diretta « venerabilibus et dilectis in Ghristo 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



Intanto, stando i due frati Ludovico e Raffaelo da 
Fossombrone nell'eremo di san Gerolamo di Pascelupo, 
il Giustiniani radunò alle Grotte del Massaccio il capi- 
tolo generale, che ebbe principio il 23 aprile 1526. Dopo 
le consuete formalità, la rinunzia dei superiori e 1' ele- 
zione dei definitori (a capo de' quali venne eletto col 
titolo di presidente fra Agostino da Bassano) e la no- 
mina degli ufficiali del capitolo, i padri passarono a 
trattare dell' accettazione dei vari postulanti all' abito 
eremitico della compagnia di san Romualdo. Tra questi 
erano anche i due fratelli osservanti. Ma prima tratta- 
rono delle lettere che erano state scambiate tra il Giu- 
stiniani e i padri di san Francesco " per le cose occorse 
cercha doi frati del loro ordine,, a causa della di- 
fesa dei privilegi (^), e poi — benché nel medesimo 
giorno 24 aprile — passarono a deliberare sull' accetta- 
zione di essi all'abito eremitico, ma "per bono respe- 
ctu non furono receputi „ (^). La benigna frase ado- 
prata a questo proposito dallo scriba del capitolo, che 
era lo stesso Giustiniani, lascia indovinare che molte 
furono le noie originate dall' essersi i due osservanti 
rifugiati tra gli eremiti di san Romualdo e che per 



fratribus Augustino et Justiniano eremitis visitatoribus, 
et cunctis, qui cum illis sunt, fratribus eremitis — Ai Monte di 
Ancona ». 

(1) Ms. : Atti capitulari fatti dal capitolo generale delti eremiti 
de S.to Romualdo, fatto nel anno 1526 nel eremo delle Grotte del 
Massaccio, e. 6v. 

(2) Ms.: Atti cap. 1526, cit. e. 7r: «Furono anchora proposti 
f. Lodovico e f. Raphael de' ordine de s. Francesco, i quali 
erano stati alle Grotte et per i quali erano occorse certe tribola- 
tioni et prò bono respectu non furono receputi ». — Però 
è da notare che in fine del medesimo capitolo, il 30 aprile, venne 
fatta licenza di accettarli con queste parole : « Che il p. Magiore 
co' visitatori habbiano auctorità di ricever se li parerà bene, 
f. Lodovico et f. Raphael del Ordine de san Francesco et 
tutti altri suoi compagni » (e. 15 v). 



DEGLI EKEMITI DI MONTE CORONA 



amore della tranquillità eremitica non era prudente ri- 
tenerli ancora ed ammetterli tra gli altri. Partiti, adun- 
que, quei due religiosi dall' eremo di san Gerolamo, si 
diressero verso Camerino, inconscii della loro destina- 
zione, ma guidati dalla mano invisibile della Provvidenza, 
e colà si associarono ad un altro osservante, chiamato 
Matteo Serafini nativo di Bascio nell'Urbinate, zelantis- 
simo predicatore e fervente discepolo del Poverello d'As- 
sisi, e tutt' insieme gettarono le fondamenta del nuovo 
ordine minoritico de' Cappuccini. La duchessa di Came- 
rino, Caterina Cybo, prestò forte aiuto a questi servi di 
Dio, che, uniti ad altri del medesimo ordine nel gene- 
roso proposito di ritrarre più al vivo la forma del vivere 
evangelico, quale fu espressa in principio da san Fran- 
cesco, presero stanza in un convento fuor della città di 
Camerino, costruito dalla generosità della pia signora (^). 
Dall' esser stati poi questi due primi seguaci di Matteo 
da Bascio, per alcun tempo tra gli eremiti della com- 
pagnia di san Romualdo, vuoisi che a' Cappuccini ne 
provenissero alcune costumanze che sono proprie anche 
di questi eremiti, come sarebbe l'uso di portare la barba, 
il costume di edificare i loro conventi nelle solitudini e 
il rito di salmeggiare in coro senza canto (^). 



(1) Cfr. Milziade Santoni. / primordi dei frati Cappuccini, 
Camerino, Savini, 1899; F. Sisto da fisa, Storia dei Cappuccini 
Toscani con prolegomeni sulV Ordine Francescano e le sue Riforme, 
Firenze, Barbèra, 1906, voi. I, p. 11 segg. ; L. Wadding, Annales 
Minorum, toni. XVI, Romae, R. Bernabò. MDCCXXXVI, p. 207, 
segg. [an. 1525]. — Secondo il Luca (Bomualdina... historia, e. 132- 
134) e il Fiori (Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 195-198) pare che fra 
Ludovico e fra Raffaele da Fossombrone avessero già conosciuto Mat- 
teo da Bascio nel 1525, prima di rifugiarsi presso il Giustiniani. — 
Gli Annalisti Camaldolesi (Vili, 45-46) fanno alcune osserva- 
zioni intorno all' origine de' Cappuccini. 

(2) Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 198 ; ms. : Com- 
pendio storico, cit., e. 63. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 14 



210 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Il capitolo generale radunato il 23 aprile non ebbe 
line che col primo di maggio. I padri capitolari furono 
undici, e, sotto la presidenza del venerabile frate Ago- 
stino da Bassano, " per il bon regimento et governo „ 
della compagnia, fecero « questa diffinitione et 'declara- 
tione, che in futuro non possi mai essere electo in pre- 
si dente del capitulo oltre il terzo anno, cioè, non 
prima del terzo anno dacché avea avuto tale carica » (*). 

Molti furono i postulanti ; ma non tutti vennero 
accettati. Tra questi sono da ricordare fra Bernardo da 
Spoleto, sacerdote cistcrciense, fra Andrea da Mantova, 
e fra Severino di Siena, chierici cistcrciensi, fra Bene- 
detto da Piacenza, priore di Sassoferrato dell'ordine dei 
Silvestrini, e vari altri, come fra Antonio da Gubbio, 
del terz' ordine, un giovane di vent'anni, chiamato Gio- 
vanni, di Ancona, fra Clemente, professo dell'ordine di 
sant' Agostino, nepote del p. fra Gerolamo da Sessa, 
fra Giovanbattista da Imola, sacerdote dell' ordine di 
san Domenico, della congregazione di Fiorenza, un certo 
Simone da Gubbio, pel cui ingresso si dovè pensare alla 
sistemazione di alcune sue figliuole, e messer Paolo 
Antonio da Urbino, già trentenne. Tra coloro che non 
furono ammessi, non sono da passar sotto silenzio fra 
Agnolo da Brescia, sacerdote cistcrciense, che era di 
" debile complexione „ ed un certo eremita senese già 
novizio, che avea anche un "certo suo eremitorio,, e si 
chiamava frate Jeronimo Ascarelli (^). Passarono quindi 
i padri a determinare le cose disciplinari, ascoltando ed 
esaminando frate Innocenzo dell'eremo larinense, e frate 
Antonio converso, richiamandoli alla piena obbedienza del 
capitolo e del priore del luogo, ove sarebbero stati desti- 
nati, e poiché il converso frate Romualdino era ito fino 



^1) Ms.: Atti capii. 1526, e. 5v. 
(4) Ms. : Atti capit. 152fi, e. (w. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 211 



a Roma senza licenza, gli fu prescritto di rimaner 1' ul- 
timo tra gli altri professi e novizi, e di restar prostrato 
ogni venerdì, durante le ore canoniche. Degli eremiti di 
Gamaldoli, venne accettato fra Benedetto da Fiorenza, 
il quale era all'eremo delle Grotte da alcuni mesi, e gli 
fu assegnato, a tenor delle costituzioni, il suo luogo, 
secondo 1' ordine e il tempo della sua professione. Per 
regolare una certa donazione di terreni fatta all' eremo 
di Pascelupo dalla sorella di frate Gerolamo, fu data 
ampia facoltà al futuro padre maggiore, di fare quanto 
fosse necessario d' accordo con un altro visitatore e col 
priore dell'eremo stesso. 

Così pure rimisero ad arbitrio di lui il determinare 
in qual forma si dovessero condurre le fabbriche intorno 
al medesimo eremo di Pascelupo. Fu vietato di fare, 
nell'ufficio divino, ufficio o commemorazione di santi 
che, secondo le costituzioni, non fossero nel calendario, 
e di aggiunger nelle litanie verun nome di santo che 
non fosse in quelle del breviario : e nel tempo stesso 
venne stabilito che, per quanto fosse possibile, tutti i 
luoghi fossero provveduti di un sermonario, di un omi- 
liario, di breviari e degli altri libri necessari pel divino 
ufficio. Fu determinato che uniforme fosse 1' abito dei 
commessi della compagnia : di panno e non di lino, i 
tonachini e le calze ; e che tutti i fratelli romiti doves- 
sero portare sì in casa — al divino ufficio, d'inverno e 
d' estate, — che fuori, il mantello (quando fosse per tutti 
provveduto) e non la capparuzza (^). 

Il capitolo del 1525 avea già dato commissione al 
Giustiniani di ordinare il messale ed il breviario nuovo, 
a tenore delle costituzioni, ma, per varie ed urgenti 
occupazioni, egli non avea potuto mandar ad effetto il 



(1) Ms. : Atti capii. 1526, e. 8-10. 



212 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

comune proposito : onde i padri gli confermarono nuo- 
vamente il mandato, non però sotto precetto di obbe- 
dienza, nella speranza che pel futuro capitolo fosse tutto 
in ordine, compreso il cerimoniale. Anzi a proposito di 
questo libro, che non era stato compilato dai visitatori 
dell' anno innanzi, come avea decretato il precedente 
capitolo, fu data commissione al futuro padre maggiore 
ed ai visitatori di far in modo che almeno le cerimonie 
principah e più importanti dell' ufficio divino e delle 
altre costumanze venissero quanto prima ordinate per 
dare a tutti i luoghi maggior uniformità di riti liturgici 
e per poterle poi inserire nel nuovo breviario, restando 
però fermo che per ora rimanessero in vigore le " ceri- 
monie delle costituzioni stampate,, (^). 

Perchè le ordinazioni fatte dai visitatori in a e tu 
visitationis non andassero smarrite, venne prescritto 
che il priore dei singoli luoghi si provvedesse di appo- 
sito libro, in cui, volta per volta, avrebbe dovuto tra- 
scrivere le ordinanze della visita. Fu riservata al capi- 
tolo la facoltà di approvare e deputare alla predicazione 
gli eremiti : onde quelli che dal capitolo eran ricono- 
sciuti idonei, potevano predicare con la sola licenza del 
padre maggiore, mentre gli altri non potevan in verun mo- 
do esercitare tale ministero. E subito, capitolarmente, ven- 
nero deputati alla predicazione, fra Agostino da Bassano, 
frate Paolo Giustiniani, fra Giustiniano da Bergamo, fra 



(1) Ms.: Atti capii. 1526, e. 10 r. — Col titolo di « costitu- 
tioni stampate» i padri intendevano evidentemente la « Re- 
gula vite eremitice» stampata dal Giustiniani a Fontebuono 
nel 15^). Le disposizioni che riguardano 1' ufficio divino e le sue 
cerimonie soiìo nei capitoli XIIll (De signi ficanda hora operis dei), 
XV (Ad ojjus dei qualiter accedere et stare debeant eremite), XVI 
(Quomodo divina opera per diem et noctem peragenda sint) e XVII 
(Qiie et Qualia divina offìtia ab eremitis peragenda sint), che vanno 
da e. (i() V. a e. 77 r. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 213 

Gerolamo da Sessa, fra Daniele e frate Pietro da Ve- 
nezia (^). 

Fu raccomandata in modo speciale l'osservanza del 
santo silenzio, ordinando che si leggesse nel capitolo 
delle colpe spesso dal superiore la relativa costituzione. 
Venne eziandio ordinato che alla pubblicazione del capi- 
tolo non assistessero che gli eremiti, professi e novizi, 
e quelli che fossero stati ricevuti nella compagnia ; e 
che d'ora innanzi, nel giorno dell'apertura del capitolo, 
si celebrasse solennemente dal padre maggiore la messa 
dello Spirito Santo, e che tutti i professi e novizi, sia gì' in- 
tervenuti al capitolo che quelli del luogo, celebrassero 
o, non celebrando, ricevessero la santa comunione dalle 
mani del maggiore ''acciò che con più devoto animo,, 
si potesse dar principio alle radunanze capitolari (^). 

'Avendo poi molti del Massaccìo domandato che 
fosse permesso alle donne di poter accedere all' eremo 
delle Grotte almeno una volta all' anno, fu da' padri 
capitolari determinato che se dal comune consiglio dei 
massari e dalla comunità del Massaccio sarà deliberato a 
partito che debbano venire, vengano pure per un giorno, 
il quale sia il secondo della Pasqua di Pentecoste, dal 
nascere al tramontar del sole ; ma senza tal delibera- 
zione, non ardiscano in alcun modo accedere. Alla co- 
munità di Sassoferrato fu concessa la medesima grazia 
riguardo all' eremo di san Girolamo di Pascelupo per 
due giorni all'anno, cioè la seconda festa di Pasqua di 
marzo (Pasqua di risurrezione, così detta perchè si ce- 
lebra nella prima domenica dopo il plenilunio di marzo) 
e il giorno di san Gerolamo. Ma perchè anche in ciò si 
avesse un po' di uniformità, fu conceduta simile facoltà 



(1) Ms.: Atti capit. 1526, e. lOr-lOv. 

(2) Ms. : Atti capit. 1526, e. 12 r. 



214 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



per tutti i luoghi della compagnia, una volta all' anno, 
in quel giorno che per ognuno sarebbe determinato dal 
padre maggiore di comune accordo col priore del luogo (/). 
Le ultime deliberazioni riguardavano gli eremi. Così 
per quello delle Grotte doveasi procurare di avere le 
selve che vi si stendevano intorno, e per l' eremo di 
san Leonardo al Volubrio aifidavasi al futuro p. mag- 
giore e al priore di quel luogo di appianare le difficoltà 
sorte col comune a causa di alcuni terreni.' Agli eremi 
che erano già della compagnia di san Romualdo, se ne 
doveano aggiungere degli altri. Infatti trattavasi già di 
un romitorio sul monte Luco presso Spoleto ed affidavasi 
al Giustiniani di recarsi colà con un certo don Giuseppe, 
per avere tutte, od almeno, alcune celle. Altre trattative 
erano pure in corso per avere "il loco de messer Ja- 
cobo Sanazaro,, presso Napoli. Un prete del Borgo 
offriva per lettera "un certo loco ivi al borgo,,, e il 
priore dell'abbazia di san Savino fu incaricato di andare 
a vedere e di riferii*ne al maggiore ed ai visitatori. Do- 
veasi procurare di avere anche 1' eremo del monte So- 
ratte (-), la cella di san Giuseppe sul monte di Ancona, 
il romitorio, che era stato offerto, presso Bertinoro, un 
altro romitorio presso Bassano, e il luogo di santa Croce 
dell' Avellana, qualora si potesse acquistare per un du- 
cento ducati. La cella del monte di Ancona, costruita, 
con aiuto della compagnia, da fra Paolo albanese, e da 
lui donata a san Benedetto, fu concessa a fra Jacomo 
di Ancona, a condizione però che riconoscesse il jus 
deir eremo di san Benedetto, lasciandola poi a questo. 



(1) Ms.: Atti capit. 1526, e. 12 r. 12 v. 

(2) Ms.: Atti capit. 1526, e. 13 r : «Et similmente terniinorno 
che con auctorità del capitulo possi il p. futuro magior e visitatori 
dar opera de haver et acceptar il loco del monte syrapto o 
alcuna cella di quello >►. 



DEGLI EREMITI DI MOxNTE CORONA 215 

con tutti i suoi miglioramenti, e libera da qualsiasi 
obbligo (^). 

Il 29 aprile, procedutosi alla elezione de' superiori 
della compagnia, risultò eletto fra Agostino da Bassano 
in maggiore e priore della badia e del romitorio di san 
Savino, fra Paolo Giustiniani da Venezia in priore delle 
Grotte, fra Jeronimo da Sessa in priore di san Gero- 
lamo, fra Daniele da Venezia in priore di san Leonardo, 
fra Justiniano da Bergamo in priore di san Benedetto 
al Monte, fra Piero da Venezia in priore di Larino, e 
fra Benedetto da Fiorenza in priore di san Salvatore 
di Fano. Risultarono visitatori il Giustiniani e fra Za- 
caria di Sicilia, e lettori il beato Paolo Giustiniani e fra 
Justiniano da Bergamo. Con una nuova deliberazione 
fu ordinato che nessuno venisse promosso agli ordini 
sacri, maggiori o minori, senza licenza del capitolo ge- 
nerale, e, fra 1' anno, del p. maggiore e dei visitatori : 
onde per quest'anno furono designati per gli ordini 
maggiori, compreso il diaconato, fra Romualdo da Sa- 
lerno, fra Joanmaria da Milano, fra Ilario da M?^ano, 
novizio, dopo che avrà fatta la professione, e fra An- 
drea Mantovano ; e per i quattro ordini minori, fra 
Leonardo, e fra Benedetto da Gubbio, e pel sacerdozio 
fra Clemente, nepote di frate Jeronimo (^). Dalla distri- 
buzione delle famiglie eremitiche fatta il 30 aprile, si 
rileva che alle Grotte erano posti nove eremiti, undici 
a san Gerolamo, sei a san Leonardo, nove al monte di 
Ancona, tre alla badia di san Savino e otto all' eremo 
Larinense (^). 

La famiglia, adunque, cresceva ancora, e la buona 
fama che quei padri diffondevano di se, e le sacre ordi- 



(1) Ms.: Atti capit. 1526, e. 13r-13v. 

(2) Ms. : Atti capit. 1526, e. 14-15 r. 

(3) Ms. : Atti capit. 1526, e. 15 r-15 v. 



216 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nanze eh' essi emanavano per V esemplarità delia vita 
eremitica (*) giovavano senza dubbio ad attirare gli 
sguardi delle persone amanti della solitudine, della pace 
e del servizio di Dio, sopra il piccolo gregge che veniva 
acquistando il regno. 

Il nuovo maggiore della compagnia, fra Agostino da 
Bassano, già canonico regolare di sant' Agostino, pas- 
sato air eremo di Camaldoli il ^0 gennaio 1518, avea 
seguito fin da principio le orme del Giustiniani ed era 
uno dei primi e più stimati padri del suo istituto. A 
niuno, dunque, meglio che a costui si potevano affidare 
le sorti della compagnia che arrivava già a contare una 
cinquantina di membri. Ed egli si pose all'opera mirando 
alle necessità interne ed affidando al venerabile Giusti- 
niani la missione di propagare sempre più e di difen- 
dere r istituto al di fuori. Così diviso, il lavoro poteva 
riuscire più profìcuo e di maggior incremento interno 
ed esterno per la giovane società. 

Tra le altre cose, il padre Agostino da Bassano 
pensò di munirsi di alcune facoltà, reputate necessarie 
pel continuo crescere degli eremiti. Perciò scrisse una 
supplica al cardinal protettore Lorenzo Pucci, e questi 
in data del 22 luglio 1526 da Gassignano, presso Firenze, 
come penitenzier maggiore, accordò che tutti gli eremiti 
professi della società di san Romualdo, compiuto il ven- 
titreesimo anno di età potessero esser promossi a tutti 
i sacri ordini, da qualsiasi vescovo, extra tempora, e 



(1) Di queste particolari ordinanze si ha un esempio in quelle 
emannte per 1' eremo di san Gerolamo, che si conservano in un 
foglio annesso agli Atti Capitolari (Ms. cit., e. 16-17), dove 
si vieta il contatto co' secolari, si proibisce di conficcar chiodi nei 
muri della chiesa a causa di addobbi, si prescrivono alcune par- 
ticolarità per il coro, si ordina di provvedere i « piattelli » e gli 
attrezzi da lavoro, ecc. — Il capitolo del 1526 si chiuse definitiva- 
mente il 2 maggio. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 217 

senza interstizi; che il maggiore e i priori prò tempore 
potessero benedire tutti gli ornamenti degli altari e i 
paramenti sacerdotali ; che al maggiore però fosse riser- 
vata la beaedizione dei corporali, ad uso esclusivamente 
degli eremiti; che riceveudo nella società qualche professo 
di altra Rehgione, si potessero ritenere senza scrupolo le 
vesti, i libri e i denari, seco portati dall' altra Religione, 
convertendo tutto in profìtto della compagnia; che gli 
eremiti, recitando la consueta corona della Madonna 
potessero guadagnare le indulgenze annesse da Leon X 
alla corona del Signore : e che gli eremiti, dicendo 
un' orazione « de sancta cruce, » potessero supplire a 
tutte le negligenze quotidianamente commesse nella recita 
dell' ufficio divino C). 

Ma la mente di fra Agostino da Bassano, del Giu- 
stiniani e di fra Pietro da Fano era turbata per la sorte 
futura dell' abbazia di san Salvatore di Monteacuto. 
È vero che i beni già goduti in commenda da messer 
Galeazzo Gabrielli, ora fra Pietro da Fano, erano stati 
uniti alla nascente congregazione ; ma questa unione 
avrebbe durato soltanto pel corso della sua vita e dopo 
di lui, per grazia speciale del pontefice, a vita d'un altro 
suo coeremita. Ora questa temporaneità non permetteva 
che gli eremiti si decidessero a fare tutto ciò che sarebbe 
stato necessario per trarre il maggior vantaggio da quei 
benefici, e specialmente dalla badia di san Salvatore, la 



(1) Ms : Primi atti del Capitolo generale, 1524, e. 76 v. 77 r. 
Queste concessioni sono trascritte dal p. Paolo Giustiniani da un 
foglio di mano di fra Agostino da Bassano, come si ha dalle parole: 
« Hec excerpsi ex folio manu prefati venerabilis F. Angus ti ni 
maioris inscripto et ex attestatione f. Jo. marie eremite, qui presens 
se fuisse ad hec omnia asseruit. F. Paulus scripsit. Gfr. Som- 
mario cronologico, p. 7, n. 9; Mittarblu-Co§t adoni, Annales Camal,- 
dulenses, Vili, 46, 



218 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

quale, dall'altra parte, appariva molto acconcia ad esser 
tramutata in un' ampia e decorosa residenza eremitica. 
Per la qual cosa, instando tutti presso il Giustiniani 
perchè, valendosi della benevolenza di Clemente VII, 
ottenesse che l' unione fosse dichiarata perpetua, egli 
deliberò di recarsi a Roma con fra Pietro da Fano. 

Ma il giorno della partenza, dopo la celebrazione 
della santa messa, il venerato padre turbossi, mostrando 
di temere alcun che di sinistro. Ma dicendogli Pietro: 
Perchè non ci accingiamo noi al viaggio ? — Io — rispose 
egli — temo che noi non giungiamo a Roma più presto 
di quel che bisogna : poiché io sento soprastarci qualche 
avversità. — Ed esortandolo tutti a fare lietamente quel 
viaggio, senza dar ascolto a vane immaginazioni : voglia 
Iddio — disse — che io m' inganni e che voi siate nel 
vero ; e perchè non sembri che io contristi gli animi 
vostri, anderò, sapendo che in nessun luogo possiamo 
fuggire le mani di Dio o resistere alla sua volontà. — 
Partirono, ma arrivarono neh' eterna città in mal punto. 
Presero alloggio in una casa sul Pincio, dove abitava 
con Pietro Caraffa, poi Paolo IV, il venerabile • fonda- 
tore dei chierici regolari, Gaetano di Tiene, col quale il 
Giustiniani era in ottime relazioni di amicizia. Ma non 
erano ancora tre giorni, che si trovavano a Roma, che 
la città fu presa d' assalto — era il 6 maggio 1527 — ed 
abbandonata ad un terribile sacco. Nulla fu risparmiato, 
ed i poveri padri che si erano rifugiati nella chiesa di 
san Giacomo degli Spagnuoli, furono presi, fatti prigioni 
e gettati nel sotterraneo d' un palazzo al circo agonale. 
Di lì, stimandoli forse poco sicuri, furon portati in alcune 
camerette del palazzo vaticano, dove era l'orologio. Ma 
i servi di Dio, avendo convertito la loro prigione in un 
tempio, ove stavan sempre salmodiando, furon ben presto, 
dal capitano liberati. Pel Tevere giunsero ad Ostia non 
senza nuovo pericolo di cattura e di là si diressero tutti 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 219 

insieme verso la Toscana e poi si separarono, andando 
gli uni a Venezia e gli altri all' eremo delle Grotte (^). 
Mentre al Giustiniani ed a fra Pietro da Fano ac- 
cadevano queste traversìe, i padri della compagnia erano 
agitati da forte timore per essi. Anzi radunatisi i padri, 
in numero di undici, al romitorio di san Benedetto al 
monte di Ancona, il 19 maggio 1527, per dar principio 
al capitolo, stavano in forse sul da farsi, e benché il 
Giustiniani avesse scritto a fra Agostino da Bassano 
che si celebrasse il capitolo anche senza di lui, dovendo 
ancora rimanere a Roma pel disbrigo de « li negocij 
de importantia », tuttavia, innanzi di procedere a qual- 
siasi atto capitolare, essendo tutti « in gran timore che 
fosse intravenuto qualche gran male al predetto padre 
frate Paulo et al padre fra Pietro da Phano, suo 
compagno, nella presa di Roma», determinarono di 
mandare fra Giovanmaria da Milano e fra Macario da 
Recanati, « a intendere e vedere quello che era » di loro (^). 
Ma poiché il capitolo era già stato "differito di otto giorni 
pensarono di andar innanzi, senza più a lungo aspet- 
tare. Così dopo le consuete formalità, eletti i difinitori 
e creato in loro presidente il padre fra Daniele da Vene- 
zia, ed eletti eziandio gli officiali del capitolo, si aduna- 



(1) Le vicende di questo viaggio e le peripezie incontrate nel 
sacco di Roma sono ampiamente narrate dal Luca, Romualclina . . . 
historia, e. 134 v. - 136 ; dal Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, 
p. 202-!^13, e da altri. Ma il racconto del Luca viene alquanto 
modificato dagli scrittori della compagnia de' chierici regolari. Cfr. 
J. Silos, Hi storiar uyn Clericortim Begulariiim a Congregatione con- 
dita. Pars prior. Romae, Typ. Vitalis Mascardi, MDGL, pag. 86 ; 
Fr. M. Magio, De Sanctissimi Pontificis Pauli IV inculpata vita, 
Disquisitiones historicae. Tom. I, Neapoli, Typ. Novelli de Bonis, 
MDGLXXII, p. 199-207. 

(2) Ms : Atti del capitolo delli eremiti di sancto Romualdo 
MDXXVII del mese di maggio, celebrato in san Benedetto del monte 
di Ancona, e, 2 r. - 2 v, 



220 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

rono nella cella intitolata di san Paolo primo eremita 
e si posero a trattare delle cose di maggior rilievo. Ac- 
cettarono nella compagnia un certo " indiano „ " etiopo „ 
di nome fra Moyse, che già da alcuni mesi si trovava 
tra gli eremiti ; deliberarono di dar 1' abito al sacerdote 
padovano don Paolo, e a messer Paolo Antonio da 
Urbino, che erano già stati accettati, e di conceder T in- 
gresso al sacerdote don Pier Francesco da Maiolo, mae- 
stro di casa del vescovo di Jesi, e a Pietro, spagnuolo 
della Gallizia (^). Ma qui la loro mente corse una se- 
conda volta al Giustiniani, e " pensando a certe ratio- 
nabil cause e vari rispetti che gli parevano essere assai 
importanti, determinarono di non expedir lo Capitolo 
fin che non si intendesse quel che fusse delli padri fra 
Paulo e fra Pietro,, f). Quanto aspettarono? Ebl?ero 
subito notizia dei due padri, o ripresero poi il capitolo 
prima di saperne qualche cosa'^ Gli "Atti capitolari,, 
sono muti a questo riguardo, e poiché lo scriba fra 
Justiniano da Bergamo non ha seguito il lodevole uso 
de' suoi predecessori, di distinguere giorno per giorno 
le cose trattate, è diffìcile ricavarne qualche indizio. 
Tuttavia è lecito argomentare che non tardasse molto 
a giunger una buona notizia, che accolta con gaudio da 
tutti, die loro modo di confermarsi nel proposito con- 
cepito (e per cui non volevan terminar il capitolo senza 
prima saperne qualche cosa), di eleggerlo nuovamente 
a maggiore della compagnia. 

Ripresero pertanto a trattare. Frate Eliseo, che erasi 
partito dalla compagnia e vi aveva fatto ritorno durante 
r anno, fu riammesso con la condizione che sen dovesse 
ripartire definitivamente, se avesse chiesto di nuovo d'im- 



(1) Ms: Atti capit. 1527, e. 4r. -4v. 

(2) Ms : Atti capit. 1627, e. 5 v. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



parar grammatica. Furono ricevuti ancora due sacer- 
doti dell' ordine di san Domenico, il predicatore fra 
Giovanni da Faenza, e fra Gio. Battista da Ascoli, ed il 
chierico agostiniano, frate Agnolo da Rovato. Quindi 
emanarono alcune disposizioni per il buon governo. Le 
visite fossero scritte distintamente, secondo le varie testi- 
monianze, e portate a capitolo: le ragioni del dare ed avere 
fossero interamente annotate con tutta diligenza: dal capi- 
tolo ogni anno si eleggesse un procuratore che rivedesse 
i libri di amministrazione e provvedesse ai singoli luoghi 
secondo i particolari bisogni di ognuno : per 1' unifor- 
mità negli offici divini e nelle loro cerimonie si attenes- 
sero tutti alle costituzioni impresse e fra Giustiniano da 
Bergamo ne facesse un estratto mettendolo a disposi- 
zione di ognuno nei singoli luoghi : da santa Croce di 
settembre a Pasqua si mantenesse F osservanza con- 
sueta di suonare e far V ora intiera di orazione dopo il 
matutino, ma da Pasqua a santa Croce se ne facesse 
soltanto mezz' ora, rimettendo 1' altra metà a quella 
parte del giorno che meglio piacerà a ciascuno : la bene- 
dizione della mensa, col relativo rendimento di grazie, 
fosse quella che contiene il breviario ed usa l' ordine 
di Camaldoli, aggiungendo però una special benedizione 
per la colazione (*) : il santissimo Sacramento venisse 
rinnovato, per 1' umidità delle chiese, ogni settimana : i 
fratelli e commessi fosser istruiti nelle cose necessarie 
alla salute e nella benedizione della mensa : si provve- 
desse di cappellano officiante la canonica di Todi : le 



(1) Ms : Atti capit. 1527, e. 9r : « E perchè la benedictione della 
collatioiie non è su li breviarij, dopo che si saranno posto a tavola, 
levatosi in piedi lo superior con tutti li altri, dica: Benedicite: — 
R. Benedicite. Gibum et potum sancte claritatis benedicat 
dextera DeiPatris. Innomine Patris etFilii etSpiritus 
Sanoti. R. Amen. E non si usa di dir altro doppo la coUatione ». 



222 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

singole chiese fossero provviste di biancheria ; per amor 
della solitudine non stesse più che uno per cella, o due 
al più in qualche grande necessità, riservandone una 
per ospizio ; ed in ogni romitorio non fossero più che 
cinque romiti, eccetto che nel luogo di san Benedetto 
al Monte, nella provincia delle Marche, deputato a' no- 
vizi : i fratelli commessi fossero tenuti all' astinenza 
delle carni, come gli altri, venendone dispensati quando 
sono infermi, per consiglio del medico o comandamento 
del superiore : niun giovanetto si tenesse neh' eremo, 
inferiore all' età richiesta per la vestizione, eccezion 
fatta per Francesco, nipote del Giustiniani : nessuna 
donna osasse mangiar dentro ai luoghi ed entrar nelle 
celle ; esclusi sì gli uomini che le donne dal mangiar 
carne negli eremi: e per non incontrar obbligazione con 
alcuno, non si fermassero gli eremiti in case private, 
ma piuttosto ai pubblici ospizi, ovvero osterie. Rinno- 
vate le ammonizioni dei capitoli antecedenti, circa il 
silenzio, l'esercizio manuale ed il vestito (^). Che le 
celle future pei rinchiusi fossero più lontane le une 
dalle altre : che i fuggitivi per proprio vizio o leggerezza, 
ritornando, la prima volta, si assoggettassero ad un anno 
di prova dietro tutti gli altri; la seconda a due, e la 
terza a tre anni, osservando in ciò, tanto per novizi 
che per i professi, il capitolo XLVIl delle costituzioni 
stampate nel sacro eremo (^). Furon dichiarati partecipi 



(1) Ms: Atti capit. 1527, e. 13 v. « Item che da tutti siano osser- 
vate le constitutioni delli vestimenti quanto alla misura e qua- 
lità loro, acciocché sia in tutti uniformità, e che le scarpe ancora 
tutti usino a un modo, e nessun le possa portar a uso de borsa- 
chini, tanto alte, ma solum quatro dite sopra lo collo del piede». 

(2) Anche qui (Atti capit. 1527, e. 14.) si rimanda alla « Regula 
vite eremltice». stampata a Fontebuono nel 102(), Il cui capi- 
tolo XLVIl è intitolato: De disciplina suscipiendorum fratrutn in 
eremo (e. 122-1^24). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



di tutti i beni spirituali della compagnia le famiglie di 
ser Pietro del Monte anconitano, dell' eremita frate Ba- 
rione da Milano e i " Giecliij „ famigliari e benefattori 
del luogo di san Leonardo al Volubrio, rimettendo ai 
priori di governo la facoltà di concedere tali partecipa- 
zioni a persone benefattrici del luogo. A frate Innocenzo, 
che aveva chiesto licenza di ritirarsi al luogo di santa 
Maria della " tuffara ,, con fra Daniele da Como e il 
commesso fra Domenico, fu concesso di partirsene, ma 
vietato di condur seco i due compagni. Intorno al luogo 
di san Benedetto, fu ordinato che d'ora innanzi nessuno 
potesse « andare alla marina per la via del capo del 
r horto », com' era stato praticato per lo innanzi per il 
«gran pericolo» che vi s'incontrava. Per san Leonardo 
al Volubrio, fu prescritto che si permettesse al " Giechij „ 
benefattore di quel luogo, di fare « una chiesia al pa- 
lazzo secondo il suo disegno », come sembrerà espe- 
diente a quel priore ed al procuratore generale. Avendo 
poi i padri accettato nella compagnia il venerabile padre 
fra Pio da Venezia eremita santo ma di salute mal ferma, 
gli concessero di andare insieme col padre fra Jeronimo 
da Sessa « a far la impresa del loco di hierusalem e 
di altri luoghi atti alla vita eremitica » che potessero 
ricevere a nome della compagnia. Alla comunità di Scir- 
volo che supplicava gli eremiti ad andar ad una loro 
processione, fu risposto che ciò non era permesso dalle 
costituzioni, ma che avrebbero pregato per essa. Alla 
comunità di Guglionesi che domandava il predicatore 
per la quaresima, si rispose che avrebbero inviato fra 
Pietro da Venezia, come aveano chiesto. Ed al proposito 
di predicatori e di predicazione, venne dichiarato che 
gli abilitati dal capitolo dell' anno innanzi, non potes- 
sero predicare senza il consenso del padre maggiore e 
di uno dei visitatori. Al signor Ettore Papacoda di La- 
rino, il quale chiedeva che l'eremo larinese fosse sede 



2M LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

del futuro capitolo, risposero che per « bone cause » 
non potevan soddisfare alla sua domanda: tenesseli per 
iscusati. Da ultimo provvidero come meglio potevano a 
quelli che desideravan maggior solitudine, col modifi- 
care alquanto, l'intervento al coro (*) e col determinare 
che l'esercizio manuale non dovesse affatto disturbar la 
quiete, potendo ognuno operare da solo e in ore diverse. 
Venendo poi all' elezione del maggiore, determinarono 
eh' egli ^ non potesse durare più che un anno », sti- 
mando ciò, dopo grande considerazione, « che fosse per 
esser cosa salubre e molto bona » : che presidente del 
capitolo non potesse essere il medesimo eremita due 
volte consecutive ; e che, vacando il maggiorato — infra 
annum quomodocumque — i padri visitatori chiamassero 
appresso di se tre priori e sostituissero un altro mag- 



(1) Atti capit. 1527, e. 18 v 19 r. Riportiamo integralmente questa 
modificazione che getta luce sullo spirito antico dell' osservanza co- 
rale. « Essendo pervenuti quasi alla fine del capitolo e venendo una 
consideratione alli padri di voler in tutti i modi che sia possibile, 
satisfar a quelli che desiderano quiete e solitudine, determino- 
rono che chi voi dire l'officio da sua posta, solitariamente in 
cella, lo possa dire, e chi lo vole ancho dire in chiesia, lo dica. 
E ognuno sia in sua libertade di elegere quel che li piace sul 
principio, dimandando al priore licentia di far quel che più gli 
piace, ma poi che harà eletto o di dirlo in cella o in chiesia, non 
sia più ih sua facultà di tramutare loco, e obligato sia a dirlo 
dove harà incominciato. Né medesimamente lo prior del loco habia 
autorità di darli tal facultate; ma ben possa esso prior e alla chie- 
sia e alle celle andare quando li piacerà per veder e sentire come 
satisfa al divino officio. E tutto questo si intenda perhò con le 
infrascritte condizioni : che al matutino e a prima e alla messa e 
a compieta, ognuno vada in chiesia, e così quelli che offìcieranno 
in cella come quelli che andaranno alla chiesia comincino 1' officio 
subito finito di sonar 1' ullimo segno ; e lo dichino posatamente : 
e tutte le bore separate 1' una da 1' altra : e che li novizii sempre 
lo dichino in chiesia con (jualcuno de' professi : e questa cosa fu 
dechiarita che si habia ad exeguire (juam primum ci sia la como- 
dità delti breviari! ». 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



giore « quello che alla maggior parte di lor cinque pa- 
rerà de tutto il corpo della compagnia ». La carica di 
maggiore e di lettore cadde sul venerato fra Paolo Giu- 
stiniani, che rimase priore alle Grotte, da lui amate con 
singoiar tenerezza per essere state il primo suo rifugio, 
dopo la partenza da Gamaldoli (^). 

Questa novella prova di stima e di venerazione, 
data al santo istitutore che non era presente al capitolo, 
giungeva opportuna, ed il venerato padre ne comprese 
subito r alto e nobile significato. I capitolari, che avean 
posto a cimento il padre Agostino da Bassano, ritorna- 
vano a lui che avea dato principio e regola e norme 
fondamentali alla nascente istituzione. Egli, dunque, 
avrebbe dovuto, secondo la loro mente, dare l' ultima 
mano, e porre quasi l' ultimo suggello all' opera del suo 
cuore e della sua mente. 

Ne i padri si ingannarono. Poiché il Giustiniani che, 
sempre aveva circondato delle cure più amorevoli i suoi 
eremiti di san Romualdo, anche quando n' era maggiore 
Agostino da Bassano, sentiva dentro di se il bisogno 
di dar loro la prova del supremo suo amore. Ma accin- 
tosi appena a metter mano a qualche cosa, ecco gli 
eremiti di Gamaldoli a pregarlo ed a scongiurarlo che 
volesse recarsi lassù per alcune loro necessità. Non 
seppe resistere il Giustiniani all' invito di quei padri, 
anche perchè gli si porgeva il destro di trovarsi in quel 



(1) Ms. Atti capii. 1527, e. 20. Gli atti di questo capitolo sono 
compresi in ce. 21. enumerate da una sol parte. Dopo l'elezione 
del maggiore e dei priori si ha la disposizione delle famiglie dei 
singoli luoghi, in fine dei quali «al loco de hierusalem o ad 
altro loco novo che pigliassero » sono posti : « lo padre fra hiero- 
nimo da Sessa, economo » e « lo padre fra pio da Venezia, sacer- 
dote, suo compagno». Scriba degli atti fu il padre Justiniano da 
Bergamo, il quale ponendo il suo nome tra gli eremiti di san Be- 
nedetto, scrisse cosi: «fra Justiniano sacerdote indegno». 

Lugano - La Congregaeione di Monte Corona. 15 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



sacro eremo per una duplice e solenne ricorrenza : V an- 
niversario della dedicazione di quel tempio fatta dal 
vescovo aretino Tedaldo e il quinto decimo anniversario 
della sua professione alla vita eremitica tra i camaldo- 
lesi, in quel medesimo tempio. Sui primi dell' agosto 
arrivava a Gamaldoli, e, tra l' esultanza degli antichi 
confratelli, il giorno otto, celebrava la solenne festa della 
dedicazione, rinnovando la sua professione (*). Era 
forse presago, il venerato padre, della prossima fine ehe 
gli sovrastava? 

Ritornato alle Grotte, si raccolse e riordinò le cose 
da trattare col pontefice. Intanto giunse la notizia che 
il papa, uscito da Roma, erasi rifugiato in Orvieto. Partì 
il Giustiniani per quella città sul principio del 1528. 
Accolselo Clemente VII con segni di particolare consi- 
derazione ed il 28 febbraio approvò e confermò la con- 
cessione di un possesso, con casa e chiesa, sotto il titolo 
di sant' Elia, nei confini della città di Fano, fatta dalle 
monache benedettine di sant'Arcangelo ; approvò anche 
la donazione, fatta dai canonici e dal capitolo della 
chiesa ascolana, della chiesa ed eremitorio di santa 
Maria della Torretta; estese alla compagnia di san Ro- 
mualdo tutte le grazie, privilegi ed indulgenze, concesse 
e da concedersi a qualunque ordine che militi sotto la 
regola di san Benedetto, e dichiarò come confermati 
con apostolica autorità tutti i luoghi donati alla com- 
pagnia da qualunque persona secolare (^). 

Nella primavera di quest' anno prese a serpeggiare 
per i' Italia la peste. Anche il Giustiniani ne fu tòcco ; 
anzi tolse in lui tal forma morbosa, che poco mancò 



(1) Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 217-221. 

(2) Breve « Cum sicut nobis nuper exponi fecistis » del 28 feb- 
braio 1528. Sommario cronologico, p. 8, n. 10; cfr. Mittarelli-Co- 
8TADONI, Annales Camaldulenses, V4II, 48. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



non ne morisse. Riavutosi alquanto, volle nuovamente 
recarsi al pontefice per metter fine ai negozi intrapresi. 
Partì accompagnato dal converso fra Giacomo da Gubbio. 
Egli era mosso principalmente dal fermo proposito di 
far definire la cessione dell' abbazia di san Salvatore 
di Monteacuto e di condurre a termine la concessione 
dell' antico monastero di san Silvestro sul Soratte, nella 
campagna romana. Ambedue le cose ebbero buon effetto. 
Ma la perpetua unione della badia di san Salvatore, 
con tutti gli altri benefìzi già goduti da messer Galeazzo 
Gabrielli, benché fosse stata concessa da Clemente VII 
il 19 febbraio 1528, non fu allora corroborata dalla 
spedizione delle lettere apostoliche, e fu confermata, 
soltanto da Paolo 111, il 3 novembre 1534, con effetto 
retroattivo, come se realmente Clemente VII avesse fin 
dal febbraio 1528 fatto regolarmente spedire la bolla 
dell'unione (^). Concesse però Clemente VII, in data 
del 17 giugno 1528, ai superiori della compagnia di 
san Romualdo tutte le facoltà necessarie per disporre 
convenientemente del buono e regolare andamento delle 
chiese dipendenti da questa badia (^). 

Per il luogo di san Silvestro sull' ultima cresta del 
Soratte erano già iniziate varie trattative. L' abate di 
san Paolo di Roma, Benedetto da Novara, da cui quel 
monastero dipendeva, avealo concesso al vescovo di 
Verona, Giovanni Mattei Giberti, perchè vi fossero intro- 
dotti i primi alunni della congregazione dei Teatini, 
fondata di recente da Giovanni Pietro Caraffa e da 
san Gaetano. Ma non sembrando questo luogo adatto 
a tali chierici, sia per la troppa solitudine che per la 



(1) Bolla « Rationi congruit... dudum siquidem » del 3 nov. 1534. 
Somn^ario cronologico, p. 17, n. 25. 

(2) Breve « Exponi nobis feeistis » del 17 giugno 1528. Som- 
mario cronologico, p. 9, n. 11. 



^28 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

soverchia montuosità, lo stesso Giberti, probabilmente 
dietro suggerimento dei fondatori di quella congrega- 
zione, rimettevalo al Giustiniani, perchè v' introducesse 
i suoi eremiti. Accolse questi 1' offerta del vescovo vero- 
nese ed il pontefice approvò la cessione, comandando 
agli abitatori del monte Soratte, che ricevessero con 
benevolenza i nuovi eremiti e loro somministrassero il 
necessario alla vita (*). Erano in quel solitario luogo, 
che si eleva quasi 700 metri sul livello del mare, oltre 
all' antico monastero benedettino di san Silvestro, sei 
romitorii, dedicati ai santi Silvestro, Sebastiano e Anto- 
nio, e alle sante Maria, Lucia e Romana. Il Giustiniani 
decise di recarsi lassù a vedere la bella posizione, insie- 
me al suo compagno fra Giacomo da Gubbio. E partì, 
benché non fosse ancora totalmente libero dalla febbre, 
che lo aveva travagliato in Roma. Ma giunto lassù, 
forse per la fatica del viaggio o per il cambiamento 
j-epentino dell'aria, peggiorò talmente che venne presto 
in fin di vita. Spaventato, per l' imminente sventura, fra 
Giacomo da Gubbio si mise a piangere dirottamente. 
Esortollo il Giustiniani a confidare in Dio, nelle cui mani 
sono la vita e la morte degli uomini. Ed ecco giungere 
il padre Gregorio da Bergamo, eremita di Gamaldoli, 
uno dei più sinceii amici di lui, che venuto in quelle 
parti avea udito ritrovarsi lassù infermo un eremita del 
medesimo abito. Si riconobbero subito, si rallegrarono 
ambedue d'esser stati guidati dalla mano della Provvi- 
denza colà, r uno per esserne confortato a morire e 
l'altro per riceverne l'ultimo respiro. Dopo un breve 
colloquio, in cui il padre Gregorio da Bergamo sommi- 
nistrò all' infermo i santi sacramenti, il Giustiniani rac- 



(1) Breve « Cum sicut nobis » del 18 giiij^no 1528, in Mitta- 
RKLLi-CosTADONi, Annales Carnali lulenses, IX, App. Tom. Vili, 4()-47. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



coglieva il suo spirito in un atto di suprema dedizione 
al Creatore di tutte le cose e chiudeva gli occhi alla 
luce iacerta di quaggiù per aprirli a quella sempiterna 
del cielo. Era il 28 giugno, la vigilia della festa dei 
Ss. apostoli Pietro e Paolo del 1528 : ed il Giustiniani 
contava appena 52 anni (^). 

La vita del venerato istitutore della compagnia di 
san Romualdo si spense nel silenzio di una cella romita, 
come per la vita eremitica si era accesa, abbandonando 
Venezia e rifugiandosi a Gamaldoli. Sul Soratte si compì 
il disegno vagheggiato a Gamaldoli. La salma fu depo- 
sta, come si ha per tradizione, nella chiesa inferiore, 
dove è il letto di san Silvestro, e là riposa nel silenzio 
completo degli uomini e delle cose, senza verun segno 
di distinzione (^). Ma la memoria di lui è scolpita nella 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Aufiales Camaldulenses, Vili, 
49 segg. ; Fiori, Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 2^6 segg. ; Luca, 
Bomualdina.. historia, e. 136 segg. — Il Fiori ha qualche inesat- 
tezza. Egli {op. cit., p. WI) dice che il compagno del Giustiniani 
era fra Biagio, mentre invece si chiamava fra Giacomo da Gubbio, 
ed afferma (p. 229) che la morte del Giustiniani avvenne il 29 giu- 
gno, vigilia dei ss. Pietro e Paolo apostoli, V anno del Signore mil- 
lecinquecento ventinove, contro la testimonianza di tutti gli antichi 
storici. Ma quest' ultima inesattezza ha origine da una nota di 
mano dello stesso Giustiniani {Atti capitolari 1524, e. 79.v), che 
è del tenore seguente : « La concessione che si fa il R.do episcopo 
veronese del monte sorapto è facta per mano de ser Troyllo de 
leonibus de Ancona... sub anno domini MDXXVIII... die XXVIII 
mensis decembris... ». Dove è da leggere MDXXVII, poiché tal 
concessione è già ricordata nel breve di Clemente VII, del 18 giu- 
gno 1528 (MiTTARELLi-GosTADONi, Annales Camaldulenses, IX, App. 
tom. Vili, 46). 

(2) Il Fiori (op. cit. p. 229), dice : « Non si sa il luogo preciso, 
ma si ha per tradizione, che [Gregorio da Bergamo] lo depositasse 
nella chiesa inferiore dove è il letto di s. Silvestro. 

Il monastero di san Silvestro sul Soratte è antichissimo. Vi 
si fece monaco Carlomanno, principe de' Galli. Restaurato nel se- 
colo X, fu unito alla badia di san Paolo di Roma. Dagli eremiti 



230 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

mente degli eremiti di san Romualdo, e vivrà con essi, 
in un monumento più duraturo del marmo e del bronzo. 
Il padre Luca Ispano, compendia nel seguente elo- 
gio le virtù e le opere del venerando eremita. « Chi sia 
« mai bastante a raccontar le doti dell'animo suo, l'ardor 
« della sua carità, la santità della integerrima sua vita, 
« o i proprii gradi della perfezione sua ? Questo fu vero 
« Israelita : poiché mai non fu in lui trovato inganno. 
« Questi è una lucerna accesa non sotto il modio ascosa, 
« ma posta sopra il candeliere : acciò chi entra nella 
« religione veggia lume ; né ha egli riposto nel sudario 
« la mina che da Dio gli é stata data ; anzi santamente 
« negoziando, di una n' ha fatto dieci. Questi ebbe ve- 
« ramente in odio le ricchezze ; che due volte in gran 
« quantità possedutele , due volte le ripudiò ; unico 
« esemplar della religiosa osservanza ; perpetuo osser- 
« vatore, e conservatore della eremitica austerità ; forte 
« in tollerar le fatiche, e indefesso. Questi fu pieno di 
< dottrina, potente con le parole, facondo con la penna, 
« e tutto luce. Né fu in lui vacua la grazia di Dio, 
« avendo ritratti molti dalla via del peccato, avendone 
« molti seco tratti alla Religione ; insegnò a molti e 
« altrove e in casa a viver piamente, e molti spinse 
« con le vive parole e con T opere a trapassar dalle 



del Giustiniani passò nuovamente a san Paolo, da cui fu smem- 
brato nel 1548 da Paolo III in favore di Alessandro Farnese. Questi 
rimosse i benedettini e vi pose i Gerolamini : a costoro successero 
nel 158:2 i minori osservanti che 1' abbandonarono nel 1590. Dopo 
sei anni il card. Aldobrandini vi pose i cistcrciensi riformati. A 
questi successero, nel secolo XIX, i Trappisti, i canonici regolari 
e i Trinitari scalzi, che l' abbandonarono da poco tempo. Gfr. 
P. F. Kehr, Italia Pontificia, lierolini, Weidmann, MDGCCGVll, 
voi. II, 189-190; G. Tom assetti. Della Cam^jagna romana nel medio 
evo, in Arch. della H. aoc. rom. di storia patria, VII, (1884), pag. 
408-420. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 231 

« lusinghe del mondo alla durissima penitenza. Scrisse 
« inoltre molte preclare operette, tra le quali, si vede 
« stampato quel suo non mai abbastanza laudato libretto 
«il cui titolo è: trattato della ubbidienza; e quell'altro 
« intitolato : Epistole mandate a Marco Antonio Flami- 
« nio uomo dottissimo ; dove eloquentemente si mostra 
« quale sia la vera felicità, overo beatitudine dell'uomo, 
« e quello dell'ufficio del pontefice a Leon decimo. Ci è 
« anco un trattato dei dieci gradi dell' amor di Dio molto 
« utile, e elegantistissimo ; il quale se bene è in tutte le 
« sue parti perfettissimo : tuttavia giace negletto. Gom- 
« pose ultimamente un trattato di penitenza, la quale egli 
« aveva anzi con esperienza, che con lunga lezione impa- 
« rata ; ne compose un altro della contemplazione da 
« varii autori raccolta, e a questo aggiunse il terzo 
« della Eucarestia. Lasciò anco molte altre operette dalla 
« morte soprapreso, imperfette ; le quali insieme con 
« le sopradette sparse, dissipale, e dalla polvere rovi- 
« nate, peranco si trovano. E di queste istesse fa pari- 
« mente menzione in certo memoriale quindi tratto il 
« venerabil padre Giustiniano da Bergamo, le quali sono 
« più di cento, lo non affermerò assolutamente, che egli 
« abbia fatto miracoli ; ma ardirò ben dire, che egli 
« abbia fatto alcune cose miracolosamente, delle quali 
« non mi rincrescerà narrare almeno le principali. E 
< prima, essendogli da certo prete lodata come santa 
« una donnicciuola del terzo ordine di san Francesco, 
« e tale da tutti per la mirabile sua vita, e per li mi- 
« rabili fatti suoi affermava quel prete essere stimata : 
« perchè ella si comunicava ogni giorno, prediceva le 
« cose future, e bene spesso uscita l' ostia di mano 
« del sacerdote, che la comunicava, da per se nella 
« bocca di costei se ne volava. Disse Paolo : — Mostra, di 
« grazia, anco a me questa donna : — laonde seguendo 
« il prete, a questa donna pervenne. Ma non prima la 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



« vide, che egli disse : non è qui lo spirito di Dio ; ci 
« sta nascosta la fraude dell' inimico. Stupì il sacerdote, 
« e tutti quelli, che seco erano al suono di tai parole, 
« e quasi che il padre delirasse, lo schernirono. Ma in- 
< nanzi quindici giorni fatta quella ingannata femina 
« furiosa, mostrò chiaramente ciò che aveva nel petto ; 
« e si palesò la malizia dell' antico serpente. È nel mo- 
« nasterio di san Biagio presso a Fabriano il sepolcro 
« di san Romualdo, il quale è chiuso da due serrature di 
« diverse chiavi, l'una delle quali è custodita dall'abbate, 
« e r altra da' Rettori del popolo. Giunse quivi un cardi- 
« naie di grande autorità, desideroso di avere per se al- 
« cuna reUquia di quel santissimo corpo. Laonde aperte 
« amendue le serrature, ancorché fosse da molti gagliar- 
de dissimi uomini aiutato : mai però ebbe forza d' alzare 
« il coperchio del monumento, che era un grandissimo, 
« e gravissimo sasso. Per il che stupefatto, e da interno 
« timore quel cardinale punto, lasciando il negozio im- 
« perfetto, se ne partì. A questo sepolcro si accostò 
« il nostro Paolo ; il quale, essendo una sola delle due 
« serrature aperta, perchè i popolari a ciò non consen- 
« tivano, da un solo monaco aiutato, alzò tanto quel 
« gravissimo sasso, che facilmente messa dentro la mano, 
« trasse quindi il braccio destro di quel santo cadavere: 
« per la qual cosa avendolo in certa cassetta, come si 
« deveva, accomodato, lo portò, perchè egli era allora 
« maggiore del santo Eremo, a Gamaldoli. E di questa 
«preziosa gemma l'Eremo anco a' dì nostri si vede 
« adornato. Non ha ultimamente del misterioso il caso 
« del già detto suo persecutore, il quale, rottosi una 
« gamba, e standosene senza alcuna speranza |)er mo- 
« rire, fu per lo digiuno e per 1' orazione di Paolo sa- 
« nato ? Ma sarei troppo lungo, quando volessi scriver 
« qui tutte le cose, che egli ha mirabilmente operato. 
« Dee, assai abbondantemente da quanto si è detto, esser 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 233 

« nota la santità di questo beato Padre, e la sopranna- 
« turale operazione sua: essendo egli istesso testimonio 
« veramente idoneo della propria innocenza : e ciò con 
« l'assenso di tutti quelli che l'hanno conosciuto. Resta- 
le tene in pace dunque, o beatissimo Paolo, e perchè 
« insieme con colui, il cui nome conseguisti in terra, hai 
« avuto un buon certame, e facilissimamente hai finito 
« il corso, e osservata la fede, con il medesimo godi 
« ora la corona della giustizia in cielo, la quale, essen- 
te doti già stata riposta, oggi ti è dal Signore giudice 
« veramente giustissimo, resa » (^). 

Il Giustiniani, come si raccoglie da un suo scritto, 
neir età di trentatrè anni, parendogli d' averne passati 
diciannove nel mondo e tra i peccati, avea pregato il 
Signore che gli avesse conceduto altri diciannove anni 
per far penitenza. E nel suo cinquantaduesimo anno di 
vita, esaminando se stesso dinnanzi alla giustizia di 
Dio e quasi prevedendo la morte vicina, consegnò ad 
un sonetto l' interna lotta che l' agitava, intitolandolo 
Spiritus. 



(1) Luca, Bomualdina.. historia, e. 139-141 : traduz. dì Giulio 
Premuda (Venetia, Misserini, MDXG, e. 92-94). Le opere del Giu- 
stiniani, che si hanno a stampa, sono queste tre : lo Begula vite 
eremitice, impressa in monasterio Fontis Boni, MDXX, in 8.o di 
ce. 8-1-142-1-39. — 2o B. P. Justiniani et Petri Quirini eremitarum 
Camaldulensium, Libellus ad Leonein X Pontificem Maxitnuni (de 
officio Pontiflcis), in Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, 
IX, App. 612-719. — 3o Trattato di ubedientia de don Paolo Giu- 
stiniano con una pistola del medesimo a M. Marc' Antonio Flaminio, 
Vinegia, Stefano da Sabio, 1525, in S.o di ce. 140; 1535. in S.o di 
ce. 104. — Il Fiori, (Vita del B. Paolo Giustiniani, p. 238-253) dà 
un elenco di 121 operette di lui latine e 49 volgari lasciate mano- 
scritte con molti altri frammenti. Cfr. Mittarelli-Gostadoni, Ari- 
nales Camaldulenses, Vili, 50-52, 



234 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Dalla prigion terrena, ove io son stato 
Anni cinquantadue sempre rinchiuso 
Bramo d' uscir, quando m' è V uscio chiuso; 
Quando poi s' apre Vuscio, non m' è grato. 
So ben che questo è un miserabil stato 
E pur ancora starvi io non ricuso. 
Abito tal ha fatto il già lungo uso, 
Che dal mio mal temo esser liberato. 
Così questa mia carne ed odio ed amo, 
Così il consorzio suo mi spiace e piace, 
Che insiem uscir da lei voglio e non voglio. 
Così fuggir questa miseria bramo, 

Così lasciar la compagnia mi spiace, 
Che ugualmente di star, e uscir, mi doglio (^). 
Ma la fine del Giustiniani quasi repentina, gettava nel 
pianto un' intiera e numerosa famiglia, da lui raccolta e 
vincolata co'legami dell'amor di Dio. Ed essa conosciu- 
tane la grande perdita, come ne aveva esperimentato la 
virtù sublime ed eroica, non mancò di dedicargli affetto 
di venerazione e tributo di lode e di culto (^). 



(1) È riferito anche dal Fiori {op. cit., p. 230) che lo dice 
« ritrovato in una cartuccia di carattere del Giustiniani » (p. 231). 

(2) Cfr. FioRi (op. cit. p. 226-271). In un orazionario camaldo- 
dolese, si assegna al B. Paolo Giustiniani questo Oremus: « Perfice, 
quaesumus Domine, beati Pauli confessoris tui intercessione pla- 
catus, continuum in nobis observantiae sanctae subsidium, ut quae 
te auctore facienda cognovimus, te operante adimplere valeamus ». 
MiTTARELLi-CosTADONi, AnnaUs Camaldulenses, Vili, 50. 



^ M^M ^-^ 



CAPITOLO QUARTO 

l'eremo di monte corona, capo della congregazione 

E I NUOVI incrementi 

[1528 - 1590] 



Timori e speranze — I maggiori Daniele da Venezia e Agostino 
da Bassano — Il capitolo di san Salvatore di monte Acuto 
(22 aprile - 7 maggio 1530) — Deliberazioni : postulanti : stampe : 
vitto : vestito. Eremiti e romitorii — Concentrazione di forze : 
l'eremo di "Montecorona,,: sua edificazione e descrizione — 
Prime origini e vicende di "Montecorona,,: l'eremo di san 
Savino e la badia di san Salvatore di monte Acuto — Pietro da 
Fano, maggiore, e l'eremo di "Montecorona,,: sua beata 
morte — Abbandono dell' eremo sul Soratte — L' eremo di 
Rua: sua erezione: condizione giuridica: la provincia eremi- 
tica di Rua — Unione e rottura tra Camaldoli e Montecorona 
(1540 - 1541) — L' eremo di Montecorona, capo della congrega- 
zione : gli eremi del Massaccio, di Pascelupo, del Volubrio e 
del Montecònero — Sant' Efrem di Napoli e il Montamiata — 
Gli eremi dell' Incoronata e del Ss. Salvatore, nel regno di 
Napoli — Fiori e frutti di santità : il B. Gerolamo da Sessa : 
il ven. Giustiniano da Bergamo e il B. Rodolfo da Verona. 



I primi giorni che tennero dietro alla morte del 
venerato padre Paolo Giustiniani, furono giorni di timore 
e di sgomento. La compagnia, che aveva, l' anno innanzi, 
confermato tutta la su^ fiducia a lui, eleggendolo nuo- 
vamente maggiore, l'avea perduto, senza essersi potuta 
raccogliere a meditare e a gettare lo sguardo nelle sorti 
dell' avvenire. Il colpo, adunque, non poteva essere più 
fiero, sia per la giovinezza della compagnia di san Ro- 
mualdo, sia per la scomparsa improvvisa del suo fori- 



236 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

datore nel momento in cui la sua esistenza sembrava 
maggiormente necessaria. Tutti gli animi ne furono sgo- 
menti, e non riuscirono sulla prime ad orizzontarsi, 
spingendo innanzi la barca secondo il corso tracciato 
e battuto sotto la scorta del Giustiniani. Vari eremiti, 
specialmente dei più giovani, designavano già di abban- 
donare la compagnia : gli uni immaginando, per pusil- 
lanimità di spirito, che sarebbe per mancare ogni aiuto; 
gli altri addolorati disperando che vi fosse maniera di 
supplire a sì grande perdita : alcuni, troppo solleciti 
dell' avvenire, temendo di rimanere oppressi fra poco 
dalle fatiche e dalla penuria delle cose terrene, ed altri, 
persuasi che non si sarebbe trovato un cireneo qualun- 
que che avesse piegato le spalle al peso del governo 
della compagnia. 

Ma i seniori, i padri cioè più provetti per età e per 
senno, esaminato con ponderazione lo stato delle cose, 
deliberarono di appigliarsi tosto al miglior partito per 
salvare la compagnia da tanta iattura e i fratelli da sì 
grande sgomento. Si adunarono, adunque, e discussero 
con mente serena sul da farsi, non senza tener davanti 
alla mente la figura del loro padre e fondatore. Parve 
loro che fosse savio consiglio il dargli un successore, de- 
gno di lui. Il voto unanime cadde sul venerabile padre 
fra Daniele da Venezia. Attesta il p. LucaHispano 
che questi era uomo, per sua naturai gravità, ammira- 
bile, eloquente e dotto, e ciò eh' è più raro, nel consolar 
gli afflitti, dotato di grazia speciale. Va costui per tutti 
gli eremi, ed entrato a guisa di valoroso capitano nel 
perturbato esercito, questi dolcemente ammonisce, que- 
gli alquanto più fortemente riprende; si mostra agli uni 
indulgente e fa agli altri resistenza: e così con mirabil 
modo ritenne tutti nella disciplina. Portano tutti al ve- 
neziano riverenza, mirando in lui quasi un redivivo 
Paolo, e da' suoi ammonimenti confortati, deponendo 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 237 

Ogni timore, vengono interamente confermati nel primo 
proposito (^). 

Ma in breve volger di tempo, le cose precipitarono. 
A Daniele da Venezia successe, nella carica di maggiore, 
il padre Agostino da Bassano. Inviato il padre Daniele 
nelle Puglie, per ripristinare gli eremi, ed accorsovi pa- 
rimente il padre Agostino da Bassano, restarono ambe- 
due, con la maggior parte degli eremiti, crudelmente 
estinti dalla peste. Intesa questa nuova, i padri che erano 
nella Marca, anch' essi vessati dalla peste, turbati, si 
adunarono a consiglio e, per molte ragioni, determina- 
rono di abbandonare i romitorii della Puglia e di richia- 
mare nella Marca que' pochi padri che erano avvanzati. 
A ciò furono indotti dalla naturale ferocia dei Pugliesi 
e dalla moltitudine degli assassini e dei malviventi che 
turbavano troppo spesso le solitudini eremitiche assa- 
lendo i religiosi, nonché dalla pestilenza e dalla univer- 
sale carestìa dei viveri. La mala ventura occorsa al pa- 
dre Romualdo da Fabriano, il quale ritornando a quei 
luoghi era stato preso, col suo compagno, dai ladri, le- 
gato ad un albero e, fieramente percosso, stava pauro- 
samente dipinta innanzi agli occhi dei padri della Marca. 
Dopo questa risoluzione passarono alla elezione del mag- 
giore, chiamando all'alta carica il padre Giustiniano da 
Bergamo compagno e seguace del ven. padre Paolo. 
Questa elezione avvenne, con ogni probabilità, lungo il 



(1) Luca, Bomualdina . . historia, e. 142 v. — Per la storia di 
questi momenti bisogna affidarsi interamente alla narrazione del- 
l' Hispano, il quale, entrato nella congregazione eremitica quando 
viveano ancora quelli che avean conosciuto il P. Daniele, fu esat- 
tamente informato di ciò che era avvenuto. Mancano gli atti capi- 
tolari del 1528 e del 1529: ma è probabile che nel 1528 non si ce- 
lebrasse capitolo, a causa della peste, serpeggiante un po' dap- 
pertutto : nel 1529 si radunò a san Girolamo di Pascelupo. 



238 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

corso deiranno 1529 ('), ed il 22 aprile del 1530, venerdì 
fra r ottava di pasqua, si radunava il capitolo generale 
neir abbazia di san Salvatore di monte Acuto. 

I successori immediati del B. Paolo Giustiniani po- 
terono ottenere dalla santa Sede i privilegi e le grazie 
sollecitate da lui. Clemente VII il 27 luglio 1528 concesse 
agli eremiti che avessero visitato nella quaresima e nelle 
altre Stazioni di Roma, la chiesa o 1' altare del proprio 
romitorio, le indulgenze solite a lucrarsi visitando le 
chiese romane (^). Il medesimo giorno estese al maggiore 
della compagnia 1' esenzione dai dazi e gli stessi privi- 
legi, immunità e grazie, di cui godevano gli altri abati 
generali dell'ordine benedettino, all' infuori dell'uso della 
mitra, del pastorale e dei pontificali (^). Il 23 settembre, 
dietro esame e relazione del cardinal protettore Lorenzo 
Pucci, approvava e confermava le costituzioni eremitiche 



(1) Cfr. Luca, Romualdina . . historia, e. 142 r. 143 v. ; Mitta- 
RELLi-GosTADONi, Amiales Camaldulenses, Vili, 54-55. — È certo 
che il padre Giustiniano da Bergamo ascese al grado di maggiore 
prima dell'aprile 1530, poiché il 22 aprile di quest' anno egli inter- 
venne al capitolo colla qualifica di « m a i o r et priore de sancto 
Savino ». 

(2) Breve « Cupientes vestrarum saluti consulere » del 27 lu- 
glio 1528, in MiTTARELLi-CosTADONi, Annules Camaldulenses, IX, 
App. tom. Vili, 47 - 48. 

(3) Breve « Vestrum Ordinem » del 27 luglio 1528, in Bullarium 
Romanum, edit. Taurinens., Augustae Taur., Franco - Dalmazzo, 
MDGCCLX, tom. VI, p. 117 - 118. È da notare 1' esclusione : « Ita- 
que maiori vestro, ut quibus abbates generales universorum ordi- 
num sub regula sancii Benedicti militantium, privilegiis, immuni- 
tatibus, et gratiis uti possunt vel consueverunt uti in perpetuum 
(citra tamen facultatem utendi mitra et baculo ac aliis pontificali- 
bus, et benedictionem populo solemniter impendendi) possitis et va- 
lsati s ; privilegiaque ipsa illis concessa, quorum tenores hic habe- 
mus prò sufficienter expressis, vobis concessa esse censeantur ». 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 239 

che erano state compilate qualche anno prima (^). Il 3 
ottobre e il 15 luglio 1529 aggiunse varie altre grazie e 
facoltà pel maggiore, il presidente del capitolo, i visita- 
tori, i provinciali, i priori ed i loro vicegerenti (^). 

Al capitolo, neir abbazia di san Salvatore di monte 
Acuto, il 22 aprile 1530, erano convenuti il maggiore 
frate Justiniano da Bergamo ed altri quindici eremiti (^). 
Questo capitolo era stato anticipato per la morte del 
maggiore Agostino da Bassano e di due visitatori, non- 
ché per deputare due padri che fossero iti a Mantova 
al capitolo dei monaci di santa Giustina, e per altre 
cause (*). Sedici erano i padri intervenuti alla badia, tra 
i quaU sono da rammentare frate Eusebio da Sessa, 



(1) Rreve : « Cum alia »• del 29 settembre 1528, in Bullarium 
Romanum, edit. Taurinens., tom. VI, p. 118-119. Erano le costi- 
tuzioni, da noi riportate, a pag. 136 e segg. 

(2) Breve : « Exponi nobis nuper fecistis »• del 3 ottobre 1528, 
in Sommario Cronologico de' docum,enti pontifici, p. 11, n. 16, pel 
trasporto da un luogo all' altro de' generi alimentari; e concessione 
del 15 luglio 1529, fatta con oracolo di viva voce, per mezzo del 
card. Pucci, di indulgenze pel salmo Exaudiat, per la corona del 
Signore, pel cingolo della professione, e facoltà di assolvere dai 
peccati e di commutare i voti. Cfr. Sommario cit., p. 12-13. n. 17. 

(3) Di questo capitolo si conservano ancora gli atti in doppio 
esemplare , ciascuno dei quali corrisponde rispettivamente alla 
brutta ed alla bella copia. Ma nell'esemplare primitivo, con molti 
spazi in bianco e varie correzioni, si hanno altresì alcune notizie 
che furono omesse nella bella copia. Ci serviamo di ambedue gli 
esemplari, riferendoci al primo con la lettera A, e al secondo con 
la tetterà B. 

(4) Ms. : Ada capituli Societatis Eremitarum sancii Romualdi, 
ordinis Camaldulensis, celebrati in ahhatia sancti Salvatoris de 
Monte Acuto, perusine dioecesis, M.D.XXX, B, e. Ir. : «E fu anti- 
cipato el tempo per causa de la morte del Reverendo p. f. Angu- 
stino da Bassano, magìore della dieta Compagnia, e del p. f. Da- 
niel da Venetia e del p. f. Thomaso da Fiorenza visitatori ed altri 
padri : e per mandar doi p. a Man tua al capitolo delti monaci neri 
de sancta Justina per el fatto del monte sorapto, et altre cause». 



240 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

priore delle Grotte, frate Girolamo da Sessa, visitatore 
e priore di san Gerolamo, frate Pier Antonio da Jesi, 
priore di san Silvestro del monte Soratte e frate Ilarione, 
priore titolare di san Salvatore di Fano. Mancava il ve- 
nerato padre fra Pietro da Fano, trattenuto da un po' 
di infermità alle Grotte del Massaccio : ma a lui fu 
scritto che, non potendo intervenire al capitolo, signifi- 
casse le cose di maggior importanza che si doveano 
trattare, e su di esse esprimesse il parer suo. Saputosi 
poscia che V abate di san Paolo di Roma era giunto a 
Perugia, i padri capitolari spedirono a lui fra Girolamo 
e fra Eusebio col mandato di trattare con lui del mo- 
nastero di san Silvestro al Soratte e di intervenire al 
loro capitolo per chiedere quel luogo in perpetuo. Il 25 
aprile si abboccarono con l'abate e, ritornati, riferirono 
quanto era stato risolto a questo proposito. Intanto il 
26 era giunta al capitolo una lettera del vescovo di Ve- 
rona e di un certo messer Luigi Galini, per cui deter- 
minarono di inviare colà a vedere il luogo offerto due 
padri, rispondendo con buone parole ad ambedue (^). 

Le adunanze capitolari durarono fino al 7 di mag- 
gio e furono varie di importanza per la varietà somma 
delle cose da ordinare. Tra le persone che aveano chie- 
sto di far parte della compagnia e che vennero accettate 
sono da rammentare due predicatori dell' osservanza di 
san Domenico della congregazione lombarda, fra Dome- 
nico da Garresio e fra Giovan Battista da Liviano, un 



(1) Il 26 aprile i padri capitolari elessero i conventuali che 
dovevano aver diritto al capitolo e che non eran stati nominati 
negli eremi loro, e tra questi, troviamo che pel luogo di santa 
Maria Maddalena fu eletto conventuale frate Elia (Ada capi- 
tuli, MDXXX, A-B, e. 2v.). Questo eremo di santa Maria Madda- 
lena della Torretta, non si trova poi elencato tra i luoghi che nel 
1530 aveano una famiglia eremitica, perchè fu rinunziato alla co- 
munità di Ascoli, che lo avea offerto. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 241 

canonico regolare di Tolentino, per nome don Aurelio, 
e due eremiti di Gamaldoli, fra Gregorio da Bergamo e 
fra Ambrogio da Pontremoli (^). Con opportuna dispo- 
sizione fu provveduto al vitto e vestito degli eremiti di 
ogni luogo (~), e venne deliberato che, prima del pros- 
simo capitolo, nel corrente anno 1530, si mandassero 
alle stampe « li brevi arij et missali, secondo el tenor 
della regola, in nome della congregatione de sancto 
Romualdo », la regola stessa e le costituzioni, nonché 
i psalterii, gli offìciuòli, le carte di partecipazione e tutte 
quelle altre cose che fossero necessarie (^), dando facoltà 
al maggiore ed ai visitatori di rivedere a loro talento 
l'officio del breviario e del messale, purché non decli- 
nassero dalla regola. La carta di partecipazione « delli 
beni spirituali che si fanno in tutta la compagnia » si 
compilasse dal padre maggiore e poi egli ed i priori dei 
singoli luoghi avessero potere di concederla ai parenti, 
famihari e benefattori. Insieme ai breviari ed al messale 
si dovessero stampare, sempre nel 1530, la regola e le 
costituzioni, mettendo insieme l'una e l'altra cosa, cioè 
prima il capitolo della regola e subito appresso, quello 
delle costituzioni, dichiarandovi che le costituzioni non 
sono contro la regola, massime nelle cose di momento, 
bensì qualche cosa più della regola : redattori di esse, 



(1) Ada capii. B. cit., e, 10 v. 11 r. 

(2) Ada capii. B. cit., e. 12 v: «Per la provisione del vitto delli 
luochi della compagnia. Considerato quello che si trova bavere 
al presente ciascheduno de' loro e quel che inoltre li fa de bisogno, 
fu deputato che dall' abbadia havessero bavere questo anno : prima 
le Grotte, fiorini 70: san Hieronimo, fior. 50, oltre li denari de la 
cisterna che sono là: san Benedetto, fior. 70: san Silvestro, fior. 50. 
E se mancherà a loro, oltre questa provisione, fu ordinato che il 
p. maior havesse cura di far supplire a loro bisogni, e lo p. prior 
de monte Fortino sia tenuto a proveder a tutti li luoghi de panno ». 

(3) Ada capii. B. cit., e. 12v. 

Lugano - La Congregazione di Monie Corona. 16 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



il maggiore, i due visitatori e il padre fra Pietro da 
Fano; e quel che paresse buono a tre di loro, restasse 
stabilito: mantenendo però, d'ora innanzi, circa il vitto, 
la vita dell'eremo di Gamaldoli (^). 

Intorno al vestito fu deliberato che dalla prossima 
festa di Ognissanti, tutti i sacerdoti e chierici professi, 
dovessero indossare, invece de' mantelli, le cocolle ceno- 
bitiche di panno grosso non cimato f), ma che nei 
viaggi, tutti, incominciando dall' Assunzione della Ma- 
donna, portassero le « capparuccie » e non i «mantelli». 
Al capitolo venne aggiunto un nuovo officiale, il vicario, 
eletto da quelli che non erano difìnitori, con l' incarico 
di aver la cura spirituale e temporale, che suole avere 
il priore del luogo, segnatamente del coro, della chiesa 



(1) Ada capii. B. cit., e, 13r: «Item fu determinato da tutto el 
capitolo che da mo innanzi, circa el vitto delli eremiti si observi 
precise la vita del eremo de Gamaldoli, inserendo nelle no- 
stre constitutione la substantia di questo capitolo delle constitu- 
tioni impresse de esso eremo, che dice "de quinta et ultima 
forma ieiunii et abstinentia,, et cavare dalle diete consti- 
tutioni nostre tutto quello che altramente vi se contenesse ». — 
Questa parte si riferisce al cap. XXXII della Regula vite ere- 
mitice (MDXX, e. 92v.-95v.) del Giustiniani, che è così intitolato: 
« De quinta et novissima ieiunii et abstinentie forma, quam se- 
cundum presentis temporis consuetudines servare habent eremite». 

(2) Ada capii. B. cit., e. 13r. : «. . in presentia de tutto el capi- 
tulo fo concluso et determinato da tutto esso capitolo, che da mo 
innanzi, incomenzando dalla festa de omnia sancti proxima futura, 
incominzino tutti li sacerdoti et clerici professi a usare, 
in scambio delli mantelli, cuculle di panno grosso 
non cimato, della sorte di quello delle toniche, le quale cuculle 
siano senza crespe et più strette di quelle che usano li cenobiti ; 
alte da terra circa un somice, a tale che coprino le toniche che 
non si mostrino le gambe, et abbiano le maniche larghe un piedi, 
cioè doi sumici ; ma li conversi pure portino li mantelli della me- 
desima sorta di panno, quando quelli che eie sonno adesso de griso 
saranno logri, et tutti li novitii o chierici o conversi pur portino 
el mantello ». 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 243 

e del far provvedere le cose necessarie al capitolo, man- 
dando fuori chi facesse di bisogno, affinchè il definitorio 
non venisse impedito od inquietato (^). Inoltre fu sta- 
bilito che, senza estrema necessità, nessuno della com- 
pagnia potesse confessarsi a sacerdoti estranei, senza 
licenza del maggiore e dei visitatori, intendendo per 
estrema necessità il caso in cui un eremita si trovasse 
in luogo ove non fosse sacerdote della compagnia, e 
che ogni priore fosse tenuto, al Natale, a Pasqua, all'As- 
sunta e a Ognissanti, ad impartire V assoluzione dalle 
censure (^). Fu riservato al capitolo generale il potere 
di concedere licenza agli eremiti di andar a' bagni, col 
consiglio sempre de' medici (^), e determinato che, ac- 
cadendo la morte del padre maggiore, i « priori e visi- 
tatori della provincia della Marcha et Umbria » vi sosti- 
tuissero un'altro maggiore (^). Fatte le elezioni, risultò 
confermato nella carica di maggiore il padre Giustiniano 
da Bergamo, e nominati visitatori il padre Francesco da 
Gradara e il padre Elia da Bergamo (^). 

Dalla distribuzione ed enumerazione degli eremiti, 
fatta in questo capitolo il 6 maggio 1530, si deduce che 



(1) Ada capii. B. cit., e. 14v. 

(2) Ada capii. B. cit., e. 14 v. 

(3) Ada capii. B. cit., e. 17 : « Item fu parlato et determinato 
che da rao innanzi solo lo capitolo generale possa conceder 
licentia alli romiti nostri de andar a bagni con consiglio dei 
medici. Et hanno dato licentia a fr. Samuel sacerdote et a fr. Ja- 
como converso, deputati a S. Silvestro [del monte Soratte], di an- 
dar a bagni, secondo scranno consigliati dai medici o a san Gas- 
siano, nel viaggio che faranno per gir a S. Silvestro, et ivi a bagni 
possono stare giorni otto, o dieci, o al più, dodeci, secondo il con- 
siglio de' medici, o vero andar de longe alla sua obedientia ; poi 
possino andar, quando sarà venuto il suo prior, alli bagni de Vi- 
terbo, secondo il decto consiglio de' medici ». 

(4) Ada capii. B. cit., e. 15r. 

(5) Ada capii. B. cit., e. 19r. 



244 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

essi salivano al numero di una settantina, ripartiti in 
sette romitorii (*). Una delle cure principali de' padri 
capitolari fu quella di regolare in un modo chiaro e 
sicuro i suffragi per gli eremiti che venivano a morte : 
e lo fecero con una larghezza indovinata per tutti, fos- 
sero commessi, conversi, chierici, sacerdoti, professi o 
novizi (*). 

Ma il pensiero dominante di quei padri mirava a 
dotare la compagnia di un luogo che fosse come la sede 
dell' intiera società, ove, risiedendo i superiori generali, 
riuscisse agevole formare di un medesimo spirito e di 
una stessa tendenza 1' animo di tutti gli eremiti. Perciò 



(1) Ada capit. B. cit., e. 19-21. Furono destinati otto Sisan Sa- 
vino, otto alle Grotte, dodici a san Hieronimo de Pascilupo. sette 
a san Leonardo, dodici a san Benedetto del monte anconitano, sei 
a san Silvestro (sul Soratte) e tre a Bosasso (Fr. Hieronimo da 
Sessa, priore : frate Eusebio sacerdote, e frate Arsenio converso), 
ove « accadendo che V impresa sortisca bono effetto » avrebbero 
dovuto recarsi altri sei religiosi, tra novizi, chierici e conversi. 

(2) Acta capit. B. cit., e. 15r. - 15v. : « Ancora è stato ordinato 
che per ogni fratello che more, commisso, converso, chierico, 
sacerdote, o professo o novitio, li sacerdoti sieno tenuti a dir 
per l'anima loro tre messe, o almanco, tre collette nella messa, 
offerendo per loro principalmente el sancto sacrificio: — li chie- 
rici, tre psalterii, de quelli che sono obligati « cum requiem 
eternam » in scambio di «gloria»: — li conversi, 100 «pater 
noster» cum le «Ave Marie», ultimo, el suo officio: — e li com- 
messi, cinquanta. — Per li priori, li sacerdoti, 5 messe; 
li chierici, 5 psalterii; li conversi, 150 «pater noster » 
et «ave marie»; li commessi, 75, nel modo che è decto di so- 
pra. — Per li padri visitatori, dichino tutti come per li priori. 
Ma per lo padre magiore, li sacerdoti, 10 messe; li chierici, 
10 psalterii; li conversi, 200 «paternoster» et «ave»; li 
commessi, 100, tutti nel modo che [è] di sopra. Et nel luogo 
dove morirà alcun padre o fratello, oltre le exequie et officii soliti 
intéri che si dicono « prò defunctis » nelli quali se includa tutto 
l'officio de morti, s'abbino a celebrare 30 messe per l'anima 
de ciascuno, che in quel loco morisse, dalli sacerdoti che ivi habi- 
tano ». 



DEGLI EREMITI DI MONTE COftONA 245 

stimarono opportuno che, per concentrare in un solo 
luogo tutte le forze della compagnia, faceva di mestieri 
abbandonare quegli eremi che erano, o troppo lontani 
dalla regione che accoglieva il maggior numero dei ro- 
mitorii romualdini, o, per altre ragioni, poco acconci al 
vivere eremitico. Così determinarono di abbandonare 
completamente tutti e tre i luoghi delle Puglie, di la- 
sciare con buone scuse la Torretta di Ascoli ed il luogo 
di san Leonardo al Volubrio, e di restituire alla mona- 
che di sant'Arcangelo il luogo di sant'Eha di Fano (*), 
rinnovando la deliberazione del precedende capitolo, che 
vietava agli eremiti la cura delle anime e l'assegnava 
a' sacerdoti o cappellani secolari (^). 

Radunate così le forze, occorreva disciplinarle in 
un luogo ampio ed acconcio, che riassumesse il princi- 
pio e la vita della compagnia e costituisse il simbolo 
della direzione spirituale e temporale di tutti gli eremi 
romualdini. Ma qui ci sia lecito conceder la parola allo 
storico più antico della compagnia. Luca Hispano. 



(1) Ada capii. B. cit., e. 7r. : «È stato ancora determinato che 
se lassino tutti tre li luochi de Puglie, con licentia del Papa 
sei bisogna. — È stato determinato che se lassi bono modo la 
torretta de Ascoli, facendo la scusa con la terra. Item è stato 
ordinato di lassar ad ogni modo lo loco di S. Leonardo, ma 
per questo anno vi si mandi il prior con qualche fratello ad expe- 
dire questa partita» — «Item è stato ordinato che il loco de 
sancto Helia di Phano si debbia restituire a le monache de 
sancto Arcangelo, potendosi fare, et scarcarsi dell' obligho che si 
ha con esse, per dicto luoco, ma tutto sia cum consiglio del p. 
fr. Pietro da Phano » (ib. e. 9r.). 

(2) Ada capii. B. cit., e. 10 v. Dell' esecuzione di questa delibe- 
razione fu incaricato il maggiore e fr. Pietro da Fano. 



246 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

E primieramente si trattò nel capitolo generale, che si 
ergesse qualche eremo alla guisa del camaldolese, che fosse 
come rocca, come capo di tutta la religione. E ciò affine che 
questo eremo avesse insieme molti romiti, e perchè quivi i 
maggiori, e i più vecchi padri commodamente, e in una 
ferma sede dimorassero; e questi avessero piena autorità di 
reggere gli altri. Volendo appresso, che quindi tutti gli altri 
luoghi e romitorii, come membra soggetti e inferiori, traes- 
sero e consiglio, e aiuto, e precetti del modo di governarsi. 
Fatta questa determinazione, nasce qualche difficoltà nel tro- 
vare un luogo a ciò atto : imperciochè stimavano alcuni dei 
padri, quasi seguendo la volontà del morto Paolo, che tale 
onore si devesse dare all' eremo delle Grotte, come più an- 
tico, e già a questo deputato. Altri poi esortavano ad aver 
r occhio non a quello, che fosse già stato fatto, o a quello, 
che paresse più conveniente e espediente, né meno al tempo 
I presente, o al presente stato della religione: ma più tosto al 
j futuro. Dopo lunga discussione, prevalse la ragione, la quale 
l di sua natura non suol mai essere confusa ; e così fu con- 
\ eluso doversi anteponere il Monte Corona alle Grotte : consi- 
\ derata non solo 1' altezza del luogo, e la temperie dell' aere : 
\ ma anco benissimo esaminata T amenità di quel terreno, e 
r abbondanza insieme con la commodità di tutte le cose ne- 
cessarie. Erano inolire assai tratti dalla propinquità, ovvero 
opportunità dell' abbadia di santo Salvatore, onde, essendo ella 
posta alle radici del monte, facilmente si potessero mandare 
i quotidiani alimenti agli eremiti, che nella cima abitassero. 
Si attendeva anco quivi senza travaglio de' romiti a poter e 
più attamente ricevere i peregrini ; e più comodamente go- 
vernare, e aiutare, e secondo la qualità di tutti porger ri- 
medio agli infermi, a' vecchi imponenti, e a tutti quelli che 
per qualsivoglia accidente fossero inutili diventati. Ferma 
questa conclusione, tutti virilmente si accinsero al principio 
di tanta opera. E per non lasciar cosa alcuna intatta, che 
sia degna d' esser saputa, si dee sapere, che cominciarono i 
padri ad abitar questo monte quel medesimo anno, che Pie- 
tro da Fano, già Galeazzo vestì l'eremitico abito: se bene 
non in quel luogo, ovvero in quella parte, dove poi risederono 
e dove ora essi abitano; perchè è in mezzo l'ascesa del monte 
un' antichissimo oratorio al beato Savino martire consacrato, 
il cui sito, se bene è picciolo, è tuttavia assai allegro, e 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 247 

dotato d' una salubre acqua di certa fontanella. Qui prima 
dunque fatte da' medesimi romiti, come meglio seppero, le loro 
cellette di loto e di sasso, per cinque, e forse per sei anni 
si fermarono. E questo oratorio con le predette cellette anco 
oggi può vedersi, niuna cosa essendo quivi rovinata, o mutata, 
né è senza soavità la vita di questo luogo : imperciochè fu 
già da' medesimi padri piantato di varii fruttiferi arbori ; e 
fu fatta una vigna bellissima da vedere, e utilissima da go- 
dere. Ma perchè non era conosciuto bene atto, e capace al 
destinato fine, furono astretti cercar nel medesimo monte un 
luogo, overo un sito più comodo, e più grande. Laonde ben 
rassegnato quel monte, stimarono non potersi altrove più 
convenientemente fondare il desiderato eremo, che dove con 
sano giudicio, o per meglio dire, per divina spirazione ora 
è fondato. Fu dunque questo eremo fondato nella sommità 
del medesimo monte, il cui sito è tale, che è dell' uno e dal- 
l' altro fianco proclive: ma la parte verso il meriggio, è molto 
più dell' altra piegata. Ma per tutto, 1' amenità dei boschi di 
maravigliosa foltezza, rende bellissima quell' angusta valle ; 
anzi che quella parte, che la natura aveva de vessa e china 
formata, è per l'assidua e grave fatica de' frati fatta per lo 
più piana, e spaziosa. E però a fatica è possibil di trovare 
una veduta più aperta, e dilettevole. Chi quindi mira a 
oriente, vede chiarissimamente quasi per trenta miglia il fa- 
mosissimo fiume del Tevere insieme con tutta la valle di 
Spoleto. Quindi nella medesima valle si scuopre distintamente 
la città di Foligno e Assisi, onde fu san Francesco. E quindi 
benissimo si veggiono gli eccelsi monti di Norcia, dove fu alle- 
vato il beato padre nostro Benedetto. Al meriggio poi si vede 
quasi tutto il dominio, e il famosissimo lago di Perugia, una 
delle inclite città di Toscana, onde è questo luogo dieci mi- 
glia distante. All' occidente ed al settentrione vedrai il bel- 
lissimo territorio dell' antico castello della Fratta perugina, 
che è accanto al Tevere ; vedrai anco i torti gorghi del 
fiume Siana, molte valli, e molti ombrosi colli dell' apennino, 
e r antico Eugubio, antica stanza del grande Ubaldo. Era il 
colle, come dicemmo, sopra modo aspro, atto ad esser solo 
dalle fere calpestato, non da vestigio umano segnato : ma 
per r industria, e per lo troppo sudor de gli eremiti, fu in 
quella forma ridotto ; di maniera che per quanto si distende 
il tratto dell' eremo, ci possono facilmente correre i cavalli, 



248 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

e i carri ; perchè vi si aprono quattro vie principali, che 
all' eremo conducono ; due delle quali quasi una cinta, cir- 
condano dall' uno, e dall' altro fianco intorno intorno tutto 
r eremo vicino alle fosse, da cui è l' eremo, secondo il costume 
de' romiti, chiuso. L' altre due poi si scorgono per dritto 
sentiero dalla chiesa fino all' ultima chiusura ; 1' una nella 
sommità del colle; l'altra giù da basso al fianco. Gli spazii, 
che sono tra le predette vie, sono da folti boschi, da frutti- 
feri arbori, da innumerabili cipressi, e da alcuni abeti an- 
cora occupati. E dove queste vie nell' estreme parti si con- 
giungono, ci sono piantate croci di legno, le quali invitano 
chiunque le isguarda, a fare orazione. E ultimamente chiuso 
tutto r eremo da una perpetua fossa ; e con questa da una 
siepe con maravigliosa arte di rovi, e di spine contesta; né 
altronde si può all' eremo andare, che per una sola porta a 
tutti commune, la qual porta è a quelli che vengono da 
quella parte, onde a dritta via del predetto monasterio di 
san Salvatore si ascende : imperciochè a quelli, li quali en- 
trano, subito per mezzo di certa piazza, si scuopre il tempio, 
ovvero la comnume chiesa ; opra invero e per la grandezza, 
e per 1' artificio suo degna di laude, come quella, che ha 
un' elaboratissimo coro, e altri ornamenti ancora, e fu con- 
sacrata sotto r invocazione del Salvator nostro 1' anno mille 
e cinquecento e cinquantacinque alli quattordici di ottobre. 
Sono al medesimo congiunti verso oriente il capitolo (che 
così lo chiamano) delle colpe con uno assai bel sacrario ; 
e sopra due edifìcii, il definitorio, cioè il luogo dove ogni 
anno si celebra il capitolo generale, e la libraria di molti 
buonissimi libri piena. Verso occidente ha una piazza nel 
cui mezzo è una larga cisterna di profondità maravigliosa, la 
quale contiene una incredibile quantità d' acqua. Presso alla 
cisterna è un portico al quale sono congiunte le cellette de- 
gli infermi. Ècci anco un bel refettorio, a canto il quale è la 
cucina: e sotto a questi ci è benissimo accomodato, adattati 
tutti i suoi vasi, un lavatoio con la sua cisterna. Poco lon- 
tano dalla porta principale è V albergo de' peregrini, assai 
c^ndecentemente alla facoltà del luogo, edificato ; e molto bene 
all'eremitica ysanza, adornato. Nella parte inferiore è la casa 
de' novizii remota da ogni commercio degli eremiti con le sue 
cellette, e con tutte le cose necessarie fabricata ; dove essi 
insieme con il loro moderatore in perpetuo silenzio separati 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



sene stanno. Ma torniamo oramai alla cima del monte. Presso 
alle vie, che pur ora abbiam descritto, si veggiono casette 
qualunque elle si siano, overo solitarii romitorii 1' uno dal- 
l' altro trenta passi poco più, o poco meno lontani ; dove 
abitano i più vecchi padri ; e quelli, che di maggior quiete, 
e di maggior solitudine si dilettano. Ognuna di queste ca- 
succie ha il suo orticino da' medesimi abitatori, per esser 
piccolo, di propria mano coltivato. Questo eremo dunque è og- 
gidì da trentasei eremiti, e forse da più assai commodamente 
abitato, né l'uno è all'altro in cosa alcuna di impedimento. 
Ancorché ci siamo sforzati di dare una piena descrizione 
di questo luogo, non dobbiamo però stimare, che fosse in 
un sol giorno una sì grande, e si diversa macchina drizzata ; 
anzi bisogna sapere, che vi si lavorò intorno quarant' anni 
o più ancora : né meno bastò questo tempo a darle 1' ultima 
mano; perchè circa l'anno trigesimo, tentando la cosa i padri, 
eressero due tugurii ; e a questi per celebrare i sacri ufficii, 
aggiunsero uno oratoriuccio ; attaccando la campana ad una 
gran quercia. Poco dopo il venerabil Pietro da Fano si edi- 
ficò una umilissima casetta all' inferior siepe dell' eremo ; 
dove ora appare una piccola cisterna con i fondamenti di 
tal casetta : perchè si sforzavano quei poverissimi servi di 
Dio di far virilmente, quanto potevano. Ma non avendo onde 
trar le spese per tal fabrica (perché allora le entrate della 
prefata abbadia erano troppo tenui) cessarono eziandio con- 
tro lor voglia dall' opera. Fece a ciò non poco ostacolo una 
certa donna perugina, la quale, ancorché ingiustamente, di- 
ceva aver sopra quel terreno dove si edificava, pretensione. 
Venendo costei al monte, entrò mentre uno dei padri cele- 
brava neir oratorio ; ammonita dolcemente che uscisse quindi, 
per non esser lecito alle donne entrar nelle nostre abitazioni, 
gridando quasi furia, disse mille ingiurie a quei poveri uo- 
mini, non portando alcun rispetto né al luogo, né al sacri- 
ficio ; anzi non si vergognò chiamarli il dì poi in giudicio : 
ma i padri per non esser contro la professione loro astretti 
ad attendere alle liti, e alle villanìe, e a perder la pace del 
cuore, le diedero tutti que' pochi denarucci, che essi avevano 
con somma difficoltà per la fabbrica apparecchiato. Ma ces- 
sata questa tempesta, ne seguì loro una maggiore, e un mag- 
gior dispendio : che papa Clemente settimo, memore del dilet- 
tissimo suo Paolo, sapendo il desiderio e il bisogno nostro 



250 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

intorno all' erezione dell' eremo, promise perciò certa suffi- 
ciente quantità di denari ; ma dalla morte soprapreso non 
potè la promessa adempiere. Laonde i padri d' ogni altro 
aiuto privi, cavando per loro quotidiano esercizio di propria 
mano de' sassi, e facendo monti di rena, preparavano gran 
cataste di materia per tale opera ; fecero a poco a po(?o una 
cappelluccia, che è oggi il luogo del capitolo, e di questa si 
servirono finché fu poi il tempio finito. Ma si vede che nel 
medesimo tempo cessò lungamente ogni edificazione, e ogni 
corporale esercìzio : perchè 1' anno quaranta alli venti di 
maggio fu fatta con i camaldolesi certa unione chiamata la 
seconda. Ma questa dall'una e dall'altra parte per due anni 
osservata, aveva gran distruzioni partorito: volandosone spesso 
i nostri a Gamaldoli e i camaldolesi da noi ! La qual disso- 
luzione di osservanza, e la qual perdita di devozione fu causa, 
che di mutuo consenso i padri ruppero tale unione ; e così 
ognuno se ne restò con i suoi. E così la società se ne ritornò 
nella sua natura, e non senza difficoltà si ricondusse a' primi 
riti e a' priori costumi. Ritornati dunque insieme i padri, 
deliberano di ergere il tempio, poco fa pienamente descritto. 
E perchè non potevano fare una tanta spesa, avuto il con- 
senso della Sede apostolica, furono a tale impresa distrutte 
alcune possessioncelle. E da quel giorno infino ai nostri tempi 
mai finalmente si levò quindi mano ; or questa, or quella 
cosa facendo. Se io qui volessi eziandio sommariamente nar- 
rare i sudori e i freddi de' di voti padri in azzapponare i sassi, 
in ispianar le ripe e le rupi, in portar la materia per la fab- 
brica, e tutti gli altri esercizii, che per ciò hanno fatto, po- 
trei fare da parte un' altro libro, e vieppiù grande ancora. 
Ma dee a ciascuno bastare, secondo la brevità, che noi usiamo, 
aver delle predette cose una assai piena, se non perfettamente 
intiera cognizione : perchè crediamo aver chiaramente posto 
dinanzi agli occhi di tutti 1' eremo, di cui si tratta : il quale 
se bene non è ancora secondo il suo disegno finito, è però 
chiaro, che egli è ridotto nella forma, che di sopra abbiam 
mostrata. Risiedono quivi i sommi padri, che sono rettori di 
tutta la religione, cioè il maggiore, i visitatori, il prior di quel 
luogo, in poter de' quali è la dignità di tutto il governo. Ci 
sono anco i più vecchi, li quali per 1' esperienza della lunga 
perseveranza, sanno con le parole, con 1' esempio e con il 
consiglio insegnare, istruire e in più stretta vita gli altri ri- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 251 

tenere. Quindi avviene, che da un capo ottimo, savio, e bene 
esperimentato, tutti gli altri membri della religione giusta- 
mente, santamente e piamente nella rigida singolare eremitica 
osservanza perseverano ( ^ ). 

La narrazione dello storico romualdino viene con- 
fermata e precisata dagli ''atti capitolari,, della com- 
pagnia. Infatti il 29 aprile del 1530, i padri adunati a 
capitolo, riconosciuta la necessità di dover fare imme- 
diatamente " uno loco grande „ dai fondamenti, deter- 
minarono che si ponesse mano a preparare il materiale 
nel mese di maggio. Per decidere poi sulla scelta del 
luogo, fu gettata la sorte sui cinque eremi che per di- 
verse ragioni si disputavano il primato, cioè, san Bene- 
detto del monte Gènero, san Savino, il Soratte, l'Avel- 
lana, e san Gerolamo, e la sorte cadde sul monte so- 
vrastante all' eremo di san Savino (^). La chiesa del 



(1) Luca Hispano, La Historia Bomualdina . . . tradotta da 
Giulio Premuda, Venetia, N. Messerini, MDXC, e. 96-100: cfr. 
ediz. latina, e. 144 - 150. 

(2) Raduniamo qui tutte le disposizioni capitolari riguandanti 
l'erezione di questo eremo, che poi fu chiamato di Montecorona. 
« Item fu obtenuto da tutto el capituio che si havesse a fare uno 
loco grande de presenti omnino da li fundamenti. E poi ba- 
lottati che furono questi 5 luochi: S.to Benedecto anconitano, S.to 
Savino, Monte Siratte, santa Croce dell'Avellana et S. Hieronimo, 
fu vinto et concluso che si fabrichi sul monte sopra S. Savino 
lo detto loco. Et si incominzi per tutto mezo maggio proxime fu- 
turo a preparar la materia et seguir la impresa del fabricare. — 
Item fu determinato che la chiesa del loco che si ha a fabricare 
sul monte sopra alla badia, sia intitulata "sancto Romualdo,,. — 
Item fu ordinato che se havesse a disfar la badia per aiutare a 
fabricare el loco, et fuggire li mali delti quali è causa essa abba- 
tta, lassando perhò tutto el corpo della chiesa, et dovi possi ha- 
bitar el capellano, non disfacendola perhò tutta ad un tratto, ma 
dextramente, cum prudentia, et lassando solo li mura de fuora, si 
che non vi possine habitar soldati, et tutte le cose che faranno al 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



*«* 



nuovo eremo si dedicasse al principe degli eremiti del- 
l' occidente, san Romualdo : e V eremo si foggiasse su 
quello di Gamaldoli : ma non s' incominciasse a fabbri- 
care se prima non fosse giunta la risposta del vescovo 
di Verona, riguardo al luogo del " R o s a z z o „ , a cui fu 
concesso per ultimo termine l' intiero mese di giugno. 
Tuttavia nell' agosto non si era ancora posto mano alla 
fabbrica, benché nella dieta celebrata in quel mese nel- 
r eremo di san Gerolamo di Pascelupo, i padri romual- 
dini instassero con nuove ordinanze perchè s' incomin- 
ciasse, e scendessero a tutti i più minuti particolari 
dell' edifìzio (^): che anzi non erasi ancora acquistato il 
terreno sul quale avrebbe dovuto sorgere 1' eremo. 



proposito della fabbrica, si abbino a cavare. — Fu poi ordinato 
che lo romitorio sul monte sopra a S. Savino non s'abbia 
a incomenzare per tutto giugno, per saper prima la resposta 
del vescovo di Verona, del loco di Rosazzo; e quando il dicto 
loco sul monte si farà, si abbia a fare secondo il disegno del 
Eremo di Gamaldoli; e che la cura principale della fabricha 
habbia il prior futuro della badia. — Item fu ordinato che drieto 
all' abatia, sul fossato, si abbia a fare col tempo un molino; 
facendose el romitorio sopra a S. Savino. — Fu determinato 
che el maior e el prior del' abatia futuri habbino licentia a fare 
permutatione del mulino de casa nova della badia per quella quan- 
tità che sarà di bisogno, o de altri beni stabili, col terreno nel 
quale se ha da fabricare sul monte, come meglio a loro pa- 
rerà ; la qual permutatione si ha da fare, venuta che sarà la ri- 
sposta del sopradecto vescovo, havendose a fare el loco sul decto 
monte, qual loco in tal caso, si habbia omnino al bora a inco- 
menciare»; Ada capii. B., MDXX, cit., e. 5r. 5v. 

(1) Ada capii, cit., e. 18r. : « Item determinorono circa lo eremo 
che si ha da fabricar sopra la abbatia, che ante omnia si habbia 
quel sito di Ceco da sancta Juliana e de soi cognati : e si vadi 
parecchiando la materia di detta fabrica, e si conduca 1' archi- 
tecto, e si faccia il modello stabile, e sia soprastante e solle- 
citatore frate Placido e suo compagno, frate Hieronimo converso, 
il qual fr. Placido habia a tenere li dinari e li conti de detta 
fabrica, delle quale habia da haver tutta la cura et impresa sopra 
di se, pigliando perhò consiglio dalli padri che se troveranno là, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 253 

Checché sia però, è certo che, nell' autunno del 1530, 
gettavansi i fondamenti del nuovo eremo sulla vetta del 
monte " Corona „ , quasi " corona montium „ appellato 
fin qui, monte san Savino, dall' antica chiesuola dedi- 
data a questo santo che vi sorgeva a mezza strada, e 
presso la quale i romualdini avean già posto da qualche 
anno un loro romitorio (/). Ed ormai la fabbrica doveva 
continuare. Clemente VII, il 22 settembre 1530, conce- 
deva facoltà di alienare e permutare i beni stabiliti a 
quest' uopo, accordando altresì che si potesse usufruire 
de' materiali della cadente badia di san Salvatore di 
Monteacuto C^). E sui primi del maggio 1531, nel capi- 
tolo tenutosi a san Benedetto del monte Conerò, i padri 
determinarono di chiedere una nuova hcenza apostolica 
di poter vendere altri stabili della compagnia, fino alla 
somma di cinquecento ducati "per la fabrica de lo 



et informatione de mano in mano da fra Benedetto fiorentino, e 
possa comandare a tutte le opere, garzoni e commessi di casa. E 
si faccia prima il refettorio e tutti li fondamenti, questa vernata, 
se gli è possibile, e la provision della fàbrica si pigli da li stabili 
che se venderanno, con licentia del papa per questa cosa, e si 
comprino muli e buffali, et altre cose necessarie per la dieta fabrica ». 

(1) Tre edifizi monastici sorgevano e sorgono in questo luogo 
a breve distanza 1' uno dall' altro : la badia di san Salvatore di 
Monteacuto (ora detta di Montecorona) posta sulla riva del Tevere; 
r eremo di san Savino, situato alla metà del Montecorona, e il 
sacro eremo di Montecorona, sulla vetta della montagna. La badia 
dista due miglia dalla Fratta, ora Umbertide, nella provincia di 
Perugia. 

(2) Sommario cit., p. 13, n» 18 : « Exponi nobis nuper fecistis 
quod cum societatis vestre Monasterium S. Salvatoris de 
Monteacuto sit vitae solitariae minus aptum et conveniens, ac 
vetustate pene coUapsum, propterea decreveritis, ilio diruto, eccle- 
sia excepta, monasterium aliud, sive eremitorium, in monte quo- 
dam inibi proximo, qui solitudini multum ac eremiticae vitae ve- 
strae conformis est, prò perpetuo eremitarum vestrorum usu et 
habitatione erigere atque edificare ; sed quoniam unde id possitis 
agere, ob paupertatem vestram non habetis ... ». 



254 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

eremo,, (^), incaricando il padre maggiore di *'pro- 
veder denari per la fabrica,, e ordinando che il 
titolo del nuovo romitorio fosse quello di "san Salva- 
tore,, per conservare almeno il titolo della badia omo- 
nima, posta a' piedi di una falda del Monteacuto, sulla 
riva del Tevere f). Rinnovando poi il mandato della 
fabbrica dell'eremo a fra Benedetto da Firenze, fu ordi- 
nato che « la porta della chiesia e le cantonate e 1' oc- 
chio e le base e capitegli de pilastri» si potessero fare 
« de priete concie » (^). E tanto ferveva il lavoro e così 
grande era il desiderio di condurlo a termine, che il 
7 maggio, ponendo fine alle radunanze, proclamarono 
altamente che il futuro prossimo capitolo si dovesse 
celebrare nell' « eremo novo grande "di san Salvatore 
di Montecorona,,» (^). 

Mal' effetto non corrisponse al fervore impaziente 
dei padri, poiché il 31 aprile 1532 do\ettero adunarsi a 
capitolo, non già nell' « eremo novo grande », ma nelle 
anguste Grotte del Massaccio. Anche qui però col corpo, 
erano con la mente sul Montecorona e determinarono 
che oltre le celle designate da fr. Benedetto da Firenze, 
se ne dovessero edificare delle altre « più semplici e piti 
piccole » (^), fissando subito che la famiglia dell' eremo 
di san Salvatore di Montecorona fosse già in quest' anno 
di quattordici religiosi e che il prossimo capitolo dovesse 
colà radunarsi (^). 



(1) Ada capii., MDXXXI, e. 23v. 

(2) Ada capii, cit., e. 25 r. 

(3) Ada capii, cit., e. 28 r. 

(4) Ada capii, cit., e. 30v. — Da' conti della compagnia riveduti 
in questo capitolo, risulta che fra Benedetto da Firenze avea speso 
per la fabrica dell' eremo, « dalli 27 agosto 1530 fin alli 14 de ze- 
naro 1531, fiorini 146 9 » (ib., e. 31 v. 

(5) Ada capii. MDXXXIl, e. 38r. 

(6) Ada capii, cit., e. 41. Costituendo la famiglia eremitica a 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 255 

Il 1532 segna, adunque, l' apertura e F inaugura- 
zione dell' « eremo novo di Montecorona » , il quale, 
benché non ancora condotto all' ultima perfezione, e 
corredato di tutto il necessario, diveniva il principale e 
il più adatto degli eremitorì romualdini per essere stato 
costruito dai fondamenti sul disegno dell' eremo di Ga- 
maldoli. A san Savino, piìi tardi, fu determinato che si 
mandassero tutti gì' infermi, bisognosi di cibarsi di carne 
ed alla badia rimanesse soltanto il cellerario con due 
conversi e un commesso. Così, anche negli edilìzi e nella 
loro destinazione, la compagnia di san Romualdo por- 
tava neir Umbria, col suo Montecorona, il sacro eremo 
di Gamaldoli (^). 



Montecorona, vennero a cessare gli eremi più piccoli : rimasero 
soltanto le Grotte, Pascelupo, san Leonardo, san Benedetto di 
Montecònero e il Soratte. 

(1) Attualmente all' eremo di San Savino hàvvi un grande po- 
dere con una piccola cappella ed una vigna. Ma suU' opposta riva 
del Tevere, non lungi dalla badia, nel luogo chiamato « il Palazzo 
della Rosa », rimane ancora in piedi un' edicola con un dipinto 
rappresentante la madonna col bambino, del 1480. È questo 1' unico 
avvanzo di una cappella, qui già esistente, nelle cui pareti eran 
dipinti i fatti della vita di un san Savino monaco della badia. 
Riportiamo le iscrizioni che vi si leggevano ancora sulla fine del 
secolo XVIII. Nel lato destro, era dipinto un santo vestito alla 
monastica, con l' iscrizione : « S. Bellatamus ». In faccia alla porta 
éravi : « Nòtovi alcuni miracoli di Santo Savino monaco de està 
abazia de S. Salvatore de Monte Acuto, e quisto S. Savino fò nativo 
de Castiglione de Abate, e quisto potere (podere) del collo di cisterna 
fò suo ». Al di sotto si leggeva «... nella sagrestia della chiesa 
Savino urava, nella badia dicevano i monaci : li passari fan dan- 
no : lui risposi, nò, ma hallo fatto gire per la fenestrella tutti nella 
sacrestia, e li monaci guardando, trovano pieno di pàssari : altra 
volta li monaci vennero a spasso qui e regiero e passaro la nave; 
Savino remase dereto, e lui pigliò una canna e misi i piedi sullo 
suo scapulare e passò el tevere ». In lettere più piccole si havea: 
«Multi altri miraculi se trova nella sua vita ». La terza iscrizione, 
sotto la seconda, diceva : « Un altro miraculo, stando lui in heremo, 
li monaci giero a lui all' heremitorio, portaro una gallina cotta, e 



256 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Al compimento dell' eremo di Montecorona adope- 
ravasi con gran lena quel fra Pietro da Fano de' Ga- 
brielli, che era stato il sostegno principale .della nuova 
istituzione del Giustiniani, e che il 27 aprile del 1532, 
per voto unanime della compagnia, era stato eletto alla 
carica di maggiore degli eremiti romualdini. Anzi, se 



poi veguro alla pasquia, tornaro e trovaro lui in oratione, el pi- 
gnatte in la gallina anco bulli va di carnevale fino a pasquia, e a 
lui fz mlta (fecero molta) reverentia». Vicino a queste iscrizioni, 
vedevasi la figura di un santo con 1' aureola, vestito monastica- 
mente di bianco, con un breviario in mano, e a piedi scritto : 
« S. Savinus monacus abbadie S. Salvatoris ». Sotto la terza iscri- 
zione, notavasi : « anno dni MGCCCLXXXIII a dì duo d' agosto 
questa capella fece fare Niccolò di Pietro de Scarino, nativo di 
Castiglione : fò homo d' arme d' Re ferante, e stette anni 24 nello 
Regiame con signore Matteo de Capua : no potè mai havè licencia 
libera de tornar a casa sua ; quando re fece far la guerra a fio- 
renzia dal Matteo, venne con la sua gente d' armi, afiFrontossi con 
li suoi nemici fiorentini, e foro rotti, e scampò in un altro, se none 
el buon Nicolò, e lui fece fare questa cappella (per) sua divo- 
zione ». Galassi, Storia Bomualdina, ms., e. 268-9. 

La badia di san Salvatore di Monte acuto, a' piedi del Monte- 
corona, sulla riva del Tevere, vuoisi fondata nei primi anni del 
mille e retta poi dallo stesso san Pier Damiani. La chiesa sarebbe 
stata consacrata da san Giovanni di Lodi, vescovo di Gubbio, se- 
condo r iscrizione seguente che vi si leggeva ancora scolpita nel 
secolo XVI : ANNO DOMINI M • GV • V NONAS AVGVSTI JOATJES 
EPISGOPVS • HANC EGCLESIAM GONSEGRAVIT IN HONOREM 
SANGTAE MARIAE • SANGTAE SOPHIAE • ET FILIARVM EIVS • 
SANGTAE AGNETIS • ET OMNIVM MARTIRVM. Ha tuttavia un 
sotterraneo antichissimo sorretto da colonne di marmo, alcune 
delle quali di granito orientale. La chiesa superiore ha due parti, 
ben distinte : 1' una, più antica che abbraccia il presbiterio e il 
coro, ad uso de' monaci, e 1' altra, più recente che si prolunga 
davanti al presbiterio, pel popolo. Gfr. Mittarelli-Gostadoni, An^ 
nales Camaldulenses, III, 99; Maur. Sarti, De Episcopis Euguhinis, 
Pisauri, MDGGLV, Typ. Gavella, p. 63 ; Lod. Jacobilli, Vite dei 
Santi e Beati dell'Umbria, III, Foligno, A. Alteri, 1661, p. 303-04; 
Pio Genci, Vita di S. Giovanni di Lodi, vescovo di Gubbio, Gittà 
di Gastello, Tip. cooperativa, 1906, p. 107. — La vasta tenuta della 
badia costituisce ora il marchesato della nobile famiglia Marignoli. 



DEGLI EREMITI Di MONTECORONA 257 

ci fosse lecito aggiuagere un pensiero che scaturisce 
naturalmente dalle vicende di lui e dall' opera amorosa 
e costante prestata al novello istituto, vorremmo dire, che 
a lui, in modo principale, si deve tanto il disegno che 
r attuazione di questo eremo, sede e culla della rinno- 
vata congregazione coronese. 1 beni che già spettavano 
a lui per benefizio e commenda, venivano finalmente ad 
ospitare il centro di tutta la compagnia, ed il suo nome 
poteva ormai scriversi a caratteri d'oro insieme al nome 
del B. Paolo Giustiniani, come quello del costruttore 
morale e materiale dell'eremo capo della congregazione 
romualdina. 

Ma r opera del maggiore Pietro da Fano non si li- 
mitò alla edificazione materiale dell' eremo di Monteco- 
rona, provvedendo il necessario al fabbricare (^), ma si 
estese eziandio all' edificio morale e rehgioso della sua 
compagnia. Arricchì i suoi eremiti delle indulgenze che 
godono i frati della carità di san Girolamo in Roma (^), 
ed ottenne nuove conferme apostoliche per il buon 
andamento dell' istituto (^). Tra le quali , non è da 
passar sotto silenzio, la bolla di Paolo III, "Rat io ni 
congruit et convenit h onestati,, del 3 novem- 
bre 1534, che è una conferma amplissima di tutte le con- 
cessioni fatte da Clemente VII il 3 settembre 1529, ma 
delle quali, per la sopravvenuta morte del pontefice, non 
eran state spedite le lettere apostoliche. Perciò Paolo III 
vuole che le disposizioni della sua bolla, prendan vigore 
dal 3 settembre 1529, e conferma nuovamente che gli 
eremi romualdini costituiscano una congregazione con 



(1) Cfr. i brevi di Clemente VII, del 5, 26 e 28 settembre, in 
Sommario, cit., p. 14-15, n. 19-21. 

(2) Sommario, cit., p. 15, n. 22. 

(3) Sommario, cit., p. 15, n. 23. 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 17 



258 LA CONGREGAZIONfi CAMALDOLESE 

proprii superiori, e con facoltà di celebrar capitoli gene- 
rali, provinciali e conventuali, che sia annullata l'antica 
unione del 1523 con la congregazione camaldolense, che 
tanto gli eremiti che gli eremi siano esenti da giurisdi- 
zioni secondarie e da gabelle, permettendo loro le ordi- 
nazioni, e le facoltà di portare la barba, di permutare o 
vendere beni, di ricevere luoghi e religiosi (^). 

Ma prima d' aver ottenuta la bolla paolina, Pietro 
da Fano compiva la sua carriera mortale. Erasi egli 
recato a Roma per ricevere dalle mani stesse del pon- 
tefice una somma destinata agli ultimi lavori dell'eremo 
di Montecorona, e vi giunse precisamente quando il 
pontefice giaceva infermo : onde convènnegh aspettare. 
Ma in questo frattempo, colto da forte febbre fu in un 
sìibito ridotto agli estremi. Privo della voce, stette due 
giorni senza proferir verbo, ma soffrì orribiU tentazioni 
demoniache, finché, terminata la lotta, aprì la bocca ed 
esclamò tre volte : « Ego vici, ego vici, ego vici » e poi 
recitato il « Te Deum laudamus, te Dominum confite- 
mur » alternativamente co' religiosi che l' assistevano, 
pronunziando le ultime parole : « In te Domine speravi, 
non confundar in aeternum », volò in braccio a Dio. 
Morì in santa Eugenia di Roma assistito dai padri cap- 
puccini, che colà abitavano, ed essi fecero testimonianza 
della beata morte di lui e ne seppellirono onoratamente 
la salma il giorno di sant'Agostino, 28 agosto, del 1534. 
La sua morte fu preziosa nel cospetto di Dio, perchè 
essendo ricco, visse povero nel fior della sua gioventù: 
tra le risse e tra le controversie de' suoi fratelli e dei 



(1) È publicata nel Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldu- 
hnses, IX, App., 70-83; nel Bullarium Bomanum, ed. Taurin., VI, 
173-182; e ne' Privilegia Summorum Ponti ficum Congr. S. Eremi 
et S. Mich. de Muriano Ord. Cam., Venetiis, G. Angeler., 1597, 
p. 121-134: cfr. Sommario, cit., p. 17-20, n. 25. 



DEGLI EREMITI DI MONTE COttONA 



suoi parenti, non si partì mai dall' intima pace del cuore ; 
giovane e potente, non s' invischiò tra gli allettamenti 
del mondo : lasciò la casa paterna per vivere religioso 
eremita in una famiglia, tutta di spirito, seguace fedele 
di Cristo {% 

Il disegno di concentrare le forze, segnatamente 
dopo r edificazione dell' eremo di Montecorona, portò 
con se qual logica conseguenza 1' abbandono di alcuni 
eremi piccoli. Così, tolti gli eremiti dal romitorio di 
san Savino e dal luogo del "Rosazzo,, vennero, in- 
torno a questo tempo, richiamati anche dal monte 
Soratte. Qui, gli eremiti romualdini avevano una ra- 
gione speciale di rimanere, e vi sarebbero, senza dub- 
bio, rimasti, se i proprietarii del luogo lo avessero ac- 
cordato. Il sepolcro del B. Paolo Giustiniani non poteva 
abbandonarsi da' suoi figli, senza grave rammarico, ed 
essi erano pronti a fare qualunque sacrifizio per restare 
colà a custodirlo, conservarlo e venerarlo. Ma le tratta- 
tive co' monaci di san Paolo non correvano troppo spe- 
dite. Nel 1531 era stato formulato un accordo per la 
concessione perpetua del monte Soratte, che venne ap- 
provato ed accettato dal capitolo della compagnia (^). 
Ma quest'accordo non fu accolto dal capitolo cassinese: 
onde i padri romualdini decisero di restringere la conces- 
sione perpetua soltanto ai due luoghi, od eremi, di santa 
Maria e di sant' Antonio, su quel monte, e se, neppure 
con tale restrizione, fosse stato possibile di rimanere 
lassù, vi si restasse tuttavia finche vivesse il vescovo di 



(1) Cfr. Luca, Bomualdina . . historia, e. 151-152; Mittarelli- 
CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 66. 

(2) Acta capii. MDXXXI, e. 24v. : « Item essendosi letti li capi- 
toli dello contratto overo accordo fatto con li padri Casinensi 
circa la concession del monte Siratte, in perpetuo, furono 
dal capitolo approbati et accettati » (adunanza del 5 maggio). 



^60 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Verona, e dopo, quanto si potesse (*). Ma prima ancora 
della morte del vescovo veronese Gio. Matteo Giberti, 
avvenuta nel 1543, ai romualdini fu tolta la possibilità 
di rimanere sul monte Soratte, e ne partirono piangendo, 
non senza prima aver bagnato di calde lagrime il sepolcro 
che racchiudeva le ossa del loro padre e istitutore (^). 

Ma ciò che la provvidenza sembrava negare da una 
parte, concedeva dall' altra. I romualdini, sempre fìssi 
colla mente ai disegni del B. Paolo Giustiniani, non 
lasciavano di rammentarseli con riverenza, e nell' atto 
stesso ch'eran costretti ad abbandonare la custodia del 
suo corpo, stabilirono di far rivivere una particella del 
suo spirito. Il Giustiniani era morto col cocente desi- 
derio di fondare uno de' suoi eremi a Venezia o in quei 
dintorni. I suoi figli ricordarono il pio voto del padre, 
ed inviarono colà nel 1537 a tale effetto il venerando 
frate Girolamo da Sessa. Questi, accompagnato dal con- 
verso Arsenio, giunse in pochi giorni a Venezia : ma 
dopo vane fatiche e ricerche, deliberò di cercare suolo 
piti propizio dirigendosi verso l'Istria. Costretto da una 



(1) Ada capit. MDXXXII, e. 35v. -36r. : « Item fu determinato 
che si supplichi alli padri Casinensì che ci diano in perpetuo 
li luochi di sancta Maria e di sancto Antonio del monte So- 
racte, renonciandogli noi de presenti li altri luoghi del detto 
monte; ma non ci obligando perhò a quelli ultimi lor capitoli ag- 
giunti da lor capitolo passato MDXXXI ; e che non volendo lor 
concederci li detti doi luochi in perpetuo, la compagnia li habia 
non di meno a tenerli tinche viverà lo Reverendo episcopo di Ve- 
rona; e poi anchora, quanto si potrà: e che per questo conto 
si parli al Krfio protectore, acciochè induca li detti padri a darceli, 
e che se habia un oracolo "vive vocis,, dal sommo pontefice, per 
poter senza scrupolo pigliar e cercar delle elemosyne per sancto 
Antonio, etc. E che se piglino le cose de detti luochi e della com- 
pagnia che sono nelli altri luochi del dicto monte, e si portino là, 
facendone un' indice di tutte, etc. » (adunanza del 24 aprile). 

(2) Nel capitolo del 1538, non è più designata la famiglia ere- 
mitica sul Soratte (Ada capit., 1538, e. 53). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



furiosa burrasca a rifugiarsi nuovamente a Venezia, senza 
por tempo in mezzo, si diresse verso la città di Bologna, 
Ma di ciò fatto consapevole messer Francesco Giusti- 
niani, nipote del B. Paolo, l' inseguì, lo raggiunse e lo 
scongiurò di ritornare a Venezia sia per fare più matura 
deliberazione sia per accontentare il generale de' Camal- 
dolesi, don Mansueto de' Martinelli di Bergamo, che 
desiderava conoscere di questi eremiti, da lui ritenuti 
come pecorelle smarrite. Il generale de' Camaldolesi pro- 
pose di concedergli un monastero alpestre e quasi di- 
ruto, con la chiesa di santa Maria di Rua, nel territorio 
padovano, che spettava al patrimonio del cenobio mu- 
ranese. 

Radunato però il capitolo il 28 giugno, nono anni- 
versario della morte del Giustiniani, fu prestato assenso 
alla proposta del generale, dal priore e da tutti i ceno- 
biti, coir unica condizione di un censo di due libre di 
cera. Accettò Girolamo quel luogo e tosto si recò a vi- 
sitarlo, e vi trovò i fondamenti dell'antico oratorio, dove 
una volta aveano abitato gli eremiti Giovanni da Verona 
e Antonio Albignascio, e i fondamenti dell'eremo o mo- 
nastero eretto, per donazione del Vescovo padovano 
Ildebrando, dai monaci muranesi: erano adunque pochi 
ruderi in un deserto alpestre. Ma il luogo era acconcio 
alla vita eremitica ; la posizione si prestava ad una ve- 
duta più unica che rara : la serie dei colli Euganei, su 
uno de' quali erano i ruderi donati, la infinita spianata 
fino a Venezia, fino all'Adriatico, fino alle spiaggie del- 
l' Istria : a mezzogiorno, 1' ubertoso territorio lombardo, 
e poi, le città di Venezia e di Padova, i canali, le lagune: 
panorama incantevole : solitudine perfetta. Alla miseria 
e povertà del luogo venne in aiuto la generosità dei 
benefattori. Francesco Giustiniani provvide quel nascente 
eremo di una sufficiente suppellettile e di tutte le cose 
necessarie : Baldassarre Moro, patrizio veneto, mandò a 



968 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Rua stuoie di giunchi e altre cose desiderate per como- 
dità de' servi di Dio in quel deserto, aggiungendo un 
oratorio di legno, con una devotissima imagine della 
Vergine, che vi si conservava ancora al tempo di Luca 
Hispano (1587): e messer Galeazzo Bigolini, cittadino 
padovano, coadiuvato dai vicini popoli di Torreglia e di 
Garzignano, si pose a fabbricare del suo T eremo e la 
chiesa. Molti altri concorsero ad aumentare ed abbellire 
r edilizio eremitico di Rua, i Comari, i Gontarini, i Prioli, 
veneti ; i Zabarella, i Torrilia, gli Obizi, i Borromei e i 
Candii di Padova; i monasteri di Fraglia, di santa Giu- 
stina di Padova, e quello di san Giovanni Battista sul 
Venda, che è il cenobio più vicino all'eremo mense (^). 
Tanto era l'amore che il padovano messer Galeazzo 
Bigolini avea posto a quest' eremo, che nel maggio del 
1538 erasi portato al capitolo della compagnia, che in 
queir anno tenevasi a san Benedetto di monte Conerò, 
per impetrare che quel luogo venisse considerato come 
uno dei principali della congregazione romualdina (-). 



(1) Per maggiori particolarità, cfr. Luca, Romualdina.. hwtoi'ia, 
e. 152 - 159, che scriveva appunto in queir eremo ; Mittarelli-Co- 
STADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 71 - 73. Altri benefattori di 
Rua, furono Aurelio Scapino, 1' arciprete Lodovico Zabarella, il 
card. Federico Cornaio, vescovo di Padova, Matteo Giberti, ve- 
scovo di Verona, Girolamo Argentino, vescovo Lesinense, il card. 
Francesco Pisani, Giovanni-Pietro Caraffa, e vari altri che edifi- 
carono a proprie spese qualche cella. La chiesa fu consacrata il 
23 marzo 1549, sotto il titolo dell'Annunziata, da Tito, vescovo di 
Cheronea. Fu restaurata ed ampliata più tardi dal doge Giovanni 
Cornaro, che vi aggiunse una cappella dedicata al Salvatore, arric- 
chita di reliquie e di paramenti sacri, e di una pittura del fiam- 
mingo Giovanni Rottaharmar, rappresentante san Francesco. 

(2) Acta capii., 1538, e. 45v.-46r. : « A li 15 del mese ut supra 
(di maggio) essendo venuto el magnifico et nobile homo messer 
Galeazzo Bigolino a intercedere per Santa Maria de Rua, 
per la sua grande humanità et charità et bona promissione che 
offeriva et per molti altri boni respecti, a gloria de Dio, fo acce- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



Accondiscesero i padri : ma presto si fecero sentire gli 
inconvenienti che nascevano dalla soverchia distanza tra 
l'eremo mense e l'eremo -capo di Montecorona. E poi- 
ché una delle principali difficoltà era quella di dover man- 
dare a Montecorona quelli che colà si presentavano per 
ricevere T abito eremitico, nel capitolo del 1540, venne 
dichiarato che il priore di queil' eremo portasse il titolo 
di "vice maggiore,, e potesse ricevere e vestir novizi (*). 
Questa facoltà che, dopo la concentrazione delle 
forze romualdine, era riservata all' eremo capo di Mon- 
tecorona, aprì r adito a nuove concessioni, che posero 
r eremo di Rua in una condizione del tutto singolare 
di fronte agli altri luoghi della compagnia e di fronte 
allo stesso eremo di Montecorona. Infatti il 26 maggio 
1542, il capitolo di Montecorona emanò questa speciale 
costituzione che è pregio dell' opera riferire testualmente 
per intiero: 

Conciossiachè già del* 37, per commissione et licentia del 
capitolo generale al R. p. fr. Hieronimo da Sessa data et con- 
cessa di pigliare un nuovo loco ; sua P(aternità), nel distretto 
e diocese padoana, ne prendesse uno, chiamato monte S.ta 
Maria di Ruah, et da indi in qua sia talmente detto loco 
di fabriche et divotione appresso alle genti accresciuto, che 



ptato et incorporato ditto luoco de santa Maria de Rua, che da 
mo inanti avesse ad essere un luoco de li principali de la 
congregatione, et anchora fo data licentia al p. maior de potere 
pigliare monte ri co per membro de S. Maria de Rua ». 

(1) Ada capii. 1540, e. 60 : « Et perchè al p. priore de sancta 
maria de Rua li era molto difficile che ogni volta bisognasse man- 
dare di qua quelli che andavano lì per pigliare il nostro habito, 
fu determinato che quello luoco fusse uno de li principali: e 
che il prior havesse titolo di vece maggiore da quelle bande. 
E che potesse ricevere e vestire novitii; ma che non potesse rice- 
vere religiosi professi expresse vel tacite d' altra religione. An- 
chora li fu data licentia che potesse ricevere don Hieronimo, mo- 
naco de sancta Justina, volendo lui venire ». 



264 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



si spera doverne riuscire non puoco friicto delle anime : ciò 
considerando li R. padri del presente capitolo, overo dieta, 
di novo confermando detto loco, di comune consenso hanno 
ordinato et statuito esso loco con tutte quelle parti di là di 
que' paesi, da mo inanti dover essere un' altra provincia in- 
titolata provincia di S.ta Maria de Ruah, distinta et 
separata da questa di qua, qual si appellerà provincia di 
S.to Romualdo, e benché quel luoco, overo provincia di 
S.ta Maria se moltiplicasse in più lochi et più provincie, sì 
come per il presente capitolo, overo dieta, se li dà piena li- 
centia di crescere et moltiplicare numero de persone et lochi 
in tutte quelle parti diffondendose, vestendo novitii, così se- 
colari come di altre religioni professi, et T istessi alla nostra 
professione ricevendo, habbiano però sempre ad essere quella 
overo quelle provincie con questa di S.to Romualdo un solo 
ordine, una istessa congregatione e un sol corpo, sotto 
uno solo capo, cioè sotto uno solo P. maggiore, quale 
dunque bavera a fare una residentia in questa provincia di 
S.to Romualdo, lo cui capo è S.to Salvatore di monte 
Corona: et il capo di quella, overo quelle tutte provincie, 
sarà S.ta Maria di Ruah. Dunque con tal modo, ordine 
et auctorità, faranno da sé il loro capitolo e dieta, con quale 
si vuole fare di qua in questa provincia : cioè faranno un 
vece maggiore di quella provincia, quale si chiamerà 
provinciale, con quella medesima authorità in quella pro- 
vincia, con quale il p. maggiore in questa nostra di qua. 
Et medesimamente creeranno li visitatori et priori et ca- 
pitoli conventuali, et conventi con loro officiali in quella 
et in tutte quelle provincie, con quello istesso modo et au- 
thorità, come di qua li nostri visitatori et priori con loro 
capitolo et convento. E per dir brevemente, in tutto e per 
tutto goderanno sempre quelli istessi nostri privilegii. Ma il 
loro capitolo provinciale, quale si farà ogni duo anni, poi 
eh' bavera creato, overo eletti tutti i suoi prelati et visitatori, 
sera sempre tenuto, in segno di unione, mandare per la con- 
fìrmatione al cai)itolo provinciale, overo al p. maggiore et 
visitatori di questa provincia di S.to Romualdo. 11 quale p. mag- 
giore con suoi visitatori, bisognando, possi anchora visitare 
tutte quelle provincie. Ma non si possa però, ne per loro, né 
per qualunque capitolo, overo dieta, mutare li romiti di quella 
in questa, né di questa in quella provincia, senza il consen- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



limento di l' uno et l' altro capitolo, overo dieta, di questa et 
quella provincia, et anco senza il consenso loro, cioè di quelli 
si haranno a transmutare ; excetto quelli che non per eletione 
loro, ma per obedientia fossero levati di qua, e posti di là, 
overo di là posti di qua, essere non potranno contro lor vo- 
glia ritenuti nella a se non disputata provincia. Essi però 
humilmente a' loro supperiori a chi s' aspetterà, addimanda- 
ranno di essere mutati. Altrimenti stia solo in arbitrio di 
quello capitolo, overo prelato, che li trasmutoe, de rivocarli 
a suo beneplacito. Eccetto che per qualche occorrentia di 
grande importanti^, come sarebbe di mandare a Roma, quando 
altrimenti meglio fare non si potessi, possa in tal caso il 
capitolo di qua, overo il P. Maggiore, di tutti et ciascuno di 
quelli nostri fratelli romiti di là servirse egualmente, come 
di questi di qua. Et espedito il negotio, volendo eglino ritornare 
alla sua provincia, o essendo dal loro provinciale overo capitolo 
richiamati, siano prestamente rimandati. 

Item tutti li presenti et futuri eremiti di quella et tutte 
quelle provincie di S.ta Maria, solo saranno tenuti alle cose 
sostantiali de la regola et a tutte nostre istesse ordinationi o 
costitutioni in quanto il loro capitolo, overo superiore, largo 
modo, giudicherà non repugnare al stato loro. Et similmente 
il restringere della vita stia in arbitrio del loro capitolo. 

Anchora : il provinciale et visitatori et prelati di detta 
provincia, venendo al capitolo di questa provincia, habbino 
voce activa in detto capitolo ed li nostri prelati nel suo : ma 
il p. F. Justiniano da Bergamo e il p. F. Hieronimo da Sessa 
habbino voce activa et passiva in questa e in quell' altra 
provincia. 

Item, si possa dalla stessa provincia di Ruah elegere uno 
per maggiore di questa provincia, e di questa provincia ele- 
gere uno provinciale per quella provincia (^). 

La costituzione capitolare, mentre veniva a mettere 
r eremo di Rua a capo di una futura provincia eremi- 
tica, regolava altresì nel dovuto modo le vicendevoli 
relazioni che dovevano mantenersi tra l'eremo coronese 



(1) Ada capii. 1542, e. 67v.-68v. (adunanza del 26 maggio). 



266 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

e il padovano, e tra gli eremiti della provincia di Rua 
e quelli della provincia di san Romualdo. Ed il provve- 
dimento era giusto e ben ponderato : la distanza tra i 
due luoghi, la lentezza delle relazioni e la diversità del 
clima, non avrebbero permesso, principalmente in quei 
tempi, al nuovo rampollo di vivere la vita dell' eremo 
di Montecorona, in tutte la sua austera integrità. E 
Paolo III confermava tosto la deliberazione capitolare 
di Montecorona (^). 

Mentre i romualdini pensavano a crescere in merito 
e numero, gii eremiti di Gamaldoli, piangendo sulle 
sorti del loro eremo principale, preparavano il terreno 
per una nuova unione con essi. Vedevano i camaldolensi 
che i coronesi aumentavano e che il loro eremo di 
Montecorona veniva quasi a contendere il primato a 
quello toscano, fondato da san Romualdo ; ne potevano 
mirare, senza ripensarvi sopra molte volte e con un po' 
di rammarico, al grandeggiare della recente famiglia ere- 
mitica di fronte al declinare della propria comunità, che 
le avea apprestato il primo latte della vita e da cui 
s' era poi distaccata. Mandarono perciò alcune proposte 
di unione a' romualdini; ma quei padri, intenti sempre 
al bene proprio stimarono, nel capitolo del 1538, che tale 
unione sarebbe prematura assai f ). Però i camaldolesi 
non si perdettero d' animo ; la causa dell' unione era per 
essi argomento di vita per l'eremo di Gamaldoli. Pel ca- 



(1) Notizie storiche della fondazione e del fondatore dell'eremo 
di Rua sopra Padova, Venezia, 1863 ; Sommario, cit. p. 20, n. ^. 

(2) Acta capit. 1538, e. 44v. : « Et perchè e' era tractato fra noi 
de la unione con el S.o eremo de Gamaldoli: et essendo fatto 
parlamento tra tutti li prefati padri de tal unione se era expediente 
di exequirla et far una istessa istitutione et omnimoda uniformità, 
fo concluso de la maggior parte che, potendosi metter bon ordine 
fra noi, non se havesse ad exequire per adesso la prefata 
unione» (adunanza del 12 maggio). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 267 

pitolo del 1540 inviarono a Montecorona, col mandato 
di conchiudere l'unione, gli eremiti Gregorio da Ber- 
gamo e Clemente Patricano, i quali colà giunti sulla 
fine dell' aprile, si posero a formulare le basi dell' ac- 
cordo. I padri romualdini, che avevano incominciato il 
capitolo il 17 aprile, ne ritardarono la chiusura, per 
aspettare la risposta alle lettere che, su tale argomento, 
aveano spedito a Gamaldoli. Arrivati finalmente i due 
inviati, per le buone disposizioni di ambedue le parti, 
dopo non breve discussione, fu conchiusa l'unione, con 
un contratto steso da ser Arcangelo Niccoluccio della 
Fratta, in data del 5 maggio 1540 (^). L'unione era 
gettata su queste basi : 1' eremo di Gamaldoli e il suo 
maggiore, come principe della religione, sarebbe stato 
capo di tutti i luoghi eziandio della congregazione di 
Montecorona: un solo capitolo si sarebbe celebrato dopo 
Pasqua a Gamaldoli e là si sarebbe eletto il priore e la 
famiglia tanto di Montecorona che degli altri luoghi 
romualdini, liberi tutti di vivere nelJa loro lodevole os- 
servanza eremitica; ed a questo capitolo sarebbero in- 
tervenuti i prelati dei singoli luoghi indossando l'abito 
consueto di Gamaldoli (^). 



(1) Ada capii. 1540, e. 63 : « Dopo questo, essendo venuta la 
resposta delle lettere, le quali furono mandate al sacro eremo di 
Gamaldoli, per conto de la unione, fu differito il capitolo per 
alquanti giorni. Et fu incominciato a parlar et tractare per insino 
a di 5 de maggio et fu conclusa dieta unione con alquanti 
capitoli et pacti, li quali se contengono nel contracto fatto per 
mano de ser Arcangelo dalla Fratta ». 

(2) Questi capitoli sono riferiti dal Fortunio (P. I, lib. Ili, 
e. 22; cfr. Mittarelli-Gostadoni, Annales Camaldulenses, Vili, 78) 
con le parole seguenti: «Ut camaldulensis eremus eiusque maior, 
veluti religionis princeps, caput omnium quoque locorum Montis- 
Goronae congregationis, seu eremitarum sancti Romualdi sit. Ut 
unicum celebretur in sacro eremo annuatim capitulum post pascha, 
in quo eligatur prior et familia tam Montis-Goronae, quam aliorum 



LA CONliREGAZIONB CAMALDOLESE 



L'unione così concepita ottenne l'effetto contrario: 
i promotori che credevano di poter in tal guisa rilevare 
il prestigio dell'eremo di Gamaldoli, s'avvidero ben presto 
che, esulando tutti i migliori da Gamaldoli ed accor- 
rendo tra i romualdini, ben pochi erano quelli che da 
Montecorona passavano all' eremo camaldolense. Per la 
qual cosa, ritornando sui loro passi conobbero che sa- 
rebbe stato piti giovevole al bene di Gamaldoli, rescin- 
dere r accordo e lasciare la piìi ampia libertà ad ambe- 
due le famiglie eremitiche di svolgersi e di progredire 
secondo il proprio spirito (^). I romualdini, dall' altra 
parte, poco contenti di questa forzata unione, raduna- 
rono una dieta speciale a Montecorona il 24 maggio 1542, 
appositamente per trattare e definire se tale unione do- 
vesse seguitare innanzi od essere troncata. Molti inter- 
vennero a questa dieta : e quelli che ne furono impe- 
diti, mandarono il loro voto per iscritto. E la somma 
dei voti comuni fu questa: clie, potendosi rimediare a 
qualche inquietitudine causata dall'unione, parca cedere 
in molto maggior gloria di Dio ed assai più pace loro 
il disfarla e « reintegrare » la congregazione di Monte- 
corona. Tutti si trovarono concordi; concordemente deli- 
berarono e la deliberazione fecero comunicare all' eremo 
di Gamaldoh. Due anni di unione non aveano recato 
alcun vantaggio reale, ne agli uni, ne agli altri (^). 



locorum, quae quidem familiae in laudabile maxime vivant obser- 
vantia eremitica. Ad quod utique capitulum singuli singulorum 
locorum praelati conveniant, solitumque sacrae eremi habitum 
gestent ». 

(1) Questa ragione è data dal Fortunio (loc. cit.); cfr. Mitta- 
RELLi-CosTADONi, Anfiales Camaldulenses, Vili, 78. 

(2) Ada capii. 1542, e. 66,70 (adunanze del 24 e del 28 maggio). 
Sono notevoli queste parole: « Fo dal prefato R. p. [Justiniano da 
Bergamo! fatta una breve et efficace essortatione alla divina et 
fraterna charitate. Poi finalmente propose quello s' havea a trattare 



DEGLI EREMITI DI MOxNTE CORONA 



Non si può negare che l'erezione dell'eremo princi- 
pale di Montecorona non avesse dato molto negli occhi 
agli eremiti di Gamaldoli e che non avesse loro fatto 
scorgere in ciò un attentato a quella alta supremazia 
che stimavano competere unicamente al loro eremo. Ma 
questi erano pensieri troppo umani, e la vita religiosa 
deve governarsi con mire più elevate e divine. E vera- 
mente, r eremo di Montecorona diveniva per 1' Umbria 
ciò che per la Toscana era il luogo di Gamaldoli. Il 
movimento, che per ragione del capitolo generale pre- 
sentava spessissimo l'erta montagna bagnata dal Tevere 
e coronata da una folta, alta e deliziosa abetina, con- 
tribuiva senza dubbio alcuno, a spargerne la fama. I 
religiosi che vi accorrevano, erano lieti di salire quel 
dilettoso monte e di ripartirne pei loro meschini luoghi 
narrando le bellezze che offriva il monte e 1' eremo co- 
ronese. Qui essi usavano radunarsi a capitolo nella cella 
intitolata a san Bonifacio, riservando al definitorio il 
luogo o «solare superiore della casa grande» (^) : 



et diffinire, cioè, se l'antedetta unione dovea mantenerse, o si, 
o nò: e che ciaschuno dicesse assolutamente o si, o nò. Et così 
tutti auno per uno dal maggiore al minore concorsero in uno 
medesimo parere et convennero in una istessa sententia, 
cioè, che volendo et possendo rimediare a qualch' inquietitudine, 
ch'avea causata detta unione, parca cedere in molto maggior glo- 
ria di Dio et assai più pace nostra il dis farse la predetta 
unione et reintegrarse la nostra congregatione » (ib. 
e. 66v.). — « Fo conchiuso et deliberato che si dissolvesse la 
sopradetta unione et reintegrassesi la nostra congregatione 
comò prima, et così mi fò da essi padri imposto io scrivessi al 
eremo di Gamaldoli cotale nostra delibaratione et diffinitione, chie- 
dendoli, quanto a loro s' aspetta, esser rimessi nei nostri piedi, 
comò ci hanno trovato. Io dunque il soccedente giorno [XXIX mag- 
gio] li scrissi il tulto et mandosse la lettera per Menichino nostro 
garzone» (ib. e. 70r. -70v. 

(1) Ada capii., 1540, e. 58, 59. ecc. Cfr. Gaet. Moroni, Disio- 
nario di Erudizione storico - ecclesiastica, Venezia, Tip. Emiliana, 
MDCCGXL, voi. VI, 301-306. 



270 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

indizio certo che anche V edifizio materiale efa, fin dal 
1540, spazioso, se poteva, oltre ai quindici o venti ere- 
miti colà di stanza, ospitarne altrettanti per ragione del 
capitolo. Nella dieta del 1542 venne dichiarato che a 
Montecorona, dove dimorava il maggiore co' due visita- 
tori e dove era il noviziato per l' intiera provincia di 
san Romualdo, fosse riservato il posto più eminente, 
sopra tutti gli altri luoghi romualdini, e che dopo Te- 
remo principale e capo della congregazione si seguissero 
per ordine le Grotte del Massaccio, san Gerolamo di 
Pascelupo, san Leonardo del Volubrio, san Benedetto 
del monte Conerò e santa Maria di Rua (^) : il quale 
ordine di precedenza dovevano osservare anche i priori 
dei singoli luoghi : riservato al maggiore sempre e do- 
vunque il primo posto, e al provinciale soltanto nella 
sua provincia. 

L'eremo delle Grotte del Massaccio, posto in una stret- 
ta e profonda valle, in vicinanza del borgo omonimo chia- 
mato più tardi Gupramontana, nella diocesi di Jesi, era 
già luogo di penitenza prima che venisse concesso al 
B. Paolo Giustiniani. I primi che l' abitassero, furono 
due eremiti camaldolesi, Matteo Sabatini e Giovanni (^). 
Dopo dugent' anni di abbandono, donato dal priore di 
Poggio cupo a frate Antonio del terz'ordine di san Fran- 



(1) Ada capii. 1542, e. 75: «Anchora fu dechiarato così doversi 
intendere et cosi essere l'ordine et dignità de' nostri luoghi, cioè 

Primo: S.to Salvatore di Montecorona 
Secondo: le Grotte del Massaccio 
Terzo: S.to Hieronimo de Pascilupo 
Quarto: S.to Leonardo de Volubrio 
Quinto: S.to Benedetto al monte d' Anchona 
Sesto: S.ta Maria sul monte de Ruah ». 

(2) Cfr. [Francesco Menicucci], Memorie istoriche de* beati Gio- 
vanni e Matteo da Cupramontana, eremiti camaldolesi, Cesena, Per 
gli eredi Biasini all' insegna di Pallade, MDCGXG, in 8.0 di pp. 
40, con una giunta di pp. VI. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 271 

Cesco, che vi fece vita penitente vestendosi da oblato 
camaldolese, fu aumentato d' una nuova cella o grotta 
scavata nel tufo, e di un piccolo oratorio. Quindi, da 
costui, dopo sette anni, fu offerto agli eremiti di Gamal- 
doli, con la condizione che gli venisse concesso V abito 
di converso ed inviato un eremita sacerdote. 11 capitolo 
generale del 1516 accettò la donazione, commise a don 
Cipriano di Como, abate di Val di Castro, di vestirlo 
converso, e gli assegnò per compagno il vecchio sacer- 
dote eremita don Elia da Milano. Da quel tempo si 
prese colà a fabbricare, o meglio, non potendosi alzare 
le celle sopra terra, a scavarle nel tufo in alto, acce- 
dendovi poscia per mezzo di una scala. Di qui si ebbero 
quelle abitazioni, il nome di grotte e di "eremo delle 
Grotte,,. Con l'arrivo del B. Paolo Giustiniani, nuove 
grotte furono scavate nel tufo ; ma la povertà del luogo 
e r infelicità delia posizione, benché rendessero questo 
eremo molto acconcio alla vita solitaria, non permisero 
che potesse mai consolidarsi ed abbellirsi come gli altri. 
Le frane, le alluvioni, i dirupamenti minacciarono sem- 
pre l'esistenza di queste grotte, belle soltanto di un 
bello orrido (% 

L'eremo di san Gerolamo di Pascelupo ha origine 
da un piccolo oratorio posto in una vasta spelonca del 



(1) Cfr. Maur. Sarti, De antiqua Picentum civitate Cupramon- 
tana, deque Massatio oppido agri Aesini, in Baccolta d' opiiscoU 
scientifici e filologici di D. Angelo Calogierà, tom. XXXIX, Ve- 
nezia, S. Occhi, MDCCXLVIII, p. 1 - 104. — L' eremo delle Grotte 
è nella provincia e circondario di Ancona e fa parte del manda- 
mento di Jesi. La chiesa è dedicata a san Giuseppe. Giace tutto 
l'ediflzio in una valletta stretta e chiusa da' colli rivestiti di selve. 
Una iscrizione sul fronte della cella, ove successivamente abita- 
rono i beati Matteo Sabatini e Giovanni, ricorda i nomi de' primi 
abitanti di quest' eremo, fa menzione del Giustiniani e del suo 
congresso co' discepoli per tracciare gli statuti della nuova com- 
pagnia, e di un capitolo tenutovi dai padri Cappuccini. 



272 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

monte Cucco, nella diocesi e territorio di Gubbio, fra il 
Piceno e 1' Umbria. Faceva parte della vicina pieve di 
Pascelupo, ma fu smembrato da Leone X e concesso alla 
compagnia del B. Paolo Giustiniani l'S aprile del 1521. 
Le molte difficoltà incontrate per ridurre questo luogo 
ad uso di abitazione furono soltanto in parte mitigate 
e compensate dai soccorsi de' popolani e dalla genero- 
sità del duca di Urbino ; ma Dio ha certamente notato 
nel libro della vita tutti e i continui sacrifizi degli eremiti 
che vi dimorarono dal Giustiniani fino a noi (^). 

Presso Montefortino, nella diocesi di Fermo, esisteva 
la chiesa di san Leonardo del Volubrio, donata, fin dal 
settembre 1134, da una certa Drusiana al monastero di 
santa Croce di Fonteavellana (^). Passata in commenda, 
col titolo di priorato, unitamente al cenobio avellanitico, 
giunse, con altri benefìzi, nelle mani di D. Galeazzo Ga- 
brielli da Fano, divenuto poi eremita romualdino. Il Giusti- 
niani e i suoi primi compagni vi fabbricarono un eremo, 
dove gli eremiti abitarono vari anni. Ma per la distanza 
dall' abitato riuscendo difficile provvedere al necessario 
per la vita ; e per 1' abbondanza delle nevi, che vi du- 



(1) Il Duca di Urbino permise di legnare nelle sue proprietà, 
e si mantenne in cordiale relazione con gli eremiti. Anche dal 
capitolo del 1530 si rileva eh' egli a loro ricorreva, richiedendoli 
di favori. ( « Item fu statuito che subbito fornito el capitolo, se 
risponda, per nome de esso capitolo, col sig.e Duca di Urbino, 
della cosa della quale eia richiesto per lettere et per messi, quello 
che ci consiglierà el p. fr. Thomasso da Gubbio ». Ada capit. 
MDXXX, e. 15). — L' antico oratorio di san Gerolamo, scavato 
nella rupe, ha ancora il primitivo altare, dietro al quale è il coro. 
Fu poi consacrato nel 1709 da Fabio Manciforti, vescovo di Gubbio. 
Poche vestigia si hanno dell' eremo primitivo. L' attuale fabbricato, 
che può ospitare sei o sette eremiti, si eleva su un piano lungo 
160 piedi romani e largo 30. Ma la rupe superiore, da cui spesso 
di distaccano dei massi, mette in pericolo l'eremo e gli eremiti. 

(2) Cfr. A. GiBELLi, Monografia dell'antico monastero di S. Croce 
di Fonte Avello/na, Faenza, P. Conti, 1896, p. 113. 



DEtìLi EREMITI W MÓNTE GOUONA 27^ 

rano quattro o cinque mesi dell' anno, divenendo quel 
luogo inaccessibile e rifugio di banditi, gli eremiti 1' ab- 
bandonarono nel 1569, benché più tardi vi ritornassero (*). 
Sulla sommità del Montecónero, nel territorio di 
Ancona, sorgeva, già intorno al mille, il monastero e la 
chiesa di san Pietro, e nel declivio, la chiesa di san 
Benedetto, scavata nel tufo a guisa di grotta. Quest' ul- 
tima, con alcune grotte e celle, era pervenuta il 21 no- 
vembre 1514, per concessione del comune di Ancona, in 
mano di un cassinese napolitano, per nome don Desi- 
derio, il quale associatosi al Giustiniani, gli cede tutto 
con atto del 5 dicembre 1521. Ma alcuni eremiti di santa 
Maria Gonzaga, che abitavano il monastero di S. Pietro 
posto sulla vetta del monte e ne ufficiavano la chiesa 
per concessione del card. Pietro Accolti, vescovo di An- 
cona, presero a recare danno e disturbo ai nuovi romiti, 
finche per opera del Giustiniani, sventate le loro mene, 
dovettero cessare dalla persecuzione. Qui, nel romitorio 
di san Benedetto, in vista dell'Adriatico e del santuario 
di Loreto fu tenuto nel 1524 il primo capitolo della 
compagnia romualdina e dichiarata la Vergine, perpetua 
e singoiar protettrice della novella Congregazione. Nel 
1539, per un incendio che devastò molta parte della 
chiesa di san Pietro, partirono i Gonzagiti, ed il vescovo 
de Lucchis offrì anche questa chiesa ai romualdini, che 
l'accettarono il primo d'agosto 1559 e vi posero una pic- 
cola famiglia eremitica, distinta da quella di san Bene- 
detto (^). La chiesa di san Pietro, vasta e di salda costru- 



(1) La comunità di Montefortino insorse, richiamando (1565) 
gli eremiti : ma Pio V confermò 1' abbandono (8 dicembre 1572). 
Cfr. Sommario cit., p. 28, n. 48. — A nuovi ricorsi ed a più pres- 
santi richiami fu risposto col diniego sino al finire del secolo XVIII. 

(2) La donazione del vescovo fu confermata da Pio IV il 5 
marzo 1560, da Pio V 1' otto dicembre 1572, e da Gregorio XIII il 

LuQAKO - La Congregazione di Monte Corona. 18 



S74 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

zione, è una delle più antiche di quei dintorni : accanto 
alla chiesa si vedevano ancora, sulla fine del secolo XVII, 
gli avanzi di un chiostro artistico: l'uno e l'altra in no- 
bile contrasto con Je solitarie celle seminate nel circo- 
stante piano tra i colti orticelli e gli ombreggiati viali (^). 
Ne questi erano i soli eremi che doveano prender 
vita dall' eremo di Montecorona. Fin dal 1530 un certo 
fra Pietro da Venezia offriva un luogo nella città di 
Napoli, intitolato sant' Efrem ; ma i padri capitolari sti- 
marono opportuno di non accettarlo, per non moltipli- 
care gli enti senza necessità (^). Però pochi anni appresso, 
nel 1542, avrebbero volentieri collocato un loro eremo 
tra le verdi balze del Monteamiata, per la ragione che 
un certo frate Bartolomeo, il quale chiedeva di farsi 
coronese, offriva un'ospizio a Montepulciano (^); e non 
sarebbero stati alieni nel 1559 dal porre stanza nella 
diocesi di Bergamo (*). 



28 febbraio 1577, cfr. Sommario, cit. p. 23, n. 34; p. 28, n. 48i 
p. 31, n. 56. — Fu primo priore, dopo 1' annessione, il P. don Ro- 
dolfo da Verona, che ebbe residenza in san Pietro, dove nel 1561 
si trasferì la famiglia di san Benedetto, sebbene fino al 1606, ri- 
manessero qui un priore titolare con due eremiti. La chiesa prin- 
cipale, dedicata a san Pietro, dopo opportuni restauri, fu consa- 
crata il 14 agosto del 1651 da Luigi Galli, vescovo di Ancona. 

(1) Cfr. Luca, Bomualdina . . historia, e. 163-165. 

(2) Ada capii. MDXXX, e. 17v.: «Fu letto uno ricordo di frate 
Pietro da Venezia, del luoco di Sancto Efrem da Napoli, et per 
bora li padri non ne hanno voluto far altro per la moltitudine 
delli luochi che ha la compagnia » (adunanza del 6 maggio). 

(3) Ada capii. 1542, e. 75: «Fu determinato che si possa pigliare 
qualche sito atto alla nostra vita eremitica nel Monte A m lata, 
dove s' habbia a vivere al modo che si potrà, o de intrate ivi gua- 
dagnate, niente di qua estraendo, o pur di essercitii et povertade, 
esclusa però la mendicitade a uscio a uscio, eccetto in caso di 
necessità. Item si possa ricever per hospitio il luoco di fr. Bar- 
tolomeo in Montepulciano, et applichisi con la sua entrata al 
futuro luoco di Monte Amiata » (adunanza del 2 giugno). 

(4) Ada capii. 1559, e. llv. : « A dì 4 del sopradetto mese, 



DEGLI EREMITI DI MO^^TE CORONA 275 

Tuttavia più tardi, benché i padri avessero deter- 
minato di non disperdere le forze in altri luoghi, dietro 
ripetute istanze del card. Antonio Caraffa (^), si indus- 
sero ad iniziare nel 1577 le trattative per fondare un 
eremo nella baronìa di sant'Angelo a Scala, antichissimo 
patrimonio dell' illustre famiglia dei Caraffa. Qui, sopra 
una diramazione del Monte vergine, chiamata Chiaja, abi- 
tavano da venti e più anni due romiti, Giulio di Nar- 
bona e Giovanni di Spagna, che con la loro vita santa 
si eran guadagnata la benevolenza di tutti e special- 
mente della famiglia Caraffa. Per essi, donna Laura 
Brancaccio, moglie a don Antonio Caraffa, marchese di 
Montebello, edificò una chiesa ed una conveniente abita- 
zione. Concorse all' arredamento dell' una e dell' altra 
anche donna Cornelia, madre di don Alfonso Caraffa 
conte di Montorio : così perfezionato, il tempio fu dedi- 
cato alla Vergine Incoronata, per una statua della Ma- 
donna, redimita di corona reale, che v'era stata proces- 
sionalmente trasferita dai Nolani. Desiderando poi i due 
romiti di perpetuare il culto divino in quel santuario, 



essendo lette le lettere di mons.re vescovo di Bergamo, ne le quaJi 
si otteneva un loco con l'intrata ne la diocesi di Bergamo, fu 
accettata tal offerta et ordinato che se lì rescrivesse ringraziando 
S. S.ria di cosi bon animo verso la nostra religione » (adunanza 
del 4 maggio). — Questa fondazione non ebbe sèguito. 

(1) Ada capii., 1577, e. 118 : « Essendosi ricevute lettere dal- 
l' Illmo cardinal Caraffa, in materia del luogo offertone nel Monte 
Vergine in Regno, fattoci longo discorso et matura consideratione, 
finalmente di comune consenso fu determinato che se li desse ri- 
sposta in questo modo, come fu fatto, cioè, che si manderebbero 
dopo il capitolo doi padri a ringraziare S. S. Illma de la sua 
amorevolezza, et di poi habbeno ad andar a vedere detto luogo, 
quale, considerate bene tutte le conditioni sue e trovandolo al 
proposito per la nostra vita eremitica, habbiano a riferire alli R. 
padri maggiore et visitatori ; quali insieme habbiano aucthorità 
di effettuare il negotio con li debiti capitoli et circonstanze, 
et sopra tutto, oltre il sito proporzionato et luogo fabricato hab- 



276 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

si affidarono al card. Caraffa, perchè vedesse di chia- 
marvi una comunità religiosa. Questi, lodando il pen- 
siero dei due romiti, ne fece subito parola col pontefice 
Gregorio XIII, interrogandolo sulla convenienza di chia- 
marvi i monaci cassinesi; ma il pontefice: — Non i cas- 
sinesi si devono chiamare — rispose, ma i coronesi, cioè 
gli eremiti di Montecorona, perchè anche essi abitano i 
deserti e menano, sotto l'ubbidienza, vita solitaria. — 
Alla richiesta perciò del card. Caraffa, i padri di Monte- 
corona inviarono due eremiti a vedere il luogo ed il 22 
settembre del 1577 l' accettarono e vi costituirono la 
famigha eremitica (/). Dei due romiti, l'uno, Giovanni 
Figuerre col nome di don Ambrogio passò nell' istituto 
romualdino e ne fu maggiore nel 1588, e l'altro, Giulio 
si ritirò a Montevergine, dove finì santamente i suoi 
giorni nel 1601, venerato tuttavia da quelle popolazioni 
col titolo di beato (^). 



bi spese da vivere et da vestire, convenienti al stato nostro 
almeno per dodici eremiti » (adunanza del 30 aprile). — Nel capi- 
tolo del 1578 vi fu destinata una famiglia di sei religiosi con a 
capo il priore fra Mauro da Perugia, ma essendo nata qualche 
diffcoltà, nonostante le « molte offerte » del cardinale, dopo « ma- 
tura consideratione, hauto longo discorso sopra il luogo della In- 
coronata», i padri deputarono il p. Luca maggiore e il p. Libe- 
rato procuratore perchè « andassero per chiarire alcuni dubbi et 
stabilire in tutto il negotio con il Card. le et quelli Illmi SS. mar- 
chese et conti, et trovando impedimenti notabili et totalmente 
contro la nostra professione et quiete della nostra compagnia, 
habbino piena aucthorità de lassarlo et debbano affatto lassarlo 
non possendo, maxime che ciò riuscerebbe grande scandalo, et il 
tutto fare con retto indicio, et prudente discorso, et salvando, 
come si dice, la capra et cavolo » (Ada capii., 1578, e. 127, adu- 
nanza del 28 aprile). 

(1) Cfr. Luca, Bomualdina.. historia, e. 171-176; Mittarblli- 
CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 153 - 154. — La nuova chie- 
sa, colà edificata, fu solennemente consacrata il 15 novembre 1592 
da Massimiliano Palombari, arcivescovo di Benevento. 

(2) Cfr. Montevergine, Guida- Cenni- Storici, Roma, Desclée, 1905, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 277 

La fama degli eremiti coronesi guadagnò tosto le 
simpatie de' nobili napoletani, i quali fecero a gara nel 
dare ad essi il modo di avvicinarsi di più alla città ca- 
pitale del regno. Anzi, il nobile don Giovanni Avolos 
d'Aragona, figlio del marchese del Vasto, donava loro, 
nel gennaio del 1585, un palazzo entro la città con la 
rendita annua pel mantenimento di otto religiosi (^). Ma 



p. 49-50. — Negli atti capitolari si trova soltanto questo accenno 
all' eremita fra Giulio : « Item fu ordinato con tutti li suffragi fa- 
vorevoli che volendo f. Giulio di Nardo eremita, ritirarsi al no- 
stro loco dell' Incoronata, se li dia il vitto et vestito, sua vita 
durante, mentre in d.o loco starà, et che se lasci stare nell' habito 
suo, et questo per havere riguardo alle fatiche che ha fatte a d.o 
loco dell' Incoronata ». Ada capii. 1593, e. li (adunanza del 10 
maggio). — Nelle famiglie eremitiche dell' Incoronata non è mai 
ricordato il suo nome : onde è lecito argomentare che si ritirasse 
subito a Montevergine. 

(1) Acta capii., MDLXXXV, e. 178 : « Item, attesoché l' Illmo 
Sig. D. Gio. Avolos di Ragonia di Napoli, il mese de gennaro 
proximo passato, havea fatto donatione alla nostra congregatione 
d' un suo palazzo posto nel territorio di detta città, che avessero 
da stare perpetuamente in detto palazzo otto frati per il cui vitto 
e vestito haveva donato in detto loco 1' entrate di ducati 500 in 
perpetuum : però li R. Padri Diflnitori, havuta sopra ciò matura 
consideratione, vedendo non convenirsi a romiti l'habitare in pa- 
lazzi, et simili edificij sontuosi, conclusero che sia data 1' autorità 
al padre fra Hieronimo e al padre fra Giovanni di potere revocare, 
rinunciare et anullare il d.o contratto di donatione in favore del 
prenominato Sig. don Giovanni, con questo che esso detto Sig.re 
faccia novo contratto di donatione della sopradetta entrata di du- 
cati 500 in favore del luogo che si deve fare alla montagna, over 
chiesa, seu romitorio, chiamato comunemente S.to Salvatore a 
Prospetto, con quello meglior modo, clausole et conditioni che 
da savii e dottori sarà consultato, et nascendo qualche difficoltà 
nel pigliare il detto luogo del Salvatore de Napoli, fu ordenato 
dalli R. Padri Ditìnitori che detti Padri deputati a tal negotio non 
possano escluderlo senza farlo prima sapere al M. R. Padre mag- 
giore et visitatori » (adunanza del 13 maggio). — Neil' adunanza 
poi del 16 maggio (ib. e. 180-181) fu deliberato: «Dopo queste 
cose fu discorso circa l'accettare il luogo di S. Salvatore a Pro- 
spetto, et finalmente fu concluso con tutte le bollette favorevoli 



278 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

gli eremiti, riflettendo non esser dicevole alla condizione 
della loro vita 1' abitare negli edifizi sontuosi, chiesero 
umilmente ai generoso donatore ed ottennero di poter 
convertire la ricca donazione in favore del luogo, che 
doveasi edificare sulla montagna, denominato volgar- 
mente san Salvatore a Prospetto. Qui alla distanza di 
quattro miglia dalla città, sull' altura del monte a Pro- 
spetto, da cui si gode V incantevole visione del golfo, 
della città e di lungo tratto dell'amena riviera, sorgeva, 
edificata secondo la tradizione da san Gaudioso, vescovo 
africano, scampato alla persecuzione di Genserico, una 
piccola chiesa dedicata al Salvatore, che dall'abate Gio- 
vanni Cappasanta era stata conferita qual beneficio sem- 
plice al signor Giovanni Battista Crispo. Questi aveala 
offerta con alcuni terreni alla congregazione di Monte- 
corona, la quale, 1' otto ottobre 1585, ne prese regolare 
possesso, inviandovi priore il padre don Gerolamo da 
Perugia. Mercè la generosità, dunque, del Crispo, di 
Giovanni Avolos e di don Carlo Caracciolo, fu edificato 
in poco tempo 1' eremo e la chiesa, che secondo le di- 



fosse accettato con conditione che l' Illmo Sig. don Giovanni dia 
scudi 500 d' entrata perpetua, quali ha promesso di dare, come di 
sopra è detto : con elemosina di scudi 1000 promessaci d' alcuni 
gentilhuomini Napoletani, et dummodo V heremo habbia de sito 
per il largo, spatio di terra, alla napolitana, canne 250 incirca, 
dalla parte di levante verso ponente, et per il lungo, da tramon- 
tana ad mezzogiorno, canne 200 incirca, le quali canne di terra 
non potendosi bavere, s' habbino a comprare nel miglior modo 
che si potrà». — Nel capitolo del 1586 (e. 186v.) si legge: «Item, 
a dì detto [1 maggio] fu confirmato T instrumento fatto fra la con- 
gregatione e il quondam Sig. don Giovanni D' Avolos d'Aragona, 
fatto alli XI di ottobre del 1585, per mano di Aniello de Martin 
Napoletano sopra l'entrata concessa al luogo di S. Salvatore a 
Prospetto, il qual luogo fu anco dalli Padri Definitori incorpo- 
rato alla congregatione et che per 1' avvenire vi si babbi a depu- 
tare il priore, come si fa nelli altri luoghi, et che la chiesa da 
iarsi in detto eremo sia nominata Santa Maria Scala coeli»« 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



sposizioni testamentare dell' Avolos avrebbe dovuto inti- 
tolarsi «santa Maria Scala coeli», ma che ritornò, 
Un dal 1588, ad appellarsi col nome dell'antica chiesa, 
del Ss. Salvatore ('). Poco dopo la fondazione, in questo 
eremo si raccolsero san Francesco Caracciolo, Agostino 
Adorno e Fabrizio Caracciolo e vi scrissero le regole 
per il nuovo ordine dei chierici regolari minori, da essi 
istituito. 

Ma qui la nostra narrazione sarebbe troppo defi- 
ciente, se dopo aver raccolto tutti i frutti esterni, vale 
a dire, tutte le manifestazioni esteriori della vita ere- 
mitica nella compagnia di san Romualdo, sospendessimo 
il discorso, senza entrare nei penetrali del santuario ro- 
mualdino, per compire il quadro, rilevandone i frutti 
interni, ossia le espressioni ed i profumi di virtù e di 
santità che in questo tempo ne emanarono. E poiché 
troppo lunga sarebbe la serie degli uomini veramente 
santi e perfetti della compagnia, qualora noi volessimo 
rammentarli tutti distintamente, è giuocoforza, per 1' ab- 
bondanza di questi frutti noti intieramente solo a Dio, 
che ci limitiamo a ricordare soltanto quelli che fin d' al- 
lora eran ritenuti dagli stessi confratelli quali esemplari 
di perfetta vita eremitica. Senza dunque far speciale 
menzione di don Dionisio da Castelfidardo che avea 
professato sul Sor atte, presso le ossa del B. Paolo Giu- 
stiniani, e fu, come si trova registrato nel suo elogio 
emortuale, "vir eruditissimus et silentii stu- 
diosissimus,,; di don Alessandro da Padova, dap- 
prima monaco olivetano "pietate et doctrina Cele- 
bris,,; di don Pio veneto "ob eximiam pietatem 
sanctus ab omnibus cognominatus,,; di don 



(1) Luca, Romualdina . . historia, e. 176-178; Mittarelli-Co- 
STADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 168-169. 



280 ' LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Pietro Gandiano, patrizio veneto "contemptor sui 
et spirita orationis laudatissimus,, (f 1560); 
di don Benedetto Goredani, vescovo di Garzola nella 
Dalmazia ; e di don Basilio da Rieti (^) ; ci fermeremo 
con particolare affetto intorno ai padri don Gerolamo 
da Sessa, don Giustiniano da Bergamo e don Rodolfo 
da Verona. 

11 padre don Gerolamo da Sessa (Sessa Aurunca), 
della famiglia Nifa, medico alla corte di Leon X, seguì 
il Giustiniani nel 1521 alle Grotte del Massaccio, fu po- 
scia priore di Pascelupo e fondatore dell' eremo di Rua. 
Resse l'intiero istituto romualdino per cinque anni con 
rara sapienza, dandogli più con l' esempio che con le 
parole, un'impronta di grande austerità. Fu sommo nello 
spirito di povertà e nel disprezzo di se stesso. Paolo IV, 
suo conterraneo ed amico, ricordatosi di lui appena fu 
assunto al pontificato, lo fece venire a sé, e quando lo 
vide vestito di asprissima tonica e di vilissimo man- 
tello, gli disse: Che abito è questo? Tu sei troppo duro 
contro te stesso : bisogna che tu lasci tali asprezze. Ed 
il santo vecchio a lui : Io, beatissimo Padre, di questi 
abiti vestito, me ne cammino più speditamente tra le 
querci e le macchie; ne altro abito al penitente si con- 
viene. Ma tu — rispose il papa — non starai più nei 
deserto ; non ti vogliamo più romito, ma qui con noi 
cardinale. All'udire queste parole, il santo eremita, pro- 
strato ai piedi del pontefice, die in dirotto pianto, e dopo 
un breve spazio di tempo concessogli per deliberare, lo 
pregò di rimandarlo al suo eremo con tali espressioni 
sincere di dolore, che il pontetìce per non contristarlo 



(1) Gli elogi di questi padri sono quelli stessi del libro emor- 
tuale, raccolti da un eremita nel ms. : Compendio storico della con- 
gregazione camaldolese degli eremiti di Montecorona (e. 281 segg.) : 
cfr. MiTTARKLLi-CosTADONi, Aunales CamaldulenseSj Vili, 102. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



di più, benevolmente lo licenziò. Era V anno 1555. Par- 
titosi da Roma pervenne a Montecorona, dove, colto 
dalle febbri, nel tugurio di san Savino, passò all' eter- 
nità nel giorno delle ceneri, 18 febbraio 1556. Il suo 
corpo fu sepolto nella tomba del capitolo, nella chiesa 
dell' eremo di Montecorona. Di lui si raccontano vari 
fatti che hanno del prodigioso. Riferì il padre Costanzo, 
cellerario all'eremo del Massaccio, che quando Gerolamo 
ne era priore, mancò il vitto agli eremiti. Era di gen- 
naio e per l'abbondanza della neve, niuno poteva acce- 
dere a queir eremo. Temendo il padre Costanzo che i 
frati non venissero meno per la fame e lamentandosene 
col priore, questi gli rispose : Perchè non hai fede ? 
Pensi tu che Iddio abbandonerà i suoi servi ? Non ha 
egli detto di non esser ansiosi di ciò che s' ha a man- 
giare ed a bere ? Confida e prega e non mancherà a 
nessuno 1' opportuno cibo. Ciò detto, entrò in chiesa e 
prostrato a terra, dinanzi all' altare, rimase in orazione 
fino a notte avvanzata. Venuta la mattina, mentre in 
coro recitavasi prima, fu udito bussare alla porta: corse 
ad aprire il padre Costanzo e si vide innanzi un uomo 
con un giumento carico di pane e di altri alimenti. Fra 
lo stupore, ritornò alla chiesa, dicendo: Ringraziate Id- 
dio, o padri, perchè ci ha mandato da viveve. Era quel- 
r uomo uno della famiglia di santa Lucia del Ficano, 
e benché avesse camminato sotto l' imperversare della 
pioggia, tuttavia affermava di non esserne stato bagnato: 
e, per verità, il suo mantello e la soma eran perfetta- 
mente asciutti. E tal prodigio fu ragionevolmente attri- 
buito alle preghiere del padre Gerolamo. Un'altra volta, 
con le sue orazioni, impetrò la fecondità alla nuora di 
Galeazzo Bigolini, padovano e benefattore dell' eremo di 
Rua, la quale era stata sterile per dieci e più anni. Ed 
i figli ne furono memori e spesso inviarono cospicue 
elemosine agli eremiti di Rua. Sulla santità di lui è da 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



riferire la testimonianza dell' abate olivetano don Corne- 
lio, preposito del cenobio di Venda, uomo di vita onesta 
e di molta virtù. Discorrendo egli, alla presenza di al- 
cuni signori, della corruzione e della virtù di quell'età, 
soggiunse : Benché sia ora questa nostra età in tutto 
depravata, so nondimeno di poter trovare oggi un uomo 
perfetto, cioè, Gerolamo Suessano, fondatore di Rua, 
romito di san Romualdo, della cui integrità so io alcuni 
segni tanto singolari che ardisco annumerarlo tra i santi. 
E santo fu veramente (^): ed anche l'arte sua del medi- 
care, perchè non fosse senza merito presso Dio, volle nel 
1532 posta sotto 1' ubbidienza del padre maggiore (^). 

Del ven. padre Giustiniano, nato a Bergamo nel 
1493, monaco benedettino di santa Giustina di Padova 
e poi nel 1515 eremita in Gamaldoli, fu già detto che 
raggiunse il beato Paolo Giustiniani nel giugno del 1524, 
mantenendogli quella fedeltà per cui entrambi s' eran 
vincolati insieme durante la loro dimora nell'eremo to- 
scano. È da aggiungere eh' egli fin dalla giovinezza fu 
dedito agli studi, e che essendo maestro de' giovani nel 
sacro eremo di Gamaldoli, istituì per loro istruzione una 



(1) Cfr. Luca, Romualdina . . historia, e. 152-163; Mittarelli- 
CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 22, 25, 27, 42, 52, 65, 71, 
73, 92, 100-102. 

(2) Si rileva da questa nota che è del capitolo del 1532: « Item 
ad instantia del p. f. Hieronimo da Sessa fu ordinato che non 
possa da mo innanzi medicar senza licentia del p. maior, excetto 
li nostri fratelli eremiti e li seculari nostri familiari ». Ada capii. 
MDXXXII, e. 31 (adunanza del 26 aprile). È lodato dal Bucelino 
come « omni scientia cultissimus et medica in primis excellens 
arte, meritissimus reformationis Montiscoronae propagator, me- 
ntis et virtutibus illustris ». Prima di farsi eremita scrisse in la- 
tino un volume di medicina : dopo, un trattato — Decora columba r— 
di ascetica religiosa, ora dimenticato. Cfr. Mittarelli-Gostadoni, 
Annales Camaldulenses, Vili, 101 - 102, — Non è da confondere col 
celebre filosofo e medico Agostino Nifo, parimente di Sessa Au- 
rijnca, che scrisse moltissimo e visse incirca nel medesimo tempo. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



scuola che dal generale Delfino, benché fosse molto 
amante delle lettere ed avesse concepito una grande 
aspettazione di lui, non venne approvata. Da Gamaldoli 
dovè recarsi in Alessandria d' Egitto pel riscatto d' un 
suo fratello carnale : pel cui buon esito molto pregò il 
beato Paolo Giustiniani. Alla partenza di costui dall' e- 
remo camaldolese, ebbe l' ufficio di vice-maggiore, e nel 
nuovo istituto romualdino portò la carica di maggiore 
ben sette volte, e 1' ultima, che fu nel maggio del 1563, 
gli fu imposta in virtti di santa obbedienza {*■). Tre 
mesi dopo, il 10 agosto, rendeva, nell' eremo di Monte- 
corona, l'anima sua a Dio. Pochi, come lui, edificarono 
spirilualmente la congregazione romualdina: ma a lui è 
dovuto anche il pensiero dell' edifizio materiale di Mon- 
tecorona foggiato sull'eremo di Gamaldoli. Scrisse varie 
opere che andaron disperse per un incendio appiccatosi 
alla sua cella: visse più anni rinchiuso, ne rallentò mai, 
neppure nella sua vecchiaia, il freno alla stretta osser- 
vanza eremitica. In molte cose — attesta lo storico 
Luca — fu questo padre singolare: ma in quattro fu a 
meraviglia eccellente: nello studio privato delle lettere; 
uella divozione dei divini uffici : nella mirabile osser- 
vanza della quiete solitaria e del silenzio e neh' indefi- 
ciente fervore della segreta contemplazione (^). 

11 medesimo storico Luca Hispano scrive del beato 
Rodolfo da Verona: «È stato ai nostri tempi in questa 
compagnia un certo venerabil padre veronese chiamato 
Rodolfo, di giusta statura, di volto placido, di grave 



(1) Cfr. Ada capit. 1563, e. 36v. : « E venuto a tal atto della 
elettione de' prelati, elessero gl'infrascritti, videlicet In p. mag- 
giore di tutta la congregazione, il R. P. f. Justiniano da Ber- 
gamo, al quale fu commandato in virtù di s. ubidientia, che 
tal ufficio accettasse » (adunanza del 7 maggio). 

(2) Luca, Romualdina . . historia, e. 165 - 171 ; Mittarelli-Co- 
STADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 54-55, lì20-121. 



284 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

portamento, e non mediocremente di liberali discipline 
ornato, benché il suo studio principale versasse intorno 
alle sacre scritture. Questi, adunque, che nella sua gio- 
vinezza aveva tra i monaci Olivetani conversato, fattosi 
nella sua virilità romito, visse con tanta integrità in 
questa religione e con tanta sincerità di costumi che a 
tutti porgeva meraviglia, e tale è stata la costui conver- 
sazione in tutto il tempo di sua vita, che se n' è pas- 
sato non solo senz' accusa, ma anco senza riprensione. 
Amò tanto la solitudine che per vent' anni, nel qual 
tempo sempre è stato o priore o maggiore, mai non è 
uscito dalla porta dell' eremo. Nella sua vecchiezza ha 
due volte ottenuto la reclusione e 1' ha con mirabil co- 
stanza e con piena custodia della sua legge osservata. 
L' innata sua gravità e la sincera integrità de' costumi, 
di cui era dotato, faceva sì ch'egli fosse da tutti unica- 
mente amato e con sommo amor temuto : anzi un solo 
suo sguardo pareva a' trasgressori più dura riprensione 
che ogni gravissima correzione di qualsiasi altro prelato. 
Non era egli austero, ne macchiato d'ipocrisia, ma, in 
ogni sua azione, libero, puro, semplice e giusto. Vestiva 
sempre onestamente secondo il rito eremitico, portando 
mondissimi abiti. Non si dilettava di troppa inedia, né 
era affettatore di indiscrete astinenze ; ma prendendo 
con somma discrezione il cibo che ogni dì gli era dato, 
si dilettava d' una continua parsimonia, or lasciandone 
qualche particella ed ora detraendola dall' ordinario. 
Contento di breve sonno, e moderate vigilie osservando, 
soleva continuamente attendere alle divine preghiere e 
alla privata orazione. Ebbe inoltre per costume di ac- 
correr sempre il primo così alle laudi della notte come 
a quelle del giorno, e di recitarle con mirabil devozione 
e con perfetta attenzione. Aveva costui imparato a fre- 
nar la lingua e a custodir le labbra : né usava di rom- 
per mai, se non costretto, il silenzio, né di udir, se non 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 285 

contro sua voglia, vani discorsi : gli piaceva ogni laude 
del prossimo e sempre gli parve ogni detrazione abbo- 
minevole. Andava sempre meditando salmi, di maniera 
che se accadeva che alcuno lo trovasse fuor di cella, 
stimava eh' egli pel suo susurro parlasse. Ebbe nelle 
celebrazioni molta maestà e, in tutti gli atti religiosi, 
meravigliosa grazia. Era, insomma, questo padre, uno 
scrigno di virtù, uno specchio di vita regolare, e soleva 
essere a tutti vera norma del solitario modo di vivere : 
perciò riputossi felice chi s' ingegnò d' imitar le sue ve- 
stigia ovvero azioni. Finalmente, quale fu la sua vita, 
tale ancora è noto che fu la sua morte : poiché sen 
passò quietamente e senza afflizione, anzi con manifesto 
segno di letizia. Laonde e per la perfezione della sua 
vita e pei beato suo transito, non dubitiamo di affer- 
mare che la beata sua anima sia di questo corpo volata 
direttamente al cielo. Mancò di settantanove anni, il 
giorno di san Benedetto del 1584 » (^). 

Confessa il medesimo biografo che avrebbe potuto 
qui con molta ragione aggiunger le lodi non solo dei 
morti, ma anche di quelli che viveano a suo tempo : il 
che egli non ha creduto di fare, stimando difficile assai 
r accingersi a raccontar le proprie e particolari virtù di 
ciascheduno {% Ed anche noi lasciamo nel sonno della 
morte e nella mente di Dio i molti altri che avrebbero 
diritto alla nostra menzione, paghi di aver collegato al 
b. Paolo Giustiniani ed al venerabile Pietro da Fano, 
che furono, V uno l' istitutore spirituale e l'altro 1' edifi- 
catore materiale della compagnia, la memoria dei tre 
loro precipui continuatori, successori e illustratori, il 
Suessano, il Bergomense e il Veronese. 



(1) Luca, Bomualdina . . historia, e. 178-179; Mittarelu-Co- 
STADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 165-166. 

(2) Luca, Bomualdina . . historia, e. 179. 



CAPITOLO QUINTO 

PROGRESSI ED ESPANSIONE 

[1590-1634] 



Le costituzioni eremitiche approvate nel 1543 — Le tre parti prin- 
cipali : la legale e il metodo di accettare i nuovi luoghi: la 
cerimoniale ed alcune particolarità dell'officio divino: la 
penitenziale — Golpe e castighi — Il breviario camaldo- 
lense, gli usi romualdini e la costituzione di Pio V — Le 
nuove costituzioni latine ed italiane : loro vicende : approva- 
zione e stampa - Intorno al breviario ed agli usi liturgici — 
Cure romualdine per la riforma del breviario camaldolese — 
Vicende di una tipografìa eremitica — Lo studio negli eremi : 
la libreria, il libraro e i libri — Scrittori romualdini — Il 
procuratore e 1' ospizio di san Leonardo di Roma — Il p. Ge- 
rolamo da Perugia, abate gen. di Montevergine — Tentata 
fondazione spagnuola — Sul lago di Bolsena : a Taranto — 
L' eremo di Centrale : di Torre del Greco : di Nola : di Vico 
Equense — L' eremo Tuscolano e Paolo V — L' eremo di Mon- 
tegiove presso Fano, e di san Benedetto presso Bologna — Pro- 
getto di fondazione nella Provenza — Nicolò Wolski e l'eremo 
di Monte Argentino presso Cracovia — L' eremo della Selva 
d' oro di Rythuany — Capitolo annuale o triennale ? — Origine 
dell' eremo di Kalemberg presso Vienna — Forma e architet- 
tura della celle e delle chiese degli eremi. 

Se trattandosi di seguaci della vita perfettissima 
dell' eremo, fosse lecito dare ad un gruppo di essi e ad 
un determinato periodo della loro congregazione, senza 
venir meno alla stima ed alla venerazione che meritano 
gli altri, un titolo di preferenza, il secolo XVI, dovrebbe 
chiamarsi il secolo d' oro della compagnia di san Ro- 
mualdo : tanta è V aura di santità che spira intorno agli 
eremi coronesi, in questo primo secolo della loro vita, e 
tanto il profumo della mortificazione e dell' austerità che 



288 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

discende dai dilettosi monti in cui sono seminati! Beati 
quei padri che, chiudendosi nell'eremo, vissero nel mondo 
come abitatori del regno celeste ! 

Ma poiché la loro vita si addestrava all' esercizio 
della virtù su questa terra, faceva di mestieri che una 
siepe la difendesse dagli assalti della tentazione e della 
rilassatezza. La regola eremitica lasciata ai romualdini 
dal B. Paolo Giustiniani, non tracciava che le linee prin- 
cipali su cui doveva svolgersi la vita de' suoi figli. Intorno 
ad esse il tempo e le circostanze, che mutano a seconda 
del numero e dei bisogni della comunità, presero ad ac- 
conciarsi varie determinazioni, dichiarazioni ed innova- 
zioni per opera, segnatamente dei capitoli generali, che 
sono r espressione della vita vissuta e dello spirito infor- 
matore della grande maggioranza. Perciò, dopo l' annul- 
' lamento dell' ultima unione della congregazione di Mon- 
tecorona col sacro eremo di Gamaldoli (1540-1542), parve 
necessario adunare in un nuovo codice le costituzioni 
eremitiche. Così raccolte, furono esaminate dal card. An- 
tonio Pucci e dal maestro de' sacri palazzi, e poi appro- 
vate da Paolo III in data del 5 novembre 1543 (^). 

Questo nuovo codice consta di tre parti, la legale, 
la cerimoniale e la giudiziale, a seconda della ma- 
teria che racchiude ed a somiglianza della legge mosaica. 
La prima parte che riguarda tutta 1' osservanza eremi- 
tica, compresa l' autorità e il metodo del governo, si 
svolge in trenta capitoli : la seconda, che costituisce il 
cerimoniale liturgico, risulta di cinque capitoli, e la terza, 
che determina le penitenze pei trasgressori della regola, 
non ha che un solo capitolo (^). 



(1) Sommario, cit., p. 21, n. 28. 

(2) Ci serviamo di una copia ms., intitolata: Le consti | tutioni 

DB I LI EREMITI | DE S.TO RoMU | ALDO DEL | ORDINE. Cam. | , In 

formato piccolo. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA ^89 

I voti e la professione, l'officio divino, la salmodia, 
la confessione, la comunione, l' orazione e la lezione 
spirituale, la disciplina e il cilizio, la solitudine, il si- 
lenzio, la reclusione, il lavoro manuale, il digiuno, le 
vesti, il go\erno de' priori e delle anime, l'autorità del 
capitolo generale, del maggiore e dei visitatori, la cura 
degli infermi, dei deboli e dei vecchi, il modo di rice- 
vere i fratelli eremiti, e tutte le altre cose della vita 
eremitica sono qui determinate ed ordinate con chia- 
rezza e semplicità. Fondamento delle singole ordinazioni 
sono la regola di san Benedetto, la "regula vite ere- 
in iti ce,, del B. Paolo Giustiniani, la regola od istitu- 
zione eremitica del 1524 e le decisioni capitolari. Sono 
notevoli i capitoli che trattano delP ordine ed autorità 
del capitolo generale (cap. 26), dell'autorità del maggiore 
e dei visitatori (cap. 27) e del ricevere nuovi eremi ed 
abbandonare i vecchi (cap. 28). In quest' ultimo si pre- 
scrive: «Si potranno ricevere luoghi nuovi essendo pro- 
ferti, e anco procurar da noi, quando quelli che si 
possieggono non fossero capaci de lo integro numero 
di tutti li nostri fratelli : altrimenti non si dà 1' auto- 
rità di pigliarli. Haverà solo il capitolo generale l' auto- 
rità; il quale circa di ciò haverà bene da considerare le 
circostanzie de li circuiti e siti de li paesi con tutte le 
qualità di essi luoghi. Avertendo che sieno convenienti 
a la eremitica conversazione nostra e ad essa con tutte 
le opportune condizioni proporzionate, cioè, che siano 
solitarii e selvatichi, almanco un miglio lontani da le 
habitazioni de li popoli, discosti da le vie publiche e da 
li terreni coltivati, e che habbino boschi, acqua e sole, 
e sieno scoperti da oriente e coperti da l'occidente, con 
aria salubre, e bono terreno da horti, e sito che renda 
divozione. Ma sopratutto che siano in paesi di buoni e 
fedeli cristiani, quieti e pacifici e caritativi, e dove possa 
essere speranza di far frutto di salute d' anime. JVIa 

Lugano - La Congregasione di Monte Corona. 19 



M) LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

quantunque circa li detti luoghi che si havessero da 
pigliare sia da avertire che habbino quanto è possibile 
tutte le sopradette ed altre opportune condizioni e cir- 
costanzie, nondimeno, quando bene ve ne mancasse qual- 
cuna di quelle che non sono tanto importanti e neces- 
sarie, non sera però al tutto proibito di pigliarne alcuno, 
purché habbia le precipue e quelle che fanno di bisogno 
a la nostra vita eremitica. E tutti li luoghi che si piglie- 
ranno si accomodino al modo e uso di quella, con le 
celle separate, senza chiostri e dormitorii. E le selve 
loro sieno ben conservate e custodite che non si gua- 
stino, procurando di accrescerle con piantarne o semi- 
narne di novo dove non ne fossero abbastanza, e pon- 
ghino cura, tutti li prelati e fratelli, e studio a far li 
luoghi belli, devoti e bene accomodati, e in tenerli as- 
settati e bene accapezzati a ciò che li habitatori d' essi 
e quelli che vengono di fuore ne habbino satisfazione, 
edificazione e divozione. Nessuno luogo de la nostra 
congregazione presente o futuro, preso che sera di or- 
dine del capitolo generale, potrà essere al tutto lasciato 
se non per commissione di detto capitolo, il quale ba- 
vera da usar circa di ciò grande advertenzia e non 
esser facile a lasciarne alcuno senza grande necessità e 
causa molto urgente, matura considerazione e lunga 
deliberazione, per li mali e scandali che ne potessero 
risultare. E quando pur se havesse a lasciar alcuno, 
questo si faccia almeno con li due terzi de le ballotte 
del capitolo e con tutti quelli boni modi per li quali 
nessuno si possa ragionevolmente scandalizzare ». 

I cinque capitoli del cerimoniale sono un com- 
pleto trattatello liturgico o direttorio per l'ufficio divino 
e le sacre funzioni, che va dal modo di suonare per le 
ore canoniche al modo di accendere le candele. Nel ca- 
pitolo primo si hanno notate le particolarità proprie 
della congregazione romuaidina nella recita dell' ufficio 



DEGLI EREMITI t)l MONTE CORONA ^9l 

divino, dalle quali si raccoglie che i nostri eremiti ben- 
ché seguissero in linea generale «l'ordine del brevia- 
rio grande camaldulense», tuttavia se ne disco- 
stavan'o in molti punti. Così quando nel calendario del 
breviario camaldolese è notata di qualche santo la com- 
memorazione o le dodici lezioni, essi facevano V officio 
di commemorazione maggiore in questo modo : nel pri- 
mo vespro, detti i salmi feriali se era feria ovvero com- 
memorazione, dicevano il capitolo con tutto il resto del 
santo, e se era festa di dodici lezioni, dopo V orazione 
di essa festa, dicevano l' antifona, il versetto e V ora- 
zione del santo: al mattutino, detti i notturni feriali, di- 
cevano le laudi del santo, di cui* si diceva anche prima, 
terza, sesta e nona, ad uso di festa di dodici lezioni. Ma 
quando nel suddetto calendario è notata solamente la 
commemorazione, allora facevano la commemorazione 
minore nel modo seguente : nel primo vespro, detti 1 
salmi feriali, e nelle laudi, detta la prima orazione, ag- 
giungevano l'antifona, il versetto e l'orazione del santo 
di commemorazione minore. 

E tali commemorazioni maggiori e minori non si 
trasferivano mai in altro giorno. E quando cadevano in 
giorno che fosse festa di dodici lezioni, ovvero fra qual- 
che ottava, si riducevano al grado di commemorazioni 
minori. Quando poi si trasferiva alcuna festa di dodici 
lezioni che non fosse solenne, non si rimetteva mai in 
un giorno di commemorazione maggiore: ma se fosse 
stata solenne, si rimetteva, e la commemorazione mag- 
giore si convertiva in minore. Dovevasi poi aggiungere, 
nel calendario di tutti i luoghi romualdini, i santi pa- 
troni e avvocati delle diocesi di essi e delle terre a loro 
vicine, le cui feste fossero osservate e celebrate, e se ne 
doveva fare « solennità plenaria ». Inoltre era da aggiun- 
gere la festa di san Giuseppe a' 19 di marzo da cele- 
brarsi con « solennità piena », e la festa di san Gio- 



Ì9Ì LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

vanni Crisostomo a' 27 di gennaio, da solennizzarsi con 
le dodici lezioni. Dovevano ancora annotarsi ne' calen- 
dari romualdini le feste de' titolari degli' eremi, con 
obbligo di celebrarle, nel luogo del proprio titolo, con 
« solennità pienissima » e negli altri luoghi, con festa 
di dodici lezioni. Le feste di san Benedetto, di san Ro- 
mualdo e del titolo del luogo, dovevano celebrarsi con 
J' astinenza dalle opere manuali, come pure le feste che 
eran di precetto nelle diocesi dei singoli eremi. Nei giorni 
di commemorazione maggiore, cadenti nella quaresima, 
non erano tenuti a dire i sette salmi, né il miserere fra 
r ore, e neppure, ad inginocchiarsi a' notturni, come si 
usa nelle feste di dodici lezioni. Ma, se il dì seguente era 
feria, a vespro si riassumeva il modo feriale. E questi 
sette salmi, che si dovevan dire ne' dì feriali della quare- 
sima in coro, si dicevano a Prima, innanzi alla Salve re- 
gi n a, dopo la Pretiosa. Fuor di coro, dicevansi a 
comodo di ciascheduno. Nel giovedì santo non usavasi 
fare la confessione generale in comune, com'era notato 
nel breviario; ne dire quei tre salmi, né disciplinarsi in 
pubblico. Anche alle feste della santa Croce non usavasi 
fare l'adorazione, secondo il precetto del breviario. Alla 
Pretiosa di Prima, dicevano tre volte il Deus in adiu- 
torium meum intende, benché nel breviario fosse 
prescritto soltanto due volte: il simbolo Quicumque 
di sant'Atanasio veniva recitato subito dopo i salmi di 
prima, innanzi all'antifona. Nella confessione aggiunge- 
vano il sanctis Benedicto et Romualdo. Non era 
permesso di leggere le lezioni che sapevano esser apo- 
crife; ma «solo quelle che la santa chiesa ordina e per- 
mette ». Varie altre particolarità liturgiche osservavano 
i romualdini, segnatamente, nelle rogazioni, neh' utìicio 
della Madonna, neirutficio dei morti, nell' ufficiatura dei 
tre ultimi giorni della settimana santa: ed alcune di que- 
ste particolarità durarono ancora per molto tempo. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 293 

La parte penitenziale mira alla correzione delle 
colpe gravi esterne con la medicina spirituale e corpo- 
rale del castigo, ed è modellata sulla regola di san Be- 
nedetto (cap. XXIII - XXVIII). La distribuzione delle 
penitenze risiede nel capitolo generale e poi nel mag- 
giore, nei visitatori, e nei priori. Ma tutti devono con- 
siderare la qualità della persona colpevole, l'intenzione, 
il tempo e il modo della colpa, con la gravità di essa e 
lo scandalo che ne può derivare: di qui si toglie la mi- 
sura del castigo. Le colpe principali e che piti diretta- 
mente cadono sotto la pena esterna sono la ribellione 
ai comandi de' superiori o del capitolo, il vizio della 
proprietà e 1' apostasia dalla religione. Vengono poi il 
contendere protervamente co' superiori ; 1' aprire le let- 
tere del capitolo, del maggiore, dei visitatori o dei priori; 
le percosse, 1' ebrietà, il mangiar carne, essendo sano, 
r uscir dall' eremo senza benedizione del superiore, l' an- 
dar al capitolo generale senz' averne diritto od esservi 
chiamato, il mormorare delle dehberazioni capitolari, il 
rivelare i segreti, e varie altre. Come sono diverse di 
natura le colpe, così diverse sono le pene che vi corri- 
spondono. Il carcere non è dato che ai contumaci : le 
altre penitenze si riducono al digiuno, alla disciplina 
circolare o privata, al baciar i piedi de' fratelli scanda- 
lizzati, all' astinenza dal vino o dalle frutta, e ad una 
maggior o minor durata del digiuno in pane ed acqua. 

Verso il declinare del secolo XVI, i padri di Mon- 
tecorona rivolgevano di nuovo in animo di fare una 
nuova redazione delle costituzioni. Erano mossi a que- 
sto principalmente, e forse unicamente, dalla costituzione 
« Quod a nobis » di Pio V, in data del 9 luglio 1568, 
intorno alla riforma del breviario, in cui si determinava 
che dovessero accettare la nuova edizione anche gli 
ordini religiosi, i cui breviari o riti particolari non aves- 
sero dugent' anni di vita approvata o consuetudinaria. 



294 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Gli eremiti di Montecorona si trovavano in una posizione 
alquanto incerta: essi per un verso seguivano «l'ordine 
del grande breviario camaldulense », il quale era in 
vigore, non da dugento ma da cinquecent'anni; ma, per 
un altro, si erano in molte cose allontanati dal breviario 
camaldolense, introducendo ne' proprii riti ed usi litur- 
gici delle costumanze che non potevano certamente van- 
tare una esistenza così lunga. Celebravano adunque gli 
uffici divini secondo le prescrizioni della regola bene- 
dettina, seguendo in generale 1' ordine del breviario ca- 
maldolense, modificato da usi speciali. Se, pertanto, per 
una ragione non cadevano sotto la disposizione di Pio V, 
vi cadevano per V altra. I monaci e gli eremiti camal- 
dolesi pel momento non si mossero, benché un monaco 
olivetano, Giovanni Battista da Prato, passato tra gli 
eremiti di Gamaldoli nel 1589 e, dopo tre anni divenuto 
maggiore, tentasse di intraprendere una riforma gene- 
rale del loro breviario (/) : e solamente nel 1613, lascia- 
rono il loro vecchio breviario per adottare quello cor- 
retto per ordine di Pio V (^). 

Gli eremiti romualdini uscirono dall' incertezza nel 
1587 decretando che fossero riformate le loro costitu- 
zioni « conforme al breviario > camaldolese e secondo 
« gli atti capitolari >► (^). Dove è da rilevare che mira- 
vano a due cose distinte, ciascuna delle quali doveva 
condursi con una ragione speciale : gli usi liturgici do- 



(1) Gfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Aniiales Camaldulenses, Vili, 
185-186. 

(2) MiTTARRLLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 2!M. 

(3) Ada capit. 1587, e. 194v. : « Itetn fu ordinato che si do- 
vesse reformar le costitutioni nostre conforme al breviario et 
acti capitolari, e fu dato il carico al p. prior di Montecorona, 
al p. f. Barnaba et a f. Serafino, e 1' hanno da comporre in lingua 
latina, acciò sì possino stampare» (adunanza del ^4 aprile). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



vevano conformarsi intieramente al breviario camaldo- 
lense, ma le costituzioni eremitiche eran da riformare 
secondo il tenore degli atti del capitolo generale. Questo 
incarico venne affidato al priore di Montecorona, Fr. Si- 
meone, al visitatore fra Barnaba ed a fra Serafino, i quali, 
insieme nelF eremo di Montecorona, dovevano preparare 
per la stampa il nuovo codice in lingua latina. 

Il lavoro presentava di certo qualche difficoltà, ne 
poteva compilarsi in poco tempo. Tuttavia gì' incaricati 
fornirono il loro compito in un anno ed inviarono copia 
delle nuove costituzioni a tutti i luoghi, perchè i priori 
potessero fare quelle osservazioni che avessero creduto 
opportune. Onde nel 1589, riportati al capitolo gli esem- 
plari co' relativi memoriali, vedendo che sarebbe stato 
difficile, con tanta brevità di tempo, ridurre tutto ai de- 
bito ordine, fu conchiuso che il padre maggiore e il 
priore di Montecorona con un altro padre allestissero 
le costituzioni pel capitolo dell' anno seguente (^). Ven- 
nero allora eletti a maggiore il padre Luca ed a priore 
di Montecorona il padre Mauro, i quali si associarono 
nel loro lavoro il padre Egidio, rinchiuso, e, per con- 
formarsi coi monaci camaldolesi, ordinarono le costitu- 
zioni appresso i singoli capitoli della regola benedettina, 



(1) Ada capii. 1589, e. 207 v.: «Item havendo li padri diffinitori 
con diligentia esaminato quanto conveniva fare circa le nuove 
costitutioni : et havendo ancora letti e considerati li memoriali 
che li pp. priori hanno portati dalli luochi dove si erano mandati 
varii esemplari, overo copie di esse costitutioni : et atteso molte 
cose notate per diversi padri in detti memoriali esser di qualche 
importanza et non potersi con tanta brevità di tempo ridurre al 
debito ordine, però fu concluso che col decorso di quest' anno li 
pp. maggiore e priore di Montecorona con alcun altro padre, che 
parerà a loro, vadino rivedendo et accomodando quanto li parerà 
necessario, acciò che il capitolo generale seguente possi esami- 
nare il tutto, e conflrmare, se li parerà, le dette constitutioni »■ 
(adunanza del 27 aprile). 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



in guisa che il nuovo codice presentasse dapprima le 
disposizioni di san Benedetto e subito dopo le dichia- 
razioni o costituzioni eremitiche. Il qual metodo fu ap- 
provato nel capitolo del 1590 (*) : ma poiché, esaminati 
alcuni punti, i padri definitori vi trovarono qualche dif- 
ficoltà e viddero che il libro non era ancora condotto 
alla sua ultima perfezione, determinarono che tutto il 
codice venisse tosto ridotto nella miglior forma e perfe- 
zione possibile, senza però mutar nulla, e che subito 
appresso, queste costituzioni s'incominciassero a leggere 
e ad osservare in luogo delle vecchie. Così anche la 
lingua dovè cambiarsi : e dal nuovo rimaneggiamento 
doveano uscire in volgare. Ma nel capitolo del 1591 la 
traduzione non era ancora compiuta (') : lo fu soltanto 
nel 1593. Ed allora, con tutti i voti favorevoli, il capitolo, 
il 13 di maggio, diede l'approvazione al nuovo testo (^), 



(1) Acta capii. 1590, e. 221 v. -222 v. (adunanza del 19 maggio). 

(2) Acta capii. 1591, e. 227 v. : « Item fu confermato . . che si 
finischino di tradurre le nostre costituzioni et fatte che siano 
volgari, si legghino in tutti i nostri luoghi, et si comincino ad 
osservare, volendo che il capitolo dell' anno seguente, se così li 
parerà, le approbi et confermi . . » (adunanza del 9 maggio). 

(3) Ada capii. 1593, e. 16 : « Item havendo li padri viste, lette 
et maturamente considerate le nove constitutioni, già fatte tre 
anni sono, di commissione del R.do capitolo generale, et bene 
esaminate alcune cose che potevano apportare qualche difficoltà, et 
havendole in tal modo modificate che non vi sono più quelle inno- 
vationi, alterationi et gravezze, che generavano qualche fastidio et 
disturbo alli fratelli, anzi quasi in tutto et per tutto sono 
conforme alle vecchie constitutioni et ordinationi del capi- 
tolo generale. Per tanto con ì;utti li suffragi favorevoli, li padri 
diffinitori hanno approbate dette nove constitutioni et ordinato 
che si legghino et osservino da tutti li nostri eremiti et che ognuno 
sia obligato ad osservarle sotto le pene comminate alli trasgressori 
d' esse, volendo che habbino tutta quella aulhorità, che hanno 
havuta fin qui le constitutioni vecchie» (adunanza del 13 maggio). 
— Nel capitolo del 1594 (adunanza del 3 maggio) fu ordinato che 



■f 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 297 

che USCÌ alla luce in Venezia, appresso Mattio Valentini 
nel 1595 (% 

Neil' approvare queste costituzioni eremitiche, i padri 
definitori, nel capitolo del 1593, dichiararono che esse 
erano « in tutto e per tutto conformi alle costituzioni 
vecchie, vale a dire, a quelle approvate da Paolo 111 il 
5 novembre 1543 ». Ma circa gli uffici divini, qual via 
tennero i definitori che dovettero metter le loro mani 
nel lavoro dei deputati ? 

Per le cerimonie, è da notare che già nel 1594 ve- 
veniva confermato ed approvato l'uso di un «cerimo- 
niale stampato » prescrivendo che fosse adoperato in 
tutti gli eremi romualdiai, per avere uniformità generale 
nei riti della liturgia (^). Per la sostanza e l'ordine dei- 



quanto prima si facessero stampare « le latine e poi le volgari » 
costituzioni. Ada capii. 1594, e. 22. 

(1) La regola di san Benedetto con le costitutioni delti ere- 
miti di S. Romualdo dell'ordine camaldolese. — In Venetia, MDXCV, 
appresso Mattio Valentini. — È in 8.o piccolo, di pp. 310, precedute 
da pp. 16, non enumerate, che contengono la tavola dei capitoli e 
il prologo della regola di san Benedetto. La regola e le costitu- 
zioni (parte prima) abbracciano le pp. 1-262: la seconda parte 
delle costituzioni è racchiusa nelle pp. 263-310. — A questo libro 
nel 1597 fu aggiunto un Repertorio per alfabeto de tutte le 
COSE Che si conte(n)gono nelle costitutione. In Perugia, Per Vin- 
centio Colombara Herede di Andrea Bresciano, Il dì 15 di Febraro 
1597. Con licentia de superiori, — in due quaterni, di pp. 32, di cui 
4 in bianco. 

(2) Ada capii. 1594, e. 24 (adunanza del 5 maggio). — Ordinavasi 
ancora che quando il superiore ha da incensare 1' altare non vol- 
tasse le spalle al Ss. Sacramento, ma stando nel mezzo dell'altare, 
prendesse il turibolo dalle mani del chierico dalla parte dell'epi- 
stola; che nel giovedì santo, al mandato, mentre si leggeva 
r evangelo, il superiore accompagnasse gli atti con le parole, nel 
medesimo tempo levandosi in piedi, deponendo il mantello, cin- 
gendosi e mettendo l' acqua nel vaso, « secondo 1' emendazione del 
cerimoniale»; e che fosse tenuto a lavare ambedue i piedi a 
ciascun fratello ; che nel venerdì santo, nell' adorazione della croce. 



298 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

r ufficio divino, si deve rilevare dalle costituzioni stam- 
pate nel 1595, ciò che si attesta in più luoghi, ma se- 
gnatamente al cap. IX della regola di san Benedetto, 
con le parole seguenti: «I nostri maggiori da principio 
osservarono a puntino questo ordine dell' ufficio della 
feria, il quale sì perfettamente ordinò qui il santo Padre 
[Benedetto], come più a pieno prova il breviario an- 
tico e moderno: l'ordine del qual breviario nuovo, 
i medesimi padri risolverono che si dovesse osservare a 
pieno » (^). Nel qual breviario si ritrova appieno tutto 
quello che si dispone nel cap. X della regola benedet- 
tina, intorno al modo di dire le laudi nella notte in 
tempo della state (^), ed il cui ordine fa di mestieri 
osservare, non essendo per nulla differente dalla dispo- 
sizione della regola intorno al celebrare le vigilie delle 
domeniche (^). Ma nelle funzioni del sabato santo e 
della vigilia di Pentecoste « si deve osservare 1' ordine 
del messale romano» (*) : così pure nelle funzioni 
del giovedì e del venerdì santo (^). Nelle incensazioni, 
nelle tre messe della notte, dell' aurora e di terza nel 
giorno di natale, si deve seguire il modo e la forma a 
secondo delle « regole del messale romano, qual noi 
usiamo. L' evangelio poi si dice sempre nel corno del- 
l' altare senza alcuna cerimonia, eccetto che l' incenso 
nelle feste predette. Di più, perchè la rubrica del mes- 
sale, perchè non usiamo il breviario romano. 



fatte brevemente tre genuflessioni, e baciato il crocifisso, ciascuno 
ritornasse speditamente al luogo suo; che nelle processioni il 
laico ebdomadario portasse la croce ; e che gì' incensati non si 
dovessero levare in piedi, ma stare come si trovavano. 

(1) Regola e costitutioni cit., MDXCV, p. 52, al cap. IX. 

(2) Ibidem, p. 54, al cap. X. 

(3) Ibidem, p. 56, al cap. XI. 

(4) Ibidem, p. 61, al cap. XI. 

(5) Ibidem, p. 89, al cap. XIX. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 299 

da alcuni non s'intende, dichiarano li padri che il Glo- 
ria in excelsis si debba dire in tutte le feste doppie 
e semidoppie : quando si fa V ufficio della madonna il 
sabato, e nelle semplici, eccetto la festa degli Innocenti, 
se non viene in domenica...» (/). L'ufficio e le ore della 
B. Vergine, in coro o fuori di coro, si devono dire « se- 
condo l'ordine del nostro breviario»: così pure 
l'ufficio dei defunti (~). Ed a questo bisogna ricorrere 
nel guidare le solennità dei santi, perchè di qualunque 
classe essi siano, v' è notato il modo distinto di cele- 
brare l'ufficio f): e pel cantico dell'alleluia «tutto più 
pienamente e più chiaramente è disposto e dichiarato 
nel breviario e messale », per cui basta che si osser- 
vino intieramente le regole che ivi son tracciate (*). 

Dalle quali attestazioni vien provato che gli eremiti 
di Montecorona nel 1595, pur seguendo nella liturgia 
della messa e nelle funzioni più solenni dell'anno il 
messale romano, adoperavano per l'ufficio divino un 
breviario che non era il romano, ma il camaldo- 
lese nuovo o moderno, quello, cioè che erasi stampato 
in Venezia nel 1583 (^). 



(1) Regola e costitutioni cit., MDXGV, p. 72-73, al cap. XVII. 

(2) Ibidem, p. 85, al cap. XIX. 

(3) Ibidem, p. 66, al cap. XHII. 

(4) Ibidem, p. 67, al cap. XV. 

(5) I romualdini intendevano certamente, dicendo breviario ca- 
maldolese nuovo o moderno di indicare quello stampato nel 1583. 
Porta questo titulo : Breviarium | Eremitarum | Sangti Romualdi 

I Ordinis Camaldulensis. — Vbnetiis, MDLXXXIII. — Apud Do- 
minicum Nicolinum. — Venne stampato in formato piccolo (0,10 
per 0,15) e in formato grande (0,17 per 0,25) : il primo è di carte 
500 -|- 31 (contenenti il compendium canonum Kalendarii Grego- 
riani, la tabula festorum, mobilium,, il m,odus novilunia ,m,emoriter 
inveniendi, il calendario e le rubricae generales breviarii) : il se- 
condo è di ce. 526 in tutto. Ma in questo mancano varie cose che 
si trovano soltanto nel primo, cioè 1' officium parvum B. Mariae 



300 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

I monaci camaldolesi nel 1599 affidavano all' abate 
Silvano Razzi la correzione del loro breviario, e più 
tardi, nel 1609, ponevano mano al laborioso lavoro an- 
che r abate Vitale Zùccoli e Severo Senesio. Gli eremiti 
di Montecorona non vollero esser da meno de' loro 
confratelli e si misero anch' essi all' opera. L' otto mag- 
gio 1596 era passato dall' eremo di Gamaldoli alla con- 
gregazione coronese quel Giovan Battista da Prato, già 
professore all' università di Pisa e poi monaco di Mon- 
toliveto, che era fautore ardente di riforme liturgiche. 
Nella nuova compagnia, egli si adoperò senza dubbio a 
promuovere quelle riforme che avevano formato l'unica 
sua ambizione e per cui aveva dovuto lottare fieramente 
e, da ultimo, uscire da Gamaldoli {^). Il suo zelo riuscì a 
muovere gli animi verso la riforma del breviario: qual- 
che utilità avrebbe recato anche il loro lavoro. Perciò 
nel capitolo del 1607 fu data commissione al padre 
Mauro, priore di san Pietro di Montecònero, di acco- 
modare, coadiuvato da altri, il breviario camaldolense. 
o meglio, di conformarlo al nuovo breviario romano, in 
tutte quelle cose che non fossero contrarie alle dispo- 
sizioni della regola e delle costituzioni. In pari tempo, 
fu ordinato al padre Barnaba, primo visitatore, di com- 
pilare un calendario e di «raccomodare il cerimo- 



Virginis, V officium defunctorum, i psahni graduales, V officium prò 
pontifice et benefactoribus, V absolutio facienda post confessionem 
sacramentalem, V absolutio ab excommunicatione maiori, V ordo com- 
municandi et ungendi infìrtnuìn, V ordo coìnmendationis animae, 
V ordo exequiarum, la Benedictio metisae e V itinerarium. Quest'edi- 
zione del Breviario camaldolese ha molte particolarità liturgiche 
degne di rilievo. 

(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Antialss Camaldulenses, Vili, 
185-186. — Gli annalisti camaldolesi tacciano il Pratense d'aver 
tentato d' introdurre tanto a Gamaldoli che a Montecorona gli usi 
e i riti liturgici dell' ordine di Montoliveto. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 301 

ni al e» (^). Ma nel novembre del medesimo anno 1607 
venuto a morte il padre Mauro, nel capitolo del 1608, il 
lavoro del breviario fu addossato al padre Barnaba, che 
nello stesso novembre, per la morte del maggiore, padre 
Angelico, era stato eletto superiore di tutta la compa- 
gnia ('^). 11 padre Mauro aveva incominciato : il padre 
Barnaba doveva continuare a condurre a termine la 
correzione, mandando poi varie copie in giro per farle 
esaminare ed averne il parere, senza procedere- più in 
là, riservato al capitolo qualsiasi ulterior procedimento 
in questa materia {^) : tanto più eh' era giunta notizia 
del nuovo lavoro a cui s' era posto mano in Roma per 
ordine di Clemente Vili, ed era prudenza non precipi- 



(1) Ada capii. 1607, e. 206 v. : « Item fu data commissione al 
R. P. f. Mauro, priore di san Pietro del monte d'Ancona, che 
con l'aiuto di alcuno della sua famiglia che più gli piaccia, ac- 
commodi il breviario nostro conforme al breviario romano 
nuovo, in tutte quelle cose che non repugnano alla Regola et 
constitutioni nostre. — Item fu ordinato che il R. P. f. Barnaba, 
primo visitatore, babbi da fare un calendario, et raccommo- 
dare il cerimoniale, conforme al quale tutta la nostra congre- 
gatione si debba reggere nelle cerimonie et offìtii divini » (adu- 
nanza dell' 11 maggio). 

(2) Acta capii. 1607, e. 211 v. (adunanza del 26 novembre). 

(3) Acta capii. 1608, e. 215v. -216: « Havendo considerato li 
nostri PP. Difìnitori 1' ordine dato al nostro R. P. f. Mauro, che 
sia in cielo, di correger il nostro breviario, il qual ordine 
non è ancora stato a pieno effettuato, commandano che finita la 
detta corretione dal R. P. f. Barnaba, sustituito dal detto padre 
in questo negotio : di essa ne siano fatte copie sufficienti da po- 
terle mandar per li luochi, acciò siano maturamente considerate, 
et si possi sapere il parer di tutti : et che fra tanto non si faccia 
altra nova provisione, o spesa alcuna in tal proposito sino a nuovo 
ordine del capitolo generale, al quale solo sia riserbato il deliberar 
ogni particolare ancorché piccolo sopra tal materia per convenienti 
rispetti : et fra questo tempo si chiariranno anco meglio alcune 
cose necessarie, che si sono presentite in Roma, intorno ad una 
nova correttione del breviario della corte : cosi vedrà anco quello 
che faranno 1' altre religioni » (adunanza del 28 aprile). 



302 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

tare le cose. Ma nel capitolo del 1609, eletto primo visi- 
tatore il padre Giovan Battista da Prato, con una ordi- 
nanza post -capitolare, si prescrisse al padre Barnaba 
di consegnare tutto il suo lavoro ai padri visitatori, 
trasferendo a costoro il compito di proseguirlo (^). L'atto 
non troppo benevolo pel padre Barnaba partiva proba- 
bilmente dal desiderio di non mandare le cose all' infi- 
nito: poiché i superiori, e più di tutti il Pratense, arde- 
vano dalla brama di mandare alle stampe il nuovo e 
laborioso parto. Infatti, nel 1611, fu concesso a tutti 
coloro che avessero voluto fare osservazioni sul nuovo 
breviario un termine ultimo di quattro mesi ; dopo i 
quali, condotto a perfezione, si potesse tener pronto 
per la stampa pel prossimo capitolo (^). Ma prima che 
il nuovo breviario venisse affidato ai tipi, il pontefice 
Paolo V, col breve « Ex iniuncto nobis » del 1 otto- 
bre 1612 ordinava a tutti i religiosi militanti sotto la 
regola di san Benedetto di adottare l' unico breviario 
monastico, allora compilato e pubblicato : e gli eremiti 
coronesi lo adottarono nel capitolo generale del 1613 (^). 
Tanto fervore di far gemere i torchi era consentaneo 



(1) Ada capit. 1609, e. 250v.: « Ordinorno che il P. fra Barnaba 
dia quel tanto che ha posto insieme intorno al breviario alli 
M, RR. Padri visitatori, i quali habbino cura di proseguire la detta 
corretione, conforme all' atto dell' anno passato, il quale nel resto 
si conferma con tutte le conditioni in quello espresse», (adunanza 
del 17 maggio). 

(2) Ada capit. 1611, e. 283 v. : « Con tutti i suffragi favorevoli 
fu risoluto et ordinato a tutti i RR. PP. vocali che riveduta et 
diligentemente considerata la corretione del Breviario, debbano, 
in termine di 4 mesi, se hanno cosa alcuna da notare, o racor- 
dare, mandarla alli molto RR. Padri maggiore et visitatori, i quali 
poi attendano a sollecitare che la detta correttione si riduca à 
perfettione, affinchè al futuro capitolo poi si possa dar alla stampa, 
e non si passi in infinito * (adunanza del 28 aprile). 

(3) Sommario, cit., p. 56, n. 112. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 303 

non solo coli' indole di quell'età, ma era anche conforme 
allo spirito eremitico, ereditato da Gamaldoli, ove per 
opera del generale Delfino, lavorava una non disprege- 
vole tipografia. Ben presto si fornirono di una stamperia 
eziandio gli eremiti romualdini : poiché di certe loro 
stampe si fa già menzione nel capitolo tenutosi alle 
Grotte del Massaccio nel 1532. E benché quivi si stabi- 
lisca di venderle, per pagare un debito che la compa- 
gnia avea con la buona memoria di madonna Bianca, 
sorella del beato Paolo Giustiniani (^), non pare certo 
che tale deliberazione fosse mandata ad effetto, perchè, 
trovavansi in questo eremo le stampe in discorso ancora 
nel 1536. Con ogni probabilità però, la stamperia del 
Massaccio prese la via del veneto, ma andò a posarsi 
neir eremo di Rua, dove nel 1585 mandava alla luce i 
sermoni di sant'Efrem. Anzi per il disturbo che recò 
r impressione di quest' opera, il capitolo ordinò che la 
stampa fosse rinchiusa in una cassa e che non operasse 
senza espressa licenza de' superiori maggiori f ). Cionon- 
dimeno, nel 1587, la tipografia dell' eremo mense met- 
teva sotto i torchi, con licenza de' superiori, la "Ro- 
mu al dina,, del padre Luca Hispano : opera che fa 
onore ah' autore per 1' eleganza del latino e per la veri- 



(1) Acta capii. MDXXXII, e. 30v. «Fu ordinato che se habino 
a vendere le stampe da stampar li libri, e che di quello che 
si caverà di esse si paghi lo residuo del debito che havea la com- 
pagnia colla bona memoria di madonna Biancha, sorella del p. f. 
Paulo Justiniano, et si satisfi ancora quanto si debbe dare a Zuan 
lolino piffaro a Venetia, figliolo già di maestro Lazzaro . . » (adu- 
nanza del 26 aprile). 

(2) Acta capii. 1585, e. 179v. : «Perchè l'essercitio di stam- 
pare non si può fare, come per esperientia havemo quest'anno 
veduto, senza gran distrattione et mancamento delle buone osser- 
vanze, pertanto fu ordinato, detta stampa fosse rinchiusa in una 
cassa et non si operasse senza espressa licentia de' superiori 
maggiori » (adunanza del 16 maggio). 



304 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

dicità della narrazione, ed alla stamperia per la bellezza 
dei tipi e per l'accuratezza dell' impressione. La ''Ro- 
mu al din a,, s'incominciò a comporre probabilmente 
nel 1586 : poiché nelF aprile del 1587 i padri capitolari 
ordina van che tutte le copie fossero inviate a Monteco- 
rona, e davano una penitenza all' autore per averne di- 
stribuita qualche copia senza la debita licenza de' supe- 
riori (^). Basterebbe questo solo libro ad eternare la 
memoria della non oscura tipografìa eremitica (^). 

La particolare costituzione degli eremi e la vita tutta 
speciale degli eremiti suppongono la scienza necessaria 
alla salute delle anime. E poiché tale vita non si può. 
abbracciare d'ordinario che nell'età adulta, ne viene di 
conseguenza che anche negli eremi siano ammessi lo stu- 
dio e i mezzi necessari i per coltivarlo, benché soltanto in 
quella misura che si reputa giovare all' incremento dello 
spirito religioso. Perciò la stamperia di Gamaldoli e di 
Rua aveano la ragione della loro esistenza nell' econo- 
mia stessa della vita eremitica. Ed ogni eremo era for- 
nito di una comune biblioteca, alla quale attingevasi dai 
singoh eremiti ; e se qualcheduna di esse fosse giunta 
fino a noi nella sua integrità e con tutti i libri che 
accoglieva nel fervore del nostro rinascimento letterario, 
ci farebbe fortemente meravigliare della vita studiosa 
che in quei piccoli centri si menava, e di cui la biblio- 
teca era il simbolo e 1' espressione più evidente. Sopra 



(1) Ada capit. 1587, e. 192 v. : «Di più, che il p. f. Luca, per 
soi defetti, et poco respecto havuto a' superiori in dispensar libri 
senza lor licentia, s'habbiada fare una disciplina da se stesso in 
visita, in presentia delli padri visitatori, et subito al ricever del 
precetto che se gli mandarà, debbia mandar qui in Monte corona 
tutti li libri che ha stampati, da doi in fuora, che lasciarà sul 
luogo de Rua » (adunanza del *22 aprile). 

(2) Vedi la descrizione della "Romualdina,, nella Bibita 
grafìa coroìiese. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 306 

gli altri portavan la palma, senza dubbio, gli studi sacri : 
anzi i profani v' erano vietati ; ma quelli si coltivavan 
con alacrità in tutte le ore lasciate libere dall' opus 
Dei e dal lavoro manuale. Laonde, certe espressioni, che 
usano talvolta le costituzioni eremitiche, sono sempre 
da intendere contro le esagerazioni dello studio e con- 
tro quei novatori che avrebbero voluto, sconvolgendo 
r economia e la stessa ragione della vita eremitica, far 
degli eremi altrettanti asili prevalentemente di ludi lette- 
rari. Perciò, nelle costituzioni romualdine pubblicate nel 
1595, si legge : « Di pili, costituirono li padri, con ma- 
, tura considerazione, che non si eserciti lo studio delle 
lettere ne i nostri luoghi: sì perchè nell'ordine de' chie- 
rici non si accettano, se non haomini di tempo e di età 
perfetta, cioè di venti anni ; e quelh che sappiano la 
lingua latina, o almeno, che sappiano la grammatica; 
sì anco, perchè per tale esercizio si rompe e guasta il 
silenzio. Imperochè la vita eremitica non ha bisogno di 
molta scienza, ma di molta divozione e fervore di spi- 
rito, e di habitare perpetuamente con la mente con Dio 
nelle celle. Nondimeno chi per la capacità del suo in- 
gegno vorrà acquistare un poco di scienza, o da se o 
con r aiuto di qualcheduno e de' libri, approvano li Pa- 
dri questa volontà, ed esortano questi a non mancare, 
avvisando li priori che non gli impediscano, anzi, per 
quanto possono, faccian loro animo e gli aiutino. Qual 
cosa li padri visitatori devono ricercare e provedere . . . 
Tutti dunque i nostri eremiti, posti da parte li humani 
o profani studi, attendano piti tosto alle sacre lezioni, 
meditazioni, orazioni, e alla dottrina spirituale, e alle 
continue compunzioni , le quali più giovano che le 
scienze vane » (^). 



(1) Begola e costituHoni, cil., MDXGV, p. 217-218, al cap. LXII. 
Lugano - La Congregaeiqne di Monte Corona. 20 



306 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Per dar esecuzione a tali precetti, ogni eremo aveva 
la sua libraria e il suo libraio. E costui godeva uno dei 
posti più importanti tra coloro a cui eran affidate le 
masserizie dell' eremo. Perciò le medesime costituzioni 
prescrivono : « Il secondo tra i custodi delle cose di casa 
sarà il libraro, che habbia cura della libraria comune, 
la quale, se non in caso di necessità, terrà sempre chiusa, 
e in essa porrà tutti i libri con ordine conveniente, e 
distinti secondo le loro materie; acciochè più facilmente 
si trovi quel che si cerca, havrà cura ancora che i libri 
sparsi si riducono in un luogo, che gli sciolti siano le- 
gati ; ma sopratutto avvertisca che per sua negligenza 
non vada male qualche libro. Il che acciò possa meglio 
adempire, faccia un catalogo, overo indice, dove scriva 
tutti i libri ad uno per uno, così quelli che sono nella 
libraria, come quelli che si adoprano da gli eremiti. In 
oltre, tutti nella prima carta li noterà di maniera che 
apparisca apertamente che sono della nostra congrega- 
zione. Finalmente quando qualcuno si parte dal luogo 
o dalla cella, subito riporti nella libraria i libri, che 
troverà in tal luogo .o cella lassati : e farà diligente- 
mente tutte quelle cose che saranno necessarie per la 
conservazione sì de' libri, come della libraria » (^). Così, 
ogni eremo essendo fornito della sua libreria ed ogni 
librerìa de' suoi libri, gli eremiti, nel cambiar di stanza, 
non potevano portar seco che « tre libri di uno o più 
autori, o legati o in un volume o in più separati », pur- 
ché non avessero diviso le opere di qualche autore, 
«portando un tomo e lassando l' altro » (*). Ai laici era 
vietato io studio ; ma era loro permesso di tenere ap- 
presso di sé, oltre l' ufficio della madonna, due libri. 



(1) Regola e costitutioni, cìt., MDXCV, p. 121-122, al cap. XXXII. 

(2) Ibidem, p. 127, al cap. XXXIII. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA ^Cff 

contentandosi de' « trattati vulvari divoti », dei quali 
v'era allora gran copia in ogni luogo, e guardando bene 
che « per causa del leggere » non fossero « negligenti 
air ubbidienza » (*). I libri venivano ordinariamente ac- 
quistati in misura del bisogno ; ma quasi tutti gli eremi 
accolsero qualche biblioteca privata per donazione, e 
l'eremo di Rua ebbe la buona sorte di ricevere nel 1583 
« alcuni pezzi di hbri spirituali » da messer Giovanni 
Giustiniani, pronipote del B. Paolo (^). 

Da tutto questo è lecito inferire che, quantunque 
gli eremi romualdini non fossero, propriamente ed in 
prevalenza, altrettante accademie letterarie, eran nondi- 
meno luoghi in cui lo studio non veniva trascurato. E 
come poteva trascurarsi, se tutta la vita dell' eremita 
doveva esser assorbita dall' opus Dei, cioè dall' ora- 
zione liturgica, dal lavoro manuale e dallo studio ? Ne 
può dirsi che lo studio dei romualdini nessun frutto 
recasse alla repubblica letteraria, poiché, nonostante la 
modestia eremitica schiva in generale di tramandare 
ai posteri le traccia di quella vita, che era tutta consa- 
crata a Dio, molti nomi di essi non ispregevoU sono 
pervenuti fino a noi, la cui fama è forse poca unica- 
mente perchè vissero vita nascosta e non si curarono 
del mondo che li circondava e nel quale vivevano. In- 
fatti, il padre Nicolò Dannello, procuratore degli eremiti 
coronesi, nel 1694, dirigeva all'abate Pietro Canneti una 
lettera, in cui tesse la serie degli illustri scrittori della 



(1) Regola e costitutioni, cit. MDXCV, p. 217, al cap. LXII. 

(2) Ada capii. 1583, e. 162: «Intendendo li padri che il Cl.mo 
Sig.re Giovanni Giustiniani vuole dare alcuni pezzi di libri spiri- 
tuali per servitio del luoco di Ruha, et non vuole che siano levati 
de detto [luoco] da quale si voglia persona : parendo a detti padri 
essere la dimanda honesta ordinorno che nessuno ardischi portare 
né lassar portare alcuno di detti libri . . » (adunanza del 3 maggio). 



308 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

sua congregazione con V elenco delle loro opere, pubbli- 
cate e manoscritte. E, tra gli altri, fa menzione di un 
certo eremita, Remigio da Modena, il quale avea tra- 
dotto dal greco i sermoni e gli opuscoli di san Basilio; 
e di molli altri, come Giuseppe da Macerata, Emiliano 
da Trevi nelF Umbria, Gregorio Cartari, Patrizio orvie- 
tano, Ercolano Baglioni, perugino. Pacifico Penello, ro- 
mano, Giovan Battista Lapparini, Gaudenzio Lotaringo, 
Silvestro da Modena, Giordano Muneghina da Padova e 
Arcangelo da Mantova (^). A costoro sono da aggiun- 
gere queir eugubino Benedetto Basso o Busso che tra- 
dusse, e pubblicò in Venezia, pei tipi di Michele Tramez- 
zini, le istituzioni monastiche di Giovanni Gassiano (^): 
i perugini Francesco Olivieri e Vittorio Donni, nonché 
il tifernate Florido Titi, che composero diversi trattati 
suir architettura (^), per tacere dello storico Luca Hi- 
spano e de' suoi continuatori. Placido Vibi e Benedetto 
Galassi da Macerata. Anche in questo, i romualdini non 
facevano che battere le orme del loro venerato padre, 
il B. Paolo Giustiniani, uomo coltissimo, studioso tenace 
e scrittore non inelegante. 



(1) MiTTARELLi-GosT ADONI, Anuales Camaldulenses, Vili, 171. 

(2) Ecco il titolo esatto : Opere di Giovanni Cassiano, delle co- 
stitusioni ed origine de' monaci tradotte, Venezia, M. Tramezzini, 
1563 : cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camalduletises, Vili, 121- 
122; LuD. Iacobilli, Bihliotheca Umbriae, Fulginiae, A. Altieri, 
1658, p. 70. 

(3) Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, Vili, 171. — 
Molte opere stampate e manoscritte di eremiti coronesi sono no- 
tate nella lettera che il p. Nicolò Dannello ha diretto al p. don 
Guido Grandi per 1' ab. Canneti. Se n' ha copia, col titolo : De scri- 
ptoribus Eremitis Camaldulensihus Congregationis Montis Coronae, 
nel voi. ms. Collectanea scitu et memoria digniora... ad congrega- 
tionem Montis Coronae spectantia in unum redacta praesenti anno 
1747 (e. 306 segg.). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 309 

Dalla vita degli individui, trascorsa nel lavoro, nella 
preghiera e nello studio, passiamo finalmente a conti- 
nuare la narrazione della vita della compagnia. A par- 
tire dalla metà del secolo XVI, il numero degli eremiti 
romualdini andò sempre crescendo, e coli' aumentare del 
numero crebbero d' importanza anche gli eremi. Quello 
di Montecorona prese ad ospitare, quasi continuamente, 
più di cinquanta eremiti: era una fortezza inespugnabile. 
.Crescevano pertanto anche i negozi, che sono necessario 
alimento e corredo di una grande famigha, e molti eran 
quelli che si dovevano trattare in Roma, direttamente o 
indirettamente, con la Sede apostolica. Fino al 1577, i 
coronesi usarono di spedire a Roma un loro padre ogni 
volta che i bisogni e i negozi lo esigessero : ma si erano 
persuasi, con la prova della propria esperienza, che non 
potevasi durare piti a lungo con tale sistema, fonte di 
non lievi disturbi e causa di infelici risultati, e che fa- 
ceva di mestieri eleggere un procuratore di ufficio, col 
mandato permanente di trattare e di concludere gli affari 
della compagnia, e con l'obbligo della residenza in Roma. 

Nel 1577 nominato procuratore il padre Liberato 
Ferretti d'Ancona, allora visitatore, fu incaricato di 
portarsi a Roma e di cercare una decente abitazione, 
od ospizio — come dicevano i romualdini — per se, per 
quei pochi altri che il capitolo avrebbe mandato e per 
coloro che per qualche ragione fossero passati o aves- 
sero dovuto fernlarsi nell' eterna città. Dopo molte dili- 
genze, colla protezione ed il favore del card. Antonio 
Caraffa, il padre Liberato riuscì ad ottenere dal capitolo 
di san Pietro, in data del 27 gennaio 1578, in perpetuo 
uso ed ecclesiastica enfiteusi, la chiesa di san Leonardo, 
posta alla Lungara, con sei stanze annesse, custodita ed 
ufficiata in quel tempo da un sacerdote secolare, con ri- 
serva delle entrate della chiesa e col canone di tre libre 
di cera bianca, da offerirsi annualmente alla basilica vati- 



310 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

cana nella festa de' santi Pietro e Paolo, e con l'obbligo 
di celebrare una messa nella medesima chiesa (*). Il con- 
tratto fu approvato da ambe le parti nel 1579. Ma sorse 
qualche difficoltà col sacerdote che ufficiava la chiesa, 
poiché gli eremiti avrebbero voluto aver la casa libera 
da qualsiasi schiavitù. Per la qual cosa, nel 1581 e 1582 
non fu inviato verun procuratore: ma ritornato a Roma 
nel 1583 il padre Liberato, fece sì che il sacerdote slog- 
giasse e che, rimasta libera la casa e la chiesa, potesse 
metter mano, con V elemosina di alcuni benefattori, a 
restaurare l'una e l'altra. All'altare fu posto subito un 
quadro rappresentante la Madonna fra i santi Romualdo 
e Leonardo, che era stato dipinto in quest'anno da Ercole 
Orfeo da Fano. Alle sei stanze primitive, nel 1584 furono 
aggiunte due casette contigue col relativo orticello, che 
venner comprate da un certo barcarolo chiamato Bat- 
tista Bagozzi da Brescia. Ma nel capitolo del 1589 si 
manifestò una corrente contraria all' ospizio : i padri 
superiori eran stati avvertiti da' benefattori ed amici 
che quel luogo era « poco honesto », essendo la « vici- 
nanza pericolosa e scandalosa », né « senza pericolo 
dell' honestà e coscienza» dei padri e fratelli che vi do- 
veano abitare. Quindi fu espresso il parere di vendere 
quel luogo o di permutarlo con un altro f). Sia però 
per le difficoltà sorte o per altre ragioni a noi scono- 
sciute, non fu effettuata né la pèrmuta, ne la vendita. 
Onde i padri capitolari, nuovamente nel 1591 torna- 
rono a dar licenza al procuratore di vendere 1' ospizio 



(1) Le notizie riguardanti la procura sono ricavate da un voi. 
ms. del P.^TiBURZio Veneto, intitolato : Memwie appartenenti alla 
Congregazione degli eretniti camaldolesi di Moutecorona, ove, dalle 
796-858 si hanno le Memorie appartenenti alla procura generale di 
Roma dal J 570 all'anno 1769. ricavate dalle scritture dell'archìvio. 

(2) Ada capii. 1589, e. 206 (adunanza del i26 aprile). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 311 

romano (^). Cionondimeno, allontanati probabilmente i 
pericoli che rendevan poco decente il luogo, l' ospizio 
rimase, benché uno straripamento del Tevere, avvenuto 
nel 1599 portasse V acqua sopra le stanze del procura- 
tore e demohsse due muri dell' orto. Per disposizione 
testamentaria di un certo Alessandro Pio, 1' ospizio di 
san Leonardo venne ad avere nel 1606 un po' di rendita 
annua. Il padre Alessandro Secchi pose tosto mano 
ai restauri delle fabbriche e della chiesa. La quale cam- 
biò aspetto sì nell'interno che nell'esterno: trasportato 
l'altare e posto, dietro di esso, un piccolo coro: rifatto, 
benché più tardi (nel 1619 - 21), tutto il soffitto : deco- 
rato r esterno di opportuna facciata. Per nuove cessioni, 
r ospizio fu già nel 1619 ridotto ad isola, come era an- 
cora sulla fine del secolo XVIII (^). 

Neil' ultimo decennio del secolo XVI e nel primo 
del secolo seguente, la congregazione di Montecorona 
prese uno sviluppo grandissimo; che andò congiunto ad 
una febbrile attività. Il pontefice Clemente Vili, per le 
buone informazioni del card. Tolomeo, vescovo di Fra- 
scati e protettore degli eremiti romualdini, il 30 giu- 
gno 1594 elesse e nominò abate generale di Montever- 
gine per un triennio il coronese padre Girolamo da 
Perugia, con facoltà di ripristinare lassù, ove ne fosse 



(1) Ada capii. 1591, e. WI (adunanza del 9 maggio). 

(2) Nuovi restauri subirono 1' ospizio e la cliiesa nel 1700, e il 
19 giugno 1731 fu consacrato 1' altare di san Romualdo da mons. 
Antonio Tasca. Tutto il luogo occupato dalle fabbriche,, dall' orto 
e dal cortile aveva un circuito di circa 700 metri. Di questa chiesa 
di S. Leonardo, che sorgeva presso la porta settimiana, nel Tra- 
stevere, quasi dirimpetto al palazzo Salviati alla Lungara, oggi 
collegio militare, vicino al ponte leonino (ponte di ferro), ben po- 
che notizie ha raccolto Mariano Armellini, Le chiese di Boma dal 
secolo IV al XIX, II ediz. Roma, Tip. Vaticana, 1891, p. 656-7. 



312 LA CONliREGAZIONE CAMALDOLESE 

bisogno, l'osservanza regolare (*). A quest'uopo gli con- 
cedeva facoltà di portar seco uno, due o tre de' suoi 
eremiti coronesi. Terminato il triennio, il pontefice lo 
riconfermò in quella carica, addì 9 maggio 1597, a bene- 
placito della santa Sede (^). Molto operò il perugino tra 
i monaci di Montevergine sia richiamando in vita le 
buone costumanze monastiche, sia eccitando il fervore 
e io zelo dei singoli monaci per la vita perfetta. Non 
ultimo frutto delle sue cure è il testo delle nuove co- 
stituzioni verginiane, approvato da Clemente VITI l' 8 
marzo del 1599 (^). In quest'anno l'abate Girolamo da 
Perugia ritornò tra' suoi, ricolmo di benedizioni da parte 
dei verginiani, del pontefice, e del card. Tolomeo, pro- 
tettore comune di ambedue gli ordini, di Montevergine 
e di Montecorona. 

Dimorando ancora il perugino a Montevergine, al- 
cuni romualdini brigavano per andar a trapiantare un 
rampollo di Montecorona nelle Spagne. Spingeva a que- 
sta spedizione un certo spagnuolo di Valenza, per nome 
don Rodolfo, già eremita di Gamaldoli, che partitosi di 
là, avea bussato alle porte di Montecorona, ma non v'era 
stato accettato, perchè « provetto di età, poco sano, di 
corta vista e sottoposto ad una mezza specie di malca- 
dùco » (^). Laonde, partito da Montecorona, dopo di essersi 
inteso per la spedizione con lo spagnolo coronese frate 



(1) Breve «Apostolici miineris» in Mittarki.li-Gostadoni, .4n- 
nales Camalduleiises, IX, App. tom. Vili, Ì208-209; Sommario, cit. 
p. 40, n. 75. 

(2) Breve « Gum prò reformatione » in Mittarelli-Costadoni, 
Annales Òamaldulenses, IX, App. tom. Vili, 209-10; Sommario, 
cit. p. 42, n. 82. 

(3) Breve « Inter gravissimas curas » in Bullarium Romanum, 
edit. Taurinens., X, 482-484; Sommario, cit., p. 43, n. 83. 

(4) Ada capit. 1596, e. 42 (adunanza del maggio). In questo 
tempo erano già partiti per la Spagna. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 313 

Egidio, priore titolare di san Salvatore di Fano e mae- 
stro de' novizi, si recò a Roma, dove si adoprò sì de- 
stramente che, nonostante il contrario parere del card, 
protettore, riuscì ad ottenere di poter partire. A' due 
spagnuoli si unì anche il chierico Diego di Montecorona, 
e partirono, a quanto pare, sui primi del 1596. Ma la 
spedizione non sortì buon effetto, perchè, morto il padre 
Egidio a Granata, gli altri due dovettero ripigliar la via 
del ritorno (^). 

Né miglior fortuna toccò ad una fondazione che in 
quel medesimo tempo sembrava potersi fare sul lago 
di Bolsena. Il card. Odoardo Farnese avea offerto agli 
eremiti coronesi l' isola del lago di Bolsena, che è dirim- 
petto a Gapodimonte, dov' erano i padri minori, coi 
mezzi sufficienti per il mantenimento di dodici religiosi 
e con le opportune comodità per edificarvi altresì le 
celle solitarie e disporvi tutto ciò che fosse necessario 
alla vita eremitica. I padri, nel capitolo del 1596, avuta 
relazione sullo stato dell' isola e venuti a conoscere che 
era molto acconcio al loro modo di vivere, dopo matura 
considerazione, affidarono al procuratore di Roma l' in- 
carico di accettare 1' offerta, quando al card. Farnese e 
al duca di Parma fosse piaciuto di metterla ad effetto: 
vi avrebbero inviato subito quattro eremiti pel servizio 
della chiesa, e degli altri, quando fossero edificate le 
celle solitarie (^). 

Questi inviti e queste offerte erano testimonianze 
di venerazione che gli eremiti meritavano per la santità 
della loro vita. Gosì nel 1597, l'arcivescovo di Taranto, 



(1) Cfr. Sommario, cit. p. 41, nn. 78, 79. 

(2) Ada capii. 1596, e. 42-43 (adunanza del 7 maggio). Gli An- 
nalisti camaldolesi (Vili, 189) dicono erroneamente offerto questo 
luogo agli eremiti di Camaldoli. 



314 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Lelio Brancaccio, offrì loro un luogo, presso la città, per 
costruirvi un' eremo ; ma il capitolo « per degni rispetti » 
non r accettò (*) : accettò però, per la vicinanza dell' e- 
remo di Rua, il luogo offerto dal conte Alessandro Porto, 
nobile patrizio vicentino, per fare una fondazione nel 
territorio di Vicenza. Ma poiché, dopo 1' offerta presen- 
tata nel 1594, non si veniva a capo di nulla, e facendo 
istanza altri gentiluomini vicentini nel 1599 perchè 1' e- 
remo si fondasse sul monte Summano, a poca distanza 
da Centrale, il capitolo aderì, incaricando subito il priore 
di Rua e il padre Giovan Battista da Prato di recarsi 
insieme a visitare il luogo e di riferirne al maggiore ed 
ai visitatori, i quali, a loro volta, dovessero certificarsi 
della verità recandovisi anch' essi in persona (^). Il luogo 
piacque ; era assegnato « con alcune provvisioni et asse- 
gnamenti honesti e convenienti » ; quindi, inviatovi nel 
1599 il padre cremasco Alessandro Secchi, uomo elo- 
quente e versato nell' architettura, fu posto mano alle 
fabbriche necessarie. E perchè il lavoro fosse mandato 
innanzi « più gagliardemente » che si potesse, il capitolo 
del 1600 ordinò che il priore di Rua si riteaesse come 
superiore anche del nuovo luogo di Centrale, con fa- 
coltà di levare e di mettervi i religiosi piti adatti al ser- 
vizio ed alle esigeuze del momento, finche 1' eremo di 
Centrale non venisse eretto in priorato f ). Alla nuova 
costruzione furon applicati anche i mille ducati lasciati 
per disposizione testamentaria alla religione da fra Tito 
da Venezia. Il padre Secchi fornì per Tedifizio un dise- 
gno che fu « lodato da tutti », e fu ritenuto conforme 
all' istituto romualdino dallo stesso capitolo, ma perchè 



(1) Acta capit. 1597, e. 6l2v. (adunanza del 30 aprile). 

(2) Acta capit. 1598, e. 70 (adunanza del 20 aprile). 

(3) Acta capit. 1600, e. 93 v. (adunanza del 27 aprile). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 315 

neir eseguirlo avrebbe importato una spesa « molto 
grossa », e quel luogo fabbricavasi con le elemosine dei 
benefattori, i padri capitolari vollero che fosse sostituito 
da un « nuovo modello », presentato nel 1602, « poiché 
in esso — dicevano — vi è tutto quello che è nel primo, 
con poca variazione, e la spesa si giudica sicuramente 
che debba essere assai minore » (^). Ed in breve tempo 
r eremo fu compiuto. Francesco Rubini, nobile vicentino, 
fece costruire a sue spese la chiesa, che venne dedicata 
a san Giovanni Battista ed il nobil uomo Gerolamo 
Trento, di Vicenza, si segnalò per la molta generosità 
con cui aiutò il sorgere dell' eremo. I soccorsi venuti da 
Vicenza e dalla vicina comunità di Centrale portaron 
tutto a compimento in breve. Primi priori di quel luogo 
furono i padri Giovan Battista da Prato (1601), Alessan- 
dro Secchi da Crema (1602-1605) e Tito Zeno da Ve- 
nezia (1606) (2). 

Fin dal 26 luglio del 1600, il signor Cesare Zaffa- 
rana da Messina, abitante in Napoli per atto testamen- 
tario rogato da Giovan Simone della Monaca, avea la- 
sciato erede de' suoi beni la congregazione di Monte- 
corona, con l'obbligo di costi-uire un eremo a Messina, 
a Palermo od almeno nel regno di Napoli. Accettata 
r eredità dal priore di san Salvatore a Prospetto e con- 
fermata, nel 1601, dal capitolo, venne dichiarato con 
pienezza di voti che il nuovo luogo si edificasse « nel 



(1) Ada capii. 1602, e. 125 (adunanza del 1 maggio). 

(2) Ada capii, ad an. cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Ca- 
maldulenses, Vili, 193-194. — Nel 1664 fu dal capitolo generale 
accettata la chiesa de "La costa,, . Per gli effetti della soppres- 
sione del 1810 r eremo fu abbandonato dai coronesi ed acquistato 
da certo Carretta. Nel 1840 rovinò il soffitto della chiesa ed allora, 
riservata una cappella ed una cella, gli altri locali furon adibiti 
ad usi profani. 



316 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



regno di Napoli » (*). I padri Serafino Fellecchia, priore 
dell'Incoronata e Ambrogio, spagnuolo, priore di san Sal- 
vatore, incaricati di scegliere la località più acconcia 
per mandar ad effetto la volontà dello Zaffarana, riferi- 
rono tosto, con lettera del 1*^ dicembre 1601, d'aver messo 
gli occhi sopra un luogo, posto nel distretto di Torre 
del Greco, a due miglia da questa Torre e a dieci da 
Napoli, per essere di aria salubre, lontano dall'abitato, 
con selva e 120 moggia di terra dintorno ed altre cinque 
moggia di pianura sulla vetta del monte. Era inoltre 
dotato di casa, giardino, cisterna ed altre officine, molto 
utili per i lavori di costruzione. Questo ermo luogo 
spettava alla comunità di Torre del Greco, benché 1' ar- 
civescovo di Napoli avanzasse dei diritti di proprietà 
sul suolo. Il capitolo, tutto ben ponderato, sapendo che 
gli amici e benefattori non solo di Napoli, ma anclie di 
Roma e specialmente il card, protettore, approvavano la 
scelta, diede ampia facoltà al padre Serafino Fellecchia 
priore dell' Incoronata, di procedere alla compra del 
luogo, impiegando nella spesa, i denari dell' eredità 
Zaffarana, e diportandosi con le debite cautele riguardo 
all' assenso apostolico necessario per beni dell' arcive- 
scovado di Napoli ed all' assenso regio per quelli della 
comunità di Torre del Greco : considerasse bene ezian- 
dio, prima di cominciare a fabbricare, dove meglio e più 
comodamente si potessero porre le celle e le altre offi- 
cine, affinchè le une e le altre fossero riparate dai venti 
e disposte secondo gli usi romualdini (^). Il card. Alfonso 
Gesualdo, arcivescovo di Napoli, con suo decreto del 
1^ marzo 1602, concesse agli eremiti il luogo e la chiesa 
dedicata a san Michele arcangelo, nelle vicinanze di 



(1) Ada capii. 1601, e. Ulv. (adunanza del 21 giugno). 

(2) Acta capii, 1601, e. 117-118 (adunanza del 27 dicembre). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 317 

Torre del Greco, con le condizioni che sopra la porta 
della chiesa si scolpissero le insegne arcivescovili, che 
ogni anno nella prima domenica di maggio, solennità 
della traslazione di san Gennaro, essi offrissero all' ar- 
civescovo un cereo di quattro libre, e che in caso di 
abbandono, restasse in dominio della chiesa di Napoli 
il luogo con tutte le migliorìe fatte. La chiesa fu subito 
restaurata ed il luogo ridotto ad uso eremitico; aggiunto 
il coro ed il capitolo, fabbricate le celle, con generose 
offerte della pia signora Giovanna Rossa. Il capitolo 
generale nel 1603 diede commissione di comprare il 
monte, cerquato e selvaggio, che distava tre sole miglia 
dal Vesuvio {^), e vi stabilì la famiglia eremitica. La 
quale più volte, e specialmente nel 1631, ebbe a pro- 
vare il valido patrocinio di san Michele arcangelo, per 
essere stata difesa dalle terribili eruzioni del Vesuvio f ). 
Neil' eremo di Torre del Greco dimorava e finiva i 
suoi giorni il 21 luglio 1601 il patrizio nolano Pompeo 
Fellecchia, fratello dell' eremita padre Serafino. Dieci 
giorni prima di morire, egli avea istituito suoi eredi 
universali gli eremiti dell'Incoronata, nominando esecu- 



(1) Ada capii. 1603, e. 149 (adunanza del 27 aprile). 

(2) La comunità di Torre del Greco, vantando dei diritti sul 
luogo concesso dall' arcivescovo agli eremiti, mosse lite all' arci- 
vescovo e n' ebbe una sentenza favorevole. Ma la S. Sede rivendicò 
i diritti di lui. E perchè in questo frattempo gli eremiti non avean 
offerto r anno canone, 1' arcivescovo Francesco Buoncompagni, li 
dichiarò decaduti dal possesso. Ma vennero subito ad un accomo- 
damento, passando i canoni arretrati non soddisfatti e continuando 
a soddisfarli per 1' avvenire. — Nel 1741 minacciando rovina la 
vecchia chiesa, ne fu edificata una nuova, con otto altari e pavi- 
mento di marmo: gli stalli del coro, i sedili del capitolo e gli ar- 
madi della sagrestia furono lavorati egregiamente in noce. Ma, 
espulsi i religiosi nel luglio 1866, 1' eremo e la chiesa passavano 
ad uso profano. Gfr. Mittarelli Costadoni, Annales Camaldulen- 
ses, Vili, 199. 



318 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

tore testamentario delle sue ultime volontà il proprio 
fratello chiamato nel secolo Pier Antonio, che era colà 
priore. Disponeva nel testamento che, soddisfatti alcuni 
legati pii, tutta la sua sostanza venisse impiegata nel- 
r erezione di un nuovo eremo coronese nel distretto 
della città di Nola. Aderì il capitolo generale il V mag- 
gio del 1602, accettando V eredità « havuto riguardo alla 
molta amorevolezza che il d.^ q. Sig. Pompeo, sempre, 
mentre eh' egli visse » avea mostrato alla congregazione, 
disponendo che si procedesse alla fondazione dell'eremo, 
acquistando V intiera montagna ad oliveto offerta da un 
certo abate Troiano Mastrilli, e procurando di ottenere 
anche il terreno annesso, detto "dei Martiri,, spettante 
al beneficio di sant' Angelo del Monte, di giuspatronato 
dei signori Siccardi (^). TI padre Serafino per 1200 du- 
cati ottenne la montagna, e la cessione del giuspatronato, 
mediante un canone perpetuo al rettore di sant'Angelo. 
Nelle stanze annesse a questa chiesa, restaurata alla 
meglio, abitò la prima famiglia religiosa nel 1603, in 
attesa del nuovo eremo. Il luogo, in cui dovea sorgere 
Tedifizio, non avea spazio sufficiente all'opera: onde il 
padre Serafino dovè far spianare un tratto della mon- 
tagna, nella località detta "dei Martiri,, per aver tutto 
r agio di stendervi una magnifica pianta di romitorio. 
Poscia fece edificare la chiesa, sotto V invocazione di 
santa Maria degli Angeli, bella, grande, ornata di marmi: 
e da ultimo, si accinse alla costruzione delle officine e 
delle celle eremitiche, ove si trasferirono i religiosi da 
sant'Angelo del Monte nel 1607, quando T eremo fu di- 
chiarato priorato. Quindici furono le celle solitarie, e la 
clausura comprese nel suo recinto circa diciotto moggia 
di terreno, parte in piano e parte in dolce declivio con 



(1) Acta capii, 1602, e. 123 - 124 (adunanza del 1 maggio). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 319 

orto, vigna, numerose piante fruttifere e selva. La chiesa 
fu consacrata nel 1654 e nel mezzo del presbiterio, in 
apposito sepolcro, furon riposte nel 1662 le ceneri del 
pio e munifico fondatore Pompeo Fellecchia. Contigua 
alla sagrestia, arricchita di grandi armadi d' olivo fre- 
giati di bronzo dorato, è la sala del lavabo pei sacer- 
doti, con una vasca di marmo statuario di un metro di 
larghezza e due di lunghezza. A sinistra di questa fonte 
è r ingresso all' ipogèo che servì di sepoltura per gli 
eremiti. L' eremo di santa Maria degli Angeli di Nola 
prospetta 1' eremo napoletano del Ss. Salvatore , che 
dista di qui 27 chilometri in circa. Verso mezzogiorno ha 
di fronte il golfo di Gastellamare di Stabia e le vette 
dell' apennino. Quasi di faccia è il Vesuvio, e di sotto, 
la città di Caserta e un' immensa pianura feracissima e 
sparsa di città, di villaggi, di castella. 11 padre Serafino 
Fellecchia, che ne fu il primo superiore e priore, vi morì 
nel 1628, ricco di meriti, acquistati durante quaranta- 
quattr'anni di vita eremitica, abbracciata da lui quan- 
d' era non oscuro dottor di legge (*). 

Un' altra posizione incantevole di quelle parti fu 
occupata dagli eremiti coronesi. Nel 1603 Matteo da 
Capua, principe di Conca e signore di Vico Equense 
avea offerto un luogo nel territorio del suo dominio, 
« con comodità di selve », per fabbricarvi un eremo. 
Accettarono i padri capitolari, scrivendogli che erano 
pronti ad inviare gli eremiti per incominciare 1' opera, 
appena egli avesse fatto acconciare la strada che va a 
Vico » ed avesse dato lassù « tanto terreno » che fosse 
capace per un eremo, « con tante selve » che supplissero 



(1) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, AfinaUs Camaldulenses, Vili, 200; 
Vincenzo Acampora, I Camaldoli di Nola, Breve descrizione storico- 
artistica, Napoli, R. Vitale, 1904, in 8o, di pp. 32. 



320 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

al bisogno della legna. La località, in cui sarebbe sorto il 
nuovo edilizio, era chiamata santa Maria di Castello (*). 
Il viceré di Napoli fece subito accomodare la strada 
che da Gastellamare mette per terra alla città di Vico 
Equense ed il principe di Conca, in vista de' migliori 
vantaggi che avrebbe offerto di fronte alla località di 
Castello, offrì un'altro luogo chiamato "Circum Jeru- 
salem,, depositando nelle mani del signor Carlo Carac- 
ciolo la somma di mille ducati « in tanti doppioni d'oro, 
con promessa di tempo in tempo, di darne degli altri ». 
Al principe si aggiunse tosto la principessa, sua madre, 
e il signor Carlo Caracciolo, i quali fecero calda istanza 
al capitolo generale perchè le loro suppliche non andas- 
sero a vuoto. Il capitolo non pose tempo in mezzo : 
accettò il nuovo luogo di "Circum Jerusalem,, ordi- 
nando che co' mille ducati del principe si comprasse il 
terreno necessario per la fondazione dell' eremo, e non 
bastando, si applicasse nella compra, nella fabbrica e 
nel mantenimento di esso, il residuo di dodici mila 
scudi dell' eredità Zafferana ; e che si facesse, prima di 
incominciare la fabbrica, il disegno, procedendo in ciò 
« con molta maturità e consiglio di periti » (^). Nel 1605, 
comprato il luogo, fu posto mano all' edilìzio, assegnando 
alla nuova famiglia religiosa, composta di « quattro boc- 
che », dugento ducati annui, che V eremo di Torre del 
Greco avrebbe dovuto inviare sull'eredità Zafferana (^). 
La chiesa fu dedicata a santa Maria "in Jerusalem,,: 
le celle e le officine vennero costruendosi a poco a poco : 



(1) Ada capii. 1603, e. 145-146 (adunanza del 125 aprile). 

(2) Ada capii. 1604, e. 163 (adunanza del 20 maggio). 

(3) Ada capii. 1605, e. 175 (adunanza del 5 maggio ; cfr. MiT- 
TARELLi-CosTADONi, Aunales Camaldulenses, Vili, 200. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORÓNA 32l 

i primi religiosi furon governati da un superiore, finche, 
nel 1607, V eremo fu eretto in priorato. Il nuovo eremo 
sorge sul promontorio che divide Vico Equense da Sor- 
rento, in quella parte che unisce al continente e nella 
cui pianura s' innalza il monte per un miglio e mezzo. 
Di lassù si gode un panorama dei più vaghi e dilette- 
voli : si distende sotto gli occhi la città di Sorrento con 
tutto il suo territorio, che, seminato di villaggi, ha l'a- 
spetto di una città ininterrotta : quindi il mar Tirreno, 
con le isole di Capri, di Ischia, di Procida, il capo Mi- 
seno, e più in giù, r isola di Ponza, che formano la 
delizia dell' occhio, scrutatore del bello, e lo portano a 
posarsi sul golfo della metropoli del regno, lasciando- 
velo immerso nel più sublime incantesimo. 

In tutta questa meravigliosa fioritura di eremi ro- 
mualdini, uno finora ne mancava nelle vicinanze della 
città che è centro del cattolicismo. A questo pensò il 
nobile comasco Giovanni Angelo Frumenti, canonico 
della basilica di santa Maria Maggiore. Egli indicò al 
capitolo generale, promettendo tutto il suo appoggio, 
un luogo boschivo, chiamato Grotta del ceraso, presso 
le mine dell'antico Tuscolo, lungi da Roma circa quin- 
dici miglia. Il padre Alessandro Secchi, procuratore 
generale della congregazione di Montecorona ed incari- 
cato speciale del capitolo per questa fondazione, approvò 
la scelta del luogo che era di proprietà della reverenda 
Camera Apostolica. Oppostosi alla cessione il governa- 
tore di Frascati, che ne ritraeva vantaggiosa rendita, il 
padre SeccKi,. per mezzo del principe don Giovan Bat- 
tista Borghese, implorò ed ottenne dal sommo pontefice 
Paolo V, di lui fratello, il 26 dicembre 1606, la conces- 
sione in enfiteusi perpetua del desiderato luogo dell' a- 
gro tuscolano. Il 27 gennaro 1607, con un breve pon- 
tificio venne confermata la cessione, con facoltà di edi- 
ficarvi un' eremo con la sua chiesa, il campanile e le 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 21 



3M LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

altre fabbriche necessarie (*). Il canonico Frumenti ed 
altri aiutarono con alacrità il sorgere dell'eremo. Il duca 
Altemps offrì alloggio, nella sua sottoposta villa di Mon- 
dragone, al padre Secchi e ai due conversi che erano 
con lui, per la sorveglianza dei lavori. Lo stesso padre 
Secchi, che avea già costruito 1' eremo di Vicenza, pre- 
sentò al sommo pontefice il bozzetto del nuovo romi- 
torio tuscolano e n' ebbe parole di alta approvazione. 
Nel maggio del 1607 cominciavano già a sorgere quattro 
celle : onde il capitolo generale approvò un voto di 
plauso al padre Alessandro, ordinandogli che per gue- 
st' anno attendesse a tirar innanzi la fabbrica, a misura 
delle elemosine, con ogni diligenza, ed in questo frat- 
tempo anche la congregazione gli inviasse * qualche 
buono aiuto », come tutti desideravano (^). Il sommo 
pontefice rimase talmente soddisfatto del disegno del 
nuovo eremo, che volle dichiararsi protettore speciale 
di tutta la congregazione di Montecorona e determinare 
che la novella chiesa tuscolana si dedicasse al principe 
dei romiti occidentali, san Romualdo. Il capitolo, gratis- 
simo per questo atto di sovrana degnazione, ordinò su- 
bito che sotto tal nome si mettesse la prima pietra del 
tempio e si proseguisse la fabbrica a gloria del Signore (■^). 
Il pontefice l'S giugno del 1608 si recò a visitare i lavori, 
e poiché era già terminata la prima cella, fatta edificare 



(1) Sommario, cit., p. 49, n. 97. 

(2) Acta capii. 1607, e. 210 (adunanza del 13 maggio). 

(3) Acta capii. 1608, e. 217 : * Essendo stato riferito al vene- 
rando capitolo come la santità di N. S. si è degnata di bocca pro- 
pria honorar la congregatione nostra col dar il nome del santissimo 
nostro padre Romualdo alla nova chiesa che si deve fare 
air eremo del tuscolano : con tutti li voti favorevoli accettorno 
questa dedicatione, et ordinorno che sotto a tal nome si metta la 
prima pietra, et si proseguisca la fabbrica della detta chiesa a 
gloria del Signore » (adunanza del 29 .aprile). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORÓNA 323 

dal genovese Stefano Baroni, volle benedirne la cappel- 
lina, dedicandola alla Ss. Annunziata. Prima di partire 
dall'eremo benedì eziandio una grande croce di marmo, 
ordinando che vi si erigesse attorno una cappella, e 
l'una e l'altra arricchì di indulgenze (% Con la sovrana 
elargizione, lasciata dal pontefice nel partire, fu compita 
la edificazione di quattordici celle e delle officine. Paolo V 
ritornò una seconda volta a vedere i lavori, ed avendo 
osservato il progetto della chiesa, lo approvò, si addossò 
la spesa del nuovo tempio, e lo dedicò nel 1610 a san 
Romualdo, celebrandovi pel primo il santo sacrifizio. 
Nella sagrestia fece mettere due porte, da lui donate, che 
prima erano all' altare della confessione, nella basilica 
vaticana. Piti tardi, il 12 giugno 1660, il card. Antonio 
Barberini, vescovo di Frascati, con l' intervento de' car- 
dinali Grimaldi, D' Este, Carlo Barberini e Mancini, e con 
r assistenza del principe di Palestrina, di molti vescovi, 
prelati, nobili e matrone romane, consacrò la chiesa 
dell'eremo tuscolano, riponendo sotto l'aitar maggiore il 
corpo di san Teodoro martire C^). 11 muro di clausura. 



(1) Sommario cit., p. 50-51, n. 101. 

(2) Questa chiesa minacciando poi rovina, fu demolita e ri- 
costruita per munificenza del card. Enrico duca d' Jork, vescovo 
di Frascati, il quale la consacrò il ^ ottobre del l??'^, come si 
rileva dall' iscrizione posta nell' interno della chiesa sopra la porta 
maggiore : 

D. O. M. 

HENRIGO EPISCOPO TVSCOLANO 

CARDINALI DVCI HEBORACENSI 

S. R. E. VICE-CANCELLARIO 

QVOD 

ECCLESIAM HANC DEO IN HONOREM 

S. ROMVALDI ABBATIS 

EXIMIA PIETATE SOLEMNI RITV DICAVERIT 

SACRASQVE INDVLGENTIAS DE MORE GONGESSERIT 

DIE XXV OGTOBRIS MDGGLXXII 

GAMALDVLENSES AETERNVM POSVERE. 



SM LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

che ricinge l'eremo per cinque chilometri di circuito, fu 
solennemente chiuso il 25 marzo 1613, e Paolo V asse- 
gnò agli eremiti tuscolani una sorgente di acqua puris- 
sima ritrovata nella selva attigua. La principessa Ortensia 
Santacroce, consorte di Francesco Borghese, fratello di 
Paolo V, lasciò all' eremo vari legati, fece costruire a 
sue spese alcune fabbriche ed una ricchissima cappella 
dedicata alla santa Croce, in cui volle esser sepolta (*). 
Il card. Pietro Aldobrandini adornò l'eremo del grande 
fabbricato dell' infermeria. La generosa liberalità, con 
cui la famiglia Borghese circondò l' eremo tuscolano, 
mosse ad emulazione molti personaggi, che vollero con- 
correre con le loro elargizioni all' ampliamento e alla 
sistemazione di quel sacro luogo. Tra questi benefattori 
sono da rammentare specialmente i cardinali Gonzaga, 
Giustiniani, Camerini, Del Monte, Pallavicini, Aldobran- 



(1) È r attuale* cappella del capitolo, che, danneggiata assai 
da un incendio sviluppatovisi la notte del 17 aprile 1638, fu re- 
staurata da Marc' Antonio Borghese, figlio di Giovan Battista e di 
Camilla Orsini, nel 1658. Il fatto è ricordato dalla seguente iscri- 
zione che è sopra la porta, nell' interno della cappella : 

D. T. V. 

QVOD IGNIS RAPIDI FVROR CONSVMPSIT SACELLVM HOC PRINCEPS 

MARCVS ANTONIVS BVRGHESIVS VEHEMENTIORI IN DEVM 

CHARITATIS IGNE INTVS ACCENSVS, IN NOBILIORE QVA ASPICIS 

FORMAM. REDVXIT. AVXIT. RENOVAVIT. 

EO POSTEA DEFVNCTO JO : BAPTI8TA NEPOS SVLMONAE PRINCEPS 

HONORIFICENTIVS EXORNAVIT ET COMPLEVIT. ANNO dFi. MDCLVIII. 

Sul sepolcro di Donna Ortensia si legge : 

HORTENSIA SANTACRVCIA FABII FILIA 

FRANCISCI BVRGHESII SANGTIS, D. N. 

PAVLI P. P. QVINCTI FRATRIS DILECTI88. 

CONI VX EXTrVtO SACELLO SACRISQVE 

RELIQVII8 LOCVPLETATO HOC TVMVLATA 

SEPVLCRO CARNIS RESVRETIONEM 

EXPECTAT 

OBIIT QVINQVAGENARIA V KAL. JVNIl 

ANNO DOMINI M.D.C. XVI. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 325 



dini, Bianchetti, Montalto e Spinola; i gentiluomini Cor- 
nelio, Ottombergo, Pignatelli, Gonfalonieri, il duca di 
Mantova Ferdinando Gonzaga, Giovanni Sitici, duca di 
Gallese, Nicola Wolski, maresciallo di Polonia e vari 
altri. Il celebre card. Domenico Passionei predilesse tal- 
mente questo eremo che volle costruire, accanto alle 
celle, una modestissima villeggiatura, per passarvi i 
giorni pensando a morire (^). Ma, sopra ogni altro, son 
degni di memoria eterna il canonico Frumenti, e il ponte- 
fice Paolo V, che possono ritenersi come i principali fon- 
datori dell' eremo tuscolano. I coronesi vollero traman- 
data ai posteri la generosità del pontefice con una iscri- 
zione che domina tuttavia V ingresso del sacro luogo (^). 



(1) Il card. Passionei fece porre sulla porta della sua villeg- 
giatura r iscrizione seguente, che si conserva ora nel vestibolo 
della foresterìa : 

DOMINICVS 

TIT. S. BERNARDI AD THERMAS 

S. R. E. PRESE. CARD. PASSIONEVS 

VT INTELLIGERET 

ET NOVISSIMA PROVIDERET 

HVNC SIRI LOCVM PARAVIT 

A. D. MDCC. XXXIX. 

(2) Suona così : 

PAVLO. V. BVRGHESIO. ROM. PONT. MAX. 

QVOD. SOLVM. HVIC. EREMO. FVNDANDAE 

EREMITIS. SANCTI. ROMVALDI 

CONGREGATIONIS. MONTIS. CORONAE. DONAVIT 

ET. lAM. FVNDATAE 

INDVLGENTIAS. GONGESSIT. SAEPE. INVISIT 

BENEDIXIT. SAGRAMQ. APPELLARI. IVSSIT 

AG. IN. SGIPIONIS. GARDINALIS. BVRGHESII 

TVTELAM. TRADIDIT 

EIVSDBM. SAGRI. EREMI. GVLTORES 

GRATI. ANIMI. MONVMENTVM. POSVERVNT 

ANNO. DOMINI. GIO. I3GXI. PONTIFIG. VI 

Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afiuales Camaldulenses, Vili, 21-34; 
D. Seghetti, Frascati, nella natura, nella storia, nell'arte, Frascati, 
Stab. Tip. Tuscolano, 1906, p. 296-303. 



326 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Intorno a questo tempo, altre città chiesero di avere 
nel loro territorio qualche eremo della congregazione di 
Montecorona: così Fano e Bologna ospitarono gli ere- 
miti coronesi, e più tardi, Brescia e Venezia. 

Sorge r eremo di Fano, a quattro chilometri dalla 
città, sulla vetta di uua collina del monte Giove. Deter- 
minò il capitolo generale di erigere questo luogo nel 
1608 per soddisfare alle ripetute istanze de' Fanesi, e 
stabilì che a questo scopo fossero devolute le rendite 
del priorato del Ss. Salvatore, passato ai romualdini 
per la rinunzia di messer Galeazzo Gabrielli (*). Con- 
corsero alla edificazione molti benefattori, ed il comune 
di Fano si obhgò per dieci anni a somministrare alla 
famiglia religiosa una notevole quantità di grano. 11 no- 
bile fanese Alessandro Gabrielli, facendosi eremita, nel 
1610, assegnò aU'eremo in costruzione una vistosa som- 
ma, con la quale venne eretta l'infermeria ed una cella 
solitaria, e di molte opere si fornì la librerìa. L' eremo 
di Montegiove era terminato nel 1627 e vi fu collocata 
una famiglia di quindici eremiti. 1 fratelli di Galeazzo 
Gabrielli, Pietro e Ludovico, il 7 agosto 1528 donarono 
alla congregazione di Montecorona la chiesa di santa 
Maria del Riposo di Fano, con alcune case annesse, che 
poi servirono di ospizio agli eremiti di Montegiove (^). 

Il 3 giugno 1619 Evangelista Carbonesi, canonico 
della basilica vaticana, Marc' Antonio di lui fratello, e 
il nepote Bonifacio, nobili bolognesi, avean offerto agli 
eremiti di Montecorona una porzione di terreno sul 



(1) Ada capii. 1608, e. 130 (adunanza del 3 maggio). 

(2) Verso la metà del secolo XVllI fu riedificata la chiesa e 
restaurato tutto 1' eremo fanese. La chiesa venne consacrata dal 
vescovo di Fano l'S giugno 1760. Cfr. Mittarelli-Costadoni, An- 
nales CamaUiukmes, Vili, 224-3^25, 710. 



DEGLI EREMITI DI MOxNTE CORONA 327 

monte Magnanimo di Ronzano, nella parrocchia di Ga- 
sola Canina, nel territorio di Bologna, per fondarvi un 
eremo. Accettata nel 16*20 V offerta e postosi mano ad 
edificare, sorsero in breve le celle e la chiesa, che fu 
consacrata nel 1621. Ma essendo tutto l'edifizio fondato 
su terreno poco solido, gli eremiti non vi abitarono che 
fino al 1640, decidendo poscia di partirsene per fabbri- 
care un altr' eremo in luogo più sicuro. Acquistarono 
perciò nel 1654 un fondo nel comune di Geretola, che 
era di proprietà del senatore Angelo Michele Guastavil- 
lani, e monsignor Garlo Bentivoglio, a nome dell' arci- 
vescovo di Bologna Gerolamo Boncompagni, il 14 no- 
vembre 1655 pose la prima pietra del nuovo romitorio. 
L' 8 settembre del 1662 gli eremiti vi presero stanza, 
avendo dimorato nel frattempo in una abitazione prov- 
visoria. Gli uffici divini vennero esercitati in un'oratorio, 
poiché, quantunque il 20 maggio 1676 monsignor Mu- 
satti avesse posto la prima pietra della chiesa, tuttavia 
questa non potè proseguirsi a causa della dispendiosità 
del progetto, che, modificato, fu eseguito soltanto nel 1695. 
Per ordine di Benedetto XIV la nuova chiesa fu consa- 
crata da Giovan Battista Scarselli, suffraganeo dell' ar- 
civescovo di Bologna, il 27 agosto 1741, e dedicata a 
san Benedetto (/). 

L' ingradimento dell' istituto eremitico era guidato 
dalla mano sapiente della divina provvidenza. Non erano 
gli eremiti che per voglia di pervagare in lontane re- 
gioni brigavano per fondar eremi, ma erano signori e 
nobili, che preso amore al santo vivere dei romualdini, 
amavano aver nei loro paesi qualcheduno di questi fo- 
colari di virtù. Ne a tutti quelli che chiedevano tanta 



(1) Gfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Aunales Camaldulenses, VILI, 
252, 356, 664. 



328 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

grazia era possibile di soddisfare pienamente. Così, in- 
fatti, avvenne al nobile francese Nicolò Claudio du Pei- 
resc, abate di santa Maria di Guistres, nella diocesi 
viennese. Egli bramava ardentemente di portare gli 
eremiti di Montecorona nella Provenza, e di stabilirli 
nella solitudine di santa Maria degli Angeli, a pari di- 
stanza dalle citta di Aix e di Marsiglia. Per la cono- 
scenza e l'esperienza che n'avea fatto dimorando a Pa- 
dova, credeva che tale istituto avrebbe operato molto 
bene in quella regione. Pàrvegli ancora che l'occasione 
potesse esser propizia : l' eremita coronese padre Elia, 
ito nella Provenza, sua patria, avrebbe potuto condurre 
le cose a buon punto. Ne scrisse, v'interpose l'autorità 
del sommo pontefice; ma il capitolo generale di Monte- 
corona, dopo lunga discussione in proposito, il 5 mag- 
gio 1605, non riuscì a raccogliere la maggioranza dei 
voti necessarii per 1' accettazione della proposta (^). 

Due probabilmente erano le regioni del rifiuto. L'a- 
bate du Peiresc amava che venisse colà trattenuto per 
la fondazione il provenzale padre Elia, mentre costui 
doveva già portarsi nella Polonia pel medesimo scopo ; 
e poi, suir esempio del B. Paolo Giustiniani che era 
uscito da Gamaldoli per fondare l' istituto di Monteco- 
rona, avrebbe voluto che il padre Elia venisse dispen- 
sato dall' obbedieza di Montecorona (^). La qual cosa 
non poteva certamente tornar gradita agli eremiti coro- 



(1) Actacapit. 1605, e. 173: « Item venendoci offerto un eremo 
nella provincia di Provenza in Francia, posto fra le due città di 
Aix e di Marsiglia, chiamati tutti li vocali dell' anno precedente, 
et trattato et conferito maturamente il tutto, dopo lungo discorso 
si venne alla ballottazione, et non si ebbero suffragi à bastanza 
per la ricettion di esso, et così fu escluso» (adunanza del 5 maggio). 

(2) Gfr. MiTTARBLLi-Go3TADONi, Antiales Camaldulenscs. Vili, 
211-212. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 329 

nesi, e sarebbe stato più prudente non toccare affatto 
simile proposito. 

Ma ormai il dado era gettato. La fondazione pro- 
venzale non venne accettata ed il padre Elia richiamato 
dalla Provenza, fu spedito nella Polonia, ove, per opera 
del maresciallo Nicolò Wolski di Podhayce, erasi già 
fondato un eremo romualdino. Come sorgesse quest 'e- 
remo e come ponesse piede nella Polonia l' istituto di 
Montecorona, merita di esser raccontato distesamente. 

Nel 1602, trovandosi il Wolski nell' Italia e visitando 
or l'uno or l'altro dei luoghi abitati dagli eremiti coro- 
nesi, concepì di essi e deUa loro santa vita tale stima e 
tanta venerazione che propose in cuor suo di studiare il 
modo di trasportali nella sua patria. A quest'effetto prima 
di partire dall' Italia, si recò in persona al sacro eremo 
di Montecorona per esporre ai superiori il suo desiderio. 
La distanza del luogo, le difficoltà del viaggio, la diver- 
sità non indifferente del clima ed il momento poco op- 
portuno per una nuova fondazione mentre erano da 
consolidare quelle già iniziate, si dehnearono subito nella 
mente del maggiore e dei visitatori e si posero innanzi 
come tante difficoltà insormontabili per la nuova im- 
presa. Tuttavia quei superiori assicurarono il nobile 
dignitario polacco che, appena dalle condizioni fosse 
permesso, avrebbero ben volentieri aderito alla sua 
istanza. Ripensando intanto al progetto ed all' utilità 
che ne sarebbe pervenuta a tutta la congregazione, il 
padre maggiore erasi recato in Napoli per la visita degli 
eremi di quel regno, e qui da don Andrea Prochciski, 
internunzio di Polonia presso la corte napoletana, fu 
pregato caldamente di accettare 1' offerta fondazione. 
Dietro questa nuova istanza, il maggiore promise che 
avrebbe fatto prendere in seria considerazione dal pros- 
simo capitolo la proposta del Wolski. Ma costui, per non 
perder tempo, dalla Polonia, dov'era ritornato, inviò al 



330 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

capitolo generale delF aprile 1603 il nobile uomo Paolo 
Ennichio, latore di una lettera sua e di un' altra del 
vescovo di Cracovia, Bernardino Macieiowski, per solle- 
citare la conclusione del negozio e condurre seco i reli- 
giosi destinati alla fondazione (^). All' arrivo dell' inviato 
e delle lettere, i padri capitolari si posero ad esaminare 
con fervore la proposta, e poiché, l'inviato avea ordine 
di condurre seco gli eremiti, presero il partito di man- 
dare colà il padre Gerolamo da Perugia, già abate di 
Montevergine, il padre Pietro da Fano, visitatore, e 1' o- 
blato Francesco, affinchè vedessero e riferissero al ca- 
pitolo del 1064 ('). Partirono costoro e nel mese dì lu- 



(1) La lettera del Wolski porta la data del 15 marzo 1603 : 
quella del vescovo, la data del 14 marzo. Se ne ha il testo in vari 
ms. riguardanti la storia della congregazione di Montecorona. 

(2) Ada capii. 1603, e. 150v.-15ir. : « Havendo l' Illmo Sig.r 
Marsciale di Polonia diverse volte et hora per un suo gentilhuomo 
mandato a posta con lettere del Rmo vescovo di Cracovia, fatto 
a' nostri padri istanze grandissime et offerte, perchè si mandasse 
là in quel regno alcuni de' nostri eremiti per fondarvi degli eremi 
et propagarvi la religione nostra eremitica, dove ad altri tempi per 
Dio grafia fiorirono et SS. martiri et confessori, discepoli del Smo 
Padre nostro Romualdo : invocato prima più volte il divino aiuto 
et conseguito per mezzo delle orationi, et havutavi quella più ma- 
tura et esatta consideratione che humanamente si possa, vennero 
finalmente li padri diffinitori in questa opinione che non potesse 
passare senza nota d' ingratitudine verso quei signori, et che più 
importa di poca fede verso il Signore ogni volta che in negotio 
hormai tanto introdotto, si ricusasse così santa occasione che può 
ridundare in gloria non piccola di Dio, sulute delle anime et bene 
della religione. Per il che deliberorno di mandare, come in effetto 
mandano, in detto regno di Polonia due de' nostri padri, cioè lì 
molto Rev. il p. F. Gieronimo prior di S. Gieronimo et il p. F. 
Pietro visitatore 2o con Francesco oblato acciò possano vedere, et 
provare come quella regione si trovi atta di sito, di alimenti et di 
aria per poterci introdur 1' instituto nostro eremitico ; obligandoli 
a ritornare qui a Montecorona (quando non possano prima) almeno 
al tempo del futuro capitolo del 1604, per darne all' hora a' padri 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 331 

glio giunsero a Cracovia, accolti con grande esultanza 
daJ vescovo, dal Wolski e dalla popolazione. Nuove let- 
tere pervennero ai superiori della congregazione : il ve- 
scovo di Cracovia partecipò al card. Aldobrandini, ni- 
pote di Paolo V, la determinazione di stabilire nella 
Polonia gli eremiti. camaldolesi. Piacque la notizia al 
cardinale e se ne rallegrò con una lettera del 30 ago- 
sto 1603, facendo un ampio elogio dell'istituto eremitico. 
Gli inviati, pertanto, prese le necessarie informazioni, si 
disponevano a tornare in Itala per dar conto della loro 
missione. Ma il Wolski ed il vescovo di Cracovia, te- 
mendo che la loro partenza fosse preludio alla rottura 
delle trattative, impegnati ambedue a riuscire nell' in- 
tento, trattennero i religiosi. Scrissero ambedue al car- 
dinal Tolomeo, protettore degli eremiti, che ordinasse 
loro di rimanere colà finche le iniziate pratiche non 
fossero pervenute a lieto fine : al che, questi prestò 
facile assenso con una risposta del 5 febbraio 1604. 

Giunte a questo punto le cose, ne volendo gli ere- 
miti venir meno in tutto alla condizione di ritornare ad 
informare il capitolo, presero il partito di mandare a 
Montecorona un' ampia relazione, per iscritto, di tutto 
ciò eh' era stato fatto. Scrivevano, adunque, dell' acco- 
glienza ricevuta, della buona riuscita che si sperava per 
r impresa, degli aiuti già ricevuti a questo fine, della 
donazione di tre ville e di un monte, acconcissimo al 
viver eremitico, e della protezione sicura, non solo del 
vescovo, ma altresì del re della Polonia. Aggiungevan 
valore alla testimonianza degli inviati una lettera ono- 
revolissima del re Sigismondo III, pervenuta a Monte- 



la debita relatione, onde possa quel capitolo poi risolvere, se sia 
bene di mandare o non mandare a fabricare gli eremi in quel re- 
gno » (adunanza post-capitolare del 28 aprile). 



332 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

corona, unitamente alla informazione (*) e con altre due 
lettere, del vescovo e del Wolski. A tali generose ed 
obligatorie profferte, i padri capitolari, il 20 maggio 1604 
si decisero a dare ordine agli eremiti rimasti a Cracovia 
di prender possesso dei luoghi donati e di metter mano 
alla fondazione, con facoltà di ricevere ogni sorta di no- 
vizi, sia perchè la distanza non avrebbe permesso di 
mandar molti religiosi dall' Italia, sia ancora perchè 
r opera di questi era necessaria per i nuovi eremi ini- 
ziati nelle nostre parti (^). Alla lettera del re Sigismondo 



(1) Ecco il testo di questa lettera : « Sigismundus III, Dei gratta 
rex Poloniae, magnus dux Lithuaniae, Bussiae, Pmssiae, Masoviae, 
Samagitiae, Livoniaeque, etc. necnon Suecorum, Gottorum Vandalo- 
rum, hereditarius rex: Reverendi Patres devote nobis dilecti. Per- 
gratum nobis fuit intellexisse magnifìcum Nicolaum Wolski de Pol- 
haice curiae regni nostri marschalcum celebri instituti vestri san- 
ctimonia permotum, eum ordinem assignata certa perpetuaque fun- 
datione ad regnum nostrum invitasse et accivisse: missosque huc 
fuisse a Paternitatibus vestris quosdam ex ordine viros, qui lo- 
cum monasterio constituendo totamque fundationis eius rationem 
cognoscerent, ac ad Paternitates vestras referrent. Postulandum 
igitur a vobis duximus ut in hac congregatione vestra, quod ad 
catholicae religionis in ditionibus nostris incrementum cedat, de 
vestro ordine in has quoque oras transferre consentientibus suf- 
fragiis decernatis, omnemque rem prò eximio vestro divini cultus 
propagandi studio, ex nostra marschalcique nostri sententia confe- 
ctam velitis. Erit hoc vestra pietate dignum, nobis valde gratum ; 
qui singulari etiam nostra benevolentia, gratia et patrocinio ordi- 
nem vestrum in regno nostro prosequemur. Cui gratiam nostram 
benigne deferimus, prosperamque incolumitatem optamus. Datum 
Cracoviae, die Vili merisis aprilis anno Domini M.DC.IIII, Regnorum 
nostrorum Poloniae XVII, Sueciae anno XI. Sigismundus Rex » (Fo- 
ris): Reverendis Patribus Generalique maiori ordinis camaldulensis 
Devote nobis dilectis. L' originale di questa lettera si conserva nel 
registro di Lettere di Cardinali e dei Sovrani, voi. Ili, e. 115 : è 
riportata con tutte le altre che spettano alle fondazioni eremitiche 
in Polonia, dal P. Tiburzio, Memorie, cit., p. 71-72. 

(2) Acta capii. 1604, e. 159 : « Havendo li molto Rev. diffìnitori 
dell' anno passato mandati nel regno di Polonia li Rev. padri fra 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 333 

rispose con vive azioni di grazie, a nome del capitolo, 
lo scriba don Serafino Fellecchia, il 24 maggio. 

In tal modo veniva a trapiantarsi nella forte Polo- 
nia r istituto eremitico di Montecorona. 11 primo eremo 
fondato fu quello di Monte Argentino, distante quattro 
miglia dalla città di Cracovia, allora capitale della Po- 
lonia. Il luogo che era una villa, chiamata Bielany, di 
spettanza del castellano Sebastiano Lubormiski, fu do- 
nato agli eremiti dal maresciallo Wolski. E poiché il 
castellano mostravasi renitente a cedere la sua villa, il 
maresciallo che ave\a già offerto le sue di Mnikow e di 



Geronimo da Perugia e fra Pietro da Fano per informarsi diligen- 
temente se in quei paesi vi si poteva vivere secondo il nostro 
instituto, e se era espediente V accettar le nobilissime offerte del- 
l' Illmo Sig. Maresciallo, et havendo havuto al presente da detti 
Padri informatione tale, che non vi resta dubbio alcuno, anzi che 
con ogni affetto ci essortano ad accettar l' impresa, si per la faci- 
lità della buona riuscita che si spera certa non tanto per li buoni 
e molti aiuti già dati con le donationi delle tre ville intiere ed il 
monte molto in proposito, presentateci dal Sig.r Paolo Mauricio 
già spedite autenticamente con l' autorità regia : quanto per la 
protettion promossaci anco dalla maestà di quel re serenissimo 
per lettere proprie molto amorevoli dirette al nostro capitolo di 
quest' anno, et anco dall' Illmo e Rmo vescovo di Cracovia, il quale 
ce invita con molto affetto e promette ogni favore, e 'poi si tiene 
per fermo, che lo frutto spirituale sarà notabile per l' acquisto dei 
molti sogietti e propagatione della nostra Religione, in quel regno, 
tanto da loro desiderata: però havendo li padri diffìnitori conside- 
rato il tutto maturamente, invocato a questo particolarmente l'aiuto 
dello Spirito Santo accettorno il luogo offerto, e diedero autorità 
al R. p. fra Geronimo di prendere il possesso de' luoghi donati, 
del che se ne li mandi procura autentica amplissima; e de più se 
li dà ampia facultà di poter vestire ogni sorte de novitii, havutase 
prima di ciò — quando opus sit — licenza anco da sua santità, 
desiderando che l'opera del Signore vadi avanti felicemente, poiché 
veggono d' Italia esser difficile mandarvene sì per la distanza del 
luogo, come anco per haver peso di haver a provedere questi 
nuovi eremi presi in queste nostre parti » (adunanza del 20 maggio). 



334 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Mnichowek, studiò, d'accordo con la sua consorte, il 
modo di indurvelo con un' abile stratagemma. Ad un 
sontuoso banchetto, la consorte del Wolski avea invitato 
il duca, il vescovo e il castellano. A mezzo del convito, 
il maresciallo con bel garbo fece cadere il discorso sulla 
fondazione dell'eremo, che si dovea fare, e manifestò il 
timore che le trattative non si potessero conchiudere 
per la difficoltà di trovare ne' suoi vasti possedimenti 
un luogo perfettamente acconcio alle esigenze di un 
istituto eremitico. Il duca ed il vescovo, a tale timore, 
offrirono prontamente per questo scopo qualunque delle 
loro ville : ma il maresciallo ringraziò cortesemente di- 
cendo che tutte erano state osservate e che ninna di 
esse rispondeva ai bisogni della solitudine religiosa. 
Allora il castellano, per non dimostrarsi da meno degli 
altri, offrì, benché freddamente, la villa e il monte di 
Bielany. Ma la consorte del marescalco non lasciò cader 
in vano la parola del castellano, e mentre tutti enco- 
miavano ed applaudivano la di lui offerta, essa lo invitò 
con insinuante gentilezza a redigere subito l' atto di 
cessione. Il castellano acconsentì. Ed il maresciallo per 
compensarlo della donazione gli mandò in regalo tanti 
vasi d' argento che raggiunsero il valore del monte e 
della villa: da questo magnifico dono d'argenti tolse fin 
d' allora quel luogo la denominazione di Monte Argen- 
tino. Anche l' eremo prese subito questo nome, ed il pio 
Wolski ebbe la consolazione di vederlo condotto a ter- 
mine, con una chiesa ricca di marmi e provveduta di 
preziosi arredi sacri. Il vescovo di Cracovia, divenuto 
cardinale ed arcivescovo di Gnesna, morì, assistito dal 
P. Gerolamo da Venezia, nel 1608; ed il nobile fonda- 
tore passò agli eterni riposi settantenne il 9 marzo del 
1630. Questi fu sepolto nella chiesa dell' eremo di Monte 
Argentino, e sul suo sepolcro fu posta l'epigrafe seguente, 
da lui stesso dettata : 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 335 

COMMISSA I MEA PAVESGO. ET ANTE TE. | ERVBESCO. | 

DUM VENERIS IVDIGARE 

DOMINE I NOLI ME | GONDEMNARE (^) 

Ma la riconoscenza degli eremiti romualdini non 
poteva fermarsi qui, e nelF interno del tempio, sulla 
porta principale e sotto al di lui ritratto, posero un 
marmo che ricordasse le benemerenze dell' insigne be- 
nefattore (^). Il 14 settembre 1642, Tommaso Oborski, 
vescovo di Laodicea, consacrava la chiesa, dedicandola 
all' assunzione della madonna. Qui rimasero indisturbati 
gli eremiti fino al 1656, quando per l' invasione del re 
di Svezia, saccheggiata la Polonia, il loro eremo fu dalla 
milizia devastato. Ma l' anno appresso vi ritornarono, lo 
restaurarono e ripresero a cantarvi le lodi di Dio. Il 
padre Gerolamo da Perugia fu il primo superiore di 
quella famiglia; ma l'eremo di Monte Argentino non fu 
dichiarato priorato che nel 1617 ^ venne sempre ritenuto 



(1) Gfr. Teka Grona Konserwatorów Gallesi Zachadniej, W Kar- 
kowie, MGMVl, tom. Il, pag. 34. 

(2) Ecco r iscrizione : 

DEO OPTIMO MAX. MEMORIAEQVE 

ILL.^" D. NICOLAI WOLSKI DE PODHAYGE SVPREMI 
REGNI POLONIAE MARSCHALGI RELIGIONE IN DEVM 
PIETATE IN DIVOS OBSERVANTIA IN ECCLESIAM 
FIDE IN REGEM ET REGNVM, BENEFICYS IMMORTALIBUS 
IN SACRVM CAMALDVLVM ORDINEM HEROIS PRAESTART"- 
CVIVS LIBERALITATEM HEROIGAM ERGA DOMICILIVM HOG 
ROMVALDINVM ET HAEG SPLENDIDA TEMPLA, ET IPSA 
GAELI VOLVMINA, AETERNVM VSQVE LOQVENTVR. 
GRATITVDINIS VERO SVAE, ID QVALEGVMQVE MONVMENTVM 
ANIMI POTIVS, QVAM MARMORIBV8 EXARRANDVM 
FVNDATORI SVO MVNIFICETISSO. POSTEAQVAM 
ANIMO GAELIS REDDITO, EXVVIAS TERRENAS 

GORPORIS MORIBVNDI HIG DEPOSVIT 
GAMALDVLENSES ARGENTEI MONTIS EREMIGOLAE 
NON SINE VOTIS, ET LACHRYMIS CALENTIBVS P. P. 
OBYT A. D. 1630 DIE 19 MARTY AETATIS VERO SVAE 75. 



336 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

come il luogo principale della congregazione di Monte- 
corona nella Polonia, e riverito come avente una certa 
supremazia sopra gli altri eremi che col volger del tempo 
si fondarono in quelle regioni (*). 



(1) Cfr. Teka Ch'ona Konserwatorow Galicsi Zachadniej, II, 31 ; 
MiTTARELLi-CosTADONi, Afiuales CamaJdulenses, Vili, 206-209 ; L. 
Zarewicz, Zakon kamedulòw jego fundacye i dsie iowewspomnienia 
w Polsce i Litwie, W Krakovie, 1872, p. 225. — Merita d' esser qui 
riportata l' iscrizione posta sull' esterno della chiesa. 

D. 0. M. 

HVMANI GENERIS REDEMPTORI IN GVLTVM 

IN INCREMENTVM PIETATI 

A PRIMA POLONORVM CONVERSIONE AD CHRISTVM OBSER- 

[VAT^ 
NE LAVDATISSIMVM MOREM 
A VETERIBVS CATHOLICìE RELIGIONIS CVLTORIBVS SAN- 

[CTE RECEPTVM 
ET CONSTANTER HACTENVS ASEQVVTIS VSQ AD MODER- 

[NOS RETENTVM 

VEL MAIORVM ZELVS REQVIRERET 

VEL POSTERVM MEMORIA DESIDERARET 

TEMPLVM HOC 

NOMINI BEATISSIMiE VIRGINIS MAKI^ ASSVMPT^E FVNDA- 

[TVM 
BERNARDO MACIEIOWSKI TVNC QVIDEM EPISCOPO CRACO- 

[VIENSE POSTEA SRE CARDI 
NALE ET ARCHIEPISCOPO GNESNENSE LOCVM LOCIQV.*: SI- 

fTVM RELIGIOSiE SOLITV 

DINI CONVENIENTEM DELIGENTE EODEMQVE PRIMVM LA- 

[PIDEM IN HABITAGVLORVM STRVCTVRAM lACENTE 

SEBASTIANO LVBOMIRSKI CASTELLANO WOYNICENSE DO- 

[TATORE 
NICOLAVS WOLSKI DE PODHAYCE REG. POL. CVR. MAR- 

[SALCVS 
PATRIBVS INSTITVTI D. ROMVALDI 
EREMITARVM ORD. CAMALDVLENSIS MONTIS CORONìE PRI- 

[MI AVCTORIS 
EX ITALIA IN PÒLONIAM A SE EVOCATIS 
VBI DIVINA COMMODE EXERCERET 
ANNO A SALVATORE EX DEIPARA VIRG. NATO MDCIX i MAH 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 337 

Uno di questi fu Teremo di Selva d'oro '^Eremus 
Silvae aureae,, lontano due miglia dal castello di 
Rythuany e due giornate da Cracovia, che nel pensiero 
del fondatore doveva sorgere poco dopo quello di Mon- 
teargentino, ed alla cui edificazione non fu estraneo il 
medesimo maresciallo Wolski. Fin dal 1610 il nobile 
polacco Gabriele Tenczynski, conte palatino di Lublin, 
innamorato della vita che menavano gli eremiti di Mon- 
teargentino, avea divisato di fondare un'altro eremo per 
questi religiosi nel ducato di Masovia. Ne scrisse tosto 
ai superiori di Montecorona, accompagnando la sua 
istanza con una raccomandazione del maresciallo Wol- 
ski ; ma questi, nel capitolo del 1611, pur dimostrandosi 
grati dell' offerta, si scusarono graziosamente di non 
potere pel momento aderire al nuovo invito (M. I due 



PAVLO QVINTO DIVI PETRI APOSTOLORVM PRINCIPIS SEDE 

[POTITO 
SIGISMVNDO III ET GONSTANTIA AVSTRIAGA POL. SWE- 

[CIMQ REGIE. 
WLADISLAO SIGISMVNDO ET IOANNE CASIMIRO PRINGIPIB. 
FVNDVM CONSECRANTE FRANGISGO SIMONETA PONTIFIGIS 

[MAX. 

AD REGEM REGNVMQ POLONIA NVNTIO 

TEMPORE PETRI TYLIGKl EPISCOPI CRAGOVIENSIS 

EXTRVI GVRAVIT 

QVOD SACRA TABULA 

SAGRO RITV GVM PRIMO SAXO FVNDATORIS MANV HVG 

[INIEGTA 

MVTA LICET ET MOLE GONTECTA 

SVPERIS PARITER ET INFERIS TESTABOR 

NEC ALIVD NVNC AGO 

DEDICATA VERO EST A RNDISSIMO DNO THOMA OBORSKI 

[EPO LAODICEN SVFFRA 
GANG ET CANCO CRAC ANNO DNTI MDCXLII DIE VERO 14 

[MENSIS SEPTEMBRIS 
ANNIVERSARIA DIE ASSIGNATA DNICA POST FESTVM EXAL- 

[TATIONIS S CRVCIS 

(1) Ada capii. 1611, e. 201: «Essendoci stato offerto un nuovo 

luogo da un Signore in M oso via, alcune giornate discosto dal- 

LuQANO - La Congregasione di Monte Corona. 22 



338 LA CONGREGAZIONE CÀMALDÒLESÌÈ 

sacerdoti richiesti tanto per incominciare, non potevano 
inviarsi per la penuria de' religiosi di fronte ai molti 
eremi che eran stati aperti nell' Italia. Ritornando ad in- 
sistere il pio signore nel 1617 presso i superiori, questi 
incaricarono due eremiti di Monteargentino di visitare 
i luoghi e di scegliere la località più adatta. Costoro 
preferirono un luogo solitario, circondato da foltissimo 
bosco, chiamato Selva nera, poco distante dal castello 
di Rythuany. I superiori il 16 agosto 1621 decisero di 
accettare la donazione esibita dal conte Gabriele Tenc- 
zynski e da suo fratello Giovanni Magno, duca craco- 
viense, ultimo rampollo di questa famiglia, ordinando 
agli eremiti di Monteargentino di prenderne possesso a 
nome della congregazione. Ma il pio conte Gabriele, 
venuto a morte in mezzo a queste trattative, non potè 
veder adempiuto il suo voto. Il fratello di lui mandò 
innanzi con tutta alacrità il progetto dell'eremo, aggiun- 
gendogli, quale dote, tre sue ville. Il vescovo di Craco- 
via, Martino Siszkowski, concesse la necessaria licenza 
ed il nobile duca Giovanni Magno volle porre egli stesso 
la prima pietra della chiesa dedicata all' annunziazione 
della madonna, con pompa così solenne che destò grande 
ammirazione in tutti gli astanti. Tra questi eravi anche 
il maresciallo Wolski, che non volle lasciar passare cir- 



r altro eremo nostro di Polonia et havendoci fatta V lllmo Signor 
Marscalco instanza acciò si accetti e vi si mandi al presente al- 
meno 2 sacerdoti, convocati tutti i vocali e discusso a pieno il 
negotio, ancorché il desiderio d'ognuno fosse di sodisfare al desi- 
derio di un tanto e sì amorevole benefattore, bisognando nondi- 
meno provedere li nuovi eremi nostri presi in Italia, et havendo 
penuria de soggetti, fu con la maggior parte dei lor voti secreti 
risoluto che per questo anno non si accetti detto eremo, restando 
con tutta la congregatione obligatissimi all'amorevolezza e buona 
volontà di quei Signori, desiderosi che ci si presenti presto occa- 
sione da poterli servire» (adunanza del 27 aprile). 



DEGLI EREMITI Di MONtÉ COftOKÀ È^^o 

costanza sì bella senza pronunziare un eloquente di- 
scorso in lode della madonna e ad encomio del duca, 
Giovanni Magno, e delF ordine camaldolese. I lavori di 
costruzione furon sorvegliati dallo stesso duca, che li 
mandò avanti con la massima sollecitudine. Terminata 
la chiesa, T arricchì di arredi preziosissimi e di una 
pisside d' oro massiccio tempestata di carbonchi, di sme- 
raldi e di diamanti, il cui valore facevasi ascendere a 
quaranta mila fiorini. Il duca soleva spesso ripetere che 
amava vedere le persone degli eremiti consumate dalle 
fatiche, dai digiuni, dalle penitenze e dagli stimoli della 
povertà, ma che voleva la chiesa ricchissima e splendida, 
e se fosse stato possibile, tutta d' un masso d' oro. Per 
gli splendori di questo tempio, il luogo fu in seguito 
appellato «Selva d'oro». A primo superiore dell'eremo 
venne destinato il veneto padre Silvano Boselli, ed a lui 
si unì il padre Venanzio, distinto pittore italiano, che di 
pregevoh pitture decorò quella chiesa. Il generoso fon- 
datore morì di cinquantasei anni nel 1637, e fu sepolto 
nella chiesa dell' eremo, dov' è ricordato con un monu- 
mento, che porta scolpite queste parole : « Dum adhuc 
ordiner, succidit me » (^). 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afinales Camaldulenses, Vili, 
260-261 ; L. Zarewiez, Zakon Kamedulótv, cit. p. 31 - 35. — È da 
riportare l' iscrizione che adorna il monumento del Tenczynski : 
«Johannes magnus in Tenczyin et sacri Romani imperii comes, 
palatinus Cracoviensis, Plocencis, Radozicensis, Zarnovieciensis, 
Cermnensis capitanens, ultimus virorum de Tenczyin, quam una 
cum vivis fratribus voveram, Gabriele palatino Lublinensis et An- 
drea Castellano Belzensi comitibus in Tenczyin, in hanc superstes 
numini aeterno, magnaeque matri Mariae et Divis omnibus aedenj 
et aram doque dedicoque. Urbano Vili, Romanae Ecclesiae, Sigis-. 
mundo III, regni Poloniae, P. R. SS. Anno salutis M. DC. XXIV. 
Kalendis maii ». 



34Ò LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Grandissima era la stima verso gli eremiti romual- 
dini presso i polacchi. Tutti facevano a gara per circon- 
darli di affettuose prove della loro deferenza, esaltandone 
r austerità della vita e la purezza del costume. La stessa 
regina Gostanza, sentendo che un portiere della sua 
corte, Andrea Laskowski, dopo un pellegrinaggio nelF I- 
talia, voleva entrare tra gli eremiti camaldolesi, lo^rac- 
comandò al priore di Monteargentino con tali espres- 
sioni di encomio per la loro vita, da sembrare esagerate 
se non si fosse certi della realtà del merito (^). 

Gionondimeno, bastarono pochi anni di esistenza 
degli eremi nella Polonia, perchè tosto si scorgessero 
gl'inconvenienti che erano prodotti dalla lontananza di 
quelle regioni dall' Italia dov' era il centro della congre- 
gazione. Di tre mezzi principalmente usavano i romual- 
dini per mantenere ne' loro luoghi 1' osservanza eremi- 



(1) La lettera porta la data del 31 dicembre 1618, ed è del te- 
nore seguente : « Constantia Dei gratta Regina Poloniae etc. Sue- 
ciae magna Dux Lithuaniae, Riissiae. Prussiae, Masoviae, Samogitiae 
Livoniaeque etc. nata archidux Austriae: Venerabilis devotus nobis 
dilectus Andreas Laskowski apud serenissimos fìlios nostros prò 
ostiario fuit. Is ex peregrinatione quam ad limina apostolorum 
interea obiit reversus, religionem Eremitarum Camaldulensium in- 
gredi statuit. Quod illius propositum nos pio animo, uti debemus, 
accepimus, cupimusque ut illum devotio tua ab isto coelestis aulae 
vestibulo non arceat, ad eamque paradisi ianuam (ita enim D. Ro- 
mualdi eremum a nobis merito appellari censemus) admittat : ut 
isthic porro salutem suam operetur, ac prò nobis et eisdem sere- 
nissimis filiis nostris Deum, (quod praestiturum non ambigimus), 
iugiter exoret. Confidimus commendationem nostrani compotem 
desiderii apud devotionem tuam fore, idque erit nobis cum primis 
gratum. De celerò nos devotioni tuae et fratrum suorum orationi- 
bus sedulo commendamus, benevolentiamque nostrani devotionibus 
vestris iuxta deferimus. Datum Varsaviae, die XXXI mens. Decemb. 
anno Domini MDCXVIII. Constantia Regina ». Dall' originale in 
Lettere di Cardinali e dei Sovrani, III, 125 ; cfr. B. G alassi. Con- 
tinuae. della Storia Romualdina, II, 44. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA - 341 

tica: di non introdurre novità alcuna senza il consiglio 
e r approvazione de' padri più esemplari; di celebrare 
annualmente il capitolo generale ; e di visitare ogni anno 
tutti gli eremi. Ma per le famiglie della Polonia, se era 
facile come altrove, il non introdurre novità disappro- 
vata, rendevasi molto difficile il partecipare annualmente 
al capitolo generale e 1' esser ogni anno visitate. Come 
provvedere a tanto disagio spirituale, originante princi- 
palmente dalla difficoltà di accedere a quelle lontane 
parti dall'Italia? 11 card. Rivarola, vice protettore della 
congregazione di Montecorona, nel capitolo del 1624, 
anche per togliere le distrai^ioni di spirito inerenti al 
frequente viaggiare, propose ai padri che il capitolo si 
dovesse celebrare per 1' avvenire soltanto ogni tre anni, 
e che la durata degli uffici di maggiore, di visitatore, di 
procuratore e di priore, fosse portata da un anno ad un 
completo triennio. Egli propose inoltre che la visita si 
facesse ogni anno nel modo seguente : nel primo anno 
i visitatori si dividessero gli eremi fra di loro per metà, 
e con un compagno da scegliersi dal maggiore anche 
levandolo dal proprio governo, ciascuno di loro visitasse 
la sua porzione : nel secondo anno i visitatori mutassero 
la parte visitata ed il compagno, e nel terzo, compisse 
tutta la visita il padre maggiore coi visitatori : alla fine 
di ciascun anno per provvedere alle cose di maggior 
urgenza, si celebrasse le dieta, composta del maggiore, 
dei visitatori, del priore del luogo e di due prelati tito- 
lari due sacerdoti seniori dell' eremo più vicino, o del 
luogo stesso in cui si teneva la dieta. Sentito il parere 
di tutti, fu universalmente conchiuso di accettare la pro- 
posta del cardinale e con tutti i voti favorevoli venne 
emanato il relativo decretò. Ma, contrariamente a quanto 
poteva prevedersi, la novità non portò buon frutto. Tra 
il maggiore, che era il padre Zenobio da Catanzaro, e i 
visitatori don Mauro da Fano e don Gerbonio da Mas- 



342 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

samarittima, nacque forte motivo di scissura : per cui 
anche gli eremiti presero a parteggiare per l'uno o per 
gli altri. Il cardinale, per pacificare le parti ed unire gli 
animi con la sua presenza, fece adunare, nel maggio del 
1625, la dieta nell'ospizio romano di san Leonardo alla 
Lungara. Ma con tutta l' autorità e la destrezza del car- 
dinale, le ragioni del dissidio non si poterono comporre, 
ed il quinto giorno della dieta, che era il 23 maggio, 
vennero tutti nella determinazione di rimettere in vigore 
r antica e non mai interrotta consuetudine del capitolo 
annuale, determinando che il capitolo di quest' anno, 
invece della terza domenica dopo pasqua, si tenesse il 
12 del prossimo ottobre nell' eremo tuscolano. Così gli 
animi presero la via della calma. 

Restava però sempre da provvedere agli eremi della 
Polonia. Fallito il progetto proposto dal card. Rivarola, 
era necessario appigliarsi ad altra tavola di salvezza. 
Colà, niun consiglio, niun rimedio poteva inviarsi dai 
superiori generali della congregazione, i quali, per la 
lontananza, doveano limitarsi ad un commercio episto- 
lare rarissimo. Negli annuali capitoli non potevasi loro 
provvedere che molto imperfettamente, poiché spesso 
nessuno di quegli eremiti era presente : ne, per il grave 
dispendio e per i molti pericoli del lungo e disastroso 
viaggio, era facile supplire a tutto col visitare i loro 
luoghi. Temendosi pertanto dai padri nostri che tale 
situazione potesse tornare un giorno di grave danno, 
non solo di quei membri formati con tanti stenti e ri- 
guardati con tanta carità, ma anche di tutto il corpo 
della congregazione di san Romualdo, vennero nella 
risoluzione di procurare con ogni sforzo e diligenza la 
fondazione di un eremo nelle vicinanze di Vienna, che, 
trovandosi a mezzo cammino tra l' Italia e la Polonia, 
rendesse più agevole il commercio ed il viaggio dall'una 
e dall'altra parte. I romualdini raccomandarono questo 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 343 

loro disegno al gentiluomo Wolski, il quale, recandosi 
per commissione del suo re Sigismondo III presso l' im- 
peratore di Austria Ferdinando 11^ accettò di perorare 
presso di lui la desiderata fondazione. Gli furono di 
qualche aiuto in ciò anche i consiglieri dell'imperatore, 
conti Mattia Arnoldini e Atanasio Geoygeri. Ferdinan- 
do II, che poco prima avea invitato a se i cenobiti ca- 
maldolesi, acconsentì assai di buon grado alla fonda- 
zione dell' eremo coronese. Lo dichiarò esplicitamente 
al padre don Diodoro, che di là passava per recarsi al 
capitolo generale di Montecorona, consegnandogh di più 
una lettera in cui pregava che si mandassero subito 
alcuni eremiti per metter mano ai lavori. Il capitolo del 
maggio 1627 accettò l' offerta ed incaricò il visitatore 
don Egidio, fiammingo, e il padre Giordano da Padova, 
priore di Monteargentino, di iniziare subito le pratiche 
e di ringraziare personalmente l' imperatore. Questi li 
accolse con squisita cortesia e coi due consiglieri Arnol- 
dini e Geoygeri li mandò a scegliere il luogo più adatto 
per la erezione dell' eremo. Fu preferito il monte Schwe- 
insberg, posto nella diocesi di Passavia, contiguo al 
Montecesio, ed ora chiamato Kalhenberg, un miglio e 
mezzo dalla città di Vienna. Il 3 luglio 1628 l' impera- 
tore donava alla congregazione di Montecorona, nella 
persona del padre don Silvano Boselli, questo monte 
con le selve e vigne annesse, aggiungendo ancora la 
somma di 24 mila tallari d' argento, pari a 30 mila fio- 
rini, co' quali il Boselli acquistò il feudo del castello 
Prinzendorff, ove gli eremiti ebbero giurisdizione civile 
e criminale. Il 10 agosto 1629 l'imperatore Ferdinando II, 
accompagnato dall' imperatrice Eleonora Gonzaga e dal 
figlio, che fu poi Ferdinando III re di Ungheria e di 
Boemia, da Leopoldo arciduca di Austria e con Je due 
arciduchesse, si portò sul monte, ove fu incontrato del 
P. don Silvano Boselli e dal nunzio apostolico Giambat- 



344 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

lista Pallotta. Questi benedì la pietra che V imperatore 
depose nel luogo delle fondamenta e murò con calce 
dopo avervi riposto un'aurea medaglia commemorativa, 
coniata appositamente (/). L'imperatrice pose la prima 
pietra dell'infermeria e Ferdinando III quella della fore- 
steria. Quindi il nunzio celebrò pontificalmente la messa. 
Nel partire di lassù l'imperatore lasciò un'elargizione di 
mille fiorini e tutti gli altri principi, con santa gara, 
vollero concorrere alla costruzione dell'eremo. Il quale, 
in tempo relativamente breve, sorse grandioso e com- 
piuto. 11 1^ ottobie 1632 vi poneva stanza la regolare 
famiglia eremitica e nel 1636 il luogo ebbe titolo di 
priorato. Poco appresso, Kahlenberg divenne sede di 
noviziato (^). 

Raccogliendo ora il pensiero intorno a tanta fiori- 
tura di eremi romualdini sorti nella prima metà del se- 
colo XVII, nasce spontanea la voglia di ricercare se in 
tutte queste costruzioni si seguisse un modello solo, 
oppure, senza tener conto dell'uniformità, si procedesse 
a talento dei committenti e di chi soprasiedeva alla fab- 
brica. Per gli eremi romualdini più antichi la ricerca è 
vana : la somma povertà di essi non permetteva di fog- 
giar costruzioni secondo un determinato disegno. Ma 
per quelli che sorsero più tardi, e segnatamente dopo 



(1) La medaglia aveva quest'iscrizione: « Ghristo Jesu impera- 
tori aeterno, Deiparae Virgini imperatrici coelorum, sancto Joseph 
virginis Mariae sponso et Dei nutricio, sanctis Benedicto et Ro- 
mualdo , eorumque sancto camaldulensi ordini*. E sul tergo: 
« Ferdinandus II imperator, Eleonora Gonzaga imperatrix, Ferdi- 
nandus IH Hungariae et Boemiae rex, Leopoldus archidux Ferdi- 
nand! filii, omnes pia mente dedicarunt, anno Domini MDCXXIX, 
die X augusti ». 

(12) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camalduleìises, VII, 
278-283. Sulla fondazione si ha un'ampia relazione ms. dello 
stesso p. don Silvano Roselli. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 345 

la edificazione dell'eremo di Montecorona, capo di tutta 
la congregazione romualdina, i padri superiori vigila- 
rono attentamente dapprima, perchè non si eccedessero 
i limiti della semplicità eremitica e poi, perchè tanto le 
celle solitarie che le chiese venissero condotte tutte so- 
pra un medesimo tipo. Il padre Alessandro Secchi fornì 
vari disegni per gli eremi, specialmente di Vicenza, di 
Nola e di Frascati, ma alcuni di questi furono modifi- 
cati, non direttamente per la grandiosità (era questo il 
difetto che rimproveravasi ai disegni di lui), ma per il 
grave dispendio che importava la loro esecuzione. Per- 
ciò ad evitare qualsiasi eccesso in questa parte, i capi- 
toli del 1607, del 1608 e del 1610, si occuparono ezian- 
dio dei disegni delle celle e delle chiese eremitiche. 

Neir edificare le chiese dovevasi, prima di tutto, 
osservare che le dimensioni non fossero maggiori di 
quelle che avea la chiesa di Montecorona : un solo al- 
tare, il maggiore, in ogni chiesa : una sola nave, senza 
ornamento di pilastri o colonne, di capitelli, di cornici. 
Vicino alla porta grande, dovevano poi sorgere due cap- 
pelle chiuse, e dall' una e dall' altra parte del presbite- 
rio, si prescriveva che vi avessero altre due cappelle, 
r una per uso del capitolo e 1' altra pel servizio della 
sagrestia; ambedue col loro altare (^). 



(89) Ada capii. 1610, e. 264 v. : « Vedendo li padri che a poco a 
poco andavano perdendo la semplicità che si deve mantenere sul 
stato nostro circa le fabriche . . hanno dichiarato quanto alle 
chiese che non intendono di voler in modo alcuno admettere di- 
segno di chiesa monastica o parochiale, et però revocano tutti li 
disegni o modelli adprobati sin hora delli novi luochi del regno, 
delle chiese che non sono ancora fatte, et vogliono che sì queste 
come quelle che si dovevano fare per 1' avvenire in qualsivoglia 
luoco che si accettare per tutto il mondo, siano conforme all' uso 
comune delle più laudabili fra di noi, cioè, con due capelle serrate 
vicino alla porta grande : il capitolo e la sagrestia da una et l' al- 



346 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Le celle solitarie risultano ordinariamente di due 
parti principali: il giardino, chiuso da muro, e la cella. 
Il giardino si distende dinnanzi alla cella, e questa non 
può avere che quattro parti essenziali : il vestibolo, la 
cella, la cappella e il legnaro (^). Le dimensioni della 
cella variavano dagli otto ai nove piedi perugini per 
ogni lato : il legnaro doveva esser largo sette piedi e 
mezzo ; il vestibolo e la cappella, cinque e mezzo. L' al- 
tezza dal pavimento al principio della volta dovea essere 
di sei piedi. Muri piuttosto grossi: finestre con l'inferriate 
e coi vetri. All' ingresso, due gradini, e poi, tutti i riparti 
in un sol piano. La disposizione è questa : nel mezzo, 
il vestibolo, e da una parte, la cappella e la cella per 
dormire, e dall' altra, il legnaro. La cella per dormire, 
col suo camino in un angolo, tra il mezzodì e il levante : 
ogni riparto munito delle sue finestre, senza che alcuna 
di esse risponda nelF orto della cella vicina, e tutte a tale 
altezza da terra che nessuno possa guardar dentro (^). 



tra parte del coro : li suoi vestiboli et stanze del sacrestano ; et 
la capelletta nella sacrestia, et nella chiesa grande un solo altare : 
nel resto, quanto alle misure, un poco più grande o più piccola, 
purché non eccedi di molto la chiesa di Monte corona ; non vo- 
gliono dire altro, ma in tutto proibiscono le resalite di pilastri, 
capitelli, cornice, et altri adornamenti simili di molta spesa in al 
tutto contrari alla semplicità heremitica » (adunanza del 6 maggio). 

(1) Ada capii. 1608, e. 219 v. (adunanza del 29 aprile). 

(2) Ada capii. 1607, e. 203 - 204 : « . . Li muri si faccino della 
grossezza che sera conveniente, secondo la qualità delli cimenti : 
incolata dentro et di fuori una ricciatura. — Tutte le fenestre hab- 
bino le ferrate, vetri et fenestra de legno dentro ; alte in modo 
che de fuori non si possi veder dentro. — Alla porta vi siano due 
gradini e poi dentro tutto sia ad un piano. — Non si possino fare 
più di quattro stanze in tutto, cioè : il vestibolo in mezzo, da una 
parte la cappella et la cella per dormire, et dall' altra il legnaro. — 
Che non vi sia fenestra o foro che risponda nell' horto della cella 
vicina. — Che la cella per dormire sia nel cantone di mezzodì et 
di levante, con due fenestre et il camino. La cappella pur con due 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 347 

Più celle solitarie col loro giardino, disposte ordi- 
natamente non molto lungi dalla chiesa, costituiscono 
r eremo. Opportuni viali, fiancheggiati da molte siepi di 
mirto, mettono ai diversi ordini di celle. La chiesa sorge 
a se, benché le sia addossata talvolta qualche fabbrica 
di mole, come la biblioteca, o la sala delle discussioni 
capitolari. Altri edilìzi complementari di un romitorio 
romualdino sono la cucina con le dispense, l'infermeria 
e la foresteria; fornite del necessario, a seconda del loro 
uso. Ne mancano le officine per fare e cuocere il pane 
e per lavare i panni. Anche il camposanto non è molto 
lontano dalla chiesa : i due edilìzi stanno bene accanto : 
neir uno si svolge e nell' altro ha termine la vita mor- 
tale degli eremiti : l' uno accoglie il corpo per renderlo 
alla terra e l' altro lo spirito per restituirlo a Dio. La 
cella soHtaria non è che il luogo della preparazione alla 
vita superna, V officina dei meriti e della virtù. 



fenestre, una per parte della cona sopra V altare. Il vestibolo con 
una fenestrà vicino alla porta, et il legnaro con una fenestra sola. . . 
Le porte siano alte piedi 2 et larghe piedi 1 1I2 , eccetto le due della 
cappella che doveranno essere della medesima altezza, ma larghe 
un piede solo. L' altare sia largo piedi 2 ed lungo 4 IÌ2 . — L' al- 
tezza del pavimento sino al principio del volto, siano piedi 6, et 
sopra la volta subito si metta il coperto. Le volte si faccino sola- 
mente sopra la cella, cappella e vestibolo. — Il camino sia nel 
cantone per mezzo il letto, et sia alto da terra piedi 2 IÌ2 . — Le 
buche nel vestibolo et nella cella per li vasi, larghe piedi 1 1I2 et 
alte due. Nel resto poi, che non vi siano né cornice, né foglie, né 
dati, né altro resalto nel muro per adornamento ; ma tutto sodo 
e schietto dentro e fuori. Et li lavori di legname, come porte, 
fenestre, lettiere, non siano senza alcuna cornice o adornamento; 
ma ben doppie et schiette come conviene alla semplicità eremitica», 
(adunanza del 10 maggio). 



w ^■^' 



CAPITOLO SESTO 

MONTEGORONA E l' UNIONE 
DELLE ALTRE CONGREGAZIONI EREMITICHE CAMALDOLESI 

[1624-1667] 



Lettera del P. Alessandro Ceva e di Carlo Emanuele, duca di Sa- 
voia, al maggiore di Montecorona — Chi fosse Alessandro Ceva, 
e come fondasse 1' eremo di Torino — Il prete Giovanmaria 
Caldano e 1' eremo di san Giorgio di Fivizzano — Luoghi of- 
ferti e non accettati — Aumenti della congregazione torinese : 
r eremo di Cherasco e quello dì Belmonte presso Busca — Il 
card. Maurizio di Savoia e 1' unione degli eremiti torinesi coi 
romualdini — Patti dell'unione e loro approvazione — Turbi- 
nose vicende degli eremiti di Camaldoli — L' ab. Rancati e 
l'unione di Camaldoli — Ingresso a Camaldoli ed al sacro 
eremo — Presagi e basi dell' unione — Nuove dichiarazioni — 
Gli eremiti francesi: loro origine ed unione a Montecorona ed 
a Camaldoli — Torbidi in Polonia e fondazione dell' eremo di 
Monteregio — In Italia: Fondazione dell'eremo di san Ber- 
nardo di Brescia e dell' eremo di san Clemente in isola, a Ve- 
nezia — Tristi effetti deli' unione — Modificazioni e aggiunte 
nel capitolo del 1638; nuove contese sull'ufficio della madonna 
e il vestito dei conversi — L' agitata elezione del 1641 — 
Querele dei piemontesi — Malumori dei toscani — Conferma 
dell' unione nel 1651 - Elezioni per breve — Verso la sepa- 
razione : dieta interrotta a Camaldoli e proseguita a Roma — 
Separazione decretata il 28 settembre 1667 — Ammonimenti. 



Correva il giugno dell' anno 1610, quando giunge- 
vano a Montecorona due lettere da Torino : ambedue 
dirette al padre maggiore della compagnia romualdina. 
La prima, scritta dal padre Alessandro Ceva il 20, era 
concepita in questi termini : « Sapendo che più grato 



350 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

sacrificio non si può offerir al nostro Dio, nessun più 
meritorio all' uomo, che rendersi suo cooperatore in 
procurare — prò posse — la salute delle anime : per la 
quale V unico suo Figliuolo Gesù Cristo, Signore nostro, 
fattosi huomo per noi — non recusavit manibus tradi 
nocentium et crucis subire tormentum ; — scrivo alla 
P. V. Rma con desiderio di vederla di questo santo zelo 
e divina carità accesa, come mi assicuro che sia, con 
tutta cotesta santa congregazione. Si è compiaciuta la 
divina provvidenza, non riguardando alla nostra bas- 
sezza, farci grazia di edificare un nuovo eremo dell' or- 
dine di Gamaldoli (come credo che sappiano), col favore 
di questo pio, divoto e serenissimo principe ed autorità 
apostolica, su la montagna di Torino, vicino alla città, 
tre miglia, luogo assai comodo e solitario, ridotto hor- 
mai, grazia al Signore, in buon essere, con chiesa, celle, 
redditi, famiglia, e con isperanza che dalla bontà di 
questa Altezza (la quale dopo Dio ne è l' autore), se 
gli dia in breve la necessaria perfezione. Ma perchè 
— messis multa, operarli pauci, — di qui è che, confidati 
nella molta carità della P. V. Rma e di tutti cotesti e 
suo RR. Padri, ad imitazione de' santi pescatori — qui 
annuebant sociis, qui erant in alia navi ut venirent et 
adiuvarent eos — acciocché la divina maestà sia mag- 
giormente servita, laudata e glorificata in questa sua 
santa opera, e li PP. loro siano partecipi di tanto me- 
rito, veniamo a pregarla a volerci concedere, per amor 
del Signore, due de' suoi RR. Padri sacerdoti, quali 
siano atti ad agiutarci, ne lo spirituale e temporale, a 
tirar questa santa rete a riva : uno dei quali crediamo 
che sarebbe al proposito il padre fra Gio. Battista da 
Prato di Toscana; rimettendoci nulla di meno alla molta 
prudenza e carità di V. P. RiTia. E sebbene noi siamo 
usciti dal sacro eremo di Gamaldoli, come pure anche 
il loro fondatore venerabile e beato padre Paolo Giusti- 



bÈGLI EREMITI Di MONTE CORONA 3àÌ 

niano (il quale mostrò tanto utilmente esser ripieno di 
questo santo zelo e degno imitatore del comun padre 
nostro san Romualdo), tuttavia, conoscendo quanto siano 
quei padri amatori delle comodità, ci voltiamo per il 
detto soccorso e agiuto alla P. V. Rma (nam spiritus 
ubi vult spirat) : Ella farà anche, oltre il merito grande 
appresso Iddio benedetto, cosa molto grata a sua Altezza. 
E a quelli che verranno per tale effetto qua, non sarà 
difficile, ma facilissimo accomodarsi a' nostri instituti, 
sendo pochissimo differenti nel vitto e vestito dalli loro; 
oltre che per maggiormente facilitarli" ci accomodaremo 
ancor noi al loro breviario e messale (havendo questi 
nostri bisogno di riforma). E aspettando grata e benigna 
risposta, preghiamo il Signore che alla P. V. Rma e a 
tutti li RR. suoi Padri conceda augumento di grazia e 
di gloria, con raccomandarci alle loro divote orazioni » (^). 
Questa lettera era accompagnata da una commen- 
datizia del duca di Savoia Carlo Emanuele, in data del 
19 giugno, del tenore seguente : « Havendo inteso dal 
molto Reverendo padre fra Alessandro, eremita del sa- 
cro eremo di Gamaldoli, fondatore e maggiore di questo 
sacro eremo e mio confessore, V osservanza di cotesta 
congregazione nella regola eremitica del padre san Ro- 
mualdo, del quale sono io molto divoto, vengo con que- 
sta mia a salutare la P. V. e pregarla, come faccio ca- 
ramente, che a mia contemplazione sia contenta di com- 
piacer esso padre, di quanto egh le scrive. Che, poscia 
che il tutto s' indirizza a perfezionar sì degna e santa 
opera in questi Stati da me fondata, e con desiderio di 
mettervi l' ultima mano (come spero seguire in breve 



(1) Questa lettera è riferita dal P. B. Galassi, Ms. Continuai, 
della Storia Romualdina, II, 35-37, e dal P. Tiburzio, Ms. Memorie, 
cit., p. 77-79. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



per quello che a me spetta) per compito stabilimento 
d'esso eremo in maggior servizio di Dio, mi voglio per- 
suader che ella non sia per negarmi così pio e caritativo 
ufficio, del quale terrò particolar memoria con desiderio 
d' impiegarmi in benefìcio della sua congregazione e in 
ogni altra cosa che possi esser grata a V. P., alla quale 
priego da Dio ogni maggior bene » (^). 

Non si ha veruna memoria della risposta che il 
padre don Salvatore da Sirolo, maggiore in quel tempo 
di Montecorona, ha dato a queste due lettere ; ma è 
certo che il padre Giovan Battista da Prato, chiesto dal 
Geva, non venne mandato, perchè nel seguente anno 1611 
egli fu eletto maggiore della congregazione coronese, ed 
in seguito, fu confermato due volte nella stessa carica. 
Contuttociò è probabile che il maggiore accondiscen- 
desse alla istanza autorevole che partiva da Torino, 
inviando colà due eremiti sacerdoti. Tanto più che in 
quegli anni la congregazione di Montecorona fioriva 
anche pel numero degli eremiti, e ne contava circa du- 
gentocinquanta, ripartiti in quattordici romitorii. 

Dalle due lettere riportate appare soltanto che il 
Geva e il duca di Savoia bramavano avere nelF eremo 
torinese due eremiti di Montecorona : ma questa non 
era che una parte del vero desiderio loro: l'altra parte 
vi era nascosta dietro, o meglio, sottintesa, ed era il 
progetto di aggregazione degli eremiti fondati dal Geva 
alla congregazione coronese. 

Poiché, è da sapere che il 1^ novembre del 1570 
entrava per consiglio di san Filippo Neri nel sacro eremo 
di Gamaldoli un nobile trentaduenne, figlio dell'anti- 
chissima famiglia marchionale piemontese dei Geva, per 
nome A Scanio, educato dal pontremolese Francesco Gal- 



(1) B. Galassi, op. cit., II, 37; Tiburzio, op. cit., p. 77. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 353 

biati che fu vescovo di Ventimiglia, amico di Giovenale 
e di Matteo Ancina, già segretario del card. Alessandro 
Crivelli, e sommamente caro al card. Camillo Borghese, 
che fu pontefice col nome di Paolo V. A Gamaldoh, mu- 
tato il nome di Ascanio in quello di Alessandro, avea 
fatto Panno seguente la sua professione tra gli eremiti, 
e nel 1587, veniva da essi eletto in loro maggiore. In- 
viato più tardi, nel 1596, a reggere il priorato torinese 
di Pozzo di Strada, con ampia facoltà di trattare e di 
conchiudere nuove fondazioni, egli si mise subito in 
pensiero di' erigere nei monti di Torino un eremo simile 
a quello di Camaldoli (/). Per mezzo dell' arcivescovo 
di Torino, Carlo Broglia, il Ceva ebbe facilmente adito 
al duca Carlo Emanuele I, che lo accolse benignamente 
e gh promise tutto il suo appoggio per la nuova fonda- 
zione. La peste che nel 1598 flagellò il Piemonte e la 
sua capitale, mostrò qual tempra di animo avesse il 
camaldolese. Per tutto 1' anno egh, abbandonato il mo- 
nastero, si ritirò in Torino presso la chiesa parrocchiale 
de' Ss. Simone e Giuda, e di lì fu in continuo moto per 
assistere e curare gì' infermi. Ma poiché la peste non 
inclinava a cessare, il duca, per suggerimento del camal- 
dolese, fece voto di edificare un eremo sul monte di 
Superga, qualora il morbo fosse scomparso. Cessò, di 
fatti, la peste, e il pio duca si accinse a compiere il 
voto. Clemente Vili, in data del 14 maggio 1601, con- 
cesse al Ceva, la facoltà di erigere l' eremo camaldolese 



(1) Tutti quasi gli atti inerenti a questa fondazione e relativi 
al P. Alessandro Ceva sono pubblicati in una rara stampa, in 4.o 
di pp. 17, intitolata: Alcune scritture ecclesiastiche per la fondasione 
del sacro eremo camaldolese di Torino eretto dal serenissimo Carlo 
Emanuel duca di Savoia, con autorità apostolica, concessa al vene- 
rabil P. D. Alessandro de' Marchesi di Ceva, eremita professo del 
sacro eremo di Camaldoli, ecc., Augustae Taurinorum, Per Pizza- 
miglium Impraessorem Regium, 1642. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 23. 



354 La congregazione camaldolese 

e di esserne superiore per un triennio. Ma il monte di 
Superga dove allora non sorgeva che una modesta chie- 
suola dedicata alla madonna, parve troppo esposto all'im- 
peto dei venti, e mancante di acqua : onde venne scelto 
un altro luogo, sopra un leggero pendìo, fra Torino e Pec- 
ceto, e qui si pose mano all' edilìzio, gettandovi la prima 
pietra lo stesso duca Emanuele il 21 luglio 1602. L' ar- 
civescovo Carlo Broglia consacrava la chiesa ed inau- 
gurava r eremo il 28 ottobre 1606, dedicando 1' una e 
r altro al Ss. Salvatore (^). 11 duca, nell' atto di dota- 
zione di queir eremo, del 30 novembre 1606, professa 
altamente di aver posto mano a questo sacro edilìzio 
per adempire al voto fatto a Dio per la liberazione della 
città dal morbo, da cui era travagliata (^). Ed in segno 
di particolar dilezione, il 3 dicembre 1607, nominava la 
chiesa dell' eremo cappella dell' ordine dell'Annunziata, e 
gli eremiti « oratori » della medesima cappella con tutte 
le preeminenze e prerogative inerenti all' alto grado (•^). 

L'eremo non fu completo che qualche anno appresso: 
ventidue furono le celle solitarie alle quali fecero corona 
le officine, il refettorio, l' infermeria e la farmacia. 

Quando il Geva e il duca di Savoia si diressero al 
maggiore di Montecorona, l' eremo torinese non era cer- 
tamente molto fornito di religiosi, ed il fondatore con- 



(1) L' atto di consacrazione è pubblicato, in Alcune Scritture 
Ecclesiastiche, cit., p. 10-11. 

(2) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afifiales Camaldulenses, IX, App. 
tom. Vili, 1^63-268. 

(3) MiTTARELLi-GosTADONi, Aunales Camaldulenses, IX, App. tom. 
Vili, 274-278. — Ne è fatta memoria anche sulla lapide che fu po- 
sta sulla porta dell' eremo : 

CAROLUS EMANUEL DUX SABAUDIAE INVICTISSIMUS, HANC SACRAM 
EREMUM CAMALDULENSEM ANNO 1599 POPULIS EPIDEMIO LABOHANTIBU8, 
•VOTO ACCESTISSIMO KRECTAM, ET SOLEMNEM TORQUATORUM ANNUNCIA- 
TAE VIRGINiS AEDEM PRO AVITA UECI.ARATAM UOTAVIT, DEUICAVIT. 



DEGLI EREMITI Di MONTE CORONA 355 

lava già i suoi settantadue anni. Era dunque necessario 
appoggiare l'eremo ad una congregazione vitale. Ben è 
vero che il luogo torinese venne sempre ritenuto sic- 
come «membro della congregazione camaldolese a quel- 
r istesso modo che ne è membro il sacro eremo di Ca- 
sentino »; ma v'è tutta la ragione per credere che que- 
gli eremiti non si accordassero molto con quelli di 
Gamaldoli, e di ciò si ha traccia anche nella lettera 
del Geva. 

Ma comunque si svolgessero in quei momenti le 
cose, è indubitato che il duca Carlo Emanuele il 15 giu- 
gno 1610 avea dotato il luogo di Torino di una buona 
rendita (^), e che T abate generale della congregazione 
camaldolese, Luigi da Bagnacavallo, nel 1611, confer- 
mava l'elezione del padre Alessandro Ceva in maggiore 
dell'eremo di Torino (^). Ma il pio fondatore il 6 ottobre 
del 1612 moriva, circondato dell'aureola di straordinaria 
santità (^), senz' aver potuto maadar prima ad effetto 
r aggregazione de' suoi romiti alla compagnia di san Ro- 
mualdo. Soltanto dopo qualche anno, i successori di lui 
intavolarono le trattative che portarono alla sospirata 
conclusione. 

Ma innanzi di proseguire la narrazione su quest'ar- 
gomento, è da accennare ad un altro gruppo di eremiti, 
che vollero assoggettarsi alla congregazione di Monte- 
corona. 

Sui primi del secolo XVII un certo prete veronese, 
chiamato Giovanmaria Cardano, desideroso di vivere 
eremiticamente, erasi ritirato nella diocesi di Luni-Sar- 



(1) MiTTARELLi-CosTADONi, Afinales Camaldulenses, IX, App. tom. 
Vili, 278-282. 

(2) Alcune Scritture Ecclesiastiche, cit., p. 12-13. 

(3) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Afifiales Camaldulenses, Vili, 
137, 179, 185, 189, 196, 217, 223, 224-237. 



356 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

zana, e quivi, nel luogo di Fivizzano, avea posto mano, 
coadiuvato da altri sacerdoti, ad un romitorio, che or- 
mai sorgeva con la sua chiesa, il campanile, la sagrestia, 
il coro, il refettorio e le celle. Bramando poi, tanto il 
Cardano che gli altri suoi compagni, di aggregarsi a 
qualche congregazione eremitica espressamente appro- 
vata dalla Chiesa, si rivolsero al cardinal protettore del- 
l' ordine camaldolese per ottener licenza di unirsi alla 
compagnia di san Romualdo. Lieto il cardinale di que- 
sto proposito, scrisse ai superiori di Montecorona, pre- 
gandoli che volessero compiacere al desiderio di costoro, 
tanto più che i coronesi ne avrebbero avuto un van- 
taggio non ispregevole con V aumento di un eremo e di 
un nuovo gruppo di eremiti. E perchè la cosa si con- 
chiudesse senza che venisse mandata in lungo, fece 
emanare un breve da Paolo V, in data dell' 8 luglio 1617, 
in cui si concedeva che quegli eremiti si unissero alla 
congregazione di Montecorona, accettandone gli statuti 
e r obbedienza (^). Per eseguire, adunque, la mente del 
pontefice, quegli eremiti furono aggregati alla compagnia 
romualdina ed alcuni di essi vestirono subito V abito 
coronese. Andò a prender possesso dell' eremo di san 
Giorgio a Fivizzano il P. Alessandro Secchi, con altri re- 
ligiosi, anche per istruire la nuova famiglia secondo le 
norme dell' istituto romualdino. Ma dopo aver passato 
colà sei mesi, vedendo che era diffìcile assai cavar qual- 
che costrutto da quegli individui, nonostante l' impegno 
preso dal cardinal protettore ed il breve ottenuto in loro 
favore, tornarono indietro, annullando, con la propria 
rinunzia, queir unione. 



(1) Breve * Decet iUjmanum Pontificem » dell' 8 luglio 1617, in 
MiTTARKLLi-CosTADONi, Anuules CamaUluìenses , IX, Addenda et 
emendanda in tom. Vili, 136. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 357 

Contemporaneamente a questo fatto, vennero offerti 
alla congregazione coronese altri luoghi, ma quasi tutti 
furono rifiutati e qualcheduno, benché accettato, non 
ebbe poi, per ignote cause, buona riuscita. Ad una fon- 
dazione da farsi presso la città di Bagnorea, per inizia- 
tiva dello speziale del Papa, non fu prestato il debito 
consenso dal capitolo del 1618; ne fu accettata l'offerta 
di un certo Alberto Geboltowski, segretario della corona 
di Polonia, che offriva per una nuova fondazione polacca 
un luogo che era troppo lontano da Monteargentino. TI 
patriarca di Venezia offrì l'isola di san Cipriano: ma poi 
il card. Campori il 29 agosto 1620 spedì ai superiori 
della congregazione di Montecorona un memoriale del 
generale de' Carmelitani Scalzi, in cui si chiedeva la 
rÌTiunzia di qualunque titolo acquistato sopra queir i- 
sola, dove si avea intenzione di fondare un convento 
carmelitano, e si affermava che il patriarca erasi impe- 
gnato di concedere l' isola di san Servolo per la fon- 
dazione del luogo eremitico (/). Seguì realmente la 
rinuncia di san Cipriano da parte de' coronesi ed il 
pontefice stesso approvò la commutazione e l' accetta- 
zione di san Servolo (^): ma quest'isola non venne mai 
in proprietà de' romualdini. Federico Cornaro, vescovo 
di Padova e abate di san Zeno in Verona, offrì nel 1620 
la chiesa e il luogo di san Dionigi, appartenenti alla 
sua badia e vicini alla città veronese. Fu stipulato il 
relativo contratto ed ottenuto il beneplacito apostolico, 
ma poi, forse per la troppa vicinanza della città, non vi 
furon mandati gli eremiti. 

Mentre, nella congregazione di Montecorona, si svol- 
gevano questi tentativi, gli eremiti torinesi, fondati da 



(1) Sommario, cit., p. 60, n. 125. 

(2) Sommario, cit., p. 60, n. 126. 



358 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Alessandro Geva, si studiavano di aumentare la loro 
piccola comunità eremitica. Fin dal 1611 era stata pro- 
posta a costoro una fondazione in Gherasco, nel luogo 
appellato Selva maggiore, compreso attualmente nella 
provincia di Cuneo. Ma soltanto nel 1618, essi, con le 
elargizioni di pii benefattori, posero mano alla chiesa 
che vollero dedicata alla natività della Madonna. Nel 1623, 
i cittadini di Gherasco designarono il posto per la costru- 
zione deir eremo e furono mandati a prenderne possesso 
i padri don Placido da Gherasco e don Onofrio da Vercelli. 
Nel piccolo romitorio si stabilirono tosto pochi eremiti. 

Non molto lungi da questo luogo, sopra un' altura 
sovrastante alla città di Busca, posta alle radici delle 
alpi cozie, tra Guneo e Saluzzo, presso una chiesa appar- 
tenente al monastero delle domenicane di Alba, eressero 
l'eremo di Belmonte intorno al 1611. Erasi interposto 
per questa fondazione il duca Garlo Emanuele, dietro 
ripetute istanze della popolazione di Busca. Ma i due 
eremiti, Onofrio da Vercelli e Giuseppe da Reano, inca- 
ricati dell'erezione, incontrarono tali difficoltà, segnata- 
mente da parte delle domenicane, che non poterono giun- 
gere ad una soluzione prima del 1617. Il marchese Tom- 
maso, principe di Garignano e Busca, e vari altri nobili 
aiutarono il sorgere dell' eremo che accolse gli eremiti, 
custodi dell' antico venerato tempio, da essi poi restau- 
rato ad onore della natività della Madonna. 

Il crescere della congregazione eremitica torinese 
procedeva a lenti passi, né umanamente parlando, era 
dato di poter prevedere un rifiorimento che ne rialzasse 
le sorti. Il solo eremo di Torino poteva considerarsi come 
luogo di osservanza eremitica : gli altri due non contene- 
vano che pochi sacerdoti addetti al servizio della chiesa. 
Parve, adunque, venuto il tempo di troncare un'esistenza 
così misera col principiare un' era novella, aggregandola 
alla fiorente congregazione di Montecorona. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 359 

Il cardinal Maurizio di Savoia, dimorando a Roma, 
avea preso famigliarità con gli eremiti coronesi di Fra- 
scati e n' era divenuto benefattore col fondarvi del pro- 
prio una cella solitaria. Frequentando questi religiosi ed 
osservando die il loro metodo di vita era poco dissimile 
da quello che praticavano i romiti dell' eremo di Torino, 
eretto e dotato dal serenissimo duca suo padre nel prin- 
cipio di quel secolo, venne nella deliberazione di sug- 
gerire l'unione di questi con la congregazione coronese. 
Ne trattò dapprima col duca Vittorio Amedeo V, suo 
fratello e poi propose il suo pensiero ai religiosi dell'e- 
remo torinese, i quali, fatta opportuna discussione e 
presa deliberazione nel loro capitolo, deputarono e spe- 
dirono a Roma due de' loro eremiti per trattare delle 
basi di questa unione. Ma, non essendosi allora accordate 
le parti sulle condizioni preliminari, i deputati fecero ri- 
torno senza aver conchiuso nulla. 

Bramoso sempre più il cardinal di Savoia di venire 
all' unione, ne scrisse direttamente al maggiore di Mon- 
tecorona il 14 marzo del 1633, rappresentandogli il desi- 
derio comune di quei padri di conchiudere la progettata 
aggregazione « per ricevere come membro particolare 
quelli utih che da sì sano corpo e da sì santo capo 
possono aspettare » (*), soggiungendo che tutti aveano 
dato a quest' effetto ampio mandato di procura al p. 
don Ottavio Asinari dei Barnabiti, suo teologo ordinario, 
diretto a Roma per assistere al capitolo dei monaci ce- 
lestini. La lettera del cardinale giunse a Montecorona 
in tempo del capitolo generale: onde furono subito de- 
putati il padre maggiore, i visitatori ed il procuratore ge- 
nerale per trattare coli' Asinari. Lunghe assai e frequenti 



(1) Lettera dei card. Maurizio di Savoia, riportata dal P. Ti- 
BURZio, Memorie, cit., p. 111. 



360 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

furono le conferenze tenutesi a questo proposito nel 
palazzo del signor Lelio Biscia, alla presenza dell' abate 
Mattei, uditore del porporato Savoiardo. Per accordare 
le parti con soddisfazione reciproca era necessario trat- 
tare epistolarmente anche col Sovrano di Savoia, e dopo 
quasi lo spazio di un anno, nel palazzo del conte Ludo- 
vico di Agliè, marchese di san Damiano e ambasciatore a 
Roma della corona di Savoia, in data del 30 marzo 1634, 
vennero sottoscritti i patti dell' unione. 

Questi erano formulati in dieci articoli ne' termini 
che seguono. « I. Che l' eremo di Torino averà la pre- 
cedenza immediatamente dopo l'eremo di Montecorona; 
e questo per il molto rispetto che la congregazione di 
Montecorona tiene alla regia fondazione del suddetto 
eremo fatto dalla serenissima casa di Savoia. II. Che il 
superiore dell'eremo di Torino per l'avvenire, soppresso 
il nome e titolo di maggiore, averà titolo ed autorità 
solamente di priore, doverà però precedere tutti gli 
altri priori, eccetto quello di Montecorona. ITI. Che li 
padri dell'eremo di Torino averanno nella congregazione 
la precedenza respettivamente secondo l' anzianità della 
loro professione. IV. Che le facoltà ed entrate dell'eremo 
di Torino non si estrarranno o distribuiranno in alcun 
tempo fuori dello stato, eccetto che nelle occasioni delle 
comuni contribuzioni o tasse che giornalmente s'impor- 
ranno in detta congregazione di Montecorona. V. Che 
nell'eremo di Torino si tenera il noviziato per la rece- 
zione e professione de' novizi nel modo e forma che si 
tiene nell' eremo di Montecorona ed in altri della con- 
gregazione. VI. Che il priore dell' eremo di Torino non 
riterrà più nell'avvenire Fuso della mitra, con altre in- 
segne e funzioni abbaziali, giacché in detta congrega- 
zione non si permette usarle al maggiore, né al priore 
di Montecorona; ma se mai avverrà che nella congrega- 
zione li due suddetti V usassero, in tal caso sarà lecito 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 361 

ancora al priore di Torino ripigliarle ed usarle. VII. Che 
l'eremo di Torino dismuterà il sigillo delle due colombe, 
proprio del sacro eremo di Gamaldoli di Toscana, ed in 
cambio di quello ne piglierà un' altro con il santo o 
titolo della sua chiesa, secondo che nel capitolo gene- 
rale si concerterà. Vili. Che le celle già fatte nell'eremo 
di Torino non si disfaranno o immuteranno, ma che si 
lascieranno nella forma e disposizione che si trovano 
al presente. Le celle però che si averanno da fabricare 
neir avvenire nelli altri eremi dello stato di Savoia, si 
faranno secondo la forma e disegno prescritto in detta 
congregazione. IX. Che li padri di Torino osserveranno 
le constituzioni della congregazione suddetta di Monte- 
corona, conformandosi in tutto e per tutto all' instituto 
e disciplina di quella, con. la totale uniformità dell' a- 
bito, e col riconoscere per suoi veri superiori li supe- 
riori di essa congregazione, sottomettendosi come veri 
sudditi alle visite, correzioni ed obbedienze loro, come 
ogn' altro eremo o particolar eremita di detta congrega- 
zione. X. Che il sopradetto M. R. p. d. Ottavio Asinari, 
come procuratore delli padri di Savoia, rinunci a tutte 
le concessioni, esenzioni, privilegi, qualunque sieno, che 
in alcun modo fossero contrari e ripugnanti alle consti- 
tuzioni e ordinazioni di detta congregazione » (^). 

Di tali condizioni, rimasto contentissimo il cardinale 
Maurizio di Savoia, volle significare la sua soddisfazione 
al maggiore di Montecorona, scrivendogli in data del 
13 aprile 1634 queste lusinghieri parole : « Sebbene sia 
stato pienamente ragguagliato in più occorrenze dal P. 



(1) Questi patti sono riferiti nel breve di approvazione « Exponi 
nobis » di Urbano Vili, dell' 8 agosto 1634. Sommario, cit., p. 66-68, 
n. 143 ; cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, Vili, 
307-309. 



362 LA CONliREGAZIONE CAMALDOLESE 

Ottavio Asinari, mio teologo ordinario, della pronta ed 
affettuosa volontà dimostrata sin dal principio del trat- 
tato deir unione ed incorporazione di questo eremo con 
cotesta congregazione di Montecorona, non posso ad 
ogni modo non ricever nuova e ben particolare soddi- 
sfazione nella parte che ora mi dà V. P. della stipula- 
zione dell' istrumento, con tutte quelle circostanze che 
appunto si potevano desiderare; e siccome tutto questo 
si riceve in segno di non ordinario affetto verso questa 
casa, così può assicurarsi che vi si corrisponderà sempre 
volentieri e con proporzionato desiderio d' incontrar le 
occasioni d' ogni loro contentezza, quanto per quello 
riguarda generalmente tutta la congregazione, che per 
quello spetta alla propria persona di V. P., a cui in 
particolare mi offro con tutto V animo e prego dal Si- 
gnore Iddio ogni maggiore prosperità e contento > (*). 

Mancava ancora V approvazione pontificia e questa 
fu concessa da Urbano VITI col breve « Exponi nobis », 
sottoscritto r 8 agosto del 1634 (^). 

Mentre a Roma si trattava dal padre Asinari e dai 
superiori di Montecorona 1' unione degli eremiti piemon- 
tesi con quelli romualdini, il pontefice Urbano Vili va- 
gheggiava di riunire tutti gli eremiti, seguaci dell'istituto 
di san Romualdo, in un solo corpo. Per quali ragioni 
il pontefice si muovesse a volere questa generale unione 
delle forze eremitiche, sotto un solo capo, non è agevole 
ad investigarsi : ma pare eh' egli si lasciasse indurre a 
tale riforma dal bisogno di riordinare V osservanza degli 
eremiti di Gamaldoli e di mettere un riparo agi' incon- 
venienti che nel sacro eremo aretino da vario tempo si 
andavan lamentando. Eran già, infatti, parecchi anni 



(1) P. TiBURZio, Memorie cit., p. 112. 

(2) Cfr. Sommario, cit. p. 86, n. 143. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 363 

che quel luogo vivea soggetto a superiore d' altro isti- 
tuto od a visitatori apostolici. Il male non era recente : 
molti pontefici, Eugenio IV, Sisto IV, Leon X, Cle- 
mente VII, Paolo IV e Pio V si eran provati a sradi- 
carlo, ma invano. Sotto Clemente Vili, I' eremo di Ca- 
maldoli era unito alla congregazione camaldolese mona- 
stica ed il maggiore degli eremiti doveva eleggersi, non 
dal capitolo dell' eremo, ma dal capitolo dell' universa 
congregazione. Tale unione durò fino al 1616, quando 
gli eremiti non vollero approvare a maggiore dell'eremo 
nessuno dei tre soggetti che erano stati presentati e 
nominati dalla dieta dei monaci camaldolesi. Il pon- 
tefice mandò allora a Camaldoli il padre Girolamo da 
Castel ferreto, de' cappuccini, il quale, trovati ragionevoli 
i lamenti degli eremiti, propose di sciogliere 1' unione di 
essi coi monaci, lasciando loro libero il passaggio dagli 
uni agli altri. Aderì il pontefice e gli eremiti presero a 
governarsi da se. Nel 1620 presiedè al loro capitolo il 
vescovo di Cortona, Cosimo Minerbetti ; ma, essendo 
stato ucciso pochi anni dopo nell' andar al matutino il 
padre Angelo da sant'Angelo in Vado, maggiore, che era 
stato generale in tempo dell'unione co' monaci (del qual 
omicidio fu creduto autore il principe Federigo, figlio 
unico del duca di Urbino), ed essendo sorti nell' eremo 
nuovi disturbi, fu colà rispedito in qualità di visitatore 
apostolico il cappuccino Girolamo da Castel ferreto, il 
quale dichiarò nulle alcune elezioni eh' erano state fatte 
intorno a quel tempo. In questo mentre, fu intavolata 
una nuova unione co' monaci, che venne conchiusa ed 
approvata dallo stesso pontefice il 30 aprile del 1626. 
Ma pubblicatasi la conferma apostolica, ritrovaron gli 
eremiti i patti dell' unione tanto contrari ai loro inte- 
ressi quanto favorevoli ai monaci, che si crederono ob- 
bligati di reclamare contro le cose stabilite e di suppli- 
care il papa ad ascoltare le loro doglianze. A quest' ef- 



364 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

fetto spedirono a Roma il padre Stefano Sfondrati, fra- 
tello del cardinale Paolo della medesima famiglia. Il 
pontefice inviò a Gamaldoli, visitatore apostolico il padre 
Ilarione Rancati, cistcrciense; il quale chiuse la sua vi- 
sita il 3 febbraio del 1628, consegnando tutte le carte 
ad una congregazione particolare di cardinali e di pre- 
lati, nominata per l'opportuno esame di tutte le lagnanze. 
Questa consigliò al pontefice di dichiarare nulla l'unione: 
e così fu dichiarato il 10 marzo 1629. 

Ma se tale misura giovò a rimettere la famiglia 
dell' eremo nel suo diritto, non riuscì di certo a rimet- 
tervi la pace turbata per le continue agitazioni. Laonde 
nel 1632 un nuovo visitatore apostoUco s' incamminava 
a Gamaldoh. Era questi il padre Agatangelo di Gesù e 
Maria, carmelitano scalzo. Varie facoltà eran state con- 
cesse a costui, ed egli se ne valse per l'opera di paci- 
ficazione che doveva compiere in mezzo agli eremiti 
camaldolesi. Una delle cose di maggior momento era 
quella di ben precisare come si dovesse, d' ora innanzi, 
convocare il capitolo di Gamaldoli e di quale autorità 
fosse fornito : ed a quest' ufficio furon deputati il visi- 
tatore Agatangelo, mons. Tor niello, e il cistcrciense don 
Ilarione Rancati, abate del monastero romano di santa 
Groce in Gerusalemme (^). 

Ghe cosa conchiudessero costoro sul metodo di ce- 
lebrare il capitolo, non è noto; ma si sa che, presentato 
dagli eremiti il sommario delle passate visite apostoliche 
al pontefice, questi, per toglier di mezzo qualsiasi ragione 
di dissenso, stimò che il miglior partito fosse quello di 
unire la congregazione del sacro eremo di Gamaldoli 
con quella di Montecorona, come allora si stava facendo 



(1) Gol breve « Commissi nobis » di Urbano Vili, dell' 8 giu- 
gno 1632. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 365 

con la famiglia eremitica torinese. Il disegno di Urba- 
no Vili non rimase così segreto che non ne trapelasse 
qualche sentore anche al di fuori di Roma. Ne i supe- 
riori generali di Montecorona erano ignari della mente 
del pontefice; anzi dubitando che il padre Gerbonio da 
Massamarittima, il quale teneva in quel tempo le veci 
del procuratore generale assente, mosso da buon fine e 
da spirito di carità verso i toscani, maneggiasse questa 
faccenda segretamente e con officii spingesse il negozio a 
presta risoluzione, gli scrissero in data del 21 luglio 1634 
in modo da fargli conoscere che sapevano quel che si 
trattava in Roma, vietandogli strettamente di fare qual- 
siasi passo per tale unione, e dichiarandogli che ogni 
scrittura o trattato conchiuso fuor del capitolo generale 
e non sottoscritto dallo scriba, sarebbesi tenuto per 
nullo ed invalido (^). 

Non era intenzione dei superiori di Montecorona 
di opporsi air unione degli eremiti di Gamaldoli, ma di 



(1) Ecco il testo della lettera, sottoscritta dal maggiore Urbano 
e dai visitatori Pio e Moisè. « Reverendo Padre. La P. V. nella sua 
lettera ultima mostra che 1' unione sia fatta, e che né noi, né il 
capitolo generale, abbiamo da replicarvi. Dovemo però credere che 
lei sappia che tutti siamo stati di stanzia a Roma e sapemo con 
che prudentia e flemma si cammina, ed il negozio di Torino ce l' ha 
insegnato ; non diciamo della spedizione del breve, che questo è 
un' altro punto, ma delle capitolazioni ed accordi tra V una e V al- 
tra parte. Sapemo che cosa nostro Signore rispose all' Emo Pro- 
tettore, quando propose simile negozio, credendo che si trattasse 
con Gamaldoli : né di ciò diciamo altro, solo che il negoziato cam- 
mini con suoi piedi e lei si porti tra tanto che arrivi il padre pro- 
curatore da valente ministro ; di che ella ha sempre professato, 
facendoli anche sapere che ogni trattato, discorso o scrittura fatta, 
salvo che dal capitolo generale e sottoscritta dal scriba su questa 
unione, la teniamo per nulla, invalida e fatta da religioso privato, 
ancorché fosse stato in quel tenipo prelato : e questo basti. Il Si- 
gnore Iddio la conservi. Di Montecorona, 21 luglio 1634 ». P. Ti- 
BURZio, Memorie, cit., p. 127-8. 



366 LA GONGREGAZIOxNE CAMALDOLESE 

assoggettarla ad una pubblica discussione nel prossimo 
capitolo. Il pontefice voleva V unione ed essi lo sape- 
vano ; ma perchè tale unione sorgesse sopra una base 
solida e duratura, avrebbero desiderato che una matura 
discussione da ambe le parti ne avesse generato le non 
facili condizioni. 

Ma Urbano V^III tagliò corto: fece stendere il motu 
proprio dell'unione e lo sottoscrisse il giorno 8 ottobre 
del 1634; quindi nominò visitatore apostolico ed esecu- 
tore deir unione 1\ abate Barione Rancati. Nel tempo 
stesso, la congregazione dei vescovi e regolari scrisse 
al maggiore di Montecorona, che allora era in visita, di 
accostarsi quanto prima ad uno de' suoi eremi più vi- 
cini alla Toscana, e di dare avviso del suo arrivo all'a- 
bate Rancati. Questi era giunto in Firenze, e di là ri- 
spondeva al maggiore che l' attendeva in quella città, 
per trattare con lui di alcune cose riguardanti la sua 
congregazione e quella di Gamaldoli. Replicò il maggiore 
di aver ricevuto ordine di accostarsi alla Toscana, ma 
non di andare a Firenze ; che perciò aspetterebbe co- 
mandi più chiari e determinati ed intanto proseguirebbe 
la visita nel dominio ecclesiastico. Tutto ciò faceva il 
maggiore coli' intento di portare la cosa dell' unione 
dinnanzi al capitolo generale, che ormai distava di po- 
chi mesi. Ma l' abate Rancati risposegli esser mente della 
congregazione dei vescovi e regolari che si portasse a Fi- 
renze : venisse, adunque, senza più tardare. Intanto, per 
non perder tempo, egli si portò al sacro eremo di Ga- 
maldoli ed il 29 novembre 1634 pubblicò il breve del- 
l' unione, che fu accettato con molta soddisfazione da 
tutti quegli eremiti (*). In questo mentre, giunse all' e- 



(1) L'atto di accettazione è riferito (dall'originale che conser- 
vavasi neir archivio della procura romualdina a Roma) dal P. Ti- 
BDRZio, Memorie, cit., p. 129-30. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 367 

remo delle Grotte, dove trovavasi in visita il maggiore 
di Montecorona, un corriere spedito da Roma, con una 
lettera del card. Ginetti, prefetto della congregazione dei 
vescovi e regolari, e l'ordine di lasciar tutto e di recarsi a 
Firenze. Partiron subito il maggiore ed i visitatori e, da 
Iesi presa la via di Arezzo, reputata la più breve, ed 
arrivati in questa città, furon incontrati da un vecchio 
che ricercatili se erano di Montecorona, li condusse al- 
l'ospizio, dove trovarono infermo l'abate Rancati. La no- 
tizia ed il fatto parvero loro straordinarii, supponendo essi 
che il Rancati fosse a Camaldoli : questi invece, credendo 
che essi avrebbero preso la strada di Tifi e dell' Alver- 
nia, in realtà più breve e più comoda, erasi ritirato in 
Arezzo aggravato da forti dolori di podagra, divenutigli 
più intensi a causa del freddo sofferto a Camaldoli. 
L' abate Rancati disse loro del breve dell' unione che 
era stato segnato dal papa fin dall' 8 ottobre, dell' in- 
tenzione del pontefice che subito andasse in vigore e 
del gradimento che tale unione incontrava nel granduca 
e in tutti i principi di quella casa. Il maggiore chiese il 
breve e la relativa delegazione per prender visione di 
tutto. Ritiratosi perciò insieme co' suoi visitatori, dopo 
maturo esame, risolvè di proporre due cose : di poter 
prolungare la conclusione fino al capitolo, che sarebbesi 
celebrato dopo pasqua, o almeno, di aver tempo di po- 
ter consultare, in cosa tanto grave, altri padri ; e di non 
potere aderire ad alcune condizioni del breve, stimate 
ripugnanti alla vera unione dello spirito e dell'osser- 
vanza, che dovea valutarsi assai più dell'unione degli 
eremi e delle persone. Permise il Rancati che del nego- 
zio il maggiore parlasse a Firenze coi ministri del gran- 
duca, ma non concesse alcuna proroga, protestandosi 
che anche in questo avrebbe soddisfatto al suo deside- 
rio se fosse ito subito a Firenze quando era stato chia- 
mato la prima volta. E la ragione del diniego stava 



368 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

appunto nell' esser già il breve dell' unione pubblicato 
a Gamaldoli, laddove prima della pubblicazione sareb- 
besi potuto introdurre facilmente qualche modificazione. 
Perciò l'abate Rancati, per non esser costretto a tratte- 
nersi più a lungo in quelle parti fredde, con danno della 
sua salute, fece formale precetto al maggiore ed ai visi- 
tatori di Montecorona di ubbidire (*). 

A questo precetto del 2 dicembre 1634, emanato 
neir ospizio camaldolese di Arezzo, ubbidirono subito, 
e il giorno seguente, che era domenica, il maggiore di 
Montecorona, Urbano da Napoli, e i due visitatori Pio 
da Perugia e Mosè da Vicenza, accompagnati dall' abate 
Rancati e dal camerlengo dell' eremo si diressero verso 
Gamaldoli. Pernottarono la sera alla Fonte, luogo di- 
stante sei miglia, donde inviarono un avviso del loro 
arrivo agli eremiti. La mattina appresso fu ad incon- 
trarli il maggiore di Gamaldoli, seguito da altri padri, 
tre buone miglia lungi dall'eremo. Dopo alcune dispute 
cortesi sulla precedenza, poiché l' un maggiore voleva 
cedere all' altro, quello di Gamaldoli diede il luogo al- 
l' ospite di Montecorona, e si avviarono. Nelle vicinanze 
di Gamaldoli, in segno di letizia, presero a suonare i 
sacri bronzi, e tutti i padri e fratelli si fecero alla porta 
per ricevere i benvenuti. Scesi da cavallo, e replicate le 
cortesie circa la precedenza, che rimase sempre al mag- 
giore di Montecorona, entrarono nella chiesa intieramente 
parata a festa. S' inginocchiarono i due maggiori sui 
guanciali preparati davanti all' altare, e quello del sacro 
eremo intonò il Te De^um laudamus, cantato con 
allegrezza comune, e poscia recitò le orazioni prò gra- 
tiarum actione, prò praelatis, prò concordia 
in congregatione servanda, de pace, ad po- 



(1) È riferito dal P. Tiburzio, Memorie, p. 133-136. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



stulandam charitatem, e quella di san Romualdo 
co' suoi versetti. Dopo la sacra funzione, i superiori di 
Montecorona furono accompagnati negli appartamenti 
detti del generale, e di là passarono tutti insieme a 
prendere un pò ' di refezione. Suonato il vespro, il 
maggiore di Montecorona indossò la cocolla camaldolese 
e andò al coro prendendo il primo posto. Tutto il resto 
della giornata venne impiegato nel complimentare i pa- 
dri e i fratelli, i quali universalmente mostravano grandi 
segni di allegrezza per V unione. 

Nel mattino del giorno seguente (5 dicembre), i due 
maggiori, i visitatori di ambedue le congregazioni, il 
camerlengo ed altri padri salirono al sacro eremo, dove 
incontrati da tutti gli eremiti, al suono giulivo delle 
campane, cantarono il Te Deum come nella chiesa di 
Gamaldoli. Terminata la funzione nacque nuovamente 
una dolce contesa, volendo il maggiore del luogo cedere 
la sua cella all' ospite e non credendo questi di dover 
accettare la santa cortesia: ma infine, per dimostrare 
di gradire l'atto caritatevole, il maggiore di Montecorona 
accettò. Suonata terza, portatisi tutti in cocolla alla 
chiesa, tapezzata di seta, di broccato e di tele d'oro con 
le insegne abbaziali, egli celebrò solennemente la messa 
conventuale. Più tardi, a titolo di carità scambievole, si 
adagiarono tutti alla refezione nel refettorio. Dimostra- 
rono ai coronesi molta gioia tutti i padri dell' eremo e 
di Gamaldoli, dicendo loro piti volte : ringraziamo Dio 
di vedere finalmente per casa 1' abito nostro, nostri pa- 
dri, nostri eremiti, nostri religiosi fratelli. E veramente 
per molti anni erano stati governati nello spirituale e 
nel temporale, ora da cappuccini, ora da carmelitani 
scalzi, ora da cistcrciensi, con loro gran vergogna e con 
forte meraviglia de' secolari. Da ultimo, il maggiore del 
sacro eremo consegnò a quello di Montecorona il sigillo 
della congregazione con le due colombe, rassegnando il 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 24 



370 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

SUO ufficio nelle mani dell'abate Rancati, visitatore apo- 
stolico, il quale dichiarò maggiore di tutta la congrega- 
zione unita il padre don Urbano da Napoli, maggiore 
coronese, e destinò V altro maggiore a procuratore in Fi- 
renze. Il nuovo superiore generale si recò subito nella 
città del fiore, dove non parlavasi che di questa unione, 
a riverire il granduca, i principi e 1' arcivescovo Pietro 
Nicohni. Il granduca Ferdinando, che era stato il promo- 
tore ed il mediatore di quest'unione, per mezzo dell' ar- 
civescovo di Pisa, suo ambasciatore in Roma, accolse con 
segni di singoiar benevolenza la visita del P. Urbano da 
Napoli e io congedò con la promessa della sua conti- 
nua protezione. 

E qui non sono da tralasciare due cose avvenute 
mentre trattavansi le condizioni dell' unione, le quali 
furono ritenute come presagio di buona riuscita. L'anno 
innanzi che 1' unione si decretasse, nello stesso mese e 
ne' medesimi giorni, si viddero presso Gamaldoli varie 
turme di uccelli, di specie non conosciuta : erano della 
grossezza del passero solitario, con le piume di diversi 
colori ed una corona al collo. La sera posavansi tutti 
nel medesimo luogo sulla via che da Gamaldoli mette 
all' eremo, e poi a turme si muovevano e con ordine 
partivano, facendo prima una dolce melodia. Questa 
cosa fu così straordinaria e famosa che molti signori da 
Firenze mandarono sopra Gamaldoli per prenderne al- 
cuni e conservarli, ed i religiosi tolsero augurio dalla 
corona che portavano al collo, che l'unione co' coronesi 
sarebbesi conchiusa. L'altra cosa degna di osservazione 
fu questa: che Io stesso giorno in cui seguì l'atto pub- 
blico dell' unione, arrivati i padri presso la croce, vid- 
dero un' arcobaleno che poggiava sopra Maggiona, con- 
tèa dell'eremo, un'altro bellissimo, più vicino a Gamal- 
doli, ed un terzo, sopra la chiesa di Gamaldoli, più pic- 
colo ma più splendente degli altri due. Tutti, dinnanzi 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 371 

a questo meraviglioso spettacolo, pieni di gaudio presero 
a recitare il passo biblico — et erit signum foederis, — 
applicandolo in ispirito all' unione, e piangendo tutti, 
da una parte e dall' altra, si posero a pregare col Sal- 
mista: — Sit nomen Domini benedictum! Gonfirmet hoc 
Deus quod operatus est in nobis. — Interpretarono comu- 
nemente quei padri i tre archi per le tre congregazioni 
eremitiche di Gamaldoli, di Montecorona e del Piemonte, 
che stavano per essere unite in un sol corpo (^). 

L' unione, pertanto, secondo il tenore del breve di 
Urbano Vili dell' 8 ottobre 1634, era stabilita su queste 
basi. Le due congregazioni di Gamaldoli, di Toscana e 
di Montecorona s'incorporassero, sotto il titolo di con- 
gregazione degli eremiti camaldolesi, il cui 
capo fosse il sacro eremo : gli eremiti vestissero comu- 
nemente secondo la forma usata dai coronesi, ma nel 
sacro eremo e nell'ospizio di Firenze, per il gran freddo, 
fosse lecito 1' uso della cocolla e della capparuccia : un 
solo padre maggiore fosse capo e superiore di tutta la 
congregazione, con l' obbhgo della residenza, coi visi- 
tatori, nel sacro eremo : il priore dell' eremo di Gamal- 
doli avesse la precedenza sopra tutti gli altri priori : il 
medesimo sacro eremo coi monasteri e membri dipen- 
denti, compresi gli eremi di Mantova, di Genova, di 
Gortona e dell' Isola Bisentina (in mezzo al lago di Boi- 
sena) costituisse la prima nazione o provincia, detta della 
Toscana, con diritto — perchè prima e residenza del 
capo e origine delle altre — nei capitoli generali alla 
quarta parte dei voti e a due definitori : vietato il tra- 
slocare, senza il loro consenso, i professi del sacro eremo 
in altri eremi fuori della nazione toscana : concesso nel- 



(1) Cfr. B. Galassi, Continuazione della Storia Romualdina, II, 
79-80; P. TiBURZio, Memorie, cit., p. 138-9. 



■ 



372 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

r eremo di Camaldoli, secondo l'antico costume, eserci- 
tare ospitalità e largire elemosine: osservassero tutti le 
costituzioni romualdine stampate in Venezia da Mattia 
Valentin! nel 1595 {'). 

Eseguita su queste basi la formalità esterna dell'u- 
nione, il maggiore d'accordo con 1' abate Rancati, espose 
al pontefice i punti che doveano chiarirsi per arrivare 
eziandio alla unione degli animi. Ed Urbano Vili il 13 
aprile del seguente anno 1635 segnò un' altro breve a 
spiegazione del precedente, in cui, affinchè non sorges- 
sero discordie fin dal principio, dichiarava che oltre al 
numero dei vocali soliti ad intervenire al capitolo di 
Montecorona, se ne aggiungessero altri sei per la pro- 
vincia della Toscana ; che i definitori fossero per 1' av- 
venire otto, compresi due Toscani; che il capitolo gene- 
rale, il maggiore ed i visitatori potessero traslocare i 
religiosi da una nazione all' altra, sebben professi del 
sacro eremo ; che anche 1' eremo di camaldoli fosse te- 
nuto alle spese prò rata del capitolo generale; che 
fossero leciti i piccoli regali soliti a scambiarsi tra gli 
eremiti in attestato di mutua carità e che tutte le anti- 
che costituzioni camaldolesi, i decreti dei capitoli gene- 
rali e dei visitatori apostolici si riducessero alle costi- 
tuzioni romualdine stampate nel 1595 (^). 

Sei giorni dopo la spedizione di questo breve, ne 
fu segnato un' altro che univa la congregazione degli 
eremiti di Francia all' istituto di Montecorona. Questa 
congregazione eremitica toglieva origine dal venerabile 
sacerdote Bonifacio di Antonio, di Lione, che, venuto 



(1) Breve « Religiosos viros » dell' 8 ottobre 1634, in Mitta- 
RELLi-CosTADONi, Antiahs Camaldulen^es, Vili, 31()-31ì2: Sommario, 
cit., p. 68-69, n. 144. 

(2) Breve « Cuin nos nuper in unione » del 13 aprile 1635, in 
Sommario, cit., p. 71-72, n. 147. 



DEGIil EREMITI DI MONTE CORONA 373 

dalla Francia a Torino nel 1625, avea abbracciato l'isti- 
tuto fondato dal ven. Alessandro Geva. Da Torino, il 
15 febbraio del 1526, avea ricevuto dal maggiore dell' e- 
remo torinese, don Benedetto di Saint-Loup, il mandato 
di propagare F istituto eremitico nella Francia (^). 

Egli infatti avea colà fondato tre eremi ; uno nel 
Delfinato eretto sotto il titolo di Nostra Signora delle 
Grazie, nel 1626, per munificenza del barone De Muri- 
nes ; un' altro, 1' eremo di N. S. della Consolazione, nel 
territorio di Botheon, per generosità del marchese di 
Beaume, ed un terzo, il romitorio della Valle di Gesù, 
nel distretto di Chambre, per donazione di Vitale di 
san Paolo, prete dell' oratorio e di sua sorella Giovanna 
signora di Varsalieu e di Veaux: ambedue nella diocesi 
di Lione, ed eretti nel 1628. 1 religiosi che furono ve- 
stiti in questi eremi da Bonifacio, presero ad osservare 
le costumanze dell' eremo torinese. Ma Ludovico XIII, 
re di Francia, desiderando che la novella fondazione 
venisse confermata dall' autorità apostolica, pregò il pon- 
tefice ad acconsentire alla sua domanda con una grazia 
speciale. Urbano Vili, il 19 aprile del 1635, emanò un 
breve, in cui approvando la congregazione eremitica 
francese, dispensava gli eremiti dall' andar scalzi e da 
altre austerità prese dalF eremo torinese, sottoponendoli 
all'osservanza delle costituzioni di Montecorona, ed ordi- 
nando che gli eremi eretti e da erigersi formassero la 
congregazione di santa Maria della Consolazione 
camaldolese di Francia, che il maggiore fosse di 
nazionalità francese ed immediatamente soggetto alla 
santa Sede, e che la nuova congregazione partecipasse 
di tutti i privilegi di Montecorona (^). 



(24) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Amiales Camaldul., Vili, 276-277. 

(25) Breve « Exponi nobis iiuper l'ecit » del 10 aprile 1635, in 
MiTTARBLLi-CosTADONi, Aufiales Camalduleuses, Vili, 316-317 ; Som- 



374 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



La terza domenica dopo pasqua del 1635 celebra- 
vasi nel]' eremo di Camaldoli il primo capitolo di tutta 
la congregazione eremitica sotto la presidenza dell'abate 
Rancati. Fra le altre cose, fu trattata ed accettata T ag- 
gregazione degli eremiti francesi. Le condizioni postevi, 
erano in sostanza pochissime : che ogni quinquennio i 
loro eremi subissero la visita dei visitatori camaldolesi 
ed il maggiore potesse inviarvi anche dei visitatori 
straordinari ; che ogni triennio il capitolo della congre- 
gazione di Francia eleggesse un superiore col titolo di 
vicario da confermarsi dal maggiore della congregazione 
camaldolese, e che per apprendere la disciplina eremitica 
potessero venire, con le debite licenze e per qualche 
tempo, in Italia (/). Osservarono per un po' di tempo 
gli eremiti francesi queste condizioni e dal maggiore 
fecero confermare l'elezione del padre Paolo, che nel 
governo successe al fondatore don Bonifacio, nel 1636 ; 
ma nel 1642, stanchi di vedersi negletti e non curati dai 
superiori d'Italia, elessero di nuovo a loro capo il padre 
Paolo (non volendo don Bonifacio vissuto fino al 13 
gennaio del 1673 accettar il governo), e non ne chiesero 
la conferma. Così infrangevasi il vincolo principale per 
cui stavano uniti alla congregazione camaldolese, e ben- 
ché nel 1654 tentassero di riavvicinarsi, non ottennero 
verun risultato. 

Sull'orizzonte eremitico della Polonia cominciava 
ad apparire qualche nube. Lo stesso fondatore dell' e- 
remo di Monte Argentino avea notato che ai polacchi 
poco piaceva l'osservanza regolare e l' avea scritto, ram- 



mario cit., p. 7^-73, n. 148. — Essendo poi nato il dubbio sulla 
validità delle professioni fatte in Francia, hinocenzo X, col breve 
« Exponi nobis» del ^6 gennaio 1()5(), dichiarò che eran valide ben- 
ché si fosse taciuto il fatto della professione del padre Bonifacio. 
(1) Cfr. Sommario, cit., p. 73, nota ì. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 375 

mancandosene, ai superiori generali, prevedendo che alia 
sua morte, i suoi polacchi avrebbero recato forti disturbi 
agli italiani, fatti venire da lui con gran fatica e molta 
spesa. Colla morte del Wolski, venuto meno il rispetto 
che a lui si dovea, i polacchi presero ad insorgere con- 
tro gli italiani, dimostrandosi intolleranti del freno, ricu- 
sando di ricevere i visitatori e dicendo di potere ormai 
governarsi da se e di non aver bisogno di forestieri. Per 
mezzo del re Wladislao, che nel 1634 chiedeva al ponte- 
fice la facoltà, di fondare un nuovo eremo vicino a Var- 
savia, essi domandarono che di motu proprio il papa 
formasse con quegli eremi una nuova provincia, stabi- 
lisse colà un secondo noviziato nell'eremo da erigere e 
riducesse la visita da compiersi da un visitatore gene- 
rale con l'assistenza di un padre polacco, ad ogni triennio. 
11 capitolo del 1635 avea eletto in vicario dei due eremi 
della Polonia il padre don Onesto da Frascati, priore di 
Rithuany, e gli aggiunse due consultori nella persona del 
padre Benigno e del padre Matteo, ambedue polacchi. 
Dispiacque tale elezione e deputazione, specialmente a 
tre eremiti polacchi di Monteargentino, i quali si diedero 
a maltrattare il nuovo superiore. Lo stesso re Wladi- 
slao scrisse di queste difficoltà al pontefice, al card. 
Antonio Barberini ed ai superiori camaldolesi, chiedendo 
dei commissari e visitatori apostolici per comporre le dif- 
ferenze e pacificare gli animi. A quest'ufficio Urbano Vili, 
il 18 agosto 1636, deputava Erasmo Kretkowski, vicario 
generale di Cracovia e l' abate cisterciense Leonardo 
Rembowski. Per mezzo della visita, continuando i tor- 
bidi, la causa giunse dinnanzi alla congregazione dei 
vescovi e regolari. Wladislao, per un incontro a Vienna 
col padre maggiore, venne a conoscere che il torto era 
dalla parte de' suoi polacchi; quindi ritirò la sua prote- 
zione e scrisse alla congregazione de' vescovi e regolari 
in favore degli italiani. Finalmente il 7 settembre del 



«V. 



376 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1640, la congregazione dichiarò nulla la visita, di niiin 
valore i decreti, invalide le censure, innocente il padre 
don Onesto, reintegrati i deposti ed assolti i colpiti da 
penitenze (^). 

Calmati alquanto gli animi, il re Wladislao scrisse 
nuovamente ai superiori camaldolesi che intendeva fab- 
^bricare la chiesa e il monastero presso Varsavia. Esa- 
minata i padri la cosa, risposero il 18 ottobre 1642 
accettando la nobile offerta e ringraziando ' il re della 
liberalità, non omettendo però di rappresentargli che 
con r aumento degli eremi avrebbero desiderato anche 
il ringiovanire della disciplina. « E perchè — scrivevano a 
Wladislao — stimiano superfluo il raccomandare la con- 
gregazione alla magnanimità del suo regio cuore, solo 
con la dovuta riverenza le porremo umilmente in con- 
siderazione essere senso nostro e di gloria di Dio, non 
solo accrescer la rehgione di monasteri, ma vederla 
profittare nella santa disciplina ed osservanza regolare, 
ed in particolare nell' umiltà, madre e custode delle vere 
virtù^ e nell'obbedienza, unico fondamento di ogni buon 
governo. Laonde siccome ricorreremo sempre alla pro- 
tezione di vostra maestà pel mantenimento di queste, 
contro qualunque fidato nel patrocinio dei grandi ten- 
tasse di conculcarle, così al presente umilmente la sup- 
plichiamo a non permettere che le celle ed edificii, che 
servir devono per uso degli eremiti, siano differenti dalla 
forma consueta della nostra eremitica semplicità » C^). 

Con queste intenzioni dinnanzi agli occhi, re Wla- 
dislao IV, vinti i Turchi e ritornato al pacifico possesso 
del suo regno, si pose all' edificazione dell'eremo di Góry 
Królewskiej (eremus Montis Regii), cedendo il luogo 



(1) Cfr. Sommario, cit. p. S% n. 161. 

(2) Lettera riportata dal P. Tiburzio, Metnorie, cit., p. 211. 



Il 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 377 

omonimo, in vicinanza delia città di Varsavia e della 
Vistola, coir aggiunta della sua villa di Polków. Il 19 
ottobre 1642 giunse colà quel padre don Matteo, chiesto 
dal sovrano, che nel 1644 fu nominato superiore del 
nuovo eremo. Il 30 luglio 1646, col beneplacito della 
sede apostolica, re Wladislao IV assegnò a questo luogo 
la somma di ventimila fiorini, lasciata da Samuele Ho- 
volki ai padri riformati di san Francesco, ma da questi 
rinunziata. Morto il 20 maggio 1648 il re Wladislao, il M 

fratello Giovanni Casimiro V, succedutogli nel regno, 
fece continuare la costruzione dell'eremo, assegnando a 
tal uopo un sussidio annuo di duemila fiorini e le due 
ville di Zieran e di Nieporet. Ma le avverse vicende 
politiche attraversarono dissipandoli i disegni di Casi- 
miro V, il quale vinto da Gustavo X re di Svezia nel 
1667, abdicò e si rifugiò in Francia. E soltanto nel 1669, 
per opera del nuovo re di Polonia, Michele Wisniowiecki, 
e per la elargizione di Sigismondo Pazzi, gran cancel- 
liere della Lituania, l'eremo di Monte regio giunse al 
suo pieno compimento (/). 

Anche in Italia la congregazione camaldolese an- 
dava dilatandosi sempre piti. 

I due eremiti coronesi bresciani don Anselmo dei 
conti Martinengo e don Faustino Emili fin dal 1619, 
anno della loro professione, s' eran adoperati per una 
fondazione nella loro patria. Nel 1630, venuta a morte 
una sorella di don Faustino, lasciò erede de' suoi beni 
la compagnia di sant' Orsola, a cui era ascritta. Ma 
questa, per essere l' eredità gravata di molti oneri, la 
rinunziò a benefizio di don Faustino, a cui gli eredi 
doveano versare la somma di seimila lire. Ma il luogo 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afifiales Camaldulenses, Vili, 
327-329 ; L. Zarewigz, Zakon kamedulòw, p. 35-38. 



378 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

ereditato non essendo opportuno per una fondazione 
eremitica, don Faustino, col consenso del comune di 
Brescia e della repubblica veneta, lo permutò nel 1639 
col monte di san Bernardo di Navazzone, distante tre 
miglia dalla città. Il capitolo generale inviò tosto per 
la fondazione il padre don Anselmo, il quale favorito 
dalla pietà di monsignor Vincenzo Giustiniani, vescovo 
di Brescia, riuscì in poco tempo a ricingere con la clau- 
sura un vasto tenimento per le fabbriche. Queste furon 
proseguite dal padre don Silvano Boselli, che nel 1642, 
fu dichiarato priore della nuova famiglia eremitica (/). 

Pure a Venezia fu data finalmente ospitalità agli 
eremiti camaldolesi. Fin dal 1624 il senatore Ranieri 
Zeno, fratello di don Tito eremita di Rua, avea propo- 
sto alla congregazione di Montecorona V acquisto delle 
isole di san Lazzaro e di san Servolo; ma la trattative 
non giunsero a buon porto. Francesco Lazzaroni, vicario 
generale del card. Gornaro, patriarca di Venezia, nella 
peste del 1630 avea fatto voto di visitare il santuario 
della Madonna di Loreto. Ma, impedito di poter adem- 
pire a questo voto, fece lavorare in legno di cipresso 
una statua della madonna simile alla lauretana e stabilì 
di far costruire nella propria chiesa di sant'Angelo una 
cappella fac- simile del famoso santuario di Loreto. 
Incontrate varie difficoltà, propose di mandar ad effetto 
il suo divisamento, dapprima nell'oratorio dell'ospedale 
di san Lazzaro, ma poi detìnitivamente nella chiesa del- 
l' isola di san Glemente, allora di spettanza dei canonici 
lateranensi di santa Maria della Garità in Venezia. Que- 
sti ril settembre 1643 acconsentirono, ed il 9 aprile 
del 1644, deposta nella chiesa di san Glemente la statua 
lauretana, fu posta la prima pietra della cappella da 



(1) Cfr. MiTTAHELLi-CosTADONi, Annaleti Camaldulenaes, Vili, 330. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 379 

Antonio Gornaro, abate lateranense di santa Maria della 
Carità. Mentre il Lazzaroni metteva così in esecuzione 
il suo proposito, giunse a Venezia dall' eremo di Rua il 
padre don Andrea Mocenigo, eremita di Montecorona, 
incaricato dai superiori di cercare un luogo adatto per 
la fondazione di un romitorio. Egli, d' accordo col Laz- 
zaroni, intavolate le trattative per 1' acquisto dell' isola 
di san Clemente, e determinatone il prezzo co' latera- 
nensi, mandò ai suoi superiori un' ampia informazione 
sulla convenienza della scelta. Il definitorio il 4 novem- 
bre 1645 accettò la proposta : Innocenzo X permise ai 
lateranensi di alienare l' isola ed il senato di Venezia 
autorizzò la cessione agli eremiti camaldolesi di Rua, 
mediante il compenso di seimila ducati ai canonici della 
Carità. Agostino Correggio offrì la somma ; il senatore 
Ranieri Zeno fece subito costruire dodici celle, ponendo 
egli stesso la prima pietra ; ed il padre don Tito Zeno 
fu il primo priore dell' eremo di san Clemente. A lui 
successe don Andrea Mocenigo, il quale ricevè il 6 set- 
tembre 1646 la statua lauretana trasportata dal patriarca 
Giovanni Francesco Morosini dalla chiesa di santa Ma- 
ria della Carità. In seguito, la chiesa di san Clemente 
fu ampliata e la facciata e la cappella lauretana ven- 
vero decor/ate di marmi a spese del nobile Bernardo 
Morosini, fratello dell' eremita camaldolese don Giovanni 
(già Paolo) Morosini (M. 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CoSTADONi, Aiitiales Camaldulenses, Vili, 
337-340. — Tutti gli atti relativi alla fondazione di quest' eremo 
sono riferiti dal P. Tiburzio, Memorie, cit., p. 2'25-i240. — L' isola 
di san Clemente è posta tra le due isolette della Grazia e di santo 
Spirito, e dista da Venezia circa due miglia: vi fu dapprima l' ospe- 
dale de' poveri, fabbricato nel 1131, sotto il doge Pietro PoUani, 
dal veneto Pietro Garilasso. Pervenuta in potere de' patriarchi di 
Grado, e toltavi lo spedale, vi fu eretto il priorato de' lateranensi. 
Ora v' è il frenocomio femminile. 



380 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Il nostro racconto ha fin qui sorvolato sulle conse- 
guenze deir unione delle congregazioni eremitiche camal- 
dolesi, fermata nel 1634: ma è tempo che ne ripigli il 
filo e ne informi pienamente il lettore. 

Era appena passato un' anno dalla celebrazione del 
primo capitolo generale delle congregazioni riunite, che 
già incominciavano a farsi sentire le querele degli ere- 
miti toscani : non volevano esser traslocati negli eremi 
una volta soggetti a Montecorona, ove lamentavansi 
della angustia del locale e della inferiorità del vitto : 
detestavano l'uso degli zoccoli; disprezzavano insomma 
quasi tutte le leggi e le consuetudini dei coronesi ; ed 
alcuni, più audaci, giungevano ad asserire pubblicamente 
di non esser obbligati all' osservanza di esse. Le voci, 
dapprima timide, si fecero con velocità potenti, si allar- 
garono ed ingrossarono: le doglianze varcarono i limiti 
della clausura eremitica, ed i coronesi accusati d' infe- 
deltà nell'amministrazione, dovettero comparire dinnanzi 
ai deputati del granduca sopra gli affari de' regolari per 
render conto dell' entrata e dell' uscita dei beni dell' e- 
remo. Crebbero perciò le animosità da una parte e dal- 
l'altra e giunsero a tale che il maggiore intimidito, per 
timore di qualche insulto, non si arrischiava di andar 
solo neppure alla chiesa. 

Benché il secondo breve urbaniano del 13 aprile 1635 
avesse comandato che si osservassero le costituzioni di 
Montecorona stampate nel 1595 ed a norma di queste 
si riducessero le antiche di Gamaldoli e i decreti capi- 
tolari, specialmente per ciò che riguardava l' officio di- 
vino, quella della madonna e dei defunti, tuttavia gli 
eremiti del sacro eremo e dei luoghi annessi non sape- 
vano o non volevano ad esse accomodarsi, ed in questo 
biennio fecero pervenire a Roma vari reclami sopra tali 
punti e sopra diversi aggravii che credevano di soffrire 
da parte dei coronesi. Allora il cardinale di sant'Onofrio, 



» 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 381 

per incarico del papa, il 3 aprile 1637 ordinò che si ce- 
lebrasse il capitolo a norma delle costituzioni coronesi, 
e secondo i decreti promulgati nel 1601 da monsignor 
Taverna, vescovo di Lodi e visitatore apostolico, per la 
congregazione di Montecorona, e confermati da Cle- 
mente Vili {*). In questi decreti era stabilito che due 
soli fossero i vocali di una città e diocesi e che soltanto 
uno di essi entrasse a far parte del definitorio : che la 
medesima persona non potesse eleggersi a defmitore in 
due capitoli consecutivi : che il maggiore ed i visitatori 
non fossero priori, né conventuah, ne titolari: che dopo 
sei anni di prelatura si dovesse vacare per due anni, e 
che si tenesse noviziato soltanto a Montecorona, a Rua 
ed air Incoronata (^). Egli però dichiarava che non si 
intendeva di recar pregiudizio ai vocali eletti per lo 
innanzi, e che in ogni modo deputassero qualche ere- 
mita che informasse poi il pontefice di tutto minuta- 
mente e con precisione. Si tenne il capitolo, e le costi- 
tuzioni subirono una revisione da parte del generale dei 
carmelitani, eletto dal card, di sant' Onofrio, e dei padri 
don Lorenzo toscano, don Gerbonio, don Tito da Ve- 
nezia, don Giovanni Battista da Napoli, deputati dal 
capitolo. I due ultimi, si portarono, a quest'effetto, a 
Roma, e poi ritornarono a Gamaldoli pel capitolo del 
1638, riportando le costituzioni accomodate, segnata- 
mente, in ciò che riflette la elezione dei prelati. Ma 
poiché in molti punti gli esaminatori non si trovarono 
d'accordo, il cardinale di sant'Onofrio, con lettera del 
9 aprile 1638, rimetteva tutto all'esame ed all'approva- 
zione del capitolo. Le cose pertanto da adottare erano 
le seguenti, vale a dire, che : — in Gamaldoli, accettate 



(1) Sommario, cit., p. 75. n. 152. 

(2) Cfr. Sommario, cit., p. 45-46, n. 



89. 



382 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

le nuove costituzioni, quelli che già sono professi, pos- 
sano osservare le antiche da loro professate, nel vestire, 
nel dormire, e nel vitto, sani od infermi : — nel refet- 
torio di Gamaldoli si segua V antico uso e nessun priore 
possa modificarlo : — quelli del convento possano inter- 
venire ai capitoli conventuali dell' eremo, come membri 
della stessa famiglia ; — neh' eremo di Gamaldoli, pos- 
sano, secondo il solito, farsi le processioni delle Roga- 
zioni : — senza grave causa, i presenti professi della 
nazione toscana non si trasferiscono in altra provincia: 
— non si proibisca di tenere nelle celle dell' eremo di 
Gamaldoli, quadri dipinti ad olio, ma sì di trasportarli 
da un luogo all' altro : — sia permesso agli eremiti di 
Gamaldoli di andare alle sohte ricreazioni, nella raccolta 
de' frutti e nella vendemmia : — le celle da farsi nella 
nazione toscana siano secondo la forma del sacro eremo, 
lasciata da san Romualdo, purché vengano approvate dai 
vocali di questa nazione : — ai capitoli generali parte- 
cipino sempre due definitori della nazione toscana, e 
per le altre nazioni sia in arbitrio dei vocali di eleggerli, 
ma non possano essere piìi di due della stessa nazione : 
pel capitolo siano eletti almeno tanti vocali quanti sono 
gli eremi di ciascuna nazione, e per 1' avvenire non si 
nominino priori titolari : — obbligandosi gli elettori con 
giuramento di nominare nei diversi uffici i migliori 
soggetti, ponderino prima diligentemente le qualità di 
ciascuno, e perchè siano più liberi, possano eleggere 
anche più di due prelati della stessa città o territorio, 
ma un solo definitore: — se si eleggeranno quattro vi- 
sitatori, uno per ciascuna delle quattro nazioni (di To- 
scana, della Ghiesa, di Venezia e del Regno, oltre quello 
di Torino e di Polonia considerate come una sola na- 
zione), essi divisi a due si ripartiscano le visite, per 
compirle con maggior sollecitudine: — il capitolo possa 
procedere alla nomina degli assistenti in modo che ogni 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 383 

nazione abbia almeno o il maggiore, o un assistente o 
un visitatore, restando fìsso che il procuratore generale 
od alcun assistente non possa essere della stessa na- 
zione del maggiore : — le nazioni presentemente siano 
sette : la prima è la nazione toscana che abbraccia i 
luoghi soggetti al granduca, al dominio di Genova, di 
Mantova e di Bolsena ; la seconda è quello dello stato 
ecclesiastico; la terza è la veneta; la quarta è la napo- 
letana, la quinta è la torinese, la sesta è quella di Po- 
lonia e la settima, quella di Germania : — ogni religioso 
prenda il nome della nazione dov' è nato, purché vi 
sia un eremo; che se non vi fosse, tolga l'appellativo 
dalla nazione ove farà la professione : — i prelati e i 
vocali non possano restare in ufficio più di sei anni, e 
dopo devono irremissibilmente vacare per due anni : 
— quegli che sarà stato definitore in un capitolo non 
possa esserlo neh' altro seguente : — si dichiari per 
quali gravi pene sia permesso il ricorso al maggiore, 
secondo le nuove costituzioni : — si determini 1' ora in 
cui si devono leggere i casi di coscienza, e con un de- 
creto si fìssi almeno un' ora al giorno di studio, dando- 
sene il segno con la campanella : — con un decreto si 
stabilisca che in alcuni eremi, dove sono numerosi ere- 
miti e capaci, si legga teologia speculativa, ed in caso 
contrario si manifestino le difficoltà : — per 1' accetta- 
zione definitiva delle nuove costituzioni, si richiegga il 
voto favorevole segreto non solo dei definitori, ma di 
tutti, od almeno, della maggior parte dei vocali del ca- 
pitolo, e lo stesso suffragio si richieda per i decreti ca- 
pitolari da inserire nelle medesime costituzioni (^). 

A queste proposte che il capitolo per volere del pon- 
tetìce, dovea adottare, il cardinale di sant' Onofrio fece 



(1) Sommario, cit., p. 75-78, n. 153. 



384 LA CONGREGAZIONE CAMALDOI^SB 

ancora sei aggiunte, rilasciando però air arbitrio del capi- 
tolo Faccettarle o il rigettarle. Perciò, dopo maturo esame 
il capitolo avrebbe dovuto decidere se conveniva: — di 
eleggere in ogni capitolo due assistenti, i quali col mag- 
giore formassero il supremo tribunale della congrega- 
zione: — di nominare in ogni capitolo quattro visitatori 
i quali, per la vastità della congregazione, procedessero 
alla visita contemporaneamente di essa : — di nominare 
in ogni nazione un sopraintendente, al quale potessero 
ricorrere i sudditi che si ritenessero aggravati dai priori, 
con l'autorità di provvedere nei casi più urgenti: — di 
stabilire se il capitolo generale si dovesse radunare ogni 
triennio, o dopo un maggiore spazio di tempo, e deci- 
dere se in ogni anno vacante si dovesse convocare la 
dieta (con intervento del maggiore, degli assistenti, dei 
visitatori e di tutti quelli che saranno deputati dal ca- 
pitolo), per deliberare su gli affari più importanti in 
corso, e sospender, mutare e deporre, senza far processo, 
i priori che non si portassero bene, come si usa nei 
capitoli generali : — di nominare negli eremi i discreti, 
i quali co' priori avessero voce in capitolo : e di delibe- 
rare se gli eremiti, quando al mattino mangiano insieme, 
dovessero recarsi in coro per le azioni di grazie (*). 

Fu adunque celebrato il capitolo del 1638: ma quattro 
di queste aggiunte furono rigettate, accettando soltanto 
la nomina dei quattro visitatori e deliberando che il ca- 
pitolo generale si celebrasse ogni biennio e che nell' anno 
intermedio si adunasse la dieta con l' intervento dei 
cinque del tribunale e del procuratore generale. Tra le 
cose da adottare, per volontà del pontefice, rigettarono 
soltanto il punto che voleva introdotto negli eremi l'uso 
di leggere teologia speculativa. A miglior intelligenza 



(1) Sommario, cit., p. 78-79. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 385 

dell'avvenuto, è da ricordare che in questo capitolo, 
per la prevalenza dei coronesi sui toscani e sui piemon- 
tesi, si rigettarono le aggiunte come contrarie alle antiche 
costumanze di Montecorona, anche perchè i coronesi 
eran stati costretti ad approvare tutte le modificazioni 
precedenti, che erano tante ferite all' antica loro osser- 
vanza. Di qui è facile rilevare in quah punti i coronesi 
discordassero dai toscani, e si può argomentare come 
questi, nell'anno impiegato ad esaminare le costituzioni, 
riuscissero ad ingraziosirsi il card. Barberini, fratello 
del papa, a cui eran state affidate le cose dell'unione. 
Poiché, mentre nel 1637 egh avea comandato che si 
osservassero in tutti gli eremi le costituzioni coronesi 
del 1595 e i decreti del Taverna, ora secondava tutte le 
petizioni e i desideri dei toscani, concedendo infinite 
esenzioni dall'osservanza delle costituzioni ed inclinando 
ad aderire a molte delle loro pretese. Ma, illuminato il car- 
dinale dall' abate Rancati, o persuaso dai coronesi delle 
sequele troppo funeste per tutta la congregazione che 
potean derivare dalle concessioni fatte, o infastidito del 
malvolere e delle continue pretese dei toscani, scrisse 
in data del 14 agosto 1638 al maggiore queste parole : 
< Essendosi maturamente considerato che non è possi- 
bile che li religiosi di una medesima congregazione vi- 
vano in diversi modi e regole, perciò si ordina a V. R. 
che faccia quanto prima stampare le costituzioni ulti- 
mamente reviste e riformate, acciò si osservino in tutti 
gli eremi e luoghi della sua congregazione, anco nell' e- 
i-emo e convento di Gamaldoli, dove così nel refettorio, 
come nel rimanente del vitto, vestito e ricreazioni, si 
doverà osservare ciò che si osserva negli altri eremi e 
luoghi, eccettuato quello che è stato riservato nel breve 
dell' unione, il quale si dovrà praticare secondo la mode- 
razione fatta per breve di Nostro Signore li 13 aprile 1635 
e non altrimenti, perchè tale è la mente di Sua Santità, 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 25 



3S6 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

alla quale lei dovrà ubbidire, non ostante ciò che io me- 
desimo le scrissi in un'altra mia sotto li 9 aprile » (*). 
Le costituzioni furono stampate nel medesimo anno 
1638 ed approvate con un breve speciale del 4 aprile 1639 
da Urbano Vili (^) : ma gli eremiti della Toscana, che si 
videro defraudati nelle loro pretese, non potendosi dar 
pace, si volsero a nuovi appigli. Gli eremiti di Monte- 
corona, non ostante V accettazione del breviario mona- 
stico, per uso antico recitavano neh' uifìcio della ma- 
donna nei cinque giorni della settimana (nei quah alle ore 
dell'ufficio divino si dicono i salmi graduali), il salmo 53 

— Deus in nomine tuo salvum me fac — ed il salmo 118 

— Beati immaculati in via — dividendolo opportunamente 
per le ore di prima, di terza, di sesta e di nona (^); e così 
volevan seguitare a fare. Ma quelli di Toscana strepita- 
vano, perchè tutta la salmodìa fosse in conformità del 
breviario monastico in uso. Fatta perciò istanza alla 
congregazione dei riti, questa decise in favore dei coro- 
nesi, ordinando che si seguisse da tutti l' uso antico, 
secondo il tenore delle costituzioni del 1595 (*). 

Agli eremiti sacerdoti, nel 1639 si aggiunsero i con- 
versi. Costoro, vedendo che nelle costituzioni era ad essi 



(1) La lettera è riferita dal P. Tiburzio, Memorie, cit., p. 185: 
cfr. Sommario, cit., p. 80, n. 155. 

(2) Breve di Urbano Vili : « Ea quae prò congregationum » del 
4 aprile 1639, in Sommario, eit„ p. 81, n. 156. 

(3) Recitavano dunque, a prima, il salmo — Deus in nomine 
tuo salvum me fac, — il — Beati immaculati — con la divisione 
al versetto — Retribue: — a terza, continuavano il medesimo sal- 
ma, dividendolo ai versetti : — Legem pone — Memor esto — e 
— Bonitatem. — A sesta dividevasi al: — Défecit — Quomodo di- 
lexi — Iniquos; — e a nona, al: — Mirabilia — Clamavi — Principes. 

(4) La decisione é del 16 aprile 1639. Cfr. Sommario, cit. p. 81, 
n. 157. — Però il 19 giugno 1()55 fu tolta questa consuetudine ed 
il 31 luglio 1()65, nuovamente messa in vigore. Cfr. Sommario, cit., 
p. 96, n. 194; p. 199, n. ià31. 



» 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 387 

negato l'uso del mantello uniforme ai coristi, fecero una 
pubblica protesta contro questa determinazione, dicendo 
alto di voler ricorrere a Roma personalmenle, perchè 
là doveansi giudicare le loro ragioni. Ed un certo fra 
Bernardo, infatti, arrivò a tale audacia da partirsene il 
25 aprile da Gamaldoli, senza veruna licenza, per Roma, 
protestandosi di non poter esser considerato come fug- 
gitivo, come apostata, e di non volere perciò esser 
sottoposto ad alcuna punizione (^). 

Nel 1641 lo sconvolgimento era al sommo. Quattro 
anni era durato nelF ufficio di maggiore il padre don Ur- 
bano da Napoli, ne potendo, secondo le costituzioni, pro- 
seguire oltre nel governo della congregazione, la dieta 
radunatasi in quest' anno elesse in maggiore il padre 
don Giovanni Battista, professo del Regno, che era as- 
sente. Costui, avvisato dei dissapori che avean turbato 
e turbavano V animo de' visitatori, invece di recarsi a 
Gamaldoli, mandò per amor di pace la rinunzia dall' uf- 
ficio ; e poiché spiaceva ai toscani ed ai piemontesi che 
fosse stato eletto in maggiore un altro napoletano, la 
rinunzia fu accettata senza esitazione. Uniti poi gli elet- 
tori per venire ad una nuova elezione, benché con qual- 
che diversità di pareri, fecero cadere la nomina sul 
padre don Maurizio, priore dell' eremo di Torino, che fu 
subito invitato con lettere pubbliche e private ad assu- 
mere r ufficio. Giunto a Firenze, vennero mossi alcuni 
dubbi sulla validità dell' elezione, perchè non era stata 



(1) P. TiBURZio, Memorie, cit., p. 190-191. — Il 24 maggio 1641, 
la duchessa di Mantova si diresse al Maggiore, pregandolo di darle 
notizia delle qualità degli individui che si mandavano a quell'eremo 
della Fontana (edificato nel 1632 dal principe Carlo Gonzaga, duca 
dì Nevers), così richiedendo la vicinanza dell'eremo alla città e le 
esigenze dei tempi, affine di ovviare ai frequenti mutamenti dei 
religiosi (Ibidem, p. 191-192). 



S88 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

osservata la costituzione circa la disposizione delle na- 
zioni di cui doveva risultare il tribunale ed i visitatori. 
E veramente, coli' elezione di don Maurizio, la nazione 
napoletana non avea nessun membro in tribunale, e la 
piemontese ne avea due, cioè il visitatore polacco don 
Matteo (i due eremi di Polonia, quello di Vienna, e i tre 
del Piemonte formavano una nazione sola), e il nuovo 
maggiore. Consultate a questo proposito varie persone, 
tra le quali fuvvi il maestro domenicano fra Nicolò Giam- 
poli, si trovò che tutti dubitavano della validità ed al- 
cuni ritenevano con sicurezza l'elezione per nulla. Dal- 
l'altra parte, don Maurizio, veduto di che trattavasi, 
depose il pensiero di assumere 1' ufficio e se ne ritornò 
a Torino. In altri tempi, si sarebbe ricorso a Roma 
chiedendo la sanatoria e la dispensa dalla costituzione 
contraria : ma allora, gli animi vieppiù esacerbati, si 
rivolsero ad una terza elezione. Di tutte queste difficoltà 
fu gettata la colpa sul padre visitatore don Prosdocimo, 
che, avverso all'unione, avrebbe cercato ogni motivo 
per romperla. 

fi granduca, venuto a conoscenza della disputa, di- 
resse «ai padri visitatori e capitolari di Gamaldoli » 
una lettera, esortandoli alla pace ed alla concordia. Ma 
poiché la lettera, per caso o a bello studio, era indi- 
rizzata anche ai capitolari di Camaldoli, pretesero 
tutti i padri che dimoravano colà di aver diritto e di 
volere intervenire all' elezione del maggiore. Salirono 
perciò al sacro eremo, poco prima del capitolo ; ma 
i visitatori, meravigliati di questa novità, quando gli 
elettori erano dichiarati dalle costituzioni sì pel nu- 
mero che per i requisiti che dovean avere, li rimanda- 
rono, e quelli persistendo, ricusarono di procedere al- 
l' elezione. Ma gli eremiti capitolari di Camaldoli, 
fatti più audaci pel rifiuto, capitanati dal visitatore 
toscano, essendosi ritirati i veri componenti il defìni- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 389 

torio, procedettero all'elezione del maggiore, che fecero 
cadere sul padre don Geremia da Cremona, eremita 
toscano e ligio al visitatore di questa nazione. Ma co- 
storo procedendo ad un atto canonicamente nullo, per- 
chè senza diritto di compierlo, cadevano nel medesimo 
inconveniente della precedente elezione, poiché facevan 
entrar nel tribunale due toscani e nessun napoletano, 
contro gli statuti della congregazione. Il nuovo eletto 
partì subito per Firenze, vietando al prior dell' eremo, 
che era professo di Montecorona, di ingerirsi nella cura 
e nel governo di Gamaldoli. I visitatori, addolorati per 
l'avvenuto, si recarono a Roma per esporre la posizione 
di quel sacro luogo al sommo pontefice. Il papa rag- 
guagliato di ogni cosa, affidò l' esame delle differenze 
alla congregazione dei vescovi e regolari, la quale ri- 
mandò il capitolo generale che doveasi celebrare dopo 
la pasqua del 1642, al mese di ottobre, confermando 
intanto i visitatori ed i priori con tutte le loro facoltà (^). 
Che cosa macchinassero i toscani nei giorni dopo 
r elezione, non è noto ; ma Urbano Vili proibì di rice- 
ver novizi nel sacro eremo di Gamaldoli fino a nuovo 
ordine (^). I piemontesi, disgustati con quelli di Monte- 
corona, perchè nelle costituzioni era stabilito che i loro 
tre eremi, col viennese e i due polacchi, formassero una 
sola nazione, perchè al priore del loro eremo principale 
negavasi l'uso dei pontificali, e perchè avean udito qual- 
che parola imprudente sul conto del ven. padre Ales- 
sandro Geva, loro fondatore, la terza domenica dopo 
pasqua, si radunarono in capitolo nazionale stabilirono 
le cose loro come facevano prima dell' unione e poi ne 
diedero comunicazione al cardinale di sant'Onofrio, pre- 



(1) Con decreto del 26 aprile 1642. Sommario, cit., p. 83, n. 

(2) Sommario, cit., p. 83, n. 164. 



390 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

fetto della congregazione dei regolari, ed al card. Anto- 
nio Barberini, protettore dei Savoia. Ma le querele di 
costoro erano ingiuste ed esagerate : poiché quando fu- 
ron stampate le costituzioni, la loro congregazione con- 
stava del solo eremo di Torino (non potendo chiamarsi 
eremi queUi di Busca e di Gherasco che non ebbero mai 
vita propria e fiorente), e non sarebbe stata ragionevole 
crearla nazione, di fronte alle nazioni della Toscana e 
e del Regno, popolate di eremi e di eremiti ; perchè 
air uso dei pontificali essi stessi avean rinunziato in un 
determinato capitolo dell' unione, e perchè le parole im- 
prudenti da qualcheduno pronunziate contro la santa 
memoria del padre Geva, prescindendo da qualsiasi altra 
considerazione, non erano tali da recar sì grave conse- 
guenza, qual era la rottura dell'unione. Ma la realtà era 
forse questa : che i piemontesi menavano scalpore per 
vendicare V onore del loro prior maggiore, eletto alla 
suprema carica della congregazione e poi consigliato a 
rinunziare. 

Cionondimeno i coronesi si radunarono a capitolo 
neir ottobre del 1642, sotto la presidenza di mons. Lo- 
raeUini, nell'eremo di Frascati; eressero in priorato l'e- 
remo di Brescia, e presero altre determinazioni adatte 
alle circostanze dei tempi, aumentando persino il numero 
degli eremiti nei loro luoghi di Rua, del Salvatore e di 
Bologna (^). , 

Perdurando le animosità co' toscani e coi piemon- 
tesi, passò il 1644 senza che venisse celebrato il capitolo 
generale: ma nel novembre i coronesi fecero capitolo a 
Frascati e i toscani a Gamaldoli. Neil' aprile del 1646 la 
congregazione dei vescovi e regolari concesse agli ere- 
miti coronesi di celebrare il loro capitolo senza chia- 



(1) Sommario, cit., p. 84, n. 165. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 391 

marvi i toscani e nel 1647, di celebrarlo in Monteco- 
rcna (/). Alla dieta del 1648, la congregazione dei ve- 
scovi e regolari volle che fossero chiamati tutti quelli 
che vi aveano diritto: onde il maggiore invitò gli ere- 
miti del sacro eremo di Gamaldoli, i quali risposero 
laconicamente e soltanto che i loro interessi stavano 
« in petto » del card. Capponi, loro protettore. Spiacque 
r alterigia dell' espressione ai coronesi, principalmente 
perchè la lettera era diretta ai « superiori dell' eremo di 
Montecorona ^ mentre n' era maggiore quel padre don 
Urbano da Napoli, sotto il quale seguì l'unione del 1634, 
ed era sottoscritta da quel don Serafino, che, essendo 
maggiore del sacro eremo di Gamaldoli, avea rinunziato 
nelle mani dell' ab. Rancati al maggiorato per amore 
dell' unione. 

Il pontefice, fortemente infastidito di questi dissensi, 
rispondeva a quanti gli parlavano degli eremiti camal- 
dolesi: — "aut uniantur, aut dissolvantur,,. — Tuttavia 
il protettore card. Capponi ebbe facoltà di eleggere nel 
maggio del 1649 i nuovi superiori e di confermare i 
vecchi. Così, nel giugno, nominò procuratore generale 
il padre don Onesto da Frascati (che era primo visita- 
tore), fece passare primo visitatore il padre Antonio 
Maria (che era secondo), ed in luogo di questi, deputò 
il padre Elia da Genova, che era priore delle Grotte, 
dove pose il padre Filippo di Ancona, superiore della 
badia, confermando tutti gli altri e dispensando quelli 
che, a tenore delle costituzioni, non avrebbero potuto 
proseguire nell'ufficio. Ma nell'ottobre dei 1651, per or- 
dine espresso di Innocenzo X fu celebrato il capitolo 
generale nell' eremo di Frascati sotto la presidenza di 
mons. Gerolamo Buoncompagni. Vi intervennero anche 



(1) Sommario, cit., p. 88, n. 178 ; p. 89, n. 179. 



392 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

i toscani e i piemontesi, benché questi ultimi nel 1642 
fossero stati staccati da Montecorona per un dispaccio 
della duchessa reggente. Il presidente del capitolo, ricor- 
dato a tutti r obbligo che aveano di « continuare e per- 
petuare » r unione, li fece nuovamente giurare, e co- 
mandò che si dessero tutti il bacio della carità fraterna, 
imponendo poi perpetuo silenzio intorno ai brevi urba- 
niani dell' unione, sotto minaccia delle maggiori pene. 
Così, per un momento, furono troncate tutte le dispute. 
A maggiore di tutta la congregazione fu eletto il padre 
don Onesto da Frascati, ed a procuratore generale il 
padre don Raffaele da Fratina. 

Dichiarati soppressi in virtù della costituzione inno- 
cenziana del 22 ottobre 1652, i piccoli conventi, furon 
compresi tra questi anche gli ospizi camaldolesi di Roma 
e di Firenze e l'eremo di Genova; ma dietro suppliche 
del maggiore, corroborate di buone ragioni, vennero 
questi esentati dagli effetti della costituzione (^). 11 ca- 
pitolo generale del 1653 fu celebrato in concordia e 
quiete nell'eremo di Camaldoli. 1 due anni precedenti e 
i due seguenti, fino al 1655, costituiscono tutto il tempo 
più pacifico dell'unione, sia perchè i maggiori (dal capi- 
tolo era stato eletto il padre Silvano da Venezia, fonda- 
tore dell'eremo viennese) di questo quadriennio amassero 
di fatto r unione e s' adoprassero con tutti i mezzi a 
mantenerla, sia perchè avessero quella prudenza che è 
necessaria pel governo in tempi difficili e turbinosi. Nel 
1658 fu nuovamente celebrato il capitolo generale a 
Camaldoli, e ne uscì maggiore il padre don Onesto da 
Frascati; ma questo fu l'ultimo capitolo generale tenu- 
tosi a tempo dell' unione, benché la formale separazione 
non avvenisse che nel 1667. 



(1) Sommario, eli., p. 92, n. 188; p. 93, n. 190. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 393 

Nel 1655 la congregazione dei vescovi e regolari 
avea determinato che in tutta l'eremitica congregazione 
camaldolese rimanesse aperto un solo noviziato, quello di 
Gamaldoli, e si chiudessero tutti gli altri. Ma avendo il 
padre maggiore esposto in un lungo memoriale le diffi- 
coltà che si sarebbero incontrate con questo metodo, 
essa, in data del 14 giugno, permise che ogni provincia 
avesse il suo noviziato col relativo professorio, fissando 
il sacro eremo di Gamaldoh per la Toscana, Montecorona 
per lo stato ecclesiastico, Rua per il dominio veneto, 
l'Incoronata per il regno di Napoli e l'eremo di Torino 
per il Piemonte (*). Nella dieta del 1656 fu proibito di 
ricevere nell'avvenire dei conversi, e determinato che si 
accettassero soltanto degli oblati da potersi licenziare, 
qualora non si fossero comportati bene {'). Passato a 
miglior vita nel 1657 il maggiore don Onesto da Fra- 
scati, il pontefice con suo breve del 6 giugno elesse i 
superiori generali per un biennio, ponendo a capo della 
congregazione il padre don Angelo da Siena (^). Nella 
dieta del 1658 il definitorio emanò varie ordinanze: che 
la speziarla di Montecorona si trasportasse alla badia e 
che luoghi di professorio si dichiarassero l' eremo del 
Salvatore per la nazione napoletana e quello di Frascati 
per lo stato ecclesiastico (^). E di nuovo nel 1661 Ales- 
sandro VII procedeva all'eiezione de' superiori generali 
di motu proprio, nominando maggiore il padre don Teo- 



(1) Sommario, cit., p. 93-96, n. 192. 

(2) Determinazione approvata da Alessandro VII col breve «Ex- 
poni nobis» del 7 ottobre 1656. Sommario, cit., p. 97, n. 198. 

(3) Breve « Cum sicut accepimus » del 16 giugno 1657. Som- 
mario, cit., p. 98, n. 200. 

(4) Quest' ultima determinazione fu approvata dalla Congrega- 
zione dei vescovi e regolari il 25 settembre 1658. Sommario, cit., 
p. 100, n. 206. 



394 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

doro da Fano (*). Costui, per voglia di perseverare nel 
maggiorato almeno quattro anni, come avea fatto il suo 
antecessore, e dubitando che altri io prevenisse nel 
chiedere qualche breve che gli troncasse questo filo di 
speranza, indusse il difinitorio a chiedere al pontefice 
la proroga del capitolo fino a quattro anni, adducendo 
a ragione che il frequente vagare degli eremiti era con- 
trario al ritiro ed alla solitudine professata, che in minor 
tempo i superiori generali non potevano curare i van- 
taggi degli eremi, ne conoscere i bisogni degli eremiti, che 
tutti i luoghi, a causa de' capitoli, eran gravati di spese, 
e che per la distanza si rendeva difficile la visita ogni 
biennio nella Polonia. Ed il pontefice accordò la pro- 
roga, con breve del 3 gennaio 1662 (^). 

Ma queste novità infrangevano Y osservanza della 
disciplina eremitica e urtavano i nervi di tutti gli ze- 
lanti. Il maggior rumore si levò dalla nazione napole- 
tana, e per calmare gli animi fu di mestieri inviare a 
quegli eremi dei visitatori apostolici. Molti ricorsi per- 
vennero a Roma anche da altre parti e tutti riconosce- 
vano nella proroga dei capitoli la fonte precipua di ogni 
disordine. Di qui, la mancanza di zelo nei priori e nei 
superiori generali che nel capitolo depongono le cariche 
e si penitenziano : di qui, la soverchia durata delle pre- 
lature, con danno di tutte le nazioni; di qui, il disordine 
nelle amministrazioni per la mancata revisione capito- 
lare dei conti : lo sperpero, infine, del comune peculio 
per impetrar brevi e mantenersi amici in Roma. Ag- 
giungeva una scrittura indirizzata ad un cardinale di 



(1) Col breve « Pro commissa» dell' 11 gennaio 16(51. Sommario, 
cit, p. 103. n. 215. 

(2) Breve « Debitum Pastoralis officii » di Alessandro VII. Som- 
mario, cit., p. 105, n. 223. 



DEGLI EREMITI DI xMONTE CORONA 395 

curia che « il dar le prelature delle religioni per breve 
è come un vigoroso purgante, che, adoprato in qualche 
urgente necessità, può dar la vita all'infermo, ma repli- 
cato più volte, consuma le forze naturali ed ammazza 
il paziente — quod Deus avertat » {% Le ragioni ad- 
dotte in favore della proroga non erano, adunque, che 
pretesti ed esagerazioni. Il pontefice revocò la proroga 
ed ordinò che il capitolo si celebrasse in Frascati sotto 
la presidenza del card. Bandinelli (^). Qui fu giurato 
nuovamente, ma soltanto colle labbra, il decreto dell'u- 
nione emanato dal Buoncompagni nel 1651 ; e, posto a 
partito se doveasi ripristinare il capitolo biennale, a 
maggioranza di voti fu determinato di supplicare il pon- 
tefice pel ripristino di quest'antica e buona costumanza. 
Ed Alessandro VII approvò la modificazione (^). 

Doveasi, pertanto, radunar la dieta la terza dome- 
nica dopo la pasqua del 1666, ma non fu convocata che 
la quinta. In principio le cose andarono bene: ma quando 
al maggiore che proponea se doveansi moderare gli usi 
toscani, contrari alle costituzioni ed ai decreti, fu rispo- 
sto dal defìnitore seniore con modestia che bisognava 
appunto prender qualche opportuno provvedimento, egli, 
che non aspettava una risposta di tal tenore, alzatosi 
in piedi, uscì dal definitorio, interrompendo la dieta. Si 
poteva proseguire senza di lui, ma dal tumulto che 
apparve subito nei giovani del sacro eremo e di Gamal- 
doli, alcuni dei quali, entrati nel definitorio, con rim- 



(1) P. TiBURZio, Memorie, cit., p. 290. 

(2) Gol breve « Cam sicut » del 21 nov. 1665 è deputato il Ban- 
dinelli a presiedere il capitolo, e col breve « Alias emanarunt » del 
28 gennaio 1666, fu revocata la proroga. Sommario, cit., p. 109, 
n. 230; p. HO, n. 234. 

(3) Col breve « Alias emanarunt » del 28 gen. 1666. Sommario, 
cit., p. HO, n. 234. 



396 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

prò veri e sarcasmi, fecero conoscere ciie tutto era pre- 
meditato e predisposto, i padri compresero che non 
avrebbero potuto, senza scandalo, proseguire la dieta in 
quel luogo. Tale infelice riuscita turbò gli animi degli 
zelanti, e due definitori presero la via di Roma, mentre 
il maggiore aveva preso quella di Firenze, per rappre- 
sentare il disordine al pontefice. Questi, per mezzo di 
una lettera del card. Ginetti (7 settembre 1666), chiamò 
a Roma il maggiore per continuare la dieta interrotta. 
Ma egli, benché promettesse di intraprendere il viaggio 
da Firenze all' eterna città, sotto pretesto di richiami 
premurosi si diresse verso il Piemonte. Con lui era par- 
tito anche il visitatore don Modesto. Ma la congregazione 
dei vescovi e regolari, con una lettera del card. Ginetti 
al visitatore, un' altra- al nunzio apostolico ed una terza 
air ambasciator veneto in Torino, li richiamò ambedue 
a Roma. Ritornarono infatti, e giunti a Roma nel gen- 
naio del 1667, fecero istanza tutti i visitatori col procu- 
ratore alla congregazione dei vescovi e regolari perchè 
un cardinale presiedesse alla continuazione della dieta. 
Venne perciò deputato il card. Imperiali, a cui il procu- 
ratore presentò distinta informazione della dieta princi- 
piata il 30 maggio dell'anno precedente, proseguita con 
pace fino al 4 giugno e poi interrotta nel modo che 
abbiamo narrato. Aggiunse il procuratore una serie di 
inconvenienti pubblici e privati ai quali conveniva prov- 
vedere. Tra questi, si faceva specialmente rilevare l' a- 
buso del priore di Torino, il quale, contro le espresse 
condizioni dell' unione, usava delle insegne abbaziali, 
celebrava solennità pontificali e conferiva gli ordini mi- 
nori ai proprii chierici (*). Il maggiore allora estese una 



(1) Ma il padre don Modesto, visitatore piemontese, subito 
dopo l'interruzione della dieta, aveva fatto ricorso al duca di Sa- 



DEGÙ EREMITI DI MONTE CORONA 397 

scrittura con trentatre capi di doglianze a nome dei to- 
scani contro i coronesi, a cui quattro definitori risposero 
opponendo fatti, schiarimenti e ragioni che dimostravano 
sempre più la malafede e lo spirito ribelle dei toscani. 
Anche il visitatore don Modesto, a nome di tutti i padri 
del Piemonte, mise fuori un' informazione con tatti gli 
aggravi che pretendeva aver ricevuto i suoi eremi dai 
padri di Montecorona. Ma gli altri tre visitatori, unita- 
mente al procuratore, ribatterono trionfalmente le fal- 
sità della scrittura piemontese. Tutte queste dispute 
ebbero per effetto immediato di lasciar sospesa la dieta, 
e poiché avvicinavasi il tempo del capitolo generale, né 
sarebbesi potuto adunare prima d' aver dissipato tutti i 
dispareri, la congregazione dei vescovi e regolari, il 22 
aprile del 1667, prorogò il capitolo dalla terza domenica 
dopo pasqua alla terza domenica di ottobre, determi- 
nando che si tenesse nell' eremo di Frascati e che il 
procuratore a suo tempo lo convocasse (*). Continuando 
in questo frattempo ad esaminarsi presso la congrega- 
zione dei vescovi e regolari le differenze e le contro- 
versie degli eremiti camaldolesi, vennero tutti nella de- 
terminazione di separare e di restituire all'antico regime 
le tre congregazioni, stimando che questo fosse 1' unico 
rimedio per toglier di mezzo tutte le discordie che dila- 
ceravano le diverse nazioni dell' intiero istituto. Inca- 
ricarono, perciò, ai 28 settembre, il card. Vidoni di ri- 
mettere le tre congregazioni nelle medesime condizioni 



voia, il quale il 28 luglio 1666 scrisse al card. Antonio Barberini 
difendendo i privilegi degli eremiti fondati dal suo avo. La cosa 
fu rimessa alla congregazione dei vescovi e regolari ; ma non ebbe 
seguito, perchè avvenuta la separazione, venne a mancare la ra- 
gione dell' abuso. 

(1) Sommario, cit., p. 114, n. 241. 



3^ LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

giuridiche godute da ciascuna prima dell' unione del 
1634 {'), 

Cosi terminarono i trentatre anni di agitata confu- 
sione ! 1 coronesi il 16 ottobre, presieduti dal card. Vi- 
doni, protettore, si adunarono a capitolo nel sacro eremo 
tuscolano, e quando il 24 chiudevano le loro pacifiche 
adunanze. Clemente IX, succeduto ad Alessandro VII, 
segnava il breve « Illius qui charitas est », che restituiva 
la loro particolare esistenza alle tre congregazioni ere- 
mitiche camaldolesi di Montecorona, della Toscana e del 
Piemonte (^). l toscani non si fecero piti vivi; ma alcuni 
piemontesi scrissero ai padri di Montecorona lamentan- 
dosi della rottura avvenuta e dimostrandosi inclinati a 
nuova unione. Ma Clemente X, venuto a conoscenza di 
queste trattative, il 17 ottobre 1672 proibì, sotto pene 
severissime, di trattar per l'avvenire di altre unioni diret- 
tamente o indirettamente, ordinando che la separazione 
decretata e resasi necessaria per troncare tante divergenze 
e tante questioni, conseguisse il suo pieno effetto (^). 

Le vicende di questa unione possono servire di effi- 
cace ammonimento. È dettato comune che 1' unione fa la 
forza; ma perchè dall'unione risulti realmente la forza, 
occorre, innanzi tutto che l' unione sia integra ed ab- 
bracci indistintamente e pervada con ardore tutti i mem- 
bri uniti. L' unione delle congregazioni eremitiche camal- 
dolesi raccoglieva, senza dubbio, in un sol corpo le 
membra di un medesimo istituto. Ma perchè essa par- 
tiva principalmente, non dai membri da unire, ma da 
persone estranee alla gerarchia ed al corpo dell'istituto, 



(1) Sommario, cit., p. 115, n. 224. 

(2) Breve del 24 ottobre 1667. Sommario, cit., p. 116, n. 245. 

(3) Col breve « Ad pastoralis dignìtatis » del 17 ottobre 1672. 
Somtnario, cit., p. 122, n. 258. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 399 

venne in sospetto presso molti : e costoro turbarono il 
nuovo ordinamento e mandarono in fumo gii effetti 
benefìci che ne doveano derivare. Gli eremiti piemontesi, 
i primi aggregati a Montecorona, si valsero più tardi, 
per rompere l'unione, della mancanza di una formalità che 
parve loro infirmarne l'atto fondamentale, e dissero sur- 
rettizio il breve urbaniano dell'S agosto 1634, perchè non 
era stato pubblicato che ai 13 agosto del 1635, mentre in 
verità era stato trattenuto unicamente perchè Urbano Vili 
pensava di unire a Montecorona anche gli eremiti di Ga- 
maldoli. Questi che dapprima si mostrarono lieti dell' u- 
nione, s'infastidirono presto delle nuove costumanze co- 
ronesi che dovettero abbracciare. Erano pochi gli eremiti 
di Gamaldoli e pochi erano i loro eremi; doveano perciò 
sottostare ai coronesi che erano molti, e quel che più 
importa, zelanti e attaccati all' osservanza. La ragione- 
vole misura di porre sul principio a capo della nuova 
congregazione un figlio di Montecorona, cioè di quella 
compagnia che da sola superava in numero le tre altre 
congregazioni unite, parve poco appresso un atto di 
prepotenza per dominare ed assorbire. I toscani, i pie- 
montesi ed i francesi non pensarono mai alla loro po- 
chezza ed alla loro freddezza neh' osservanza, per rinfo- 
colarsi e guadagnare un posto onorato nel campo co- 
mune, ma ebl^ero sempre dinnanzi agli occhi il tormento 
del rinvigorire della congregazione coronese, che, non 
amando come consorella, presero a malvolere come ri- 
vale. Perciò l'unione degenerò subito in disunione: era 
stata decretata l'unione delle congregazioni e degli eremi; 
ma gli eremiti sfuggirono alla sanzione della legge. I loro 
animi non si trovarono vincolati, perchè vincolo dell'a- 
nimo è soltanto la carità, e questa faceva difetto nei 
più. Le ambizioni di alcuni capi diedero la spinta al- 
l' edifizio ; e crollò. La disuguaglianza numerica degli 
eremiti delle tre congregazioni unite, di fronte a quella 



400 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

di Montecorona, mise T animo dei toscani, dei piemon- 
tesi e dei francesi, in sospetto, e coi sospetto nell'animo 
si fecero audaci. L'intervento dell'autorità nell'elezione 
dei supremi moderatori della congregazione camaldolese, 
crebbe il malcontento, perchè venivasi in tal modo a pri- 
vare gli eremiti del diritto sacrosanto di eleggersi il capo. 
Ed il capo, dato a loro in tal guisa, non parve quasi 
mai rispondere ai desideri comuni. Ma tale inconve- 
niente è da imputare alla smodata voglia del comando, 
che suggerì di chiedere una durata maggiore od una 
conferma indiscreta, quando forse sarebbe stata neces- 
saria, od almeno, acconcia, una deposizione od una 
prudente rinunzia. 

I pontefici Urbano VITI, Innocenzo X, Alessandro VII 
e Clemente IX fecero di tutto per unire gli animi degli 
eremiti. Ma questi si dimostrarono ribelli : giurarono più 
volte r unione, ma sempre colle labbra e mai col cuore. 
E la confusione era giunta a tal punto che dagli stessi 
brevi che provvedevano agli inconvenienti della disu- 
nione, toglievasi pretesto a nuove contese. Le quali non 
furono troncate se non col ripristinare lo stato antico, 
ridonando a ciascuna congregazione la propria autono- 
mìa e indipendenza. Così ognuna si rimise sul cammino 
segnato da Dio, con lo spirito proprio della sua fonda- 
zione, conservato dai più zelanti, attraverso alle vicende 
dei tempi e degli uomini. Quella di Montecorona, che 
anche durante i trentatre anni dell'unione, mantenne la 
sua caratteristica perfino in mezzo alle turbolenze di 
elementi poco disciplinati, liberatasi dalle pastoie di 
queste congregazioni, riprese il cammino più spedita- 
mente, rimettendo subito nelle vene dei propri membri 
il vigore vitale perduto nella lotta sostenuta per infon- 
der il sangue dell' osservanza eremitica negli altri. 

Non è da pensare ad unioni quando queste non 
possono legare tutto l'uomo: e non possono vincolare 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



401 



tutto l'uomo quelle unioni che sono intraprese da estra- 
nei, promosse da pochi, non approvate dalla maggio- 
ranza assoluta de' membri e quasi imposte per un ideale, 
bello in se, ma difficile a raggiungersi in pratica. Allora 
la varietà è più bella e più proficua dell' unione, non 
mancando ai singoli membri quella forza che proviene 
dall'intensità di un medesimo spirito e di una stessa vita. 




Lugano - La Congregaeione di Monte Corona. 



'**Ì^, 



CAPITOLO SETTIMO 

INCREMENTI MATERIALI E MORALI 
[1667-1770] 



Il capitolo del 1667 e 1' uniformità nel vestire — Revisione e cor- 
rezione delle costituzioni romualdine — Luogo e tempo del 
capitolo generale — Requisiti necessari ai prelati — Numero 
dei romualdini : gli eremi di Collecapriolo presso Conegliano e 
di san Giorgio sul lago di Garda — Nuovi eremi nella Polonia : 
l'eremo de' Ss. Martiri presso Kazimierz : l'eremo Montis 
Pacis nella Lituania e il gran cancelliere Cristoforo Sigis- 
mondo de' Pazzi — L' eremus Insulae Wigrensis e i^ 
reali della Polonia — Luogo rinunziato nella Boemia — Ten- 
tativo di nuova compagnia nella Polonia — False voci di sop- 
pressione nella Polonia — Controversia per un' immagine del 
B. Paolo Giustiniani — Origine e fondazione dell' eremo del- 
l'Avvocata presso Amalfi — Gli eremiti del Piemonte cercan 
rifugio negli eremi coronesi — La canonica di san Michele 
arcangelo di Todi — Nuovi eremi nell' Ungheria — L' eremo 
di sant' Ippolito, sul monte Zobar, presso Nitria — L' eremo 
di san Michele arcangelo di Lanzer, nella Stiria — L' eremo 
di Leme, nell' Istria, abbandonato per malaria — L" eremo Un- 
gherese di Lechnicz e 1' eremo di san Giov. Nepomuceno di 
Maik — L'eremo Marchionale nella Polonia — Il profes- 
sorio — Il titolo di fra e di don — Concessioni e modifica- 
zioni — Il capitolo ogni quattro anni — Eremiti di pietà e di 
dottrina. 



Il 16 ottobre 1667 la compagnia coronese di san 
Romualdo prendeva nuovamente a vivere da se. Nel 
sacro eremo tuscolano, per ordine di Clemente IX 
espresso a mezzo della sacra congregazione dei vescovi 
e regolari, radunavansi, sotto la presidenza del card. 
Pietro Vidoni, i membri della compagnia romualdina 
convocati dal loro procuratore generale. I padri vocali 



404 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

erano diciannove e procedettero alle determinazioni ca- 
pitolari secondo le norme praticate per lo innanzi dai 
coronesi. 11 capitolo, laborioso ed importante, si chiuse 
il 24 ottobre. Tra le cose di maggior rilievo, i padri 
difinitori posero l' uniformità del vestire, e poiché negli 
anni dell'unione erasi aiterato il vestito eremitico nella 
forma, nella qualità e nel modo di portarlo, richiamarono 
tutti all'osservanza dell'antica semplicità eremitica con 
opportuni divieti e chiare dilucidazioni. Al procuratore 
di Roma, al priore di Frascati ed agii altri superiori fu 
proibito di provvedersi tanto per sé che per gli altri, di 
«cappelli preziosi di lana di Spagna »: a tutti poi fu 
comandato di portar le tuniche di « panno grosso » e di 
indossare sempre la tunica e il tunichino, ordinando che 
l'abito e il cappuccio fossero di quella « rascia » che é 
chiamata «zegrina», che i cappucci fossero attaccati all'a- 
bito e della grandezza e della forma di quelli che si usa- 
vano a Montecorona, e che nessuno potesse usar veruna 
sorta di tela negli < scarpini » e nelle « calzette » (*). 

Il seguente capitolo prese di nuovo a congregarsi 
nell'eremo principale di Montecorona la terza domenica 
dopo Pasqua, che nel 1669, cadeva a' 12 di maggio. E 
qui i padri, intenti a sradicare del tutto le funeste con- 
seguenze dell' unione, deputarono sei eremiti alla revi- 
sione della correzione delle costituzioni romualdine, af- 
tinché diligentemente esaminassero se era stato tolto ciò 
che in esse vi avea di comune, se eran stati dichiarati 
i punti dubbi, e se vi si eran inserite tutte quelle ag- 
giunte che avean forza di legge per volontà del sommo 
pontefice o per determinazione de' capitoli generali. Fu- 
rono eletti a questa revisione i padri fr. Odone da Ve- 
rona; fr. Giuseppe Maria da Venezia; fr. Primiano e fr. 



(1) Atti capit. 1667, e. 11-12 (adunanza del 21 ottobre). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 405 

Bonifacio da Napoli ; fr. Giovannantonio da Bologna e 
fr. Bernardo polacco (*). Costoro pertanto si accinsero a 
rivedere il lavoro compiuto dalla commissione, nominata 
nel capitolo del 1667, e composta del padre maggiore Giu- 
seppe Maria da Vicenza, dei due visitatori fr. Benedetto 
da Macerata e fr. Francesco da Lauri, del procuratore 
generale fr. Primiano da Napoli e di due altri eremiti, 
r uno della nazione ecclesiastica e 1' altro di quella ve- 
neta, che furono per la prima fr. Giovan Benedetto e 
per la seconda fr. Anselmo da Venezia (^). Lo studio era 
stato condotto a termine in diciotto mesi, e con ogni 
cura. Perciò i revisori, presa cognizione di ciò ch'era 
stato fatto sulle costituzioni romualdine, ne riferirono 
al definitorio, il quale, convocati i padri vocali, propose 
tutte le correzioni, le aggiunte e le dichiarazioni fatte 
alle costituzioni, che ad una ad una messe a partito, 
vennero di comune accordo accettate, stabilite e con- 
fermate. Il pontefice Clemente IX, con suo breve del 27 
settembre 1669, dava alle nuove costituzioni romualdine 
1' approvazione in forma specifica (^). 

Queste costituzioni, che regolano anche ai nostri 
giorni la vita eremitica della congregazione di Monte- 
corona, furono veramente modificate dal principio fino 
alla fine, e disposte con miglior ordine intorno ai sin- 
goli capitoli della regola di san Benedetto. Ma poiché 
la parte, che avea subito maggiori cambiamenti in tempo 
dell' unione con le altre congregazioni, era la seconda, 
ove è prescritta la forma di governo che è propria del- 
l' istituto romualdino, così in questa i padri revisori 



% 



(1) Atti capit. 1669, e. 23 (adunanza del 15 maggio). 

(2) Atti capit. 1667, e. 15 (adunanza del 23 ottobre). 

(3) Breve «In supremo militantis » del 27 sett. 1669, stampato 
nell'edizione delle medesime Costituzioni (Roma, Fi), de Rossi, 
1670, p. 11-12; 290-292). 



40(5 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

portarono la loro attenzione, richiamando in vigore le 
costumanze vigenti' prima dell' unione. Diciassette sono 
i capitoli di questa seconda parte, e trattano del luogo 
e del tempo di celebrai-e il capitolo generale, di quelli 
che devono andare a capitolo e di ciò che devono seco 
portare, del modo di Incominciare il capitolo, delle ele- 
zioni in comune che si devono fare nel capitolo gene- 
rale, della rinunzia della prelatura e dell' assoluzione 
de' padri vocali, dell' elezione dei padri difinitori e del 
loro presidente, dell' elezione dello scriba, del vicario 
del capitolo e degli ufficiali, dell'ordine che i padri de- 
vono osservare nel trattar i negozii, dell' elezione del 
padre maggiore e degli altri prelati, di alcuni requisiti 
necessari a' prelati, della riforma dei luoghi e del fare le 
famiglie, della conclusione e pubblicazione del capitolo, 
dell'autorità del padre maggiore e dei visitatori, del 
pigliar nuovi luoghi, della conclusione e confermazione 
delle costituzioni, della forma o rito di vestire i novizi 
e di fare la professione degli eremiti (^). Per dare un'i- 
dea delle cose principali riguardanti il governo della 
congregazione coronese, riportiamo il capitolo primo che 
tratta del luogo e tempo di celebrare il capi- 
tolo generale, e il capitolo decimo che determina 
alcuni requisiti necessarii a' prelati. 

Dicono adunque le costituzioni del 1669: « 1. Suole 
la congregazione per mezzo de' suoi capitoli, che per 
privilegio apostolico celebra, di sradicare la zizania, che 
forse era germogliata ne i campi della religione, e resti- 
tuire la candidezza dell' osservanza. Però si ordina, che 



(l) Regola di S. Benedetto e Costitutioni della Congregatione de- 
gli eremiti camaldolesi di Monte Coi'ona, reviste et approvate dal 
sommo Pontefice Clemente nono. — In Roma, Appresso Filippo dei 
Rossi, 1670, in 12, di pp. 304. — La Seconda Parte va da pag. 'MS 
a pag. 289. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 407 

Ogni due anni si faccia il capitolo generale legittima- 
mente, e con queir ordine, che di sotto si dirà. E che 
detto capitolo si faccia nel sacro eremo di Monte Corona, 
e il tempo assegnato a fare il capitolo, sarà sempre 
ordinariamente la terza domenica dopo Pasqua di Ri- 
surrezione. Ma occorrendo caso di necessità, essi difini- 
tori nel capitolo, e il padre maggiore fra l' anno con 
i visitatori, potranno o prolungare o abbreviare il tem- 
po, come parerà loro esser meglio e più espediente. — 
2. Essendosi ordinato che il capitolo si faccia ogni due 
anni, nell'anno che non si farà il capitolo, nell' istesso 
tempo e luogo si farà la Dieta, nella quale interver- 
ranno il padre maggiore con li due visitatori generali, e 
il procuratore generale di Roma, e li due visitatori par- 
ticolari che dovranno visitare il sacro eremo di Monte 
Corona, quali però si dovranno eleggere con questo ri- 
guardo, che non intervenghino in Dieta più di due di 
qualsisia nazione. Qual dieta bavera tutta l' autorità, 
che ha il capitolo generale, fuorché in quelle cose, che 
in queste costituzioni sono riservate all' istesso capitolo. 
E benché in essa non si faccia nuova elezione univer- 
sale de' prelati ; potrà nondimeno provvedere alle pre- 
lature vacanti o per morte o per rinunzia o per altra 
causa, alle quali non avesse provveduto il tribunale a 
suo tempo, e con giusta causa a relazione delle visite, 
o per altra strada informata, sospender i prelati, o mu- 
tarli da una prelatura in un' altra ; ma non potrà depo- 
nerli, se non con formarne prima il processo. Nel qual 
caso di deposizione, potrà procedere all'elezione di nuovo 
prelato come sopra. Farà ancora quelle mutazioni di fa- 
mighe che giudicherà necessarie : promuoverà i chierici 
agli ordini, e provederà a tutti i negozii occorrenti della 
religione ; ma non potrà fare ordinazioni generali, né 
dichiarare le costituzioni in cose gravi. — 3. Il princi- 
pio, il progresso e fine della dieta saranno quelli mede- 



408 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

simi che si prescrivono nel capitolo generale, eccettuate 
quelle cose, che seno improprie alla dieta, e proprie al 
capitolo generale, benché non con tanta solennità nel- 
r officio e nella messa » (^). 

Secondo le medesime costituzioni, i prelati devono 
avere alcuni requisiti, che sono formulati nel modo se- 
guente : « 1. Non si può elegger nessuno per maggiore, 
che non sia per cinque anni professo in questa congre- 
gazione, e se non sarà stato priore o visitatore, eccetto 
in caso di gran necessità. Non può esser alcuno mag- 
giore continuamente, più che per quattro anni. — 2. I 
visitatori non possono durare più che per due anni, ne 
possono esser eletti, se non saranno stati professi per 
quattro anni, eccetto ancora in caso di necessità. — 
3. Tanto il maggiore quanto i visitatori, durante il loro 
uffizio, non possono esser priori di alcun luogo. — 4. Il 
maggiore, e visitatori, ciascuno di loro ha da esser di 
diversa nazione. — 5. 11 procuratore di Roma non po- 
trà esser di quella nazione, della quale sarà il maggiore. — 
6. Nessuno può esser eletto per priore, se non sarà stato 
professo quattro anni nella congregazione, eccetto in caso 
di necessità, che all'hora il capitolo potrà dispensare e 
anco giudicare la qualità del caso: il che anco può giu- 
dicare, quando per necessità vorrà che il padre maggiore 
sia eletto prima delli cinque anni di professione, o il 
visitatore prima delli quattro. — 7. Nessuno può esser 
priore nell' istesso eremo più che per quattro anni con- 
tinui : il che s' intende ancora del procuratore generale 
di Roma. — 8. Nessuno può esser prelato più che per 
sei anni continui, intendendosi per prelatura ogni uffizio 
che habbia voce nel capitolo generale. E dopo detti sei 
anni di prelatura, deveranno vacare in ogni modo per 



! 



(1) Regola e costituUoni, cit., Pari. II, cap. I, p. 243-246. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 409 

due anni continui da qualsivoglia prelatura : dichiarando 
che manco tempo di vacanza fra li sei, non fa caso, ne 
si numera. Intendendosi esser finiti li due anni da un 
capitolo air altro, e quando gli mancassero due o tre 
mesi, se gli possa dispensare dal capitolo generale o 
dieta, e infra^anno, dal tribunale. — 9. Ogni nazione 
doverà almeno haver tanti priori quanti eremi ha ; ma 
quella nazione che averà il procuratore generale potrà 
haver un prior meno degli eremi che ha, eccettuato 
l'eremo di Vienna, il priore del quale possa essere 
d' ogni nazione. — 10. Le nazioni della nostra con- 
gregazione sono : una lo stato della chiesa : V altra la 
Lombardia, o dominio di Venezia : l' altra il regno di 
Napoh: l'altra de i Polacchi e Vienna. — 11. Chi sarà 
stato fuggitivo, overo apostata per più di un mese, non 
può esser prelato, se non sarà dispensato dal capitolo ge- 
nerale dopo otto anni, come si è detto nel suo luogo. — 
12. Chi non bavera poHato il libro de' conti del suo 
eremo a capitolo ; per quel!' anno non potrà esser eletto 
prelato. Di più non potrà esser priore, chi per ordinaria 
indisposizione non potrà fare la vita comune. — 13. In 
fine si avvertono gh elettori, che così nelF elezione dei 
definitori come de' priori o altri prelati, non basta per 
soddisfare al loro obligo, di elegger quello che giudicano 
buono ; ma sono obligati di elegger quelli, che in loro 
coscienza giudicano migliori, e facendo altrimenti pec- 
cano mortalmente, benché non havessero dato il giura- 
mento di eleggere i migliori > (^). 

Ne queste erano le sole modificazioni apportate alle 
regole romualdine per cancellare i tristi effetti dell' u- 
nione: altre provvisioni fecero i padri capitolari a que- 
st' uopo col proibire, sotto pene severissime, agli eremiti 



(1) Eegola e costitutioni cit., Part. II, cap. X, p. 269-271. 



410 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

di trattar nuovamente di unioni con altre congregazioni 
e col vietare assolutamente che, sotto qualsiasi pretesto e 
senza espressa licenza del capitolo generale, s'impetras- 
sero de' brevi riflettenti il governo dell' istituto (^). Ed il 
pontefice Clemente IX sanzionò, con un breve del 15 
aprile 1669, i divieti capitolari, estendendo anche agli ere- 
miti camaldolesi di Montecorona la costituzione "Am- 
bitiosam,, emanata da Clemente Vili contro i monaci 
camaldolesi che, per mezzo di raccomandazioni o di pro- 
tezioni, avessero osato di procurarsi offici, dignità, pre- 
lature e grazie nella religione (^). 

Dagli atti capitolari del 1667 si rileva che gli 
eremiti di Montecorona erano nell' Italia, in numero di 
trecentoquattro. Le famiglie erano ripartite in diciotto 
luoghi: all'eremo di Montecorona, alla badia di S. Sal- 
vatore, alle Grotte, al Montecònero, a san Gerolamo, a 
Frascati, a Fano, a Rua, a Centrale, a Brescia, a san 
Clemente di Venezia, a CollecaJ^riolo, a Verona, all' In- 
coronata di Napoli, al Ss. Salvatore, a Nola, a Torre 
del Greco, a Vico Equense e all'ospizio di Napoli. Dagli 
atti capitolari del 1669 si desume che i sei eremi 
della Polonia, cioè quello di Monteargentino, di Varsa- 
via, di Rituany, di Monte Pace, di Vigri e di Casimiria, 
eran abitati da cinquantadue eremiti : erano adunque i 
romualdini, dopo lo scioglimento dell' unione, più di tre- 
centocinquanta (^). Il numero degli eremiti è, senza dub- 
bio, considerevole : e con gli eremiti eran aumentati an- 
che gli eremi sì nell' Italia che nella Polonia. 



(1) Atti capit. 1669, e. 24v.-25 (adunanza del 16 maggio). 

(2) Breve « Ex iniuncto » del 15 ottobre 1669, in Regola e costi- 
tutioni, cit,, p. 293-304 : cfr. Sommario cronologico, cit., p. 119, n. 253. 

(3) Atti capit., 1667 e 1669, nella designazione delle famiglie 
eremitiche. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 411 

Neil' Italia due sono gli eremi che incontriamo per 
la prima volta nel corso della nostra storia : quello di 
Collecapriolo e quello di Verona. 

L' eremo di Collecapriolo, così appellato dal colle 
sul quale sorge, ma intitolato a santa Maria del Filetto, 
nella diocesi di Geneda, dista due miglia da Gonegliano, 
ed ha origine da una donazione fatta ai coronesi nel 
1665 dal senatore veneto, Luigi Canali. La donazione 
consisteva in un palazzo circondato da alcuni terreni. 
L'offerta fu accettata; ma temendo il pio donatore che 
i suoi parenti volessero fargli rimprovero di tale atto, 
fece comparire la donazione a nome del signor Aurelio 
Rezzonico di Venezia, come se costui avesse da lui 
acquistata e poi donata alla congregazione la sua pro- 
prietà. I romualdini, preso possesso del luogo, lo ridus- 
sero in breve ad eremo, edificandovi una chiesa graziosa, 
le celle, le officine, e riducendo ad uso di foresteria il 
palazzo del Canali. Il capitolo generale del 1667 eresse 
l'eremo di Collecapriolo a priorato (*). Da Collecapriolo 
la vista spazia libera sopra una grande distesa di paese, 
piacevolmente variato da valli e da colline, da acque 
irriganti ed alberi, da vigne e frutteti che danno bel- 
lezza all' ampio orizzonte, terminato dal letto ghiaioso 
del Piave, che si distende in una linea bianca fra il 
cupo verde dei boschi f ). 

Fin dal 1620 era stato donato ai camaldolesi di 
Montecorona, a tre miglia da Verona, fuori di porta 



(1) Atti capii. 1667, e. 9v: « Facendo istanza la nazione veneta 
che sia eretto in priorato l'eremo di Collecapriolo, nella diocesi di 
Ceneda, territorio di Gonegliano, li padri difìnitori havuto riguardo 
al merito dell' ill.mo Fundatore et havuta informatione dai padri 
visitatori, che vi siano dodeci religiosi et fabriche sufficienti et 
intiera osservanza, hanno con tutti li voti concessa la grazia » 
(adunanza del 20 ottobre). 

(2) Gfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Aunales Camaldulenses, Vili, 399. 



412 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

san Giorgio, il luogo di san Dionigi, che il vescovo di 
Padova, Marco Cornelio, avea comprato dall' abbazia di 
san Zeno maggiore per 4150 ducati. Ma, per la posizione 
di questo luogo, giudicata poco acconcia per un eremo, 
mandata a monte la fondazione, trattarono i padri co- 
ronesi nel 1661 di acquistare dai medesimi benedettini 
di san Zeno il monastero di sant'Andrea d'Incaffi; ma 
le trattative nou giunsero a conclusione. Onde al nobile 
padovano Giovanni Battista Dotti, figlio di Alda dei 
conti di san Bonifacio, già quarantottenne, che erasi 
ritirato in quel medesimo anno, in qualità di oblato, 
neir eremo di santa Maria di Rua, venne in pensiero di 
coadiuvare ad una fondazione eremitica in quelle parti. 
Perciò con atto notarile del 21 no\embre 1662 dispose 
di tutti i molti suoi beni in favore di Giovanni Fran- 
cesco e Dotto Dotti, suoi parenti, eccettuando circa 
settantacinque campi che formavano la Rocca, cinta di 
mura, nelle vicinanze di Bardohno, ordinando che que- 
sti fossero de' padri dell' eremo di Rua, perchè se ne 
valessero per edificare un nuovo eremo nel veronese. 
Accettata la donazione, i padri visitatori accompagnati 
da don Basilio dei conti di Schio, maestro de' novizi 
nell'eremo mense, si recarono sul luogo, ed osservata 
per la fabbrica progettata una posizione più opportuna, 
ottennero che Alvise Beccelli comprasse dal proprietario 
la vicina tenuta per essi. Ottenute quindi le debite hcenze, 
il 22 gennaio 1665, gli eremiti rinunziata al comune di 
Garda la chiesa di san Biagio, presso la quale avean 
preso stanza fin dal 1663, si posero ad edificare l' eremo 
intorno alle rovine di una chiesa dedicata a san Gior- 
gio, che avea dato il nome all'intiero monte. I bene- 
fattori porsero la mano benefica all'edifizio. I conti di 
Schio, nipoti del padre Basilio, sborsarono trecento du- 
cati per fabbricare una cella solitaria. Ed altri, come 
Alvise Beccelli, Giulio dal Pozzo, Annibale Carminati, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 413 

Stefano Trentossi, canonico di Verona, si assunsero 
r obbligo di edificare a proprie spese una cella per 
ciascuno. Ma la prima di esse fu fatta costruire da Gio- 
vanni Casimiro, re della Polonia. Nel capitolo generale 
del 1671, l'eremo di san Giorgio di Garda fu eretto in 
priorato (^) e vi fu nominato primo priore il padre don 
Oddone Beccelli. La chiesa però benché terminata ed 
ufficiata fin da quel tempo, non fu consacrata che il 
30 marzo del 1710, dal Vescovo di Verona, Gianfrance- 
sco Barbarigo (^). L' er Aio sorge su d' una altura ame- 
nissima. Dal belvedere lo sguardo si spinge sull'azzurra 
conca del fremente lago di Garda, seminato di bianche 
vele che si perdono dondolando nella lontananza. Il tra- 
monto del sole assume di lassù un effetto incantevole. 
L' astro maggiore declina dietro le colline e i monti del 
bresciano, e rovesciando i suoi raggi incolora di una 
tinta sanguinea e iridescente il panorama del lago, le 
vette dei monti, gli altipiani delle ubertose colline, sparse 
di profumati giardini a cedri, aranci ed ulivi. A sinistra 
del belvedere, si allunga un ampio viale fiancheggiato 
da piramidali cipressi, ed altri viali minori s' internano e 
s'intrecciano nella folta selva, ricamati di ombre e di 
sprazzi di luce (^). 



(1) Atti capit. 1671, e. 46: «Havuta l'istanza che sia eretto in 
priorato l'eremo di S. Giorgio di Garda, nella diocesi di Verona, et 
fattosi riflesso da' padri definitori alla costrutione sin' hora di dieci 
celle solitarie, che la chiesa sia da molti mesi in qua ufficiata, con 
altre* comodità di fabriche, hanno con tutti li voti favorevoli con- 
cessa la gratia, et che se li aggiunga doi altri eremiti per far il 
numero di dodici à fine di stabilirvi magiormente la santa osser- 
vanza» (adunanza del 21 aprile). 

(2) Una iscrizione ora perduta, che era murata sulla porta della 
chiesa, riportata dal Mittarelli-Costadoni (Annales Camaldulenses, 
Vili, 565-566) e dal Biancolini (Chiese di Verona, IV, 476), ricor- 
dava il fatto e la data della consecrazione. 

(3) Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, VIII, 



414 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

A questi due eremi italiani, tre se n' aggiunsero 
nella Polonia. 

Il primo venne costruito a Bieniszew, nelle vicinanze 
della città di Kazimierz Biskupi, nel granducato di Ka- 
liszk, nel luogo stesso ove seicento anni prima avean 
subito il martirio gli eremiti Benedetto, Giovanni, Mat- 
teo, Isacco e Gristino, discepoli di san Romualdo (^). La 
fondazione di quest'eremo «SS. Quinque Marty- 
r u m » dapprima contrariata dal senatore Alberto Ka- 
dzidlowoski, proprietario del luogo, fu decisa in seguito 
ad un avvenimento prodigioso narrato da scrittori con- 
temporanei. La Regina del Gielo, nella sera del 20 no- 
vembre 1662, si mostrò visibilmente su questo colle ad 
una giovanetta di Bochlewe, tutta sfolgorante di luce, 
in mezzo ad un coro di angeli. Avvicinatasi alla giovi- 
netta, le additò un sontuoso tempio sottostante, dove 
oravano alenai religiosi bianco-vestiti e le disse che fra 
tre anni altri religiosi avrebbero prestato su quel monte, 
un culto perpetuo al suo divin Figlio. Quindi, fattole 
comando di divulgare la visione, disparve. La giovanetta 
narrò V accaduto al suo padrone, al padre Antonio dei 
frati minori di Kazimierz, suo confessore, al suo par- 
roco e ad altri, i quali diligentemente esaminarono più 
volte il racconto della fanciulla e lo trovarono veritiero. 
Tale manifestazione riempì di gioia gli eremiti di Mon- 
teargentino. Il padre don Silvano Boselli, veneziano, 
inviò subito il padre don Gerolamo a Kazimierz perchè 
narrasse 1' avvenuto al senatore Kadzidlowoski. Questi, 



39()-398. — Per una descrizione storica più minuta cfr. G. Grosatti, 
Bardolino, Appunti monografici documentati, Verona, S. Marchiori, 
1902, p. 239-253. 

(1) Questi martiri subirono il martirio nel 1005 e sono vene- 
rati a' 12 di novembre. Cfr. C. Baronii, Martyrologium Romanum, 
Romae, Typis Vaticanis, MDCXXX, p. 557-558. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 415 

però, erane già stato informato dal minorità padre An- 
tonio, e mostrossi tosto dolente del rifiuto dato ai ca- 
maldolesi. Abboccatosi, pertanto col padre don Gerolamo, 
si convinse di non dover più oltre indugiare, e fece su- 
bito atto di cessione del monte con le selve. L'eremo 
edificato con tavole di legno, secondo V uso di quelle 
regioni, fu compiuto nel 1664. La chiesa fu innalzata 
nel 1671 e venne dedicata, in memoria del prodigio, alla 
Presentazione della Madonna. Appena quella solitudine 
fu abitata dagli eremiti coronesi, grandissimo divenne il 
concorso delle popolazioni a quel santuario, sia per la 
fama del miracolo divulgatasi dappertutto, sia per la 
divozione ai santi Martiri, sia ancora per F austerità 
degli eremiti, sconosciuta colà fino a quel tempo (^). Ma 
l'eremo non fu eretto a priorato che nel 1710. 

Il secondo eremo fu quello detto, per desiderio del 
fondatore, «Montis Pacis», edificato a Pozajise nella 
Lituania, circa un miglio e mezzo distante dalla città 
di Kowna. Ebbe origine dalla famiglia fiorentina dei 
Pazzi, trasferitasi in Polonia, dopo acerbe lotte contro 
i Medici (^). Cristoforo Sigismondo de' Pazzi, gran cancel- 
liere del ducato di Lituania, per la memoria che serbava 
del sacro eremo aretino di Gamaldoli, pensò di intro- 
durre in quel ducato i figli di san Romualdo, appre- 
stando loro una casa fatta a somiglianza del rinomato 
eremo toscano. Ne scrisse al padre don Silvano Boselh, 
vicario dell' ordine nella Polonia, e al padre don Gero- 
lamo, eremita coronese lituano, pregandoli di recarsi 



(1) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Auuales Camaldulenses, Vili, 
384-394 ; L. Zarewicz, Zakon Kamedulow, cit., p. 38-40. 

(2) Su questa illustre famiglia fiorentina trasferitasi nella Po- 
lonia, cfr. F. F. Daugnon, Gli italiani in Polonia dal IX secolo al 
XVIII, Note storiche con brevi cenni genealogici, araldici e biogra- 
fici, Crema, Tip. Plausi e Cattaneo, 1905, tom. 1, p. 223-236. 



416 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nella Lituania per scegliere un luogo acconcio alla fon- 
dazione. Ne furono incaricati i padri don Girolamo e 
don Bernardo, e costoro fermarono l'attenzione sur un 
colle, chiamato Friedensberg, e poscia monte di Pace, 
che elevavasi nella foresta di Pozajize, sulle sponde della 
Wilia. Il gran cancelliere, ottenuto il 3 luglio 1661, il 
beneplacito apostolico da Alessandro VII, inviò una 
formale richiesta ai superiori generali di Montecorona ; 
e questi, prima nella dieta e poi nel capitolo generale, 
accettarono la nuova fondazione. Comunicata la cosa 
al gran cancelliere, egli, senza por tempo in mezzo, die 
principio all'erezione dell'eremo, costruendone gh edifìci 
provvisoriamente con tavole di legno. Il 6 novembre 1664, 
con l'intervento di Giorgio Biattozor, vescovo di Wilna, 
di alcuni canonici e magnati, fu celebrata l' apertura 
dell' eremo. Il pio fondatore con atto del 3 novembre 
— che fu letto nella funzione — fece donazione dell'e- 
remo e dei beni assegnatigli per dotazione, consistenti 
in fondi, ville, molini, peschiere, oltre la somma di qua- 
rantamila fiorini polacchi, mettendo per condizione agli 
eremiti di mantenervi continuamente dodici religiosi e 
di celebrare alcuni anniversari per i suoi antenati e di- 
scendenti : dichiarando che dopo la sua morte dovesse 
il luogo restare sotto la protezione dei sovrani e del- 
l' arcivescovo primate del regno, ed esortando gli ere- 
miti a mantenersi osservanti alla loro regola, nell'eser- 
cizio dell' orazione e nello zelante amore alla religione. 
Piacque al Signore di compensare in qualche modo la 
liberalità del gran cancelliere, rendendo felici in quel- 
l'anno medesimo le sue imprese contro i Moscoviti, sui 
quali, coir esercito da lui e dal suo fratello comandato, 
riportò segnalata vittoria. Quindi, ottenuto dal capitolo 
generale del 1667, che l'eremo di Monte Pace fosse 
eretto in priorato e che vi fosse stabilito il noviziato, il 
Pazzi volle rendere più stabile la sua fondazione, rin- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 417 

novandola tutta un' altra volta in pietra. Con solenne 
cerimonia il 20 ottobre 1667 il vescovo di Samogizia, 
pro-zio del gran cancelliere, pose la prima pietra della 
nuova chiesa, ed il Pazzi con la contessa Clara Euge- 
nia Isabella Lascaris, sua consorte, pose la seconda, con 
una lastra di argento, su cui era incisa tutta la storia 
della fondazione. La chiesa fu dedicata alla visitazione 
della Madonna, e riuscì una meraviglia dell' arte per la 
profusione de' marmi, di cui fu rivestita e per le eccel- 
lenti pitture di cui fu adorna. Nel 1676, con pompa so- 
lennissima, il pio fondatore Cristoforo Sigismondo vi 
fece trasportare da Firenze alcune insigni reliquie della 
sua stretta parente Maria Maddalena de' Pazzi, che era 
stata elevata all' onor degli altari da Clemente IX il 28 
aprile 1663. Il gran cancelliere morì nel 1684 e fu tumu- 
lato nella chiesa dell' eremo da lui fondato, dove era 
stato preceduto da un tenero figliuoletto, e dove fu se- 
guito dalla pia consorte (^). 

Ma il Pazzi, non contento d' aver eretto e dotato 
del proprio l'eremo di Monte Pace, consigliò a Giovanni 
Casimiro V, fratello di Ladislao IV re della Polonia e 
suo successore al trono, di propagare maggiormente 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Atinales Camaldulemes, VIII, 373- 
382 ; L. Zarewicz, Zakon Kamedulow, p. 40-46. — Del pio fonda- 
tore di Monte Pace, Cristoforo Sigismondo de' Pazzi, si hanno 
varie lettere autografe dei 1668, 1669, 1670, in cui egli si sotto- 
scrive promiscuamente ora « Ghristophorus Pac» ed ora «Christo- 
phorus Pazzi» (Arch. ven. Trib., voi. 10 (Polonia e Lituania), 
e. 188 segg.). Un nipote di lui, che si firma « conte Pazzi, mare- 
sciallo di Lituania », nel 1714 ricorreva a Roma perchè si conti- 
nuasse a permettere, secondo la volontà dello zio fondatore, che 
neir eremo di Monte Pace potessero entrare le donne (Ib., voi. 10, 
e. 214-216. — Di queste lettere non ha avuto notizia il eh. F. F. 
Daugnon, per l'opera sua: Gli italiani in Polonia (tom. I, p. 223-236). 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 27 



418 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

r istituto di san Romualdo, erigendo un altro eremo 
nella medesima provincia della Lituania. Il re designò 
a quest'effetto il parco reale che sorgeva nell'isola, in 
mezzo al lago di Wigri, nella diocesi di Wilna. Otte- 
nuta perciò la facoltà di cessione dell' isola dai magi- 
strati del regno, con diploma reale del 6 gennaio 1666, 
ne donò la proprietà al padre don Francesco, priore 
dell'eremo di V^arsavia, quale rappresentante della con- 
gregazione di Montecorona, con V obbligo di applicare 
la messa conventuale per il re, per Ludovica sua con- 
sorte, e Carlo di lui fratello. I lavori di fondazione di 
questo eremo furon rimandati al maggio del seguente 
anno 1667, e nel giorno che incominciarono, volle assi- 
stervi lo stesso re con molti magistrati del regno. Nel 
medesimo anno, avendo Giovanni Casimiro V abdicato 
al regno, prima di partire per la Francia, dove si ritirò, 
andò a congedarsi da' suoi diletti eremiti camaldolesi, 
che tutti abbracciò e lasciò raccomandati ai primati di 
Grodna, perchè li coadiuvassero nel compiere la fabbrica 
dell'eremo. Successogli al trono, nel 1669, Michele Wi- 
sniowiecki, apparve tosto la benevolenza del nuovo re 
verso gli eremiti : ma il regno di lui fu troppo presto 
troncato dalla morte. Nel 1671 un terribile incendio di- 
strusse tutto il palazzo di legno nell'isola di Wigri, dove 
già dimoravano gli eremiti, e con moltissime vettovaglie 
e suppellettili andò tra le fiamme anche il diploma reale 
di cessione dell' isola. Ma Giovanni III Sobieski, succe- 
duto 1' anno 1674 nel regno della Polonia a Michele Wi- 
sniowiecki, fece riparare i danni prodotti dall' incendio 
riedificando l'eremo in pietra, ed il 20 marzo 1676 rin- 
novò Tatto di cessione dell'isola agli eremiti. Augusto li, 
re della Polonia, a' diciotto luglio 1715, e suo figlio Au- 
gusto III, successore di lui al trono, con pubblico di- 
ploma del 1739, confermarono la cessione fatta dal re 
Giovanni Casimiro V delle selve di Wigri agli eremiti 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 419 

romualdini, troncando così alcune controversie mosse 
dai reali cacciatori (^). 

Questi erano adunque i nuovi eremi camaldolesi 
dell' Italia e della Polonia, che nel 1 667 venivano ad 
aggrupparsi insieme agli altri dello stato ecclesiastico, 
del dominio veneto, del regno di Napoli e della Ger- 
mania, intorno al rinnovato istituto di Montecorona (^). 

Una novella fondazione venne offerta nel 1673 agli 
eremiti coronesi nel regno della Boemia con relativa 
dote pel mantenimento di dodici religiosi, e fu accettata ; 
ma poi nel capitolo generale del 1675, dietro relazione 
del padre Oddone, già procuratore generale di Roma, 
venne rinunziata, avendo lo stesso donatore Co. Leo- 
poldo Beunoni Martiniz esposto con sua lettera che il 
luogo era soggetto ad incursioni ed altri disturbi da 
parte degli eretici, che in quei confini eran predoni 
baldanzosi oltre ogni dire (^). 

Il medesimo padre Oddone da Venezia, eletto mag- 
giore nel 1675, ritornato dalla visita degli eremi della 
Polonia, riferì al sommo pontefice Innocenzo XI che 
alcuni oblati usciti o licenziati dalla congregazione co- 
ronese, con la protezione del vescovo di Posnania, nella 
Masovia portavano 1' abito eremitico, tentando di costi- 
tuire una nuova compagnia : onde il pontefice, dietro 
informazione del Nunzio apostolico, per toglier di mezzo 
lo scandalo, annullò l' insano tentativo (*). 

Poco appresso una falsa voce di soppressione arrivò 
a turbare la tranquillità degli eremiti polacchi. Soste- 



(1) Cfr. MiTTARELLi-GosTADONi, Afitiales Camaldulenses, Vili, 
402-403 ; L. Zarewicz, Zakon Kamedulorv, p. 47-60. 

(2) Cfr. Sommario, cit. p. 115, n. 244. 

(3) Atti capii. 1673, e. 69; an. 1675, e. 83 v. 

(4) Sommario, cit., p. 129, n. 273. 



420 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

nendo il regno della Polonia una acerrima e dispendiosa 
guerra contro il Turco e trovandosi bisognevole di aiuti, 
si sparse la fama che il pontefice Innocenzo XI avesse 
stabilito di sopprimere gli eremi fondati in quel paese 
nel secolo XVII, per convertirne le rendite pel manteni- 
mento delle truppe. Ma i senatori e i palatini, sì eccle- 
siastici che secolari, spedirono nel 1680 una supplica 
al pontefice contro tale risoluzione, facendo rilevare la 
grande stima che in quelle regioni godevano i camal- 
dolesi, e protestando che in caso di soppressione inten- 
devano che i loro beni ritornassero agli antichi fonda- 
tori degli eremi od ai loro legittimi eredi. Promotore di 
questa supplica fu il gran cancelliere della Lituania, 
Cristoforo Sigismondo de' Pazzi, che era stato poco 
innanzi fondatore dell' eremo di Monte Pace. Anzi egli 
scrisse eziandio al card. Vidoni, protettore dell' ordine 
camaldolese, intorno a tale faccenda; e n'ebbe in ri- 
sposta che era bensì vero il rumore sparso d' aver il 
pontefice mostrato intenzione di sopprimere alcune reli- 
gioni, ma che giammai egli avea pensato di compren- 
dere in questo disegno 1' antica ed esemplare dei camal- 
dolesi (^). 

Quietati gli animi nella Polonia, eran da quietare 
alcuni altri neh' Italia, che, mossi da falso zelo, avean 
tolto pretesto di far scandalo da ben diversa ragione. 
Nel 1677 era stata incisa in Venezia l'immagine del B. 
Paolo Giustiniani con quei fregi, che sono acconsentiti 
dalla bolla urbaniana *' Sanctissimus,, del 13 mar- 
zo 1625 a quei servi di Dio che ne sono in possesso da 
tempo immemorabile ; il qual tempo era stato dichia- 
rato il 5 luglio 1634 — < tempus centum annorum me- 



(1) MiTTARELLi-CosT ADONI, Anuales Camaldulenses, VIII, 462-414. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



t 



tam non excedens — , e dovea computarsi, secondo una 
determinazione della congregazione dei riti del 1652, non 
già dalla data delle bolla di Urbano VITI, cioè dal 1625, 
ma dalla dichiarazione del 1634. Ora, a seconda di que- 
ste disposizioni, l' immagine incise e stampata nel 1677, 
era decorata de' fregi intorno al capo e portava la se- 
guente leggenda : Beatus Paulus JusUnianus, Patritius 
venetus, eremita caìnaldulensis congregationis Montis Co- 
ronae auctor et Institutor ; clarlssimus religiosae obser- 
vantiae lumen ac perpetuae eremiticae austeritatis vindex, 
admirahili vitae sanctimonia, ac virtutum splendore vir 
cum paucis pius, obiit 1529 die 28 Junii, anno vero ae- 
tatis suae 52. Ma alcuni eremiti del Napoletano, che si 
reputavano offesi dai superiori generali, tolsero da ciò 
pretesto per insorgere contro di essi ed accusarli presso il 
tribunale della S. R. Inquisizione, servendosi a quest'uopo 
di alcuni canonici di Nola. Il tribunale dell'Inquisizione 
incaricò l'assessore di prender informazioni sul fatto dal 
procuratore generale degli eremiti. Ma questi, sorpreso 
e intimorito per l'autorità della Inquisizione, rispose con 
una confusa relazione, in cui, invece di giustificare i 
superiori, che non avean violato, colla stampa dell' im- 
magine, verun decreto, essendo morto il Giustiniani da 
più di cent' anni, non seppe addurre in loro discolpa che 
la buona fede di essi. Cionondimeno, la S. Inquisizione, 
letto il memoriale del procuratore, il 16 ottobre 1680, 
rimise la causa „adGongregationem sacrorum 
Rituum,,. 11 promotore della Fede, incaricato di una 
nuova relazione, riferì, sulle infelici notizie fornite dal 
procuratore degli eremiti, e la Congregazione dei Riti, 
ni gennaio 1681, dichiarò non essersi nell'impressione 
dell'immagine del B. Paolo Giustiniani contravvenuto ai 
suoi decreti generali che nella mancanza della debita 
licenza per l'incisione e la stampa: onde si deposi- 
tassero le immagini e il rame presso il segretario della 



422 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

congregazione (^). La controversia non poteva presen- 
tarsi in un momento più inopportuno. Il tribunale del- 
l' Inquisizione avea il 12 febbraio 1659 con decreto di 
Innocenzo X, ordinato che si togliesse ogni indizio di 
culto e il titolo di beato al ven. servo di Dio, ora santo, 
Gerolamo Emiliani. Con pari severità avea proceduto 
poco prima per 1' anacoreta Giovanni Colà, di cui, con 
decreto del 27 giugno 1680, avea fatto distruggere le 
immagini e deporre le ossa in una sepoltura comune. 
Tuttavia verso il Giustiniani, la S. Inquisizione si mo- 
strò meno severa, rimettendone la causa alla Congrega- 
zione dei Riti. E Benedetto XIV, che adduce la decisione 
della questione giustinianèa per provare la costante di- 
sciplina della s. congregazione nel far osservare i de- 
creti generali, conchiude col lasciar intatta la fama di 
santità goduta dal servo di Dio, e difesa nel 1724 da 
D. Agostino Romano Fiori colla vita da lui dedicata 
al pontefice Benedetto XIII (^). 

Per ordine della medesima Congregazione dei Riti, 
in data del 14 febbraio 1681, l'eremita o gli eremiti che 
eran insorti per questa causa, non furono turbati né 
puniti; ma quando nel 1742, un altro eremita, dimentico 



(1) Sommano, cit. p. 136, n. 288 ; p. 137, n. 289, note... La ri- 
sposta dell' 11 gennaio 1681 è di questo tenore: * Sacra Rituum 
Congregatio, auditis animadversionibus Reverendi fidei Promotoris 
fartis circa Imagines Fratris Pauli Justiniani Ordinis Ere- 
mitarum Gamaldulensium Congregationis Montis Coronae impres- 
8Ì8 Venetiis absque debita licentia cum laurea circa caput, et 
infrascripta inscriptione et verbis... mandavit ut colligantur oranes 
Imagines una cum aere et consignentur secretano, et iniungatur 
Procuratori generali prefati ordinis, qui certioret de hoc decreto 
omnes superiores ordinis, et curet executionem ». 

(2) Cfr. Benedicti xiv. De Servorum Dei Beatificatione et bea- 
torum canonizatioìie, lib. II, cap. XI, n. 5, in Opera omnia, Prati, 
Typ. Aldina, MDCCCXXXIX, tom. II, p. 67. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 423 

del vincolo spirituale che lo legava al B. Paolo Giusti- 
niani, tentava proporre la invecchiata questione per 
mettere in imbarazzo i superiori, un discendente non 
degenere del beato, benedettino cassinese e vescovo di 
Torcello e poi di Verona, e di Padova, mons. Nicolò 
Antonio Giustiniani, confutò vittoriosamente tutte le 
obbiezioni che dal promotore della Fede eran state 
precedentemente opposte, in occasione del primo ri- 
corso (^). 

Ma da quelle medesime parti, da cui proveniva la 
causa di tanto perturbamento, partiva in questo tempo 
nuova ragione di soddisfazione e di incremento morale 
per r istituto romualdino. 

Sulla costa lambita dal mare, tra Amalfi e Salerno, 
presso la città di Majori e di Cava, si eleva il monte 
Falesio. Il 20 novembre 1470, il pastorello Gabriele Gin- 
namo di Porto Pornaro, pascolando lassù alcune capre 
nei boschi di santa Maria d'Agliara, osservò una colomba 
silvestre andare e venire fra l' edera foltissima, e cre- 
dendo rinvenirne il nido si addentrò tra il fogliame e 
si ritrovò in una grotta, dove stanco si adagiò e prese 
sonno. Gli apparve allora la Madonna e gli fece comando 
di edificare in quel luogo una cappella in suo onore, 
promettendo di essergli sempre avvocata. Destatosi 
il pastorello, volle subito mettersi all' opera, e si diresse 
al padre don Pietro Staibano, abate dei benedettini, a 
cui spettava la proprietà del luogo. L' abate, udita la 
relazione della visione, con 1' assenso apostolico, gli con- 
cesse in censo perpetuo la sommità del monte. E nella 



(1) La dissertazione di mons. Giustiniani trovasi inserita nella 
prefazione al Trattato sopra l'ubbidienza, scritto dal B. Paolo e 
fatto stampare in Padova nel 1753, con la dedica al card. Tambu- 
rini, prefetto della S. G. dei Riti. Gfr. Sommario, cit„ p. 138, nota. 



424 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

grotta, il pastorello eresse un altare in onore della Ma- 
donna e fermò sua stanza, indossando il saio benedet- 
tino. Con le oblazioni della gente che accorreva sul 
monte, potè in breve edificare una cappella sotto il 
titolo di santa Maria Avvocata. Beh presto si unirono 
a Gabriele alcuni compagni che per la vita austera che 
menavano e per le grazie impartite dalla Madonna, rice- 
vettero nuove offerte, colle quali poterono fabbricare al- 
cuni locali per loro ricovero, una cisterna ed una cella 
solitaria. Morì Gabriele nel 1521, lasciando a capo dei 
compagni un certo romito per nome Giovanni: e fu se- 
polto con speciali riguardi alla fama della sua santità 
nella grotta, e nel 1612 venne trasferito nella cappella 
deUa Madonna. Continuarono quei romiti il tenor della 
loro vita; ma poco appresso, ottenuto il possesso di 
quell'eremitaggio da un sacerdote che era maggiordomo 
dell' arcivescovo amalfitano Gerolamo Gianderoni, ne 
furono scacciati e spogliati. Vi ritornarono però dopo 
la di lui partenza e presero a risarcire i danni; ma nel 
1609, venuto meno il numero degli eremiti, l'arcivescovo 
di Amalfi, Giulio Rossini, aggregò la chiesuola dell'Av- 
vocata al capitolo dei canonici di sant'Andrea di quella 
città. Ma il 13 aprile 1626 avendo il simulacro della 
Vergine pianto e trasudato, come si raccoglie da auten- 
tici documenti, il padre gesuita Bernardo da Ponte, ce- 
lebre predicatore, che erasi assicurato in persona della 
verità del prodigio, s' adoprò con tutto l' impegno a ri- 
metter l'eremo nel suo stato primitivo. Impetrò da Ur- 
bano Vili una bolla con la quale proibivasi che l'ere- 
mitaggio dell' Avvocata potesse erigersi in benefìzio, ed 
affidavasene l'amministrazione alla città di Majori, con- 
cedendone la custodia agli eremiti istituiti da Gabriele 
Ginnamo. Finalmente nel 1683 il pubblico consiglio di 
Majori nominò suo procuratore Carlo Imperiali, priore 
eremita del luogo, affinchè invitasse gli eremiti di Mon- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 425 

tecorona a prender possesso del santuario, coi beni 
annessi, stabilendovi un eremo conforme al loro istituto, 
capace di dodici religiosi. Il capitolo generale ricevuto 
r invito da parte della città di Majori, considerando la 
fertilità del monte offerto, in parte coltivato ed in parte 
selvaggio, fornito di acqua viva sulla sommità, e lo stato 
della chiesa di S. M. Avvocata, ben provvista di suppel- 
lettili, di entrate e circondata di fabbriche, accettò la 
nuova fondazione e delegò il padre Primiano per le 
trattative necessarie e per la relativa conchiusione del 
trattato ('). Ricercato l' arcivescovo di Amalfi del suo 
consenso, V accordò, ed appianate alcune difficoltà in- 
sorte (^), i romualdini posero mano a costruire, impie- 
gando neir edifizio 1' eredità di un certo signor Orazio 
Gaso, napoletano, lasciata appunto con l'obbligo di eri- 
gere un nuovo eremo. Nel 1687, il capitolo generale 
poneva la regolare famiglia nel luogo di S. Maria Av- 
vocata P). Trent' anni godettero pacificamente il possesso 
dell'eremo i coronesi; ma nel 1716 il capitolo di Amalfi 
tentò d'impadronirsi del luogo, negando che gli eremiti 
avessero mai ottenuta la licenza apostolica. Emanata 
però dal tribunale competente di Roma una sentenza 
favorevole ai religiosi, questi accrebbero il numero delle 
celle, fabbricarono la sagrestia e ridussero a miglior 
forma la chiesa, che fu consacrata nel 1719 dal vescovo 
Ravello. Il padre don Clemente da Oriolo, sotto il cui 
priorato, eransi migliorate le fabbriche dell'eremo, nomi- 
nato maggiore, consacrò i cinque altari di marmo della 
chiesa e nel 1743, per delegazione del capitolo di san 



(1) Atti capit. 1683, e. 6v.-7r. (adunanza del 14 maggio) 

(2) Sommario, cit., p. 141, n. 299. 

(3) Atti capit. 1687, e. 50. 



426 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Pietro di Roma, incoronò col diadema d'oro la miraco- 
losa immagine dell' Avvocata (^). 

Nel 1691, serpeggiando nel regno di Napoli la pesti- 
lenza, venne interdetto il passaggio alle vicine nazioni ; 
onde il capitolo generale fu prorogato di un anno (^). 
Nel medesimo tempo, essendo il Piemonte tutto sotto- 
sopra per causa della guerra che sosteneva co' francesi, 
il maggiore ed i visitatori dell' eremo di Torino scrissero, 
in data del 17 giugno 1691, una lettera ai superiori di 
Montecorona, pregandoli di benigna ospitalità. < L' es- 
sersi li francesi — essi scrivevano — quest' anno del 
tutto inoltrati nel Piemonte, con saccheggiamento e ab- 
brucciamento del paese, senza perdonare né a chiese, 
né ad ecclesiastici, ha apportato grandissimo danno alli 
eremi della nostra congregazione, in tal maniera che se 
il Signore Iddio non si compiace porgerci quanto prima 
aiuto in tante nostre miserie, saremo forzati andar ra- 
minghi per l'Italia. E perché alcuni de' nostri religiosi, 
desiderosi di conservarsi nell'osservanza del nostro ere- 
mitico instituto, confidano ricoverarsi nelli eremi del 
nostro ordine camaldolese, abbiamo stimato bene pre- 
venire prima le PP. VV. Rme, e pregarle per le viscere 
di Gesù Cristo d' aprirci in tal caso 1' amplissimo seno 
della loro ardente carità, con darci paterno ricetto, sin- 
ché per divina misericordia si aquieti il mare di tante 
nostre turbolenze, — et fiat tranquillitas magna > (^). Il 
maggiore ed i visitatori di Montecorona, prendendo parte 
ai dolori de' confratelli piemontesi, offrirono per loro 
ospitalità tutti gli eremi della congregazione romualdina, 



(1) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Antiales Camaldulenses, Vili, 
475-478. 

(2) Sommario, cit., p. 143, n. 305. 

(3) P. TiBURZio, Memorie, ms. p. 478-479. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 427 

assicurandoli di benevole, e caritatevole accoglienza. Ma 
poco appresso, ritiratisi i francesi da Torino, quegli ere- 
miti rimasero tranquillamente nella loro sede. 

Dopo i provvedimenti intorno agli eremi del Napo- 
letano, i superiori di Montecorona volsero 1' animo agli 
eremi dello stato della Chiesa. Tra gli altri, uno ve n'a- 
vea a Todi, chiamato la Canonica, per essere stato 
anticamente de' canonici regolari; il quale, passato alla 
dipendenza dell' istituto romualdino con le commende 
di Galeazzo Gabrielli, era fin qui semplicemente prio- 
rato titolare, senza famiglia religiosa, con le entrate 
devolute a favore degli eremi bisognosi dello stato pon- 
tifìcio. Fin dal 19 marzo 1644 il magistrato della città 
di Todi avea fatto istanza perchè la Canonica, distante 
circa due miglia dalla città, si erigesse in eremo formale. 
Non aderirono per quel momento i superiori all'istanza; 
ma poi, nel capitolo del 1687, nella dieta del 1688 e nel 
capitolo del 1689, decretarono che si costituisse colà una 
formale famiglia eremitica (/). 

Ma all' opportuna facoltà mise ostacolo il vescovo 
di Todi, chiedendo che prima si edificasse dagli eremiti 
la chiesa e la casa per il curato, non potendo la chiesa 
dell'eremo, con clausura per le donne, servire per l'uf- 
ficio parrocchiale. Di qui nacque un litigio tra il vescovo 
e gli eremiti intorno all' amovibilità della cura parroc- 
chiale della Canonica, se, cioè, la vicaria curata fosse 
perpetua, come asseriva l'ordinario, o amovibile "ad 
nutum,,, come sostenevan gli eremiti. L'ultima deci- 
sione della S. Congregazione del Concilio, a' 25 novem- 
bre 1694, definiva che la vicarìa era amovibile (^), e in 
conseguenza di questa decisione, il priore di Monteco- 



I 



(1) Cfr. Atti capit. 1689, e. 65 ; Sommario, cit., p. 146, nota 3. 
(!2) Sommario, cit., p. 149, n. 319, nota 3. 



488 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

rona nomiaò e presentò successivamente quattro curati 
amovibili, ma il vescovo, per una ragione o per 
un' altra, rifiutò sempre la sua approvazione : onde la 
Congregazione del Concilio, il 17 settembre 1695, delegò 
il vescovo di Perugia ad un nuovo esame dell' ultimo 
sacerdote presentato, che era Giovanni Battista Glorio, 
il quale, trovato idoneo, fu investito della vicarìa (*). Per 
provvedere però il parroco di chiesa e di abitazione fu 
supplicato il card. Pignatelli, arcivescovo di Napoli, di 
concedere in perpetua enfiteusi la chiesa di san Pietro 
degli Uncini, posta nei confini della parrocchia di san 
Michele arcangelo in villa Canonica, per trasferirvi la 
cura: il che fu mandato ad effetto dal Pignatelli, eletto 
al soglio pontificio col nome di Innocenzo XII (^). Colà 
trasferita finalmente la cura parrocchiale, la chiesa ed 
il monastero di san Michele arcangelo, rimasero ad uso 
di eremo. Ma le nuove fabbriche necessarie non furon 
compiute che nel 1715, e soltanto in quest'anno il card. 
Filippo Antonio Gualtieri, vescovo di Todi, permise che 
vi si stabilissero i religiosi in numero di dodici col priore. 
Ma, dopo pochi mesi, per divefsi infortuni, e per la scar- 
sità delle rendite, i superiori generali furon costretti a 
diminuire il numero dei religiosi, finche nel 1750, mi- 
gliorate le sorti dell' eremo, fu nuovamente costituito il 
numero legale ed eretto 1' eremo in priorato (^). 

A comporre felicemente le cose riguardanti la Cano- 
nica di Todi era giunta in buon punto alla Congregazione 
dei Regolari una lettera dell'imperatore Leopoldo, in data 
del 3 gennaio 1692. In essa, dopo un elogio degli ere- 



(1) Sommario, cit., p. 150, n. 321, nota 3. 

(2) Sommario, cit., p. 147, n. 314 ; p. 148, n. 316. 

(3) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Afitiales Camaldulenses, Vili, 
497-498; Sommario, cit., p. 177, n. 376; p. 179, n. 381; p. 194, n. 418; 
p. 198, n. 427 ; 428 ; p. 199, n. 430. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



miti coronesi, V imperatore stimolava i cardinali ad ap- 
provare, oltre la fondazione di Todi, la nuova erezione 
di un eremo camaldolese nel regno d' Ungheria (^). E 
veramente il capitolo generale del 1692 accettava l'offerta 
di mons. Biagio Jaklin, vescovo di Nitria nelF Ungheria, 
di fondare un eremo sul monte Zobor, una lega distante 
dalla città di Nitria, nel luogo di un' antico monastero, 
santificato dai due discepoli di san Romualdo, Andrea 
e Benedetto martiri (^). Fu spedito, dunque, colà il padre 
Giovanni Felice, bolognese. Il vescovo Jaklin assegnò, 
pel sostentamento degli eremiti, le rendite di un' abbazia 
conferitagli dallo stesso imperatore, finche i religiosi fos- 
sero provveduti di sufficiente entrata. Il 28 giugno 1692 
si stipulava il contratto : e subito fu posto mano alla 
fabbrica dell'eremo che dovea intitolarsi a sant'Ippolito. 
Quattro eremiti vi presero stanza f ). Difficoltà di ogni 
genere si opposero al regolare proseguimento dei lavori. 
Nel 1695 moriva il vescovo Biagio Jaklin, lasciando per 
obbligo al fratello Nicola, di continuare l'eremo. Questi, 
dopo un po' di titubanza, si obbligò a somministrare 
ogni anno la somma di seicento fiorini per il prosegui- 
mento dei lavori. Ma il luogo fu soggetto a ruberìe e 
ad invasioni, finche succeduto al governo dell'eremo, il 
padre don Crisostomo Urmeny, eremita di Vienna, colla 
propria industria, coli' aiuto di Ladislao Mathyasowscki, 
vescovo di Nitria, e colle elargizioni dei fedeli, con- 
dusse a compimento l' eremo nel 1703. Così fu eretto 
in priorato {*). 



(1) La lettera di Leopoldo è riportata dal P. Tiburzio, Memo- 
rie, cit., p. 482-483. 

(2) Atti capii. 1692, e. 96r. (adunanza del 2 maggio. 

(3) Cfr. Sommario, cit., p. 147, n. 313. 

(4) Sommario, cit., p. 162, n. 344, cfr. p. 174,1 nn. 369, 370: cfr. 
MiTTARELLi-CosT ADONI, Anuales Camaldulenses, Vili, 490-491. 



430 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Nel medesimo anno, a' 15 maggio il card. Ottoboni, 
per incarico della Congregazione dei Regolari, concedeva 
licenza di aprire un altro eremo nelle vicinanze del ca- 
stello di Lanzer, nel ducato della Stiria C). U offerta era 
stata accettata dal capitolo generale del 1702, e partiva 
dal principe Paolo Ezterhazy, cavaliere del toson d'oro 
e palatino di Ungheria, il quale nel 1700 avea fatto edi- 
ficare dalle fondamenta un eremo per la congregazione 
di Montecorona, presso il suo castello di Lanzer, sur un 
monte tutto coperto di abeti che ne rendono amene le 
dirupate pendici, dotato delle necessarie fabbriche e di 
una chiesa dedicata a san Micliele arcangelo. Di più egli 
avea fornito 1' eremo di un capitale di quindicimila fio- 
rini, colla rendita de' quali si potevan mantenere dodici 
religiosi. Aggiunse poi per testamento trecento fiorini 
per il mantenimento di una lampada accesa dinanzi al 
Ss. Sacramento. Agli eremiti era fatto obbligo di cele- 
brare una messa quotidiana per l'anima sua, di pregare 
ogni giorno per la sua famiglia, e di permettere l' in- 
gresso neir eremo alla sua consorte, come fondatrice, 
seguita da onesta comitiva (^). Ma l'eremo non fu eretto 
in priorato che nel 1742 (^). 

Special affetto alla congregazione di Montecorona 
portò sempre la famiglia Barbarigo. Gli eremi di san 
Clemente di Venezia, di Verona e di Brescia ne sentirono 
a vicenda i benefici effetti. Ed ora Giovan Francesco 
Barbarigo, vescovo di Verona, e poi di Padova e cardi- 
nale, offriva una fondazione da farsi a Leme, nella dio- 
cesi di Parenzo, neh' Istria. Essa era così formulata : il 



(1) Sommario, cit., p. 162, n. 343. 

(2) Cfr. MiTTARELLi-CosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 
521-523. 

(3) Sommario, cit., p. 216, n. 467. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 431 

Barbarigo donava una quantità di beni appartenenti alla 
sua casa, nelle vicinanze di san Michele di Leme, tra 
Parenzo e Pola; e i monaci camaldolesi di san Michele 
di Murano cedevano la chiesa e il monastero di san 
Michele di Leme, di cui erano padroni, e dove avea 
abitato il Patriarca degli eremiti, san Romualdo. 11 28 
settembre 1708 la congregazione dei vescovi e regolari 
prestò il suo assenso (^). Partirono quindi alcuni ere- 
miti per Parenzo, e presero a fabbricare ; ma il secondo 
anno, dopo aver speso una somma considerevole di de- 
naro, dovettero per causa della malaria abbandonar tutto. 
Poiché la maggior parte di essi n' era rimasta vittima, 
e quei pochi che ne scamparono, furon vessati da infer- 
mità gravissime e mortali, e a detta di quegli abitanti, 
l'estate avrebbe sempre prodotto tali effetti, perchè non 
ne andavan esenti quegli stessi che v' eran nati, i quali 
doveano nella stagione estiva allontanarsene. Per altro, 
se questa fondazione fosse ita innanzi, e si fosse potuto 
metter riparo alFaria malsana, pestifera, l'eremo di Leme, 
per la quantità dei terreni offerti, sarebbe stato non solo 
il migliore di tutti gli altri sei del Veneto, ma avrebbe 
potuto, col tempo, dare aiuto agli eremi poveri, e special- 
mente quello di san Clemente sarebbe stato provveduto 
di frumento e di vino. Con questa mira, si era molto 
impegnato nella fondazione di Leme il padre don Pro- 
sdocimo, pi'iore di san Clemente ; ma, egli fu uno di 
coloro che vi morirono f ). 

Miglior sorte toccò alla fondazione di Lechnicz, nel- 
r Ungheria. Ne fu promotore quel Ladislao Mathyasov^- 
scki, vescovo di Nitria, che avea coadiuvato l'erezione 



(1) Sommario, cit., p. 167, n. 353. 

(2) P. TiBURZio, Memorie, cit., p. 514-517: Mittarelli-Cost adoni, 
Annales Camaldulenses, Vili, 553-554. 



432 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

deir eremo del monte Zobor. Egli, con disposizione testa- 
mentaria del 4 novembre 1704, confermata il sette marzo 
dell'anno seguente — due mesi prima della morte — avea 
ceduto ai padri camaldolesi la sua proprietà del chiostro 
di Lechnicz anticamente de' certosini coi beni annessi, 
con l'obbligo di una messa quotidiana per l'anima sua. 
Ma, per le turbolenze che agitavano quel paese, soltanto 
nel 1709 i superiori di Montecorona inviarono colà i 
padri don Emerico Szillesey, ungaro, e don Giovanni 
Morelli, priore dell'eremo viennese. Nel capitolo generale 
dell' anno segueate, accettata, dietro relazione dei due 
inviati, a pieni voti la fondazione, fu dato incarico di 
mandarla ad effetto al padre don Giovanni Crisostomo 
Urmeny, superiore dell' eremo nitriense. Questi ottenuto 
il 5 settembre 1710, il consenso reale, con due confra- 
telli giunse sul posto. Riluttavano i certosini: ma nel 1713 
fu loro intimato di prender una decisione nel termine di 
tre mesi. Tuttavia, per una proroga, i certosini non si 
allontanarono che nel 1720, ed allora i coronesi ridus- 
sero il chiostro di sant' Antonio di Lechnicz ad eremo, 
vi stabilirono una numerosa famiglia di religiosi e lo 
fecero erigere nel 1724 in priorato (*). 

Pochi anni appresso, il conte Giuseppe Eszterkazy, 
governatore della Croazia e della Dalmazia, emulando 
le virtù paterne, deliberò di edificare un eremo pei ca- 
maldolesi nel suo tenimento di Maik, fra le città di Co- 
morn e di Alba-reale. Per questo scopo, fatto venire a 
se il padre don Ladislao, vicario generale degli eremi 
d'Ungheria e dell'Austria, il 27 giugno 1733, gli esibì la 
sua vasta tenuta, fornita di prati, di selve, di peschiere 
e di mohni, con l'annesso antichissimo tempio, ricco di 



(1) Sommario, cit., p. 182, n. 389; cfr. Mittarblli-Cost adoni, 
Annales Camaldulenses, Vili, 534-540. 



DiUiìLl EREMITI DI MONTE CORONA 433 

marmi, posseduto già molti aani avanti, dall'ordine dei 
premostratensi, coir obbligo di edificarvi un eremo ad 
onore del glorioso martire san Giovanni Nepomuceno e 
di celebrare alcune messe per la sua famiglia. La dona- 
zione fu approvata dal regio luogotenente Francesco di 
Lorena, con decreto del 18 aprile 1734 II capitolo gene- 
mìe di Montecorona accettò la fondazione ed il vescovo 
di' Giovarino, acconsentì alla erezione dell' eremo (^). 
Carlo VI, ad istanza della contea di Gomorn, il 31 mag- 
gio 1738 diede la sua approvazione, donando mille e 
duecento fiorini. La prima pietra dell' eremo fu posta 
dal tìglio dell' Eszterkazy, e la seconda dal primate di 
Ungheria, Emerico Eszterkazy. Il munifico fondatore 
somministrò, per la fabbrica della chiesa, oltre ai mate- 
riali, diecimila fiorini, con un legato di mille e quattro- 
cento fiorini, per alcune messe votive. Presso a morire, 
il 27 luglio 1747, diresse al padre maggiore di Monte- 
corona una lettera affettuosissima, raccomandandosi 
alle orazioni sue e degli eremiti. E nel testamento as- 
segnò in dote all' eremo altri beni stabili. La regina di 
Ungheria, Maria Teresa, riguardò sempre con partico- 
lare benevolenza quest' eremo, che fu eretto in priorato 
nel 1771 ('). 

Intanto un nuovo eremo era venuto ad aggiungersi 
a quelli già esistenti nella Polonia. La fondazione era 
dovuta al signor Giuseppe Gonzaga Myszkowski, mar- 
chese di Mirowie e castellano di Sandominia, ultimo 
discendente della casa de' marchesi Myszkowski, ed era 
stata accettata nel capitolo generale del 1722. Fu subito 
posto mano ad edificare 1' eremo sotto il titolo di san 



(1) Cfr. Sommario, cit., p. 201. n. 436. 

(2) Sommario, cit., p. 277, n. 581; -cfr. Mittarelli-Cost adoni, 
Annales Camaldulenses, Vili, 644-649. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 28 



434 LA GONGREGAZrorn! CAMALDOLESE 

Giuseppe, che sorse a poca distanza da Szanc e da 
Pinczowo, presso Cracovia, e venne appellato dal titolo 
del suo fondatore «eremo marchionale» (^). Vi pre- 
siedè un superiore finché fu in grado di mantenere il 
numero di religiosi prescritto dalle costituzioni aposto- 
liche, e nel 17^ il padre don Tiburzio, visitatore e com- 
missario apostolico per gli eremi della Polonia, lo eresse 
in priorato (^). 

In mezzo a tante fondazioni e a tanto aumentare 
di eremiti, era da pensare anche al miglior modo di 
educare alla vita solitaria le tenere pianticelle che cre- 
scevano nel giardino della santa religione. Perciò i su- 
periori generali, sempre intenti a provvedere ai cresciuti 
bisogni dell' aumentato gregge, avendo constatato che i 
giovani professi, appena usciti dal noviziato, restando 
senza speciale direzione ed applicandosi al servizio della 
sagrestia, avean motivo di distrazione, andavan in breve 
rallentandosi e allontanandosi dal primitivo fervore di 
spirito, e non attendendo piti allo studio, si rendevan 
incapaci ad esercitare gli ufììcii, chiesero fin dal 1699 
alla congregazione dei vescovi e regolari di poter erigere 
un professorio in ciascuna nazione. Qui doveano i gio- 
vani professi, usciti dal noviziato, trattenersi finché fos- 
sero promossi al sacerdozio, sotto la direzione di un 
padre, eletto dal capitolo generale, che dovea istruirli 
nelle cose dello spirito e nella teologia morale. Secondo 
questo disegno, la dieta del 1699 stabilì che il professorio 
si aprisse a Montecònero per la nazione ecclesiastica, a 
Rua per la veneta, a Vico per la napoletana, a Wigri 
per la Polonia e a Vienna per la Germania (^). 



(1) L. Zarewicz, Zdkon Klamedulotv, cit. p. 50-51. 

(2) P. TiBunzio, Memorie, cit., p. 527. 

(3) Sommario, cit., p. 154, n. 329; p. 155, noU 2. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 435 

Nel 1703 alcuni zelanti mandaron un ricorso alla 
congregazione dei vescovi e regolari in cui accusavano 
i padri di contravvenire al tenore della regola benedet- 
tina appellandosi col titolo di « frate » : onde su voto 
del card, vice-protettore, fu ordinato che i sacerdoti do- 
vessero chiamarsi e sottoscriversi col titolo di « don », 
giusta r uso in vigore prima del 1670 e le disposizioni 
della regola di san Benedetto (^). Ma qui è da osservare 
che se giustamente si fa appello alle disposizioni della 
regola benedettina, almeno per l'interpretazione di tutti 
ormai i benedettini f ), non è invocato a proposito l'uso 
eremitico anteriore al 1670. Poiché, fin dagli inizi della 
congregazione romualdina, fu sempre e costantemente 
usato il titolo di « frate », come quello che sembrava più 
conveniente che il «don» alla semplicità ed umiltà ere- 
mitica, e ne fanno fede le autografe sottoscrizioni del 
B. Paolo Giustiniani, le firme di tutti i suoi successori 
negli atti delle professioni e la prassi non interrotta, che 
è seguita negli atti capitolari. E perchè sul finire 
del secolo XVI alcuni tentavan d' introdurre novità, il 
capitolo generale del 1599 proibiva severamente l'uso dei 
« titoli secolareschi » e del « cognome della casata » f ), 
ben determinando che al nome proprio si preponesse il 



(1) Sommario, cit., p. 163, n. 345, nota 4. 

(2) San Benedetto prescrive nella sua Regola (cap. LXIII) : 
*Juniores.. priores suos honorent: Priores minores suos diligant. 
In ipsa appellatione nomìnum nulli liceat alium puro appellare no- 
mine: sed i^TÌores juniores suos fratres nominent; juniores autem 
priores nonnos vocent, quod intelligilur paterna reverentia »-. Ma 
ormai tutti i benedettini aveano interpretato il « nonnos » per « do- 
minos » o « domnos », ed in questi avean cambiato non solo i 
« nonnos », ma anche i « fratres ». 

(3) Atti capii. 1599, e. 86 : « Et etiamdio il cognome della ca- 
sata di chi scrive, o a chi se scrive, saranno per 1' avvenire tutti 
prohibiti e vietati alli nostri eremiti » (adunanza del 6 maggio). 



436 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

solo titolo di « fra ». Le quali sapienti provvisioni ven- 
nero confermate nei capitoli del 1667 e del 1669 e di poi 
inserite nelle costituzioni romualdine (^). Cionondimeno, 
contro la storia ebbe più forza V amor della novità, e 
dal 1703 gli eremiti di Montecorona, smesso il titolo di 
« fra », assunsero quello di « don ». 

Alcune voci di perturbazione tra gli eremiti della 
Polonia giunsero in questo tempo; ma Clemente XI in- 
viò tosto in quelle parti come vicario generalo il padre 
don Pietro Giampè da Fabriano, eremita di Montecorona, 
il quale riuscì a comporre i dissidii (^). Poscia, per or- 
dine di Benedetto Xlll, fu determinato che il padre 
maggiore coli' aiuto de' suoi assistenti eleggesse in cia- 
scuna provincia aae o più religiosi che esaminassero i 
registri, i libri e i documenti relativi agli oneri di messe, 
che avea ciascun eremo f). Quindi, nel 1726, ai padri 
della Germania che intervenivan al capitolo generale 
furon concessi gli stessi diritti che le costituzioni ro- 
mualdine concedevano ai padri della Polonia (*). Tra le 
varie concessioni fatte da Benedetto XIV, nel 1741, agli 
eremiti di Montecorona, è da notare quella che riguarda 
il padre maggiore, circa 1' uso dei pontificali, a guisa dei 
maggiori delle congregazioni eremitiche di Toscana e 
del Piemonte, e la potestà di conferire la prima tonsura 
e gli ordini minori, di consacrare o benedire i calici e 



(1) Regola di S. Benedetto fi costitutioni della congregatione de- 
gli tremiti camaldolesi di Montecorona, Roma, T. de' Rossi, 1670, 
p. 305: «Formula de' titoli e sottoscrittioni da pratticarsi inviola- 
bilmente nelle lettere che si scrivono gli eremiti 1' uno all' altro ». 
— Nel corso di questo lavoro è stato usato promiscuamente ora il 
titolo di * fra » ed ora quello di « don ». 

(2) Sommario, cit., p. 173, n. 366, 367. 

(3) Sommario, cit., p. 182, n. 390. 

(4) Sommario, cit., p. 185, n. 394. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 437 

gli altri vasi sacri, gli altari portatili e fìssi, le vesti, gli 
indumenti e paramenti sacri, esclusa sempre la potestà 
di conferire il sacramento della cresima e di consecrare 
le chiese (^) ; come è da rilevare 1' approvazione da lui 
data nel 1746 al decreto capitolare che imponeva alle 
varie provincie una contribuzione per concorrere prò 
rata alle spese della canonizzazione del B. Paolo Giu- 
stiniani C^). 

Sotto il pontificato di Benedetto XIV la congrega- 
zione coronese mutò alquanto circa la durata del go- 
verno dei superiori. Lo stesso sommo pontefice, dopo 
maturo esame, con breve del 18 luglio 1749, decretò che 
per r avvenire il capitolo generale e la dieta si convo- 
cassero alternativamente ogni quattro anni e, che i pre- 
lati supremi, cioè, il maggiore, i visitatori, il procuratore 
generale ed i vicari potessero rimanere negli uffici loro 
per lo spazio di otto anni f ). 

Anche questo scorcio di secolo ebbe i suoi uomini 
insigni per pietà e dottrina. Giovanni degli Avogadri, 
morto nel 1687, nell'eremo di Centrale, è detto « doctis- 
simus et piissimus eremita Ruhensis » (*) : Giovanni 
Paolo da Venezia, morto nel medesimo anno, a san Sal- 
vatore di Fano, mentr'era maggiore, viene lodato come 
« observantia regulari et mortifìcatione insignis » (^). 
Ebbero fama di santità Severo Puoti, morto nel giugno 
del 1688 (^) ; Bernardo Polacco, passato all' eternità nel 



(1) Sommario, cit., p. 210, n. 458, p. 213. — Ma tale facoltà fu 
nel 1749 assai limitata; cfr. Sommario, cit., p. 236, n. 502, p. 241. 

(2) Sommario, cit., p. 225, n. 483, p. 227. 

(3) Sommario, cit., p. 236-241, n. 502. 

(4) MiTTARELLi-CosTADONi, Afifiales Camalduleuses , Vili, 478-480. 

(5) Ibidem, Vili, 480. 

(6) Ibidem, Vili, 482. 



438 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

1690 (^): Oddone Beccelli, patrizio veronese; Ignazio di 
Vico Equense; Francesco Mansi di Lauro; Giovan Gual- 
berto Fiocca di Longano e Marcellino di Vico Equense, 
morti nel 1699 (^). Menarono vita illibata Urbano da 
Monte sant' Angelo, della nobile famiglia Giociola f ), 
e r oblato ruense Antonio da Padova, morti nel 1701 (*): 
Giovanni Felice da Bologna e Andrea Trieste di Àsolo 
(f 1703) {'): il converso fra Domenico di Rua (f 1709) {'): 
Primiano da Napoli, della nobil famiglia Morales(f 1712)(^): 
il converso Gristino di Vico Equense (f 1712) (*) ed Ila- 
rione da Napoli, della famiglia Pepe (f 1719) ('). Nel 1723 
volarono in seno a Dio, Serafino da Fermo della nobi- 
lissima famiglia Guerrieri (^°), e Modesto da Gastellamare 
di Stabia (^^): ambedue, veri esemplari di semplicità e 
di penitenza. Tre eremiti di singolare fama, passarono 
all'eterna vita nel 1730: il nobile bavarese don Tiburzio 
Frank] n, Placido Tomaselli da Strigno e il genovese 
Marino Marana (*^) ; e nel 1733, il nobile don Pietro 
Giampè di Fabriano, uomo, a giudizio del suo chirurgo, 
o santo o di ferro (^^). 

In questi ultimi tempi, alcuni si distinsero eziandio 
nelle lettere, scrivendo di mistica, di storia o di morale. 



(1) MiTTARELLi-cosTADONi, AnuaUs Camaldulefises, Vili, 485. 

(2) Ibidem, Vili, 519-520. 

(3) Ibidem, Vili, 525. 

(4) Ibidem, Vili, 526. 

(5) Ibidem, Vili, 533. 

(6) Ibidem, Vili, 561. 

(7) Ibidem, Vili, 568. 

(8) Ibidem, Vili, 569. 

(9) Ibidem, Vili, 599. 

(10) Ibidem, Vili, 609-610. 

(11) Ibidem, Vili, 610-611. 

(12) Ibidem, Vili, 632-634. 

(13) Ibidem, Vili, 644. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 439 

Vicolo Angelo, eremita di Montecònero, publicò nel 1725 

m poema non inelegante sulle origini di Montecorona 

e sul B. Paolo Giustiniani (*): Agostino Morelli, eremita 

coronese della nazione napoletana, mandò in luce, tra 

i 1724 e il 1743, varie operette di indole biblica, patri- 

iica e storica (^) : Clemente Orioli, maggiore, mandò in 

bce nel 1743 in Padova pei tipi di Giovan Battista 

]onzatti un'opuscolo greco di san Giovanni Damasceno, 

on una prefazione, colla vita del santo e V interpreta- 

ione dei vocaboli greci (^); ed un anonimo dell'eremo 

li Vienna pubblicò un opuscolo sull'origine della corona 

lei Signore, corredato della vita del B. Michele Pini (*) : 

Serafino da Trento, asceta mense, nell'eremo di Brescia 

voltò in italiano dal francese un libro del P. Giuliano 

Haynaufue S. I. (^); e sotto il nome di Cristoforo Pilato 

pubblicò a Brescia nel 1744 un libro intitoloto "L' uomo 

di Dio,,. Alcuni trattati di ascetica stampò dal 1703 al 

1728 Romualdo Maria da Bergamo, dapprima monaco 

celestino (^). Basilio du Verge, dell'eremo di Kalemberg, 



(1) Institutio congregationis eremitarum camaldulensium Montis 
Coronae et beati PauU Justiniani mstitutoris encomia. — Periisiae, 
1725, in 8.0 Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, 
Vili, 615. 

(2) Cfr. Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, Vili, 653. 

(3) Ibidem, Vili, 669. 

(4) Eccone il titolo : Origo Bosarii, J. C. D. N. cum indulgen- 
tiis a summis pontificibus concessis et specialiter a Clemente X. — 
Viennae, Typis Gregorii Kutzbock, in 12.o Cfr. Mittarelli-Costa- 
doni, Annales Camaldulenses, Vili, 669. 

(5) Ha questo titolo : La strada larga, in cui perisce il mondo, 
del P. Giuliano Haynaufue S. J... Brescia, 1774. Cfr. Mittarelli- 
Costadoni, Annales Cam,aldulenses, Vili, 672. 

(6) Mittarelli-Costadoni, Annales Camaldulenses, Vili, 674. — 
È da notare altresì la sua pubblicazione, intitolata: Brevis metho- 
dus et praxis visitandi eremitas camaldulenses Montis Coronae. — 
Romae, 1703. 



440 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



presso Vienna, oltre vari opuscoli di ascetica, pubbiicf 
nel 1754, in quattro volumi il "Diarium G amai dui- 
lense,,, opera agiografica di non lieve importanza p^ 
l' ordine di san Romualdo (^). E molti libri scrisse ^ 
stampò, di indole religiosa e biblica, Gabriele de' Biarj 
chi, veneto ma vicentino di origine, dell' eremo di saj 
Clemente di Venezia (^). I 

I figli del B. Paolo Giustiniani non dimenticaron( 
di battere le orme del loro fondatore, neppure in que 
sto secolo, che segna la decadenza morale quasi in tutt 
gli ordini religiosi. ^ 



(1) Biarium Camaldulense, hoc est sanctorum et beatorum ex 
ordine sancii Romualdi, necnon quorundam aliorum sexus utriusque 
in domino pie defunctoriim in omnes et singulos anni dies disposi ta 
historia. — È pubblicata in Vienna nel 1754, in lingua tedesca. Gfr. 
MiTTARELLi-CosTADONi, Annalcs Camaldulenses, Vili, 694. 

(2) MiTTARELLi-GosTADONi, Annales Camaldulenses, Vili, 711. 




'.j^ 



CAPITOLO OTTAVO 

SOPPRESSIONE E RESTAURAZIONE 

[1770-1908] 



Avviamento verso le soppressioni — Da Giuseppe II a Napo- 
leone I — Soppressione dell' eremo di Vienna e degli eremi 
dell' Ungheria — La nazione napoletana — L' eremo di Mon- 
tecucco e il monastero di sant'Ubaldo di Gubbio — Le Grotte 
del Massaccio e Maiolati — Il p. Luigi Natali, presidente apo- 
stolico della badia di Gasamari — Raffica repubblicana — Na- 
poleone I e la soppressione napoleonica — Gli eremi della 
Marca e Montecorona — Progressiva restaurazione — Fallito 
tentativo di unione co' camaldolesi di Toscana nel 1815 — Visita 
apostolica e capitolo generale nella badia di Montecorona nel 
1816 — Avanzi — Gli eremi della Polonia — Eremiti di Fra- 
scati in potere de' briganti — Unione degli eremiti napoletani 
— Costituzione sull'officio del procuratore generale — Gli ere- 
miti del Piemonte — Il capitolo generale del 1844 — L' eremita 
Michelangelo Gallucci, commissario e abate di Gasamari — Gli 
eremiti di Frascati e i pontefici Gregorio XVI e Pio IX — 
G. Garibaldi saccheggia nel luglio 1849 1' eremo di Todi — L' e- 
remo di Kalemberg — Il capitolo del 1850 — Le nuove leggi 
di soppressione del 1855, 1866, 1868, 1873 — Neil' Umbria e 
nelle Marche — Il duca Tommaso Scotti Gallarati e 1' eremo di 
san Ginesio nella Brianza — Conseguenze delle leggi di sop- 
pressione — Restaurazione — Due eremiti alla presenza del 
conte Camillo di Cavour — Parole del Botta su Montecorona. 



* Per lungo tempo Io stato si oppose p diede anzi 
favore alF aumento ed alla fortuna del monachismo. Le 
leggi imperiali ne fanno spesso oggetto delle proprie 
disposizioni, sia per la tutela in specie degli interessi 
patrimoniali pubblici e privati, sia per mantenerne la 
disciplina, dando civile sanzione alle regole su ciò sta- 
bilite dalla potestà ecclesiastica, e aggiungendovene an- 



442 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

che delle nuove. Nel medio evo, le condizioni allora 
proprie della società e le qualità che, ìq loro corrispon- 
denza, presero gli stati, fecero che questi favorissero, 
specialmente con le donazioni e coi privilegi, il diffon- 
dersi dei monasteri, utili per i vari uffici, anche di pub- 
blico interesse, che disimpegnavano, dalla cultura della 
terra allo insegnamento, dalla beneficenza alla diffusione 
della civiltà. Non erano ancora sorti que' sentimenti e 
quei principii giuridici e politici, che più tardi dovevano 
porre, su molti punti, la istituzione monastica in contra- 
sto con gV interessi e con i caratteri della società civile. 
« Non parlando ora di tal contrasto, in quanto fu 
conseguenza dell' essersi troppo grande proprietà immo- 
bilizzata nei patrimonii dei conventi, e guardandolo 
soltanto nel movimento della opinione pubblica e nel 
contegno dei governi verso i religiosi ; si osserva che la 
diminuzione del favore per tanto tempo ad essi tributato 
coincide coli' epoca del rinascimento, quando il pensiero 
umano incominciò a mettersi per un' altra via, per quella 
detta, convenzionalmente, della laicità. Da prima 1' av- 
versione ai monaci si palesa come disistima pel vederli 
aheni dalla fedele osservanza della regola propria. Per 
tutti e tre i maggiori ordini del tempo suo, benedettini, 
francescani e domenicani. Dante fa acerbamente rimpro- 
verare dai loro stessi patriarchi la deviazione dallo spi- 
rito monastico (^): ne che fossero allora i frati tenuti in 
conto dal popolo è dimostrato dal modo col quale ven- 
gono trattati dai novellieri del tempo. Gli umanisti eb- 
bero poi in particolare spregio i mendicanti, perchè negli 
abiti, nel linguaggio, nei modi, e forse anche nei rimpro- 
veri di questi sentivano troppo vivo contrasto colla ele- 
ganza, squisita ma corrotta, della propria vita: li guar- 



(1) Farad. XI. 124 e segg,; XII, 112 e segg.; XXII. 73 e segg. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 443 

davano come ultimo residuo di età barbarica, il cui 
tentativo di risorgere conveniva soffocare. La decadenza 
frattanto della disciplina in tutta la chiesa, prodotta 
specialmente dallo scisma, aggravava le coudizioni già 
sfavorevoli del monacato, onde fu facile ai riformatori, 
non ostante che i concilii del tempo ne cercassero la 
restaurazione, di prepararne l'abolizione, che fa poi un 
punto sostanziale del programma luterano. 

« Ovunque venne questo applicato, le istituzioni 
monastiche furono senza eccezione distrutte: negli altri 
paesi, non datisi alla riforma, ma non immuni da sue 
infiltrazioni, le stesse istituzioni caddero sotto una piti 
energica giurisdizione dello stato, il quale non dimo- 
stravasi sempre loro amico, tranne allora che se ne 
faceva strumento de' propri interessi : i gesuiti nell' A- 
merica, per esempio, e gli inquisitori in Europa furono 
validi mezzi di governo pei sovrani spagnuoli. Ma anche 
ciò loro nocque: tratti nelle discordie politiche, accusati 
di complicità coi tiranni, arricchitisi di beni e poteri 
mondani più che non convenisse, gli ordini religiosi 
offrirono nuovi punti di attacco, quando la reazione 
contro di essi rinvigorì per il movimento, politico e 
scientifico, anticlericale del secolo XVIII » (^). 

« In Italia furono, per questo fatto, piti pronti de- 
gli altri i governi di Giuseppe II in Lombardia, di Leo- 
poldo I in Toscana, di Ferdinando IV in Napoli. Il primo 
dava in un certo modo la ispirazione, e giuseppinismo 



(1) Carlo Calisse, Diritto Ecclesiastico: voi. I, Costituzione 
della Chiesa, Firenze, Cammelli, 1902, p. 784-785. — I primi a ri- 
sentirne le conseguenze furono i gesuiti. Presa occasione da in- 
terni tumulti, con ragione o a torto, furon espulsi, nel 1759 dal 
Portogallo; nel 1767, a distanza di pochi mesi, dalla Spagna, dalla 
Francia, da Napoli : nel 1768 il governo del Du Tillot li scacciò 
dallo stato parmense. 



444 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

ne restò detta quella politica ecclesiastica, colla quale 
la giurisdizione dello stato sulla chiesa era portata al 
punto da permettersi di compiervi, colla sua sola auto- 
rità, le più importanti riforme. Leopoldo vagheggiava 
arditamente una chiesa nazionale, e a questo concetto 
subordinava la sua condotta verso il clero anche rego- 
lare. In Napoli guidava le riforme il Tanucci, ministro 
liberale ; ma in generale, vi si fu miti più che altrove, 
non tanto avendosi disegni di grandi novità, quanto 
proponendosi di garantire gli interessi pubblici e spe- 
cialmente la supremazia dello stato verso le istituzioni 
ecclesiastiche. Perciò le corporazioni religiose non furono 
abohte tutte, per quanto potesse anche ciò vagheggiarsi. 
La soppressione cadde su quelle di natura esclusiva- 
mente contemplativa, portandosi nelle altre più o meno 
ampie modificazioni, coli' intento sopratutto di adattarne 
la regola alle condizioni dello stato, e di emanciparle 
dalla stretta dipendenza da Roma. Però, questi tentativi 
non ebbero, in generale, felici né durabili risultati : la 
reazione, che fu intensa specialmente in Toscana, rese 
vane per gran parte le intenzioni de' principi, ne i go- 
verni ebbero tempo o modo di prendere, fra le varie 
tendenze, una via chiara e sicura, poiché li sorprese e 
travolse la rivoluzione. Questa, in Francia avea abolito 
del tutto le associazioni religiose (^), e la estensione, a 
mano a mano che avveniva, delle leggi francesi in Italia, 
produceva qui il medesimo effetto, meno che in Sarde- 
gna e in Sicilia, fatte rifugio e difesa dei loro antichi 
governi. È vero che dal concordato del 1801 fu restau- 
rato il culto cattolico in tutti i paesi soggetti alla Fran- 



(1) L' abolizione delle case religiose incominciò in Francia fin 
dal 1789, ma la loro assoluta e generale estinzione si ebbe in con- 
seguenza del decreto dell' assemblea legislativa, 18 agosto 1792. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 445 

eia; ma di restaurazione degli ordini non si parlò, e con 
gli aggiunti articoli organici, contro i quali dal vaticano 
si innalzò vanamente la protesta, il silenzio fu interpre- 
tato come diniego, poiché fu con essi dichiarato che, 
fuori dei capitoli e dei seminari, tutti gli altri istituti 
ecclesiastici doveano rimanere, quah erano già, aboliti. 
Di modo che il governo napoleonico portò, dovunque si 
estese direttamente, e dovunque ebbe, come in Napoli, 
governi ausiliari, la soppressione degli ordini, e la chiu- 
sura delle case ad essi appertenenti, delle quali non 
tutte si riaprirono nella succeduta restaurazione » (^). 

I principii, adunque, giuridici e politici, propugnati 
dai novatori del secolo XVIII, e seguiti dai governanti 
sotto r impero della sètta, guidarono l' opinione pubblica 
contro le istituzioni monastiche, dapprima contro quelle 
di natura esclusivamente contemplativa, e poi contro 
tutte le altre. Le ragioni che muovevano a tanta lotta, 
non saranno da tutti riconosciute vere e giuste, e i 
nostri posteri saranno in grado di giudicarle secondo 
verità meglio di noi. Ma alcune partivano da puri pre- 
testi ; altre aveano soltanto una maschera di realtà, ed 
altre venivan esagerate ad arte per commuovere il pub- 
blico. Il principio di libertà individuale, riconosciuto da 
tutti i governi e da tutte le società, non può negarsi a 
chicchessia, purché l' individuo non se ne valga contro 
la società : e su questo principio é fondata la ragione 
dell' esistenza giuridica delle comunità religiose. Intorno 
a tale fondamento non é lecito tergiversare, senza ren- 
dersi colpevoli del più grande abuso di autorità. E su 
questo principio si fonda anche 1' esistenza delle comu- 
nità esclusivamente contemplative, come sono quelle 
eremitiche, le quali, rispondendo ad un forte bisogno 



(1) G. Galisse, Op. cit., voi. I, p. 786-788. 



446 LA C(>NGREGAZIONE CAMALDOLESE 

del cuore umano, troveranno sempre, nel seno della 
società e nella misura stessa della sua corruzione, i loro 
membri. 

Per gli eremi della congregazione coronese, la lotta 
che portò alla soppressione, fu condotta con rara avve- 
dutezza e si manifestò dapprima contro i singoli luoghi. 
Il primo a sentirne gli effetti fu 1' eremo di Kalemberg 
presso Vienna. Dopo alcune controversie co' superiori 
generali, composte felicemente dal padre don Clemente 
da Napoli, inviato colà come visitatore apostolico (*), 
prese ad occuparsi di quel luogo il potere laicale. Con 
un primo decreto reale del 17 gennaio 1769 fu vietato 
per sempre ai priori dell' eremo di Kalemberg di recarsi 
a Montecorona pel capitolo generale, con un secondo 
decreto reale del 24 febbraio 1772 fu esteso il medesimo 
divieto al vicario generale ed al suo assistente, nonché 
ai priori e agli ufficiali di tutti gli eremi dell'Ungheria: 
e finalmente, con un terzo decreto reale, del 2 aprile 1781, 
fu proibita qualsiasi comunicazione coi superiori gene- 
rali, esistenti fuori dell' impero. La via battuta non po- 
teva portare che alla completa dissoluzione di quelle 
comunità. Infatti l'eremo di san Giuseppe di Kalemberg 
fu chiuso per decreto reale dall' imperatore Giuseppe II 
il 4 febbraio 1782, e gli eremi dell'Ungheria furon dichia- 
rati soppressi il 21 febbraio del medesimo anno, con un 
nuovo decreto reale, che concedeva agli eremiti la fa- 
coltà di restare negli eremi ancora cinque mesi, e co- 
mandava ai sacerdoti d'indossare l'abito chiericale, per- 
mettendo loro di entrare in altra religione o in eremi 
della medesima congregazione di Montecorona, fuori 
dell'impero, colla perdita in tal caso, della pensione, 
fissata in dieci scudi romani pei sacerdoti, e in cinque 



(1) Sommario cronologico, cit., p. 242, n. 505, nota 4. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 447 

pei chierici e conversi. Costoro poi doveano vestire 
1' abito laicale e passare al secolo, dopo aver ottenuta 
la dispensa dai voti dal vescovo diocesano (^). 

Uguale via si tenne a Napoli. Dietro le ripetute 
istanze di quel re, il pontefice Clemente XIV, per evi- 
tare mali maggiori, il 13 maggio 1771, separava la na- 
zione eremitica napoletana da quella ecclesiastica, stac- 
cando dalla congregazione di Montecorona gli eremi del 
Ss. Salvatore sopra Napoli, dell'Incoronata presso Be- 
nevento, di S. Maria degli Angeli sopra Nola, di san 
Michele arcangelo sopra Torre del Greco, di santa Maria 
in Gerusalemme presso Vico Equense e di santa Maria 
Avvocata sopra Malori. Con ciò si veniva a costituire la 
nazione napoletana in congregazione eremitica, indipen- 
dente, autonoma C^). Così essa perseverò fino alla sop- 
pressione degli ordini religiosi, applicata nel regno di 
Napoli dal regno gallico, sotto Giuseppe Napoleone, re 
di Napoli e della Sicilia, colla legge emanata il 13 set- 
tembre 1807, che prima colpì gli ordini militanti sotto 
le regole di san Bernardo e di san Benedetto, quan- 
tunque già dall' anno innanzi gli eremiti fossero stati 
espulsi dall' eremo dell' Incoronata, e nel principio del 
1807, dagli altri luoghi {'). 

Prima di proceder oltre nel racconto delle soppres- 
sioni, è da portar la mente all' eremo di Montecucco, 
nella diocesi di Gubbio. Una forte scossa di terremoto, 
il 3 giugno 1781, avea fatto precipitare dall' alto grandi 
massi che avean recato moltissimo danno all' eremo ed 
alla chiesa di quel luogo. Gli eremiti pensarono di ab- 
bandonare r eremo e ne ottennero le debite facoltà nel 



(1) Sommario, cit., p, 276, n. 577, nota 2. 

(2) Sommario, cit., p, 278, n. 584. 

(3) Sommario, cit., p. 279, nota 1. 



448 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

1782 (*): Giunta la notizia a Gubbio, la nobiltà ed il 
popolo, mal soddisfatti de' canonici lateranensi, offrirono 
agli eremiti di Montecorona la chiesa, il monastero e i 
beni di sant'Ubaldo, qualora i lateranensi se ne fossero 
liberamente partiti. 11 venerabile tribunale rispose accet- 
tando r offerta. Perciò i signori Bentivoglio e Manarelli 
di Gubbio proposero la cosa al Consiglio di Credenza, 
che la passò a pieni voti; ma poi temendo che la parola 
« offerta », usata dal tribunale coronese potesse offendere 
le orecchie del pontefice, scrissero una seconda volta 
dicendo che il vescovo eugubino desiderava tutte le 
informazioni per trasferire gli eremiti e presentare al 
papa il memoriale per 1' espulsione dei canonici latera- 
nensi. Rispose il Tribunale che se a loro non conveniva 
di usare la parola « offerta », molto meno era conve- 
niente al tribunale il ricevere ciò che altri possiede : 
ma, per trovare una via di mezzo, mostrò esser oppor- 
tuno scrivere una lettera ostensibile, diretta al gonfalo- 
niere ed agli altri signori del magistrato di Gubbio, in 
cui si chiedesse un luogo per gli eremiti costretti ad 
abbandonare Montecucco. Così fecero : ma nel momento 
stesso che il capitano Ludovico Cilleni offriva un luogo 
situato nella diocesi di Assisi, furon sospese le trattative 
pel colle del beato Ubaldo, per le difficoltà evidente- 
mente insorte da parte de' lateranensi (^). 

Anche 1' eremo delle Grotte del Massaccio in questi 
tempi era rimasto talmente danneggiato dalle frane e 
dalle inondazioni che non era più possibile abitarvi. Il 
capitolo generale del 1781 ordinò che si riedificasse in 
una collina, detta « la fontanella » nella diocesi di Osimo 
e che r eremo antico si riducesse a grancìa. Poi fu in- 



(1) Sommario, cit., p. 292, n. 614. 

(2) Registro del Tribunale, voi. I, e. 45-54. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 449 

vece prescelto un altro colle detto « delle Grotte », di 
dominio diretto dal municipio osimano, che lo cedeva 
volentieri per la nuova fondazione. Ma, abbandonato 
anche questo progetto, si pensò di fabbricare il nuovo 
eremo su di un colle ameno e di aria salubre, apparte- 
nente in buona parte allo stesso eremo delle Grotte del 
Massaccio, nelle vicinanze di Maiolati. In questo mentre, 
gli abitanti del Massaccio fecero ricorso alla congrega- 
zione dei vescovi e regolari per impedire la partenza 
degli eremiti dal loro territorio. Ed avendo un valente 
architetto riconosciuta la possibilità di restaurare il vec- 
chio eremo, i superiori generali chiesero il permesso di 
poterlo risarcire, nonostante il decreto capitolare (^). 
Continuando però l' eremo delle Grotte a rovinare, i 
padri ritornarono alla fabbrica di Maiolati. Mentre ne 
sorgevano le fondamenta fu eletto nel 1785, priore delle 
Grotte, il padre don Apollonio Turchi, il quale si oppose 
fortemente all'abbandono dell'eremo antico, sostenendo 
con gravi ragioni, che si sarebbe potuto riparare agli 
inconvenienti lamentati senza ricorrere ad una fabbrica 
nuova di sana pianta, e tali ragioni egli sostenne in un 
opuscolo dato alle stampe ed inviato ai superiori gene- 
rali ed alla congregazione dei vescovi e regolari (^). Ne 
seguì che il definitorio della dieta del 1787 decise di 
sospendere la nuova fondazione di Maiolati. Gol mate- 
riale preparato neh' antico eremo delle Grotte dal 1788 



(1) Sommario, cit., p. 293, n. 615. 

(2) L' opuscolo è anonimo e porta questo titolo : Bagionamento 
apologetico sulla nuova fabbrica dell' eremo nel colle di Maiolati, 
diocesi della città di Jesi, dedicato alli Rmi PP. superiori della 
congregazione degli eremiti di Monte Corona: Opera di un religioso 
dello stesso ordine data in luce da alcuni divoti del sacro eremo 
delle Grotte di Massaccio, della suddetta diocesi. — Macerata, 
MDCCLXXXV, presso Antonio Cortesi e Bartolomeo Capitani, in 
8.0 di pp. XIX. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 29 



460 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

al 1792, su di un piano formato in mezzo alla medesima 
vallata, che si ritenne più sicuro e difeso dai dirupa- 
menti, furon erette quattro celle solitarie, un fabbricato 
per l'infermeria, la foresteria, la libreria e le officine, e 
furon fatti nuovi restauri nella elevata chiesuola di 
san Giuseppe (/). 

Frattanto, il 23 luglio 1788 venuto a morte nella 
badia cistcrciense di Gasamari, l' abate Isidoro Maria 
Ballandani, già monaco camaldolese di san Michele di 
Murano, quel monastero cadde impigliato in varie diffi- 
coltà che richiamarono sollecitamente l'opera vigile del 
pontefice. Pio VI spedì a Gasamari mons. Nicola Bu- 
schi, vescovo di Ferentino, come visitatore apostolico. 
Questi, a sua volta, suggerì al pontefice di mandare a 
quella badia, come presidente apostolico, il padre don 
Luigi Maria Natali, procuratore generale della congre- 
gazione di Montecorona, il quale venne così incaricato 
il 4 dicembre 1788 del governo spirituale e temporale di 
quei religiosi (^). Ebbe -inoltre facoltà di portare con sé 
un altro sacerdote ed un fratello oblato della medesima 
sua compagnia. « A sua lode dobbiamo confessare che 
la badia in breve tempo fu ravviata nell' antico sentiero 
della osservanza disciplinare e del buon esempio, allet- 
tando con questi mezzi non pochi fedeli a consacrarsi 
a Dio fra le sue mura. Gerla cosa è che non tutti me- 
nano buone al p. Natali alcune novità introdotte negli 
usi dei trappisti, come a dire l'avere abolito il vegliare 
dopo r uffizio notturno, 1' aver mitigata 1' austerità de) 
vitto coir indulto delle ova per tre volte nella settimana, 
e finalmente Taver fatto svestire della cocolla il monaco 
dormendo nell' estate. Tuttavia queste cose non si pre- 



(1) Sommario, cit., p. 293, n. 615, nota 'ì. 

(2) Sommario, cit„ p. 2<^, n. ()25. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 451 

scrissero da lui senza una ragione, ed è che il clima 
della badia richiedeva qualche lenimento al rigore di 
quelle austerità» (*). Il Natali, dopo aver ripristinato in 
quella monumentale e antichissima badia, la pace, V os- 
servanza ed il buon ordine, rinunziò all' ufficio il 26 
aprile 1790 C^), ed a lui successe, come abate di Casa- 
mari, il monaco Romualdo Pirelli che era già vicario. 

Gli ultimi anni del secolo XVIII segnano V epoca 
della più infausta turbolenza contro tutto ciò che è 
giusto e sacro. Il diritto cadde in mano di repubblichette 
effimere che dalla turbolenza nacquero, di turbolenza 
vissero e nella turbolenza si spensero. Le cose sacre 
furon manomesse. Unica cosa degna di ammirazione, in 
mezzo a tanta viltà, la resistenza del vecchio, dignitoso 
e coraggioso pontefice, che, ricusata ogni rinunzia, fu 
subito portato via in Toscana, indi a Valenza in Fran- 
cia, dove morì (29 agosto 1799). 

I religiosi furono i primi ad esser presi di mira, 
dopo di lui. Gli eremiti di Montecorona, durante V inva- 
sione de' cisalpini e de' francesi, perdettero nel 1797 per 
primo r eremo di Bologna. Uno dei proclami destinò 
alla maggior parte degli ordini possidenti, uno o piti 
commissari, da cui i poveri religiosi dovean dipendere 
in tutto per avere il quotidiano sostentamento. Un altro 
proclama riduceva il numero dei conventi ed esiliava i 
religiosi che non erano del distretto repubblicano. L' e- 
remo di Ancona fu soppresso da quella municipalità in 
forza delle leggi emanate dalla repubblica cisalpina : gli 



(1) Così il can. Luigi de Persiis, poi vescovo di Assisi, nella 
sua opera : La Badia o Trappa di Casamari nel suo doppio aspetto 
monumentale e storico brevemente descritta, Roma, Tip. di Propa- 
ganda Fide, 1878, p. 122. 

(2) Sommario, cit., p. 302, nn. 636, 637. 



462 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

esteri n' ebbero lo sfratto, dentro il termine di otto 
giorni (*) : e prima del Natale del 1797 tutti gli eremiti 
furon costretti ad abbandonare il luogo con tenue via- 
tico e pochissime suppellettili. Nel medesimo tempo 
esularono dall' eremo di Fano ; ed alcuni espulsi di qui 
e dall' eremo anconitano, venner concentrati all' eremo 
delle Grotte. Forti contribuzioni furono imposte al luogo 
di Montecucco. L' eremo di Todi, quello di Frascati e 
r ospizio di Roma soggiacquero alle medesime conse- 
guenze. L' eremo e la badia di Montecorona restaron 
soppressi nel 1799; ma il padre maggiore dou Celestino 
da Gran Varadino in Ungheria, era stato espulso dal 
dominio romano entro il termine di tre giorni, nel giu- 
gno del 1798 C). Metà de' religiosi furon destinati al 
Massaccio e 1' altra metà al Castel di Broglio (^). 

Alle repubblichette cadute seguirono effìmere restau- 
razioni degli antichi governi. Ma alla restaurazione della 
congregazione di Montecorona non si potè giungere 
prima che non venisse di nuovo disfatta. Nel dominio 
veneto eran rimasti tre soli eremi (*) : a Montecorona si 
riprese a suonar le campane, anche di notte, dagli esuli 
ritornati ; ma non tutti gli eremiti espulsi ne udirono il 
suono, e di centoquaranta, che erano nel maggio del 
1797, soltanto ottantasette menavan ancora vita eremi- 
tica nel maggio del 1800 {^). 



(1) Registro del Tribunale, voi. II, e. 72. 

(2) Atti capit. 1798, e. 69. 

(3) Cfr. Sommario, cit., p. 312, nota 3. 

(4) Cfr. Sommario, cit., p. 328, n. 684. 

(5) Atti capii., 1797, e. 67 ; 1800, e. 69. — Neil' aprile del 1801 
fu accettato tra gli eremiti coronesi il M. R. padre don Michelan- 
gelo Elisei, monaco professo olivetano di Gubbio, di anni 26 in- 
circa, « attese le sue buone qualità rilevate eziandio ocularmente 
quando si presentò » al Definitorio. Atti capii., 1801, e. 72. — Ma 
pochissime furon le vocazioni e i professi in quest' anno. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 463 

Il viaggio vittorioso di Napoleone I, attraverso al- 
l'Italia, inebriò più che mai il conquistatore nella poli- 
tica stoltamente invaditrice. Egli imperava in Francia, 
Italia e Germania, incontrastabilmente : non gli basta- 
rono. Volle Roma, e non si comprende, essendo così 
poca cosa materialmente rispetto all' imperio che già 
avea, ma così grande, rispetto al pericolo a cui andava 
incontro. Fece occupar la Toscana (l'2 dicembre 1807), 
poi gli stati del papa e Roma stessa {V febbraio 1808). 
Quindi riunì le Marche al regno d' Italia (2 aprile), e 
Parma, Piacenza e Toscana alla Francia (24 maggio): 
diede Napoli a Murat, suo cognato (15 lugho). Da Vienna 
Napoleone consumava quell'usurpazione di Roma «che 
fu la più leggiera al profìtto, la più grave allo scan- 
dalo, e forse al danno, di quante avesse fatte » (^). Un 
decreto imperiale del 17 maggio riuniva Roma e il re- 
sto dell' Italia alla Francia. Il 10 giugno l' unione era 
proclamata a Roma dal Miollis e da una consulta go- 
vernativa composta di francesi e di italiani. 

La concentrazione e soppressione dei conventi e dei 
monasteri cominciò in Italia nel 1806, proseguì nel 1808 
ed ebbe triste e lagrimevole compimento nel maggio 
del 1810. Non ne venner esclusi neppure quelli di Ro- 
ma, vedovata ormai del suo padre, portato via prigio- 
niero (6 luglio 1809). Gli eremiti napoletani, nel novem- 
bre del 1806, per la soppressione dell' eremo dell' In- 
coronata, furon costretti a far capo a Montecorona, a 
Frascati ed in altri luoghi (^). Neil' eremo di Montecò- 
nero, presso Ancona, s' insediò, nell' ottobre del 1807, 
uno spagnuolo, capitano di guardia, per i francesi (^). 



(1) C. Balbo, Sommario della storia d'Italia. Italia, 1857, p. 290. 

(2) Registro del Tribunale, voi. II, e. 129v.-130r. 

(3) Registro del Tribunale, voi. II, e. 135 v, 



464 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

E, per l'espulsione dalla Toscana dei religiosi forestieri, 
furon accolti nella congregazione di Montecorona, nel 
marzo del 1808, tre eremiti di Gamaldoli (M. 11 4 giugno 
del medesimo anno, i quattro eremi della Marca, Mon- 
tegiove, Montecònero, le Grotte e Montecucco, e tutta 
la possidenza annessa, furon occupati dagli ufficiali del 
regio demanio. Agli eremiti soppressi fu assegnata una 
pensione, che pei sacerdoti venne fissata in cento scudi, 
e pei conversi, in sessanta. Secondo poi le disposizioni 
della nuova legge, tutti i religiosi di qualunque istituto, 
all' infuori dei mendicanti, doveano riunirsi in conventi 
del loro ordine, in modo però che il numero per ogni 
convento non fosse possibilmeate minore di ventiquat- 
tro sacerdoti, con numero proporzionato di laici (^). 

Qui è da rilevare l'azione del padre don Benedetto, 
segretario del ven. tribunale coronese. Avendo saputo 
che gli ufficiali del nuovo governo in Ancona erano 
milanesi, il P. don Benedetto, inviato dal tribunale, si 
portò col cellerario di Fano, in Ancona per ottenere 
qualche agevolezza in favore degli eremi della Marca. 
Trovata tutta la propensione per favorire gli eremiti, 
egli chiese che venissero mantenuti e conservati tutti e 
quattro gli eremi di quella regione. Ma gli ufficiali ac- 
cordarono soltanto la conservazione di due di essi, da 
scegliersi dagli eremiti, i quali diedero la preferenza a 
quelli di Montecònero e di Montegiove. A Montecònero, 
per meglio agire, si stabilì il padre don Benedetto, e tanto 
bene seppe diportarsi che ottenne, a prezzo di stima e 
a conto degli assegnamenti, le provvisioni di casa, che 
eran state segnate nelF inventario del 4 giugno : potè 
avere il recinto della clausura, i fabbricati degli eremi. 



(1) Registro del Tribuìiale, voi. II, e. 137. 

(2) Registro del Tribunale, voi. Il, e. 139. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 455 

e gli ospizi in libero possesso della religione e delle ri- 
spettive famiglie, ottenendo ancora la pensione per sé 
e pel padre don Celestino, facendo sì che i forestieri 
religiosi dimoranti negli eremi della Marca, e special- 
mente due napoletani, fossero considerati come nazio- 
nali e potessero, percepire la pensione come gli altri (/). 

In conseguenza della legge del 1810, furon soppressi 
anche gli eremi di Todi e di Frascati. Per impegno di 
una piissima donna di Parigi, conoscente dell'eremita 
don Eugenio, venne protratta la soppressione del sacro 
eremo di Montecorona e della sottostante badìa ; ma 
dopo due anni, anche questi luoghi furono compresi 
negli effetti della legge comune. 11 24 maggio 1812 gli 
agenti del governo intimarono lo sgombro totale dei 
locali nel termine di un giorno, e così per due anni e 
tre mesi, i religiosi ne andaron esuli e raminghi. 

Caduto nel 1814, col conquistatore invadente, tutto 
r edilìzio che era sorto sul diritto calpestato e sulle 
cose sacre profanate, Pio VII, ritornato in Roma, si die 
premura di ricostituire gli ordini religiosi (^), e così fe- 
cero gli altri governi, che si affrettarono a distruggere 
quanto nella epoca francese si era fatto di novità. Una 
speciale congregazione ed un particolar decreto del 14 
aprile 1814 regolava la restaurazione degli ordini reli- 
giosi nello stato del papa. Dopo i passio nisti, che furono 
i primi a rivestire V abito religioso, il 29 aprile indos- 
saron di nuovo il saio eremitico il padre maggiore della 
congregazione coronese don Basilio Maria da Pisa, e un 
compagno, romano, ed ambedue il giorno seguente furon 
ricevuti con segni di particolare affetto dal pontefice. Nel 
giorno sacro alla natività della Madonna, molti eremiti 



(1) Registro del Tribunale, voi. II, e. 139-140. 

(2) Sommario cronologico, cit., p. 335, n. 697, 



466 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

rivestirono l'abito deposto, nel sacro eremo di Monteco- 
rona, che era stato riaperto il 19 agosto (*), e per grata 
memoria di sì fausto avvenimento, il capitolo generale 
del 1858 ordinò che in tutti gli eremi romualdini, ogni 
anno in perpetuo, V 8 settembre si esponesse il Ss. Sa- 
cramento e si cantasse il Te Deum in rendimento di 
grazie (^). Riaperti V eremo e la badìa di Montecorona, 
la congregazione della Riforma riconobbe per maggiore 
del rinascente istituto il padre don Basilio, assegnan- 
dogli tre consiglieri a scelta, coi quali dovesse cooperare 
al ripristinamento della congregazione coronese. Nell'ot- 
tobre del 1815 furon riaperti anche gli eremi della Ca- 
nonica presso Todi, di Montecucco nella diocesi di Gub- 
bio e di Montegiove nella diocesi di Fano (^). 

Il padre don Basilio da Pisa, già priore di Valbe- 
nedetta presso Livorno, era uno dei tre eremiti di Ga- 
maldoli espulsi dalla Toscana nel 1808, ed accolti con 
fraterna dilezione dai coronesi. Nel capitolo generale del 
1809 fu nominato primo visitatore generale, e nel se- 
guente del 1811, a cui prese parte come defmitore e 
presidente, fu eletto maggiore della congregazione di 
Montecorona. Nel 1814 fu de' primi che indossò nuova- 
mente il saio coronese e ritornò a Montecorona insignito 
del titolo di superiore interino della rinascente congre- 
gazione. Sotto di lui, per opera di alcuni religiosi, nel 
1815, si iniziarono di nuovo le trattative per l'unione 
tra le due congregazioni, di Gamaldoli e di Montecorona. 
Gli avversari di tale unione, esposero le loro ragioni al 
maggiore ; ma egli non volle tenerne conto, e dopo aver 
molto brigato a Roma ed in Toscana, nel mese di no- 



(1) Sommario, cit., p. 335, n. 698. 

(2) Sommario, cit., p. 336, nota l. 

(3) Sommario, cit., p. 337, n. 702. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 457 

vembre annunziò ai padri dell'eremo di Montecorona e 
della badia di essere autorizzato dalla S. Sede a com- 
porre l'unione in un sol corpo, fidente, com'egli credeva, 
che ne seguirebbe un vero bene. Ritiratosi poi in To- 
scana nel gennaio 1816, ordinò ai coronesi di abbando- 
nare la badia insediandovi, colla qualità di amministra- 
tore generale, un secolare toscano con la sua famiglia. 
Intanto quattro coronesi a sua insaputa vollero inse- 
guirlo in Toscana: ma, svegliata l'attenzione del governo, 
furon espulsi, unitamente a', padre maggiore, e così la 
progettata unione fallì. Frattanto quelli di Montecorona, 
indignati per queste novità e per la perdita della badìa, 
facendosi eco dei richiami della popolazione, che vedeva 
diminuito il culto nella propria parrocchia badiale, si 
appellarono alla S. Sede, la quale, ordinò a mons. Al- 
fonso Gingari, vescovo di Cagli, di far una visita apo- 
stolica (*). 

Il visitatore apostolico, accompagnato dal P. Ve- 
nanzio Garmassi, abate di santa Groce di Fonte Avel- 
lana, il 7 maggio 1816 si recò alla badia, ed il giorno 
seguente, all' eremo di Montecoron.a, dove aprì la sacra 
visita. Dopo aver ascoltato tutti gli eremiti, fece ritorno 
il 15 maggio alla sua diocesi, dichiarandosi lieto di aver 
potuto constatare il vigore della disciplina e dell'ordine, 
per cui nulla doveva riformare, rallegrandosi ancora di 
essersi trovato in mezzo ad angeli (^). Compiuta la vi- 
sita, convocò il capitolo generale pel 10 agosto nella 
badìa di san Salvatore di Monteacuto o di Montecorona, 
partecipando di esser stato delegato dalla S. Sede a 
presiederlo (^). Il 6 agosto giunse alla badìa il visitatore 



(1) Sommario, cit., p. 338, n. 705; pag. 339, nota 2. 

(2) Sommario, cit., p. 341, nota 1. 

(3) Sommario, cit., p. 343, n, 711, lettera del 22 luglio 1816. 



458 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

apostolico, e il 10, dopo una bellissima allocuzione, aprì 
il capitolo generale, che doveva dar nuova vita all' isti- 
tuto. Tutti gli atti inviati a Roma, furon confermati dalla 
congregazione dei vescovi e regolari con decreto dell' 8 
novembre (*). Cinque giorni era durato il capitolo, dal 10 
al 15 agosto, e le risoluzioni furon davvero ispirate al 
bene comune degli animi e dell' osservanza eremitica {^). 



(1) Sommario, cit., p. 346, n. 719. 

(2) Ecco le principali cose decretate in questo capitolo. — 
J) Circa V elesioìie dei Vocali, Definitori. Prelati ed altri ufficiali: 
a) I vocali mancanti saranno eletti dal Capitolo conventuale di 
ciascun eremo in proporzione del numero dei membri componenti 
ciascuna famiglia e saranno scelti per atto capitolare e per schede 
segrete o per acclamazione ; b) tutti i vocali prescelti senza altra 
elezione siano definitori ; e) V elezione dei prelati e degli altri uffi- 
ciali nel capitolo generale si faccia per mezzo di schede senza lo 
scrutinio dei voti e quindi si abbia per canonicamente eletto chi 
avrà riportato in suo favore maggior numero di schede. — 2) Circa 
la badia: a) che la badia sia ripristinata ma con alcune circosjJe- 
zioni e cautele, al servizio e comodo de' regolari vecchi ed infermi, 
degli ufficiali e dei forestieri ; b) che sia riattivata la spezieria 
sotto il material ministero però di uno speziale secolare, e sotto 
la direzione d'un religioso sacerdote, evitando però e togliendo il 
disordine della soverchia gente, che possa concorrere a disturbare 
gli eremiti ; e) che fino a nuovo e più maturo provvedimento si 
lasciano nella chiesa della badia la parrocchialità e cura delle 
anime, tolto però al meglio possibile il disordine del soverchio 
contatto dei religiosi col popolo. — 3) Circa la Procura: Si decide 
di affidare 1' ufficio di procuratore generale al priore prò tempore 
dell'eremo tuscolano a condizione che risieda al suo eremo, tranne 
i pochi giorni che dovrà recarsi a Roma, poiché, essendo pochi gli 
eremi e gli eremiti e conseguentemente rari gli altari, non è lode- 
vole ed opportuno mantenere con grave dispendio in Roma il pro- 
curatore generale ed un altro religioso che Ip accompagni e lo 
serva: massime che il soggiorno in quella grande città è diame- 
tralmente contrario e nocivo allo spirito del nostro istituto: — 4) 
Circa il Professorio : Non essendosi riaperto l' eremo di Montecò- 
nero presso Ancona, già destinato per professorio, questo si tra- 
sferisce all' eremo di Frascati : — 5) Circa le Confessioni : Gli ere- 
miti possono ascoltare le confessioni dei secolari uomini e donne, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 459 

Dagli Atti di questo capitolo generale, giova rile- 
vare alcune particolarità intorno al numero degli eremi 
e degli eremiti nel 1816. Solamente sei erano gli eremi, 
forniti di conveniente famiglia religiosa e gli eremiti 
non ascendevano in tutti, tra sacerdoti, conversi ed 
oblati, che al numero di sett intanove : soltanto trenta- 
cinque eran i sacerdoti, tre dei quali giacevano infermi. 
Le famiglie eremitiche furon così distribuite ; venti fu- 
ron posti all'eremo di Montecorona; ventuno, alla badìa; 
sei a Montecucco ; otto, a Fano ; dodici a Frascati ed 
altri dodici a Todi. Questi pertanto eran i volonterosi 
che avean nuovamente piegato il collo al giogo del Si- 
gnore. Tre altri avean fatto istanza di essere riammessi, 
ma non parve prudente aggregarli ; chiedessero la fa- 
coltà di restar nel secolo. Eran costoro il padre don 
Giuseppe Poggi, genovese, chierico corista professo, di- 
morante in Perugia : Fra Paolino Simonetti, converso 
dimorante in Jesi, sua patria; e Fra Apollinare Sciallati, 
converso, dimorante nella parrocchia nativa di Santano, 
nella diocesi perugina. Altri quattro eremiti, col per- 
messo de' superiori, si trovavano addetti alla custodia 



coir approvazione del venerabile tribunale oltre già quella dell' Or- 
dinario : — 6) Circa il vitto e lavoro manuale: Mons. presidente 
giudicò necessario di prescrivere, che : a) il pane dei religiosi sia 
sempre bianco ; b) oltre la pietanza si aggiunga sempre il così 
detto piattino ; e) la pietanza quando consista in uova sia di tre, 
non compreso V uovo che si usa per il condimento della minestra ; 
d) alle sere di digiuno ecclesiastico o regolare si può sempre unire 
al pane i frutti : e) al principio di quaresima si deve passare a 
ciascun religioso il solito fiasco di rosolio, e a Natale un panpe- 
pato della consueta grandezza ; f) nelle cinque annuali ricreazioni 
alla comune refezione, che allora si prende nella cosi detta tristega, 
debbano intervenire anche i novizi, come costumavasi una volta ; 
g) il lavoro manuale, in cui devono esercitarsi in certi dati giorni 
gli eremiti, non deve consistere in opere troppo faticose. Somma- 
rio, cit., p. 346, nota 3. 



460 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

di due eremi che si avea speranza di riacquistare e ria- 
prire: il padre don Palemone e fra Antonino soggiorna- 
vano nell'eremo delle Grotte presso il Massaccio, rite- 
nendone in affitto il locale ; e il padre Emerico e fra 
Giandomenico dimoravano in quello di Montecònero, 
benché già venduto al marchese Solari ; ae trattavano 
gli interessi, e ritenendone una porzione a subaffitto, 
ne custodivano molti effetti e ne promuovevano il ri- 
sorgimento e r economia fino al punto d' aver potuto 
con industriosi avvanzi comperar, a nome e vantaggio 
di quella casa, tre piccoli poderi. Costoro restassero 
dove erano e proseguissero a fare quanto facevano (*). 
Inoltre, eran rimasti nel secolo arbitrariamente e 
senza licenza de' superiori, undici altri eremiti : don 
Luigi in Brescia, don Mattia in Baldichieri nel Piemonte; 
don Casimiro in Jvrea, don Marino a Monte san Vito, 
don Serapione e don Paolo a Roma, don Onofrio in 
Offagna, don Romano a Norcia, don Clemente a Genova, 
fra Placido nel Piemonte e fra Rinaldo a Fabriano. Nel 
regno di Napoli, dimoravan nel secolo don Parisio, fra 
Modestino, fra Angiolo e fra Silvestro, i quali benché 
una volta appartenessero a quella congregazione distac- 
cata da Montecorona, si eran volontariamente, in tempo 
dal cessato governo, aggregati ai coronesi e dovean 
riputarsi come membra di questo corpo. Il definitorio 
commise al padre maggiore di scrivere a tutti in nome 
del capitolo, comandando a ciascuno, compreso il vec- 
chio impotente fra Zaccaria di Sirolo, che dentro di- 
screto termine, o rientrassero nella congregazione, o 
domandassero il permesso alla S. Sede di restarsene 
fuori, o tollerassero d'esser dichiarati apostati (*). 



(1) Atti capit., 1816. 

(2) Atti capit., 1816. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 461 

Tale era lo stato degli eremiti coronesi in Italia 
dopo le soppressioni napoleoniche. 

Nella Polonia gli eremi aveano attraversato un pe- 
riodo di grave crisi. Benché non fosser mancati incen- 
tivi alla separazione, tuttavia la nazione polacca restò 
fedelmente unita alla congregazione ed ai superiori ge- 
nerali di Montecorona, donde avea avuto origine, finché 
durò il regno della Polonia. Ma questo diviso e distrutto, 
anche gli eremi furon divisi e distrutti. Nella terza di- 
visione del regno di Polonia tra l'Austria, la Prussia e 
la Russia, sottoscritta dall'ultimo re Stanislao Augusto II 
Poniatowski il 25 novembre 1794 in Grodno, gli eremi 
di Monteargentino, di Rithuany e di Marchionale pas- 
sarono sotto l'Austria; quelli di Varsavia, dei Ss. Mar- 
tiri e di Vigri, sotto la Prussia, e quello di Monte Pace 
sotto la Russia. Così le potenze avendo vietato qualsiasi 
dipendenza dagli esteri, gli eremi furon sottomessi ai 
rispettivi vescovi diocesani. Perciò l'ultima elezione dei 
superiori nella Polonia, fatta dal capitolo generale di 
Montecorona, é quella del 1795: perché dopo la divisione, 
le elezioni avvennero nei diversi eremi di quella nazione, 
senza dipendenza dai superiori generali residenti in Italia. 
Negli eremi dell' Austria restò sempre l' antico vicario 
generale con gli assistenti, residenti in Monteargentino. 
Per gli eremi della Prussia, che avean formato la pro- 
vincia neomeridionale della Prussia, fu eletto un altro 
vicario residente nell' eremo di Varsavia. Questa separa- 
zione ebbe il suo compimento qualche anno appresso. 
Fin dal 1800, fu soppresso nella provincia neomeridio- 
nale dal governo di Prussia l' eremo di Wigri e ridotto 
a cattedrale. Poi, in virtù del trattato di pace di Tilsit 
(7 luglio 1807) e di Vienna (18 ottobre 1809), essendo 
stato costituito il grande principato di Varsavia, i cin- 
que eremi colà esistenti, vale a dire, quello di Cracovia, 
di Rithuany, di Varsavia, dei Ss. Martiri e di Marchio- 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



naie, furono riuniti sotto un proprio vicario o provin- 
ciale, indipendente dai superiori generali di Montecorona, 
con facoltà di celebrar diete e capitoli provinciali. Tale 
stato di cose durò fino al 1819. In quest'anno Pio VII, 
con sua bolla del 30 giugno 1818, permetteva che venis- 
sero soppressi tanti monasteri e tante badie e benefici 
secolari, quanti ne occorrevano per compiere la dota- 
zione dei vescovadi, capitoli e seminari del regno della 
Polonia (*). Perciò il governo nel 1819 decretò la sop- 
pressione di un gran numero di monasteri, e tra questi 
furon compresi anche gli eremi di Rithuany, dei Ss. 
Martiri e di Marchionale: rimasero soltanto gli altri due 
di Monteargentino e di Varsavia, governandosi ciascuno 
da se. Il solo eremo di Monte Pace perdurò sempre 
unito alla congregazione di Montecorona, dalla quale 
erano eletti i suoi priori, fino al 1831, quando da Ni- 
cola I, imperatóre di Russia, scacciati gli eremiti, fu 
ceduto a religiosi scismatici f ). 

Qui nell'i talia, erasi appena riaperto il 10 ottobre 1820 
l'eremo delle Grotte (^), che una assai brutta avventura 
incoglieva gli eremiti di Frascati. Era il 10 maggio 1821, 
quando sul far della sera, mentre gh eremiti radunati 
nel capitolo intendevano alla lettura spirituale, entraron 
minacciosamente nell'eremo tuscolano quattordici bri- 
ganti, che, invasa la cappella capitolare, intimaron agli 
eremiti : settemila scudi o la morte. Lo spavento fu 
grande assai: e poiché all'intimo brigantesco gli eremiti 
mostraron di non possedere tanta somma, quei malan- 
drini catturarono sei religiosi ed il garzone, dichiarando 
di ritenerli in ostaggio per la pecunia, e per vie aspre 



(1) Sommario, cit., p. 348, n. 723. 

(2) Sommario, cit., p. 349, nota 1. 

(3) Registro del tribunale, voi. II, e. 155; cfr. Sommario, cit., 
p. 353, n. 732. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 463 

e faticose li spinsero, senza por tempo in mezzo, fino 
al di là di Prosinone. Fermatisi in una folta selva, in- 
viarono air eremo il garzone per far intendere al supe- 
riore che, se fra tre o quattro giorni non fosse giunto 
il denaro richiesto, avrebbero messo a morte i detenuti, 
fi superiore, per amor de' confratelli, racimolò ove potè 
un po' di pecunia e con qualche provvigione rimandò il 
garzone. Se non che, questi incontratosi per via co' gen- 
darmi, dovè deporre il denaro che fu depositato presso 
il governatore e narrare loro la dolorosa istoria. Costoro 
dagli indizi conobbero il luogo del rifugio brigantesco : 
si misero sulle loro traccie e ritrovatili, li assalirono : 
ma quelli, accortisi d' esser ricercati, si diedero a pre- 
cipitosa fuga per balzi e dirupi, seco trascinando quei 
malcapitati religiosi, più morti che vivi. Sfuggiti dalle 
mani dei gendarmi, quasi per vendicarsi, costrinsero il 
più vecchio degli eremiti a scrivere una lettera al supe- 
riore reclamando il denaro co' migliori modi possibili. 
Uno de' fratelli fu spedito all' eremo con la lettera e fece 
ritorno con qualche migliaio di scudi ; ma i malandrini 
non contenti, seguitarono a reclamare il resto. La poli- 
zia però saputo da uno dei religiosi catturati, riuscito a 
sfuggire da quelle barbare mani, che i briganti si erano 
rifugiati verso Terracina, li sorprese all' improvviso. Dopo 
lo scambio di qualche fucilata, i banditi vistisi a mal 
partito, si diedero a disperata fuga, lasciando per via i 
poveri religiosi. Quelli raggiunti ed assicurati alla giu- 
stizia dalla pubblica forza di stanza a Sonnino, furon 
condannali a severissima pena ; e questi, liberi final- 
mente il 29 di maggio, dopo diciannove giorni di stenti, 
di privazioni, di soprusi e di agonia per i monti Lepini, 
poterono riabbracciare i loro confratelli, ringraziando il 
Signore d' esser scampati a certa morte (^). 



(1) Registro del tribunale, voi. II, e. 158 segg. 



464 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Agli eremiti napoletani era stato concesso da Fer- 
dinando I, nel riprendere il governo del regno di Napoli, 
la ripristinazione del solo eremo del Ss. Salvatore, do- 
tato pel mantenimento di diciotto religiosi. Ritornati 
perciò neir eremo, chiesero facoltà al nunzio apostolico, 
mons. Giustiniani, di poter rivestire 1' abito regolare. Ma 
questi, in ossequio alle leggi del concordato che facevan 
dipendere tutti i rehgliosi dai rispettivi superiori, rispose 
che avrebbe accordata la grazia, purché si fossero sot- 
tomessi ai superiori di Montecorona. Allora gli eremiti 
si rivolsero al maggiore di Montecorona, il quale si recò 
a Napoli e, vedute le buone disposizioni dei religiosi, 
chieste le opportune facoltà alla S. Sede, V8 maggio 1822 
aggregò all'antico tronco coronese tredici sacerdoti, se- 
dici conversi e tre oblati della congregazione napoletana, 
i quali rinnovarono la loro professione nelle mani del 
maggiore (/). Ma soltanto nel 1826 venne concessa la ria- 
pertura deir eremo di Torre del Greco, dove fu trasfe- 
rito il noviziato per la nazione napoletana (^). 

Rigettata nel 1822 « per mille ragioni » l' unione 
proposta dai monaci camaldolesi (^) ; i romualdini vol- 
sero l'attenzione all'ufficio del procuratore generale, da 
cui talvolta proveniva motivo di discordia tra i supremi 
reggitori della congregazione. E nel capitolo del 1824, 
compilarono, misero a partito ed approvarono la costi- 
tuzione seguente : 



(1) Sommario, cit., p. 354, segg., nn. 735, 736, 737, e note. 

(2) Sommario, cit., p. 366, n. 762, nota 3. 

(3) Atti Capitolari: Dieta del 1822, e. 104: «Fu esposta dal 
Rmo P. maggiore a questa ven. dieta la petizione dei monaci 
camaldolesi, di unirsi cioè con noi eremiti: fu letto anche un 
piano di unione, ch'essi aveano mandato al p. maggiore. Si prese 
dai pp. definitori in considerazione l'affare, e si vidde essere im- 
possibile questa unione per mille ragioni, onde fu rigettata 
la petizione a pieni voti » (adunanza del 3 settembre). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 4*)5 

« Checché sia nelle altre religioni, nelle quali il pro- 
curatore generale forma corpo co' superiori, ed è uno 
di essi, certo è che nella minima congregazione nostra 
egli è un semplice ministro ed agente, o piuttosto se- 
condo la etimologia del nome, non è altro che prò aliis 
curato r, e come viene dalla legge definito « qui aliena 
negotia mandato domini administrat ». Ne deriva da 
ciò che egli è strettamente obbligato di ubbidire con 
ogni esattezza, e di fedelmente adempiere tutte quelle 
cose, che dalla religione sua principale e costituente gli 
vengono prescritte, o per mezzo de' capitoli generali, dai 
quali esso riceve la sua missione, o per mezzo del ven. 
tribunale, che nel tempo del suo governo costituisce e 
rappresenta l'intiero corpo della rehgione. Che se il pro- 
curatore dimentico dei suoi doveri, recusasse di eseguire 
le ordinazioni del capitolo generale, o dei superiori in- 
terni, ed anteponendo il suo privato sentimento al voto 
universale della sua religione, principale e padrona, con- 
tro il significato dagli ordini dei superiori, agisse in modo 
presso la S. Sede, che venissero respinte, ritardate, o 
soppresse le istanze del capitolo generale, o del tribu- 
nale, che in buono linguaggio sono istanze di tutta in- 
tiera la religione, non v' è certamente uomo assennato, 
che non lo giudicasse infedele, malvagio servo, un sud- 
dito ritroso e disubbidiente, un vero nemico e traditore 
della religione, non essendo in di lui podestà, sotto il 
falso specioso pretesto di zelare agli interessi della me- 
desima, di attraversarsi alle di lei stesse determinazioni, 
che deve sempre credere savie, prudenti ed utili, finche 
con evidente chiarezza non apparisca il contrario, nel 
qual caso deve egli rinunziare piuttosto il suo officio, 
ma non mai militare contro gli espressi voleri della re- 
ligione, il di cui superiore giudizio, ogni ragione vuole, 
che prevalga al sentimento privato del suo agente, o 
ministro. E tuttociò è tanto vero, che le leggi canoniche 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 30 



466 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

e civili hanno sempre riconosciuto nullo, e dichiarato di 
niun valore tuttociò, che contro la volontà del suo prin- 
cipale e costituente, agisca ed operi il procuratore. 

« Per quanto chiare e notissime sieno queste teorie 
ha giudicato nondimeno espediente questo ven. defini- 
torio di richiamarle alla memoria dei futuri procuratori, 
acciò tenendole sempre avanti gli occhi, non si lascino 
sedurre, come hanno fatto alcuni per lo passato dalla 
deferenza, che i prelati e tribunali di Roma mostrano 
avere ai medesimi ; del che abusando, si sono creduti 
lecito di contradire ai voleri dei superiori regolari, ma- 
neggiando i negozi e gli affari della religione, non in 
quel modo, e con quelle misure, che ad essi i superiori 
prescrivevano, ma solo a proprio capriccio, e secondo 
il loro sentimento privato. 

« S' inculca pertanto al ven. tribunale pro-tempore 
che, se accadesse mai in avvenire, il che Iddio non 
voglia, che alcun procuratore generale stravolgendo l' or- 
dine, e rovesciando le gerarchie, usurpandosi un auto- 
rità a lui non conferita, e manomettendo i diritti dei 
suoi superiori, nei quali soli risiede la medesima ple- 
naria autorità, che suole avere a suo tempo il capitolo 
generale, e che costituiscono e formano il corpo intiero 
della religione, se, dissi, un tal procuratore tentasse di 
opporsi, e non eseguire le loro ordinazioni a norma di 
quanto stabilisce la legge canonica nel capo — Quamvis 
de Procuratoribus — lo potranno deporre ipso facto, ed 
altro deputare in suo luogo, che agisca come ministro, 
ed agente e non come superiore e padrone » ('). 

In questi anni gli eremiti coronesi andavano cre- 
scendo : e quelli che nel 1816 eran soltanto settanta- 
nove, nel 1818 arrivavano a novanta e nel 1828 salivano 



(1) Atti capit., 1824, e. 105 (adunanza dell' 8 maggio). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 467 

al bel numero di centocinquanta. Le vocazioni, dunque, 
non mancavano ; alcuni ritornavano all' ovile ed altri, 
come il monaco olivetano don Bernardo Galosi, entra- 
vano nell'istituto romualdino (^). Le famiglie eremitiche, 
fin dal 1826 eran già costituite anche negli eremi delle 
Grotte, di Montecònero, di Montegiove, di Torre del 
Greco e del Ss. Salvatore presso Napoli : due fratelli 
dimoravan nella grancia di san Savino presso Monte- 
corona e due altri nella grancia di Fughetta: il procura- 
tore con un converso risiedeva nell'ospizio di Roma (-). 
Gli eremi di Torino, di Busca e Gherasco nel Pie- 
monte eraii stati soppressi nel 1801: ora rimaneva aperto 
solamente quello di Lanzo. Nel 1827 il card. Mauro Gap- 
pellari, fece vivissime istanze ai superioi-i di Monteco- 
rona perchè inviassero colà il padre don Martino affin- 
chè vi riponesse l'osservanza e l'ordine. Nel giugno del 
1828 giungevano quindi all' eremo di Lanzo il padre don 
Martino e don Mauro, accompagnati dal converso fra 
Domenico, ricevuti con la più viva espansione di cuore. 
Ma poco appresso, per alcuni dissensi nati tra gli inviati 
coronesi e quegli eremiti, vedendo che a nulla giovava 
la loro opera, chiesero di venir esonerati della missione. 
Lo furono nel 1832 : ma prima di ripartirne, il padre 
don Martino moriva (7 gennaio 1883), e il padre don 
Mauro col professo don Tommaso e fratel Domenico, 



(1) Atti capitolari: Dieta del 1834, e. 1^23 v. : « Il r. p. D. Ber- 
nardo Galosi, monaco olivetano, avanzò a questo ven. definitorio 
supplichevole istanza per essere ricevuto fra noi in qualità di sa- 
cerdote oblato : considerate le morali prerogative di sì virtuoso 
soggetto quasi a tutti i pp. definitori ben cognito, ed in ricono- 
scenza di gratitudine di tanti benefizi a larga mano compartiti 
in ogni tempo alla nostra congregazione, gli fu a pieni voti am- 
messa r istanza colla facoltà al p. priore del s. eremo di Frascati, 
di vestirlo del nostro s. abito camaldolese ». 

(2) Gfr. Atti Capitolari: Dieta del 1826, e. 107 r. 



468 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

rientravano a Montecorona il 30 marzo 1833. E gli ere- 
miti Lanzesi nel 1835 venivan soppressi (*). Così dopo 
dugentotrent'anni avea termine l'opera iniziata dal ven. 
padre Alessandro Geva. 

Un capitolo generale di riordinamento fu quello 
celebrato nel 1844, dal 26 al 30 maggio, nell'eremo di 
Frascati, sotto la presidenza del card. Ostini, prefetto 
della S. Congregazione dei vescovi e regolari. Le deli- 
berazioni capitolari vennero approvate dalla medesima 
Congregazione il 18 giugno. Molte cose vi furono stabi- 
lite per il buon andamento dell' osservanza regolare e 
varie modificazioni furono introdotte specialmente per 
la elezione dei vocali (^), Tra le altre non sono da pas- 



ci) Cfr. Sommario, cit., p. 375, n. 582; p. 376. nota 1. — Furono 
soppressi con rescritto (4 ottobre 1835) della congregazione degli 
affari ecclesiastici straordinari, per il piccolo loro numero e per la 
difficoltà d' introdurvi un po' d'osservanza. Vi entrarono i passio- 
nisti e nel 1836 i missionari di s. Vincenzo de' Paoli. Agli eremiti 
soppressi fu assegnata una pensione in L. 900 al superiore, 600 
agli altri padri, 500 ai conversi e 200 agli oblati, con facoltà di 
entrare in altra religione o di ottenere licenza di restar nel secolo. 

(2) Ecco le principali deliberazioni di questo capitolo: — 1) Re- 
gistro delle lettere. Si continui il registro delle lettere dirette al 
venerabile tribunale ma con tutta circospezione perchè non sia 
lesa la carità potendo capitare a cognizione degli altri padri, che 
prò tempore occuperanno il venerabile tribunale. (Simile ingiunzione 
nei capitoli generali del 1704 e 1718 fu fatta al procuratore prò 
tempoi'e, cioè di registrare in un libro tutti i memoriali con i re- 
scritti delle sacre congregazioni dati alla nostra congregazione, 
acciò venendone il bisogno, possano facilmente trovarsi). — 2) Me- 
dicinali. Si proibisce allo speziale del sacro eremo di Monte Corona 
di vendere medicinali agli estranei dovendo quelli servire solo per 
la famiglia religiosa ; e nel disfarsi dei medicinali e delle droghe 
superflue già acquistate deve rimettersi alla prudenza del padre 
priore, che si atterrà alle istruzioni ricevute dal venerabile defini- 
torio e specialmente dall' Erfio presidente. — 3) Esercizi. Si stabi- 
lìsce che in ciascuno eremo si dia un corso di esercizi spirituali 
una volta l'anno per sette giorni, a ciò prevalendosi di un sacer- 
dote secolare o regolare, il quale abbia le qualità opportune al 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 469 

sar sotto silenzio quelle che riguardano la badìa di 
Montecorona. In essa, fino a questo tempo, benché con 
qualche breve interruzione, avea sempre dimorato una 



bene spirituale di ciascun eremita, come desidera 1' Emo card, pre- 
sidente. — 4:) Professione. Ogni novizio corista o converso all'atto 
della professione dovrà dichiarare di non poter pretendere dalla 
religione, se l' abbandonasse, verun compenso o pensione, né altro 
per qualunque titolo o pretesto. — 5) Infermi. Si esortano tutti i 
priori a non essere tanto facili a somministrare agl'infermi medi- 
cinali senza intesa del medico, qualora facilmente si possa con- 
sultare. — 6) Catechismo. Si esortano i priori ad ingiungere ai 
padri destinati ad insegnare la dottrina cristiana ai fratelli, che 
in tale occasione trattino anche dei doveri dello stato religioso e 
del modo di fare 1' orazione mentale. — 7) Postulanti. Non siano i 
superiori tanto facili a ricevere i laici ; e riguardo ai coristi non 
si ricevano se questi, oltre la lingua latina, non abbiano studiato 
un poco di umanità e di logica. — 8) Badia di Monte Corona. Co- 
noscendosi essere volontà del santo padre che si riapra l' inferme- 
ria nella badìa di Monte Corona, conforme stabiliscono le nostre 
costituzioni, e rilevandosene i vantaggi, si stabilisce che vi si 
ricoverino quelli della congregazione incapaci o per età troppo 
avanzata o per causa di malattia, di più sopportare 1' austerità 
dell' eremo. Affinchè poi questi religiosi abbia^io maggior comodo 
per r ufficiatura divina, il venerabile tribunale si accordi colla 
sacra congregazione dei vescovi e regolari, perchè procuri presso 
monsignor vescovo di Perugia, che sia resa la parte superiore 
della chiesa annessa alla detta badia, a norma dell'art. 1 del breve 
31 gennaio 1834 « In sublimi ». Ma per allontanare ogni possibile 
abuso che derivar potesse da questa riattivazione, si osserveranno 
alcune prescrizioni in gran parte desunte dal capitolo generale del 
1816 presieduto da mons. Cingari in qualità di visitatore aposto- 
lico. — 9) Elesione dei vocali. Si è stabilito: a) I sette vocali, che 
parteciperanno al capitolo generale, devono essere eletti da tutto 
il corpo della congregazione ; b) tre mesi avanti la convocazione 
del capitolo generale ciascun eremita sacerdote professo, che ha 
voce attiva, nominerà sette religiosi, che hanno voce attiva e pas- 
siva, per essere vocali al prossimo capitolo generale ; e) i detti 
sette nomi scritti su schedula segreta saranno inviati al venera- 
bile tribunale a Monte Corona ; d) pervenute che siano tutte le 
schedule chiuse e sigillate, in giorno determinato sarà convo- 
cato il capitolo conventuale dal padre maggiore e visitatori gene- 
rali, i quali come scrutatori, dovranno aprire le schedule in pre- 



470 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

famiglia, distinta da quella dell' eremo, ma eguale nel- 
r osservanza eremitica a quella degli altri luoghi, senza 
veruna dispensa dalle regolari austerità. Ma ora, forse 
in vista de' vari eremiti ammalati, che negli eremi non 
avrebbero potuto menar vita regolare e sarebbero stati 
d' inciampo agli altri, la badìa veniva destinata ad uso 
di infermeria per tutti i religiosi della congregazione. 
Chiunque ne avesse bisogno, poteva chiedere di dimo- 
rarvi; ma nessuno che fosse sano; e perciò l'osservanza 
veniva ridotta a seconda del luogo, dello stato e del 
numero degli eremiti, escluso sempre il mattutino di 
notte e il canto eremitico (*). 

Nel 1847, volendo il sommo pontefice Pio IX, dare 
un padre ai monaci nella badìa di Gasamari, e cono- 
scendo il valore e la singolare prudenza di governo di 
un eremita camaldolese, priore dell'eremo di Montecò- 



senza dei convocati, e noteranno in un foglio i nomi scrittivi, e 
pubblicando come eletti discreti, quelli che avranno riportata mag- 
gioranza di voti, benché non avessero superata la metà, e riter- 
ranno sotto sigillo naturale il nome degli elettori ; e) occorrendo 
parità di voti, sarà preferito il più anziano di, professione ; f) i 
detti Revmi padri scrutatori dovranno fare un' altra nota per or- 
dine di numero dei voti ottenuti in maggioranza dopo i sette pub- 
blicati, per supplire alcuno di questi o di qualche prelato che fosse 
assolutamente impedito a partecipare al capitolo per grave infer- 
mità o per altra causa, o che spontaneamente rinunziasse alla ele- 
zione per causa legittima da approvarsi però dal ven. tribunale. — 
IO) Il debito di Monte Corona si dovrà estinguere gradatamente e 
perciò sarà necessario di proporzionare il numero dei religiosi 
negli eremi alle rendite di ciascuno, richiamandosi alla esatta os- 
servanza le costituzioni apostoliche e specialmente del decreto della 
sacra congregazione del concilio, ^7 giugno 1025, della s. m. di 
Urbano Vili. Si stabilisce inoltre che i novizi coristi paghino 
un' annua dozzina non minore di scudi ^25 e gli oblati scudi 10, 
ch(^ depositeranno al loro ingresso in religione. Sommario, cit., 
p. 41)7, nota 2. 

(1) Sommario, cit., p. 401), n. 839. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 471 

nero, chiamato don Arcangelo, lo nominò commissario 
apostolico ad nutum di quell'abbazia, dandogli a com- 
pagno un altro eremita coronese, il padre Michelangelo 
Gallucci, con facoltà di eleggerlo cellerario o maestro dei 
novizi (*). Ma poi, per impedimento del padre don Arcan- 
gelo, sottentrò a Jui nella quahtà di commissario il Gai- 
lucci stesso, che entrò a Gasamari nel settembre del 1848 
e per ventisei anni governò quei monaci. La morte di 
lui, avvenuta il 24 febbraio 1873, fu pianta dai monaci 
e da tutto il popolo che suol accorrere alla badìa di 
Gasamari per soccorsi materiali e spirituali. Ogni suo 
atto, ogni pensiero, ogni respiro era stato per la sua ba- 
dìa. « La mole dell' edilizio in più maniere conservata e 
restaurata ; il monastero di san Domenico di Sora prov- 
veduto di altre sostanze, la chiesa recata a nuovo, mercè 
le sue fatiche e l' elargizioni che seppe derivare dalla 
pietà di re Ferdinando di Napoli, sino alla somma di 
3800 ducati in una volta. Fu sua industria ancora che 
r antico patrimonio della badìa tornasse in mano dei 
monaci, e la mente provvidentissima di Pio IX lo ebbe 
consolato coli' abolire per sempre la commenda, che 
quel patrimonio tratteneva in altre mani. Attese altresì 
ascrivere le costituzioni della badìa attemperandole 
in molte cose ai nuovi bisogni dei popoli... Quindi aprì 
nella badìa stessa scuole di filosofia e teologia per co- 
loro, i quali mostrassero per cotesti studi attitudine più 
certa. Uscendo poi fuori delle mura del monastero, curò 
i popoli circostanti in modo non più veduto per lo ad- 
dietro. Assiduo per lunghe ore al tribunale della peni- 
tenza, spezzava sovente la parola di Dio, più spesso 
attendeva ai fanciulli col catechismo e con avvertimenti 
acconci alla loro età e intelligenza. Dove poi avesse 



(1) Sommario, cit., p. 413, n. 845. 



472 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

risaputo trovarsi un infermo, un moribondo, correva 
tosto, non punto arrestato ne dall' intemperie, ne dalla 
lontananza, ne dall' ora notturna. Quando nel 1854 e 
1855 il colèra invase quelle campagne l'abate raddoppiò 
le forze per bastare a tutto e, non potendo bastare, 
chiamava il soccorso donde che sia. Questo soccorso 
invocava eziandio per beneficare i poveri che tuttogiorno 
vengono al monastero per elemosina. Non si potrebbe 
ridire quanto denaro abbia profuso l'abate Michelangelo 
Gallucci in tali larghezze. Spesso esauriva i granai, e 
nelle stagioni più penuriose si volgeva ancora alla ine- 
sauribile carità di Pio IX e ne otteneva aiuti sopra ogni 
speranza. Allora i provveduti sahvano anche a mille ogni 
dì. Noi coi nostri occhi — continua a dire lo storico 
della badìa — vedemmo in tempo di minor penuria, 
sino a trecento persone di ogni età soccorse quotidia- 
namente alla porta della badìa. Avresti veduto il padre 
abate rannuvolarsi subito e cadere in somma mestizia, 
quando avesse udito mancare ormai di che fare 1' ele- 
mosina consueta, tornare poi al sereno non appena 
venivangli alla mano aiuti nuovi per continuarsi nelle 
beneficenze » (^). 

I pontefici Gregorio XVI e Pio IX dimostrarono 
sempre nei loro lunghi e laboriosi pontificati somma 
benevolenza per gli eremiti di Montecorona. Innumere- 
voli sono le grazie benignamente da essi concedute, 
affinchè la pianta dell'istituto romualdino si ricuperasse 
dalle sofferte calamità e sorgesse nuovamente ad esem- 
pio ed ammonimento pei presenti e per gli avvenire. 
Per segno di particolare affetto soleva Gregorio XVI 
recarsi ogni anno presso i coronesi dell'eremo tusco- 



(1) L. i)K Prksiis, La Badia o Trajypa di Ccmamari, Roma. Tip. 
de Propaganda Fide, 1878, p. 1(53-164. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 473 

laiio (^) : ed il 14 ottobre del 1831 volle assidersi alla 
medesima refezioae degli eremiti, partecipando al fru- 
gale pasto della eremitica povertà C). Avendo poi il 
sommo pontefice fatto spedire anche al maggiore di 
Montecorona una circolare per invitarlo a concorrere 
con qualche elargizione o sovvenzione ai lavori di re- 
stauro della basilica di san Paolo, che era stata poco 
iiinanzi preda delle fiamme, il ven. tribunale, con lettera 
dell' 8 marzo 1840, diretta a tutti gli eremi, impose a 
ciascuno, secondo la propria possibilità, una contribu- 
zione da presentarsi dal procuratore generale al card, 
prefetto pei lavori della basilica ostiense. Ed il ponte- 
fice, per significare la sovrana sua riconoscenza, mandò 
in dono all'eremo di Frascati un semi-busto in bronzo, 



(l) Le visite annuali di Gregorio XVI sono ricordate in una 
iscrizione posta sul prospetto dell' appartamento apostolico dell' e- 
remo di Frascati. . 

HAS CELLVLAS 

GREGORII XVI P. O. M. 

PRAESENTIA NOBILITATAS 

EREMITANI CAMALDVLENSES 

EXORNARVNT 

SANCTITATI MAJESTATIQVE EJVS 

CONSECRARVNT 

ANNO MDCCGXXXII 

{"2) Questo fatto è rammentato nell' iscrizione della foresterìa : 

GREGORIO • XVI ' PONT. MAX. 

PARENTI • OPTIMO ' INDVLGENTISSIMO 

QVOD • HEIC 

PRIDIE • ID • OCT. M'DCCG'XXXI 

MAGNIFICENTISSIMVS ' HOSPBS 

CVM • ROMVALDI * PATRIS * ALVMNIS 

CONVIVATVS • EST 

EREMITANI ' CAMALDVLENSES 

INSIGNI * HONORIS . AMPLIFICATIONE * GVMVLATI 

AD • MEMORIAM 

AVSPICATI8SIMI * DIEI * PERENNANDAM 

POSVERVNT 



474 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

riproducente le sue sembianze, che gli eremiti colloca- 
rono nel 1841 nell' ampia sala della foresterìa, con una 
epigrafe che rammenta ai posteri, i familiari coUoquii, 
le visite annuali e i pasti frugali del pontefice (^). Di 
Gregorio XVI sono all'eremo tuscolano alcune vesti do- 
nate dall' avv. Filippo Statuti, che i religiosi disposero 
con beli' ordine in un ricco armadio della sagrestìa e 
tuttora custodiscono con filiale pietà verso il pontefice 
figlio di san Romualdo (^). 

Di Pio IX, rimase memoranda presso gh eremiti 
tuscolani la visita fatta a quest'eremo il 21 ottobre 1846. 
Concesse varie grazie in favore degli eremiti e della 
nobihssima famigha Borghese, considerata come fonda- 
trice del luogo, con rescritti firmati nell' eremo (^). 11 
26 ottobre il priore dell' eremo tuscolano ed il procu- 
ratore generale si portarono a ringraziare la somma 
benignità del pontefice, per 1' onore fatto alla eremitica 
famiglia, e n' ebbero la somma di cento scudi per re- 



(1) Ecco r iscrizione : 

GREGORIO XVI P. M. 
CAMALDVLENSES * E. FAM. TVSCVLAN. 

QUAM • IMAGINEM ^ * 

EX * EJVS • DONO • RETVLERE 

EANDEM 

TESTIMONIO • INSIGNIS ' HVMANITATIS 

QUA 

PRINCEPS • ET * PATER * BENEFICENTISSIMUS 

SEMEL • IN • ANNVM ' QVEMQUE 

SODALES • VETERBS 

FAMILIARI * ALLOQUIO ' MENSAEQUE ' HONORE * DIGNATVR 

IPSO • TRICLINIO • SVBLIMEM * EXTARB " CBNSVERE 

DEDICARVNTQ. A MDCCCXXXXI 

(2) Sono : un paio di pantofole ricamate in oro — una fascia 
di seta bianca — due cappelli rossi — una mantelletta di velluto 
rosso — un rocchetto — una tonaca di seta bianca : un calice ed 
un breviario (ediz. Salviucci). 

(3) Sommario, cit., p. 4l!2, nn. 842, 843, 844. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 475 

staurare il muro della clausura. La memoria di questa 
visita è consacrata in una iscrizione che si legge tuttora 
sull'appartamento apostolico dell'eremo tuscolano (*). 

Le visite di Gregorio XVI e di Pio JX all' eremo 
tuscolano si collegano a quelle di Paolo V, che aiutò 
generosamente il sorgere dell' eremo, ed a quelle di di- 
stinti personaggi, come il card. Carlo Rezzonico, che fu 
pontefice col nome di Clemente XIII, di Giacomo III re 
della gran Brettagna e del pontefice Benedetto XIV, i 
quali si recarono a conferire col dotto cardinale Dome- 
nico Passionei, che avea ottenuto dagli eremiti una 
porzione della loro clausura ad uso di modesta viUeg- 
giatura (^). 



(1) Eccola : 

PIVS IX PONTIFEX MAXIMUS 

PRINCEPS INDVLGENTISSIMVS 

XII KAL. NOV. AN. MDCCCXLVI 

HASCE AEDES NOBILITAVERIT PRAESENTIA AVGVSTA 

HEREMITARVM CAMALDVLENSIVM FAMILIA 

BENIGNITATIS MEMORANDAE ERGO. 

P. P. 

(2) Cfr. D. Pier Luigi Galletti, Memorie per servire alla storia 
della vita del card. Domenico Passionei, Roma, Stamperia di Gene- 
roso Salomoni, MDCCLXII, p. 172-174; G. Moroni, Dizionario di 
erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Tip. Emiliana, MDCCCXLIV, 
voi. XXVII, p. 226, e in questo voi. p. 325. — Il card. Passionei 
« fabbricò (nelP eremo di Frascati) alcune celle 1' una separata dal- 
l' altra su il gusto di quelle degli eremiti stessi, e le adornò pure 
di ottime stanze, riducendo poi tutto quel terreno, che gli avevano 
assegnato a deliziosa cultura di bosco e di belli viali, i quali tutti 
riempì di urne, di busti, di statue intere, e di una quantità di 
ceppi antichi greci e latini, collocando nell' esteriore de' muri vari 
bassirilievi, e le moltissime lastre di marmo contenenti iscrizioni 
cristiane e gentili, di maniera che questo nuovo genere di villa 
quanto ispirava ritiratezza e devozione, altrettanto somministrava 
pascolo di erudizione agli scelti uomini eh' ei seco vi conduceva». 
P. L. Galletti, op. cit., p. 172-173. - Benedetto XIV vi si recò 
nel 1741, da Castelgandolfo, ed in memoria di questa visita il Pas- 
sionei fece collocare nella facciata della principale cella l' iscrizione: 



476 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Invece di queste visite, che passarono in benedizione 
presso tutti gli animi dei religiosi, 1' eremo tuderte, nel 
luglio del 1849, riceveva la visita poco gradita dell' im- 
petuoso condottiere di volontari scapestrati, Giuseppe 
Garibaldi. Egli, reduce da poco dall'America, erasi fer- 
mato co' suoi, ril luglio, in un convento di cappuccini, 
distante un quarto di lega da Todi. Di qui prese ad 
esplorare i dintorni, facendo preda di cavalli, di viveri, 
di vestiari, di oggetti preziosi, di quanto insomma veni- 
vagli alle mani. Il 12, alcuni dei suoi, quasi esploratori, 
pervennero all' eremo di san Michele di Villa canonica, 
ripartendone ristorati alla meglio dagli eremiti. Il 13, 
giunti gli austriaci a Pontenuovo, in vicinanza di Deru- 
ta, il Garibaldi si ritirò verso Orvieto, lasciando però a 
Todi il colonnello Govoni, per esigere le gravi multe im- 
poste agli ecclesiastici ed ai possidenti non repubblicani, 
e per accogliere il restante de' soldati. Piombarono al- 
l'improvviso due furieri sull'eremo, dicendo che il Gari- 
baldi voleva in esso metter campo. Gli eremiti rimasero 
stupiti : ma dopo mezz' ora, la chiesa divenne stalla, le 
celle caserma, e tutto il sacro recinto platea d' iniquità, 
occupato da circa cinquemila uomini, compresevi alcune 
donne. I più fanatici s' avventaroiio contro i busti di 
Gregorio XVI e di Pio IX, riducendo il primo in mille 
frantumi e conficcando nel secondo delle frecce, accom- 
pagnate da parole da trivio. Gli uni andavan lasciviando 
dappertutto, e gli altri rapinando quel che potevan tro- 
vare, riempiendo di grida e di bestemmie il sacro luogo. 



BENEDICTO XIV ' P. O. M. 

QUOD PRAESENTIA SVA 

HV1V8 LOCI DESIDERIVM CVLTVM ET RELIOIONEM 

AVXERIT 

H. M. P. 

ANNO MDCCXLI * VII JD. OCTOB. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 477 

Un eremita secerdote, che terminava di celebrare la s. 
messa, ritornò in sagrestìa passando in mezzo a' soldati 
scomposti, e quando, accompagnato dal padre sagrestano 
volle andar a togliere dalla chiesa il Ss. Sacramento, gli 
fu chiusa immantinente la porta in faccia, col grido : 
Siamo cristiani anche noi e questa porta conviene che 
resti chiusa e Iddio stia là. Ma poscia, per mezzo di un 
ufficiale che gli chiese un chiodo ed una funicella per 
disporre la tenda alla moghe del Garibaldi, potè togliere 
il Ss. Sacramento dalla chiesa. Le celle furon occupate 
e devastate, e dopo aver ricercato e consumato tutti i 
viveri, fu dato mano a distruggere ogni cosa, rompendo 
persino la condottura dell'acqua. Ne questo bastò: mi- 
nacciavasi eziandio la vita a quei poveri romiti. Appena 
entrati i garibaldini, — così chiamiamo i seguaci del- 
l' avventuriere, appellati allora garibaldesi — ordinaron 
a fratel Giuseppe di allontanare i cani, che erano a ca- 
tena presso due cipressi, e mentr' egh, per secondarli, 
conducevali a mano, veniva seguito da un soldato con 
lo squadrone sguainato che minacciava di spiccargli il 
capo se li avesse sciolti. Per questo, divenuti i cani più 
feroci, il buon fratello si trovò esposto a maggior peri- 
colo di perdere la testa. Stando poi i soldati per partire, 
vollero scandagliare ogni buco per asportare tutti i vi- 
veri che eran nell'eremo, e trovati per caso alcuni pani 
in disparte, credendo che ciò fosse stato fatto a malizia 
dal fornaro fra Gabriele, un ufficiale lo condannò ad ar- 
dere nel forno ; e già due di essi si accingevano a gittarlo 
nel fuoco, quando 1' officiale si avvide che non avrebbe 
potuto continuare le sue ricerche anche nella stufa, a 
cagione dei cani, quivi provvidamente rinchiusi. Allora 
ordinò a' due sicari : Fermate per un poco, alfmchè que- 
sto frate scellerato, tenendo a freno i cani, possiamo ve- 
dere quanta malizia abbia commesso. Credendo fra Ga- 
briele disperata la sua sorte, lasciò i cani sciolti, uno 



478 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

de' quali avventatosi, ferì gravemente l' ufficiale : onde 
questi, scaricato nella bocca di esso un colpo di fuciie, 
si vide il cane afferrar con le zanne la canna e, torcendo 
da un lato la bocca, mandar a vuoto il colpo. Per tal 
fatto, poco mancò che a fra Gabriele fosse tolta la vita. 
Partiron finalmente i soldati ; ma dopo alcuni minuti 
giunse inattesa una seconda compagnia. Un colonnello 
dello stato maggiore, alcuni tenenti e soldati presero a 
fare i prepotenti. Posero due guardie alle celle e sotto 
gli occhi de' religiosi frugaron dappertutto: onde il padre 
don Alfonso avendo detto che tali ricerche non gli sem- 
bravan conformi alla volontà del generale, ebbe in risposta 
che il generale in allora erano i soldati. Quindi il me- 
desimo comandante, facendo la parte del tiranno, chiese 
la somma di cento scudi. Ma ricusando i religiosi, furon 
tutti disposti in fila di fronte ad un nucleo di soldati, 
che per suo ordine caricavano già i fucili. Diede poi 
un ultimo intimo di sborsare la somma, nel termine di 
quindici minuti, sotto pena della fucilazione; ed in tale 
posizione tenne i religiosi sinché non ebbe ottenuto 
r intento. Fatto perciò più ardito, prese a correre e a 
depredare, giungendo e mettere persino le mani sacil- 
leghe nel ciborio e sulla pisside, prendendo un velome- 
rale per coperta da cavallo e manomettendo le reliquie 
dei santi. Di ciò non contenti, condussero seco prigioni 
due padri, che a Prado consegnarono al sottocolonnello, 
il quale li fece guardare e dormire sotto un albero in 
mezzo a quella ciurmaglia di soldati. Alla seconda suc- 
cesse la terza compagnia, condotta dal colonnello For- 
bes. 11 padre don Placido ebbe appena un po' di cibo, 
per r intercessione del tenente Castellani di Orvieto, da 
lui conosciuto prima : il colonnello però non omise di 
sottoporre l' eremo ad un terzo saccheggio. Partito il 
Forbes, arrivò un drappello di cavalleria, comandato da 
un capitano oriundo di Parigi. Questi, rifiutando ciò che 



DEGÙ EREMITI DI MONTE CORONA 479 

gli veniva offerto, si die a correre furibondo per l'eremo 
e ordinò che tutta la roba, divenuta ormai bottino, fosse 
diretta al generale. I due prigionieri, che erano il padre 
sagrestano e fratel Alessandro, essendo nel campo del 
generale, chiesero di parlargli. Venne il Garibaldi, scese 
da cavallo, e alla domanda di rilasciarli liberi, rispose: 
Ebbene, partiranno. Risalì a cavallo e li lasciò : ma i 
prigioni dovettero partire colla milizia per Orvieto, as- 
sordati dalle grida di morte al papa, ai cardinali, preti 
e frati. Mille altre angherie e soprusi perpetrarono i ga- 
ribaldini a danno degli eremiti fino al 17 luglio. Il 18, 
poche ore dopo ]a partenza del Govoni, giunsero a Todi 
gli austriaci, ed in città non fu più veduto verun gari- 
baldino. 11 19 fecero ritorno i due prigioni e gli eremiti 
rientrarono nell' eremo, spogliato di tutto. Fino al giorno 
31 andaron a coro senza mantello, finche Montecorona 
li provvide del necessario. Ma per il saccheggio patito 
i superiori furon costretti a ridurre soltanto a tre indi- 
vidui la famiglia eremitica tuderte (^). 

Qualche anno prima i superiori di Montecorona 
avean dovuto rivolgere il pensiero anche all' eremo di 
Kalemberg presso Vienna. Essendosi manifestato nei 
signori viennesi il più vivo desiderio che si rimettesse 
in piedi quell'eremo, l'imperatrice d'Austria fece cono- 
scere al padre Dionisio, vicario del ven. tribunale nel- 
r eremo di Monteargentino e al padre priore don Mau- 
rizio, che si stimerebbe felice di poter avere i padri 
camaldolesi in Vienna: ne facessero domanda ed avrebbe 
fatto di tutto per riuscire nell' intento e dato quanto 
poteva per tale effetto. All'imperatrice si unì tosto l'ar- 



(1) Questa narrazione è riassunta sopra la relazione ms. di un 
eremita di quel tempo, presente al saccheggio, intitolata : La Camal- 
clola Tuderte al saccheggio. Cfr. Begistro del tribunale, voi. II, e. 244. 



480 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

civescovo di Vienna e il Nunzio apostolico. La dieta del 
1846 prese in considerazione la cosa: ma a causa dei 
rivolgimenti politici non sortì il suo effetto (^). 

Il 2 luglio 1850 si radunava a Montecorona il capi- 
tolo generale sotto la presidenza di mons. Girolamo dei 
marchesi d' Andrea, arcivescovo di Melitene e commis- 
sario pontificio straordinario dell'Umbria e della Sabina. 
Le maggiori deliberazioni riguardarono i postulanti e gli 
oblati, la badìa di Montecorona e la procura di Roma. 
Intorno al procuratore generale fu determinato che, per 
conservare lo spirito di solitudine nel proprio istituto, 
egli ponesse la sua residenza ordinaria nel sacro eremo 
di Frascati, donde potesse recarsi a Roma e tr attener- 
visi il tempo necessario pel disbrigo degli affari. 11 che 
venne poi confermato nei capitoH del 1884 e del 1888 (*). 

11 movimento dei religiosi, dopo le soppressioni na- 
poleoniche, era lasciato abbastanza libero. Nel Piemonte 
ebbero essi ogni favore dalla legge, fin dentro il codice 
di Carlo Alberto : in Toscana furono egualmente ripri- 
stinati gli ordini, non però senza aver riguardo per gli 
interessi di coloro che avean acquistato i beni indema- 
niati : nei ducati e nei paesi soggetti all'Austria, la Chiesa 
riebbe anche per gli ordini ampia libertà, come si rileva 
ancora dal concordato del 1855. In Napoli si dettero 
subito, dopo il ritorno dei Borboni, numerose autoriz- 
zazioni per la riapertura ed anche la fondazione di case 
religiose ; ma la sistemazione definitiva della questione 
non avvenne che nel concordato del 1818, nel quale fu 
stabilito che la restaurazione generale degli ordini do- 
vesse farsi gradatamente, in corrispondenza dei mezzi 
che si aveano per la loro dotazione, incominciando da 



(1) Atti Capii.: Dieta del 1846, e. 141. 

(2) Sommario, cit., p. 418, n. 8(30, nota 4. 



DEGLI EREMITI I)T MONTE CORONA 481 

quelli che si reputavano più utili al popolo, e lasciando, 
per non turbare troppi interessi, pubblici e privati, che 
i compratori dei beni delle case soppresse ne rimanes- 
sero, senza molestia, proprietari (^). 

Ma, dopo men che mezzo secolo, vennero essi ad 
incorrere in nuovo e più durabile travolgimento, per le 
novità politiche e giuridiche che maturarono colla rivo- 
luzionaria fondazione dello stato nazionale. La prima 
legge generale di soppressione è quella che fu promul- 
gata pel regno di Sardegna il 29 maggio 1855. Presen- 
tata al parlamento il 28 novembre 1854, dal Rattazzi e 
dal Cavour, ministro il primo per gli affari ecclesiastici 
e r altro per le finanze, fu discussa nella camera dei 
deputati dal 9 gennaio al 2 di marzo del 1855: in senato 
sorsero le maggiori difficoltà; ma accettate finalmente le 
proposte di una seconda commissione, fu di nuovo ap- 
provata dai deputati e poi sanzionata dal re. Qualunque 
ne siano state le ragioni, o di convinzione o di oppor- 
tunità, questa legge non ha la severità della successiva 
del 186(5. Non tutti gli ordini furon aboliti ; che alcuni 
si vollero conservare, come quelli che per proprio loro 
fine attendevano alla predicazione o alla educazione o 
alla assistenza degli infermi. Un decreto reale (29 mag- 
gio 1855) determinò e pubblicò 1' elenco delle case reli- 
giose, cui veniva tolta la esistenza giuridica. Ma, per 
questa legge, quando si prescinda dalla estinzione del- 
l' ente, privato di ogni capacità giuridica, tanto per i 
diritti che avea, quanto per acquistarne altri, in modo da 
non poter più avere alcun effetto civile le professioni 
dei voti che ancora vi si facessero ; la condizione per- 
sonale degli appartenenti ad esso non era mutata, e le 



(1) C. Galisse, Diritto Ecclesiastico, voi. 1 : Costitusione della 
chiesa, Firenze, 1902, p. 788-789. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 31 



482 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

sue comunità, sia pure provvisoriamente, finche cioè i 
loro membri vi convivessero, non cessarono di essere 
dalla legge riconosciute e in qualche modo garantite. 

Incominciata quella che fu chiamata, annessione, 
delle varie parti d' Italia allo stato nazionale, i governi 
provvisorii si affrettarono ad applicarvi anche la legge del 
1855: ma l'appUcazione non fu ne generale ne uniforme. 
Ne andaron esenti la Toscana, la Romagna, la Sicilia e 
la Lombardia, che non vennero allora a parte del re- 
gno; ma fu subito applicata nelle Marche, nell'Umbria, 
nelle provincie napoletane, aumentando anzi la severità 
della legge piemontese, perchè, mentre questa non col- 
piva di soppressione taluni ordini, i decreti per quelle 
regioni li sopprimevano tutti, eccettuando solfando po- 
che -case singolarmente designate ('); e mentre la prima 
permetteva la continuazione della vita comune a tutti 
gli appartenenti alle case soppresse, ciò ripeteva, con 
qualche speciale condizione, il decreto per le provincie 
napoletane (^), ma gli altri, per 1' Umbria e le Marche, 



(1) Il decreto per l'Umbria (11 dicembre 1680) non esenta dalla 
soppressione che quattro cose de' fateben efratelli e quattro degli' 
scolopi (art. 1). Quello per le Marche (3 gennaio 1861) ne esonera 
soltanto due case di suore di carità, ed una, rispettivamente, per 
i lazzaristi, gli scolopi, i fateben efratelli, i camaldolesi del Catria, 
in memoria del soggiorno che vi fece Dante. Tali disposizioni fu- 
rono mitigate dal regio decreto 17 febbraio 1861, che aggiunse alle 
sopraindicate, altre case da conservarsi, tre per le Marche e quat- 
tro per r Umbria. Per le provincie napoletane il decreto di sop- 
pressione ( 7 febbraio 1861 ) dichiarò esenti quelle case che da 
altro decreto sarebbero designate come benemerite per qualche 
pubblico interesse : il che venne fatto col r. decreto del 13 otto- 
bre 1861. Cfr. C. Calisse, op. cit. p. 829, nota 1. 

(2) « Chi vuol prevalersi delle facoltà di continuare a far vita 
comune, deve farne domanda individuale al dicastero degli affari 
ecclesiastici in Napoli » (art. 8). Il decreto del 13 ottobre 1861 vi 
aggiunse le due concessioni della legge del 1855, cioè il poter fare 
la questua e il non poter essere concentrati in un solo locale re- 
ligiosi di ordini diversi (art. 4, 5). 



DEGLI EREMITt DI MONTE CORONA 483 

ordinavano al contrario la uscita dai chiostri, tranne 
che per le donne, per i mendicanti e per i religiosi di 
un limitatissimo numero di conventi, per qualche ragione 
privilegiati (^). 

Un primo disegno di nuova legge fu presentato dal 
ministro PisanelU il 18 gennaio 1864, il qual giorno ri- 
mase poi come il termine ultimo della regolarità della 
professione religiosa per gli effetti civili. Un secondo 
progetto, avendo il primo sollevato discussioni e diffi- 
coltà, fu proposto il 12 novembre dai ministri Vacca e 
Sella ; ma la commissione parlamentare nominata per 
esaminarlo, oppose al progetto del ministero uno suo 
proprio, presentato il 7 febbraio 1865. Un terzo progetto, 
preparato dal governo, fu proposto alla camera dai mi- 
nistri Cortese e Sella il 13 dicembre 1865. La commis- 
sione parlamentare ne fece relazione il 16 aprile 1866, 
con alcune modificazioni: la camera approvò; ed il mi- 
nistero, valendosi della facoltà datagli da una legge 
speciale, pubblicò e mise in esecuzione, senza sottoporle 
al senato, le disposizioni così votate, le quali formarono 
la legge fondamentale sulle corporazioni religiose e sul- 
r asse ecclesiastico. La pubblicazione fu fatta il 7 lu- 
glio 1866 : la legge andò in vigore il 23 successivo, e 
con decreto del 28 luglio fu estesa alle Provincie del 
Veneto ('). 

Altre due leggi seguirono, ma ambedue in dipendenza 
da quella del 7 luglio 1866. La prima, del 29 luglio 1868, 



(1) Neir Umbria la convivenza fu acconsentita per i francescani 
di Assisi, i cassinesi di san Pietro in Perugia e le cappuccine in 
Città di Castello : nelle Marche, solo per i francescani di Ascoli e 
di Urbino (art. 5, 6). Per questi 1' un decreto e 1' altro ripetè le 
disposizioni che potessero fare atti comuni ed essere rappresentati 
dal proprio superiore (art. 12). 

(2) C. Calisse, op. cit., p. 830-831. 



484 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

ebbe in mira di mitigare alcune disposizioni della pre- 
cedente legge generale, che si riferiscono tutte alle con- 
seguenze patrimoniali della soppressione, le quali, messe 
in atto, non corrispondevano con la intenzione del legi- 
slatore, trovandosi in contrasto con altre sue disposi- 
zioni o risolvendosi in diniego di eguaglianza e di giu- 
stizia. La seconda, del 19 giugno 1873, estese alla città 
e provincia di Roma, con le altre leggi ecclesiastiche già 
esistenti nel regno, anche quella per la soppressione 
dehe corporazioni religiose. Se per gli enti secolari fu 
fatta qualche eccezione, avuto riguardo alla speciale 
condizione di Roma, e alcuni, altrove soppressi, qui si 
conservarono ; per i regolari non fu consentita alcuna 
deviazione dalla legge ordinaria, traendosi nella soppres- 
sione quanti avessero vita comune e carattere ecclesia- 
stico. Ai membri delle case soppresse fu conceduto 
qualche vantaggio, in confronto degli altri cui si era 
applicata la legge del 1866; ma non fu anche questo 
che di natura patrimoniale, né fu di molto rilievo, ridu- 
cendosi a varietà di somma nella pensione, aha possi- 
bilità di aver ricovero in qualche convento, quando si 
avessero condizioni gravi di età o di salute, ed alla 
provvisione pel mantenimento in Roma delle residenze 
generalizie di quegli ordini che viveano all'estero, affin- 
chè non fosse posto ostacolo alla libera corrispondenza 
tra il pontefice e i membri della Chiesa, qualunque 
siano e ovunque si trovino (^). 



(1) La provvisione per le case generalizie, fatta eccezione per 
quella dei gesuiti, fu di lire quattrocentomila che furon assegnate 
alla santa Sede, in aumento della dotazione già stabilita dalle leggi 
delle guarentigie. C. Calisse, op. cit., p. 837-839. — La legge del 
1873 fu approvata con centonovantasei voti favorevoli e centoqua- 
rantasei contrari, tra le pressioni e grida incomposte della piazza. 
Nella discussione generale « non furono risparmiati i più severi 
giudizii, le più grandi accuse ed anche, sia detto con onesta sin- 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 485 

Tali erano, dunque, le leggi che abrogavano la esi- 
stenza giuridica delle comunità religiose, andate in vi- 
gore in poco piti di quindici anni nell' Italia. Gli eremi 
della congregazione di Montecorona furon compresi con 
gli altri conventi, a mano a mano che le leggi si an- 
davano applicando nelle provincie dove sorgevano. Gol 
decreto per l'Umbria (11 dicembre 1860) furon colpiti 
dalla soppressione 1' eremo di Montecorona, la badìa e 
r eremo della canonica di Todi. Ed avendo il regio 
commissario Gioacchino Pepoli con altro decreto (15 di- 
cembre 1860) unito alla provincia delF Umbria e circon- 
dario di Perugia i comuni del mandamento di Gubbio, 
cadde sotto la legge di soppressione anche 1' eremo di 
san Gerolamo di Montecucco, presso Pascelupo. Un suc- 
cessivo decreto (21 aprile 1862) determinava le norme 
per le devoluzioni al demanio dei libri e degli oggetti 
di belle arti, appartenenti alle case religiose soppresse 
dell'Umbria. Ma un certo Filippetti, commissario dema- 
niale di Gubbio, erasi già recato nel febbraio del 1861 
all'eremo di Montecucco, e in due viaggi, con bestie da 
soma, avea asportato la libreria e l'archivio, concedendo 
ai religiosi ancora tre mesi di residenza in queir e- 
remo (^). La qual concessione fu promulgata, nel mese 



cerila, le più infondate calunnie, contro gli ordini monastici, di- 
menticandosene le benemerenze insigni, accampando, per avvalorar 
r asserzioni, la storia ecclesiastica e civile, il diritto canonico, 
senza usarne quasi mai rettamente, come potrebbe persuadersene 
chiunque, imparziale e sereno, si facesse a leggere le discussioni 
negli atti parlamentari di questi giorni, per tentar di provare che 
siccome in altri tempi V Italia era stata corsa e danneggiata dai 
goti, dai visigoti e dai vandali e poi da altri barbari e stranieri, 
così ora la minacciava V invasione dei clericali, contro la quale 
perciò dovea premunirsi » Pietro Vigo, Storia degli ultimi tren- 
r anni del secolo XIX, voi. I, Milano, Treves, 1908, p. 271. 
(1) Registro del tribunale, voi. II, e. 276. 



486 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

di novembre, per i sette religiosi allora dimoranti nel- 
r eremo e colla condizione — sine qua non — di non 
ospitarvi od ammettervene altri (^). Neil' eremo di Mon- 
tecònero presso Ancona presero stanza per undici giorni, 
nel settembre 1860, alcuni militi piemontesi, che stavano 
a guardia del telefono, e nel maggio del 1861, un de- 
creto ministeriale permise provvisoriamente ai quattor- 
dici eremiti di Montecònero di continuare a far vita 
comune nell'eremo (^). 

Tra lo scompiglio prodotto dall' applicazione, per 
mezzo di decreti, della legge del 1855, venne in aiuto 
della congregazione coronese il duca Tommaso Scolti 
Gallarati di Milano. Venuto questi a Roma nella pri- 
mavera del 1862, con la consorte e la madre di costei 
duchessa Sardi Melzi d' Eril, fu visitato dall'eremita don 
Emiliano Neri, che dimorava a Frascati, il quale gli 
espose le tristi condizioni de' suoi confratelli. Il duca 
commosso lo rianimò e lo licenziò con buona elemosina. 
Tornato poi a Milano, dopo sei mesi, in data deir8 di-^ 
cembre, scrisse al padre don EmiUano : « Oggi, giorno 
dell'Immacolata mi sento ispirato di offrirle ne' miei 
lenimenti un locale con oratorio per accogliervi cinque 
o sei religiosi dispersi. La sua visita mi fece impressione. 
Se crede di profittarne, venga, che sarà messa a sua 
disposizione ». Dietro consiglio di Pio IX, accettata 
r ofl'erta, fu inviato a Milano il medesimo padre visita- 
tore don Emiliano col padre procuratore generale don 
Miuirizio, i quali trovarono alla stazione la carrozza del 
duca, che li condusse al palazzo. Dopo alcuni giorni, il 
duca stesso portò seco i due religiosi a visitare i suoi 



(1) Registro del trihuuaìe, voi. JI, e. i^??. 

(2) Registro del tribunale, voi. Il, e. iM)-ii«i. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 487 

vasti possessi, ma non trovarono luogo acconcio. Visi- 
tando però la Certosa, faron indirizzati dal priore al 
monte san Genesio, nell' alta Brianza, dove un frate 
francescano avea fabbricato un oratorio con piccolo 
ospizio. La mattina seguente, il duca li condusse nella 
sua villa di Oreno, dieci chilometri da Monza, ed il 
giorno appresso, sul monte san Genesio. Giunto sulla 
cima, don Maurizio non potè trattenersi dall' esclamare: 
— Oh bene ! Oh bello ! Qui si potrà fare un secondo 
Montecorona. — Perfetta solitudine, clima mite, pano- 
rama incantevole, sufficienza di acqua. Questo bastò per 
far dire al duca : — Sarà vostro. — Il padre don Emi- 
liano si rivolse per consiglio sul modo di acquistare 
legalmente la proprietà del luogo, al padre Agostino 
dei marchesi Cornaggia, barnabita di Milano e celebre 
matematico, ed accordatosi con lui, procede, insieme 
col duca, alle necessarie trattazioni. Acquistato il fondo, 
fu subito" posto mano all' edilìzio, che potè ospitare ben 
presto la prima famiglia di cinque religiosi (1863). Nel 
1864 alla piccola proprietà si aggiunse un boschetto, 
che nel 1882 fu ricinto di muro. Il 13 luglio 1882 mons. 
Giuseppe Marinoni, rettore del seminario delle missioni 
estere in S. Calocero di Milano, pose la prima pietra 
della chiesa, compiuta nel corso di tre anni, e nel 1885, 
per la festa del patrocinio di S. Giuseppe, il padre mag- 
giore don Benedetto, assistito dai visitatori don Tiburzio 
e don Stefano, ne compì la solenne benedizione di rito. 
Nello stesso giorno fu inaugurata l' ufficiatura corale. 
Sorge r eremo di san Genesio, sull' altura del monte 
(m. 857 sul livello del mare), e si presenta tutto gaio e 
pulito nella giovinezza sua ed in quella naturale della 
Brianza. Bianca e modesta è la sua chiesuola : bianche 
le cellette e teneri gli abeti e i pini, che agli eremiti 
della novella generazione faranno selva, intrecciando le 
frangie delle loro fronde, e ricorderanno il nome del- 



488 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

l' insigne benefattore clie in tempi diificili aprì nn asilo 
a' servi di Dio (^). 

Qui, pertanto, e negli eremi di Montecònero, di Fra- 
scati e di Riia, acquistato nuovamente agli eremiti nel 
1863 per merito del padre visilatore don Emiliano Neri, 
eran ridotti i coronesi, malamente scacciati da Monte- 
corona e dagli altri luoghi. Ma i nuovi rivolgimenti po- 
litici e la nuova applicaziotie della legge di soppressione 
in tutta r Italia, disperse un' altra volta i religiosi e ne 
pose a fiero cimento la costanza. Invano il Pontefice 
Pio IX elevò nobile protesta : gli uomini parlamentari 
del tempo, inebbriati dalle false accuse e dalle più in- 
fondate calunnie contro gli ordini monastici, ne dimen- 
ticarono le benemerenze insigni. Triste cosa sarebbe 
narrare le sevizie usate dai commissari demaniali ai 
poveri eremiti, che spogliati di tutto, dovettero uscire 
dalle loro abitazioni per andare ramminghi in cerca d*un 
tozzo di pane che li sfamasse e d' un tetto ospitale che 
li difendesse dalle intemperie. Carità di patria non per- 
mette che solleviamo il velo di tanta crudeltà; ma i 
posteri, che leggeranno le relazioni di contemporanei, non 
sapranno o non vorranno credere alle ingiurie fatte sof- 
frire a' poveri inermi servi di Dio, rei soltanto di fedeltà 
alla loro vocazione. 

Passata la burrasca, i volonterosi si avviarono sulla 
strada lasciata aperta dalla legge. Nei primi momenti, 
lo sgomento non avea permesso di leggere attentamente 
nelle disposizioni del legislatore e di conoscerne con 
sicurezza il pensiero. E neppur le leggi a ciò si presta- 
vano, perchè il modo col quale si espressero, per voler 
essere forse troppo esatto e minuto, riuscì grandemente 
confuso (mI improprio. La impr()[)rietà del linguaggio e 



(1) Cfr. Sommario, cit., p. WO, n. iXH, notn i. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 489 

la confusione delle idee sono doti riconosciute alle leggi 
di soppressione. 

Tuttavia, tre sono i concetti sostanziali che preval- 
gono in tutte queste leggi: 1. Soppressione delle corpo- 
razioni religiose, in quanto erano corpi morali ricono- 
sciuti dalla legge civile — 2. Reintegrazione dei membri 
delle corporazioni soppresse nella pienezza della capacità 
civile e politica — 3. Alienazione dei beni delle corpo- 
razioni soppresse, con destinazione di una parte consi- 
derevole delle rendite a beneficio del culto (^). Perciò, 
per i membri delle corporazioni abolite è massima fon- 
damentale che, revocato ogni effetto giuridico della pro- 
fessione dei voti, essi riacquistino l' esercizio di quei 
diritti, civili e politici, che spettano a tutti i cittadini in 
conformità delle leggi, ed ai quali, entrando in religione 
essi aveano rinunziato (^). La revoca della efficacia giu- 
ridica, che prima aveva avuto la professione monastica, 
fu condizione necessaria per giungere alla soppressione 
degli enti, che di essa vivevano, e fu causa che i diritti 
individuali, da essa stessa compressi, tornassero aUa 
loro naturale esistenza. Lo scioglimento della vita rego- 
lare, mentre per coloro che la professavano non ha 
portato che mutamento di condizione, per le comunità, 
dov' essa veniva professata, ha portato al contrario, la 
fine della esistenza giuridica. Non per questo fu impe- 
dito r esercizio del diritto di associazione, che a tutti i 
cittadini viene garantito dagli attuali ordinamenti dello 



(1) Gfr. G. Sarf o, Codice del diritto pubblico ecclesiastico del 
regno d'Italia. Torino, Unione tip. editrice, voi. I, P. I, prefaz. 
p, XIII. 

(2) « I membri degli ordini, delle corporazioni e congregazioni 
religiose, conservatorii e ritiri godranno, dal giorno della pubbli- 
cazione della presente legge, del pieno esercizio di tutti i diritti 
civili e politici ». Legge del 7 luglio 1886, art. 2. 



490 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

stato. La libertà civile è il limite fino a cui ha questo 
potuto trarre la sua opera dissolvitrice per le corpora- 
zioni religiose. Il pubblico interesse, quale dallo stato 
fu interpretato e soddisfatto, non richiedeva di più : 
anzi, richiedeva che alla libertà individuale non si por- 
tasse alcun impedimento, perchè non contro le persone, 
ma contro gli enti, che le aveano in se chiuse, valevano 
le ragioni per cui furon fatte le leggi di soppressione. 
Per esse non fu portata limitazione al diritto delle per- 
sone. Ripetute dichiarazioni in parlamento e concordi 
decisioni di tribunali hanno in modo assoluto stabilito 
il principio che, cessata la vita corporativa, ai parteci- 
panti di questa rimane la libertà di associarsi, 
anche per fine religioso, secondo il diritto garantito 
a tutti i cittadini dallo statuto (art. 14), e per il clero 
in particolare, confermato dalla legge del 13 maggio 1871. 
Alla loro associazione si nega la personalità giuridica, 
con tutte le conseguenze che ne possono derivare ; in 
quanto al resto, essa è libera, anzi è protetta, nel modo 
che tutti sono protetti dalle leggi i diritti de' cittadini. 
E questo fu il mezzo per cui le comunità rehgiose ri- 
vissero sotto forma mutata (^). 

Alcuni eremiti camaldolesi di Montecorona eran ri- 
masti nel sacro eremo tuscolano, dove risiedeva legal- 
mente il padre maggiore ed il procuratore di tutta la con- 
gregazione, che avea vari membri nell' eremo di Bielany 
(Monteargentino) presso Cracovia, nella Polonia. Indi a 
poco a poco, con sovvenzioni di benefattori, riscattarono 
dal demanio, o da altri a cui erano pervenuti, i luoghi di 
Rua, delle Grotte, di Montecucco, della canonica di Todi, 
di Montegiove e di san Genesio. Più tardi poteron rico- 
vrarsi nuovamente nelP eremo di Garda, a santa Maria 



(1) C. Calisse, op. cit, p. 842-854. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 491 

degli Angeli presso Nola ed a san Salvatore di Napoli (^). 
Gli eremiti vennero sempre crescendo, mercè le voca- 
zioni che raccoglie 1' eremo polacco di Monteargentino : 
ed i pochi superstiti delle soppressioni ne hanno ormai 
generato un numero considerevole. I primi provvedimenti 
furon presi nella dieta celebrata nel maggio del 1876 
neir eremo di Frascati, sotto la presidenza del card. 
Francesco Martinelh. La residenza generalizia, per la 
perdita di Montecorona, venne posta nell'eremo di Fra- 
scati, dove si adunarono dal 1880 in poi, e si adunano 
tuttora, ogni quattro anni i capitoli generali e le diete f ). 
Di qui, pertanto, come prima del 1861, da Montecorona, 
parte la parola di vita per la congregazione eremitica 
coronese, seminata ancora nell'Italia e nella Polonia. 

Per salvare dalla soppressione Montecorona, nella 
primavera del 1861, dietro consiglio autorevole, si reca- 
rono a Torino il padre visitatore don Emihano Neri e 



(1) Per le diverse vicende di questa ultima restaurazione, ri- 
mandiamo al Sommario, cit., p. 448-517, dove sono raccolti tutti i 
documenti relativi, corredati di opportune e chiare note storiche 
intorno a' vari eremi riaperti alla vita eremitica. 

(2) Atti capit., 1876 ; cfr. Sommario, cit., p. 455 segg., nn. 937, 
938, 939. Sotto gli ultimi superiori generali (1904-1908) per cura 
del P. visitatore gen. don Pier Damiano, sono stati pubblicati 
quasi tutti i libri liturgici, il Supplementum ad Brev. Monastic. 
(Mechliniae, H. Dessain. 1906), il Psalterium (Mechliniae, H. Des- 
sain, MCMVIl), il Liber Psalmorum (Mechliniae, Dessain, 1907), il 
Rituale Eremitarum Camaldulensium (Mechliniae, H. Dessain, 1907), 
Methodus, in receptione tìovitiorum ac in admissione ad professionem 
servanda (Mechliniae, H. Dessain, 1908), i Monita ac normae ad 
mensam etc. (Mechliniae, H. Dessain, 1907), il Regolamento giorna- 
liero pei iVot;i2rJ (Frascati, 1906), le Preghiere comuni (Malines, H. Des- 
sain, 1907), Il Mese di Maggio (Malines, H. Dessain, 1907), il Bi- 
rettorio pratico per uso dei fratelli conversi ed oblati (Frascati, 
1908), i Camaldoli ed i Camaldolesi (Roma, 1905) e la Raccolta delle 
Costituì. Ponti f. e dei Decr. Capit. riguard. la comune osservanza 
( Roma, 1908 ), ecc. Cfr. Rivista Storica Beìiedettina, III, 1908, 
X-XI, 448-449. 



492 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

il padre procuratore generale don Maurizio, col man- 
dato di tentare e di agire presso la cassa ecclesiastica 
ed il conte Camillo di Cavour, capo del gabinetto. Eb- 
bero dapprima lusinghiere, ma vane promesse. Final- 
mente il 1 giugno, si presentarono al conte di Cavour, 
che li accolse con un sorriso sardonico e li accarezzò, 
mostrandosi però inflessibile ad ogni loro preghiera : 

— che neir Umbria i religiosi erano troppi e non vole- 
vano camminare col secolo. — Afflitti e quasi disperati 
i due padri a tale risposta, tentarono un ultimo assalto 
all' amor proprio del primo ministro, e don Emiliano 

— che si era premunito di una copia dell' elogio che lo 
storico Carlo Botta fa di Napoleone Bonaparte per aver 
lasciato in pace i solitari di Montecorona, viventi in 
pace con Dio e con gli uomini, tra l'orazione, il lavoro 
e lo studio, — prese la parola, e disse : — Eccellenza, 
non ci lasci partire desolati ! Si acquisti una pagina di 
gloria perpetua nella storia de' nostri tempi, imitando 
Napoleone ... — Ed egh : — In che modo ? Che fece 
Napoleone ?.. — Preservò, soggiunse il padre, il sacro 
eremo di Montecorona dalla soppressione generale del 
1810, ed il Botta, al hbro XXIV^ della sua Storia d'I- 
talia, ne fa un magnifico elogio. — Ma davvero? replicò 
il conte. — Eh ! vuole che veniamo a ricordarle, seguì 
a dire don Emiliano, cose false od esagerate? Dia glo- 
ria a Dio: abbia pietà di tanti poveri vecchi ed infermi 
che vivono lassù da molti anni, e l' assicuriamo che 
pregheranno anche per vostra Eccellenza, — ma non 
per l'Italia, interruppe il conte. — E perchè no? riprese 
don Emiliano. Vede, il mio compagno è stato in collegio 
col general Durando, e militare sono stato anch'io... non 
sarebbe una crudeltà toglierci dalla vita, cui ci siamo 
consacrati, e farci morire innanzi tempo ? . . . Ecco, se 
piacesse a V. E. conoscere la pagina del Botta . . e in 
così dire trasse un foglio dal petto e lo depose nelle 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 493 

mani del conte, il quale lo prese e lesse : « siede il 
convento [di Montecorona] sulla sommità d'un monte, 
ha air intorno folta foresta, dista da Perugia a quattor- 
dici miglia : deserti una volta, campi fioriti adesso per 
opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli 
aspri monti 1' abete, fecerne selva vastissima, magnifici 
fusti per le piti grosse navi. È il convento stimolo a 
virtù, fonte di proventi, ricovero d' uomini fastiditi del 
mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento di soc- 
corsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano 
i regni, odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, 
ammazzavansi le generazioni: Montecorona quieto, dolce, 
umano, e benefico perseverava; e se la caduta del papa 
pose in forse la conservazione di lui, molto è da deplo- 
rarsi, che r ambizione dei tempi sia arrivata a turbare 
quelle sante sohtudini. Bene meritò degli uomini infe- 
lici, e piti la romana consulta, a ciò muovendola Janet, 
coir aver addomandato la conservazione di quel pietoso 
secesso» (^). Bene, conchiuse il conte, quand'è così, state 
tranquilli; e con queste parole, sorridendo, li congedò 

Usciti i due padri dall' udienza verso le ore 10 anti- 
meridiane, telegrafarono a Montecorona le parole del 
conte : — state tranquilli. — Ma non era ancora 1' ave- 
maria che giunse per risposta: — Ricevuta intimazione 
di abbandonare la nostra cara solitudine, immediata- 
mente, senza eccezione e misericordia. — Costernati, 
ricorsero nuovamente al conte di Cavour per diman- 
dargli se quella era la maniera di stare tranquilli : ma 
il conte pranzava : non diede udienza. La mattina se- 
guente furono al ministero ; ma dopo lungo aspettare, 
giunse un messo dicendo che il conte era indisposto e 



(1) Carlo Botta, Storia d'Italia, tom. IV, lib. XXIV, Italia, 
MDCCCXXIV, p. 335. 



494 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

non veniva. Si rivolsero allora al ministro deirintcrno, 
Marco Minghetti, il quale, con sussiego da proconsole, 
rispose di non poter far nulla contro il decreto del Pe- 
poli, ma che gli avrebbe scritto di conceder tempo e 
moderare con umanità V espulsione dei religiosi. 

Dopo questo risultato non restava ai due padri che 
ritornarsene avviliti e mortificati. Udirono intanto correr 
voce che il conte di Cavour era caduto gravemente in- 
fermo, che non ci sarebbe più speranza., ed infine, che 
stava per morire, che era morto nella notte dal 5 al 6 
giugno, mentre appunto i due eremiti stavano alla sta- 
zione in sul partire per Montecorona (^). 

Tre giorni dopo il loro arrivo, il procuratore gene- 
rale don Maurizio partiva da Montecorona per Roma, 
ed il 16 giugno un certo Nobili, delegato del prefetto 
perugino, marchese Filippo Gualterio, accompagnato da 
un tal Tommasini, rappresentante la cassa ecclesiastica, 
si presentò al sacro eremo ed intimò ai sessanta eremiti 
camaldolesi di Montecorona, di lasciar per sempre quel 
luogo; donde, perciò, immediatamente partirono il padre 
maggiore, don Arcangelo De Martino ed il padre visita- 
tore don Emiliano Neri. 

Cionondimeno l'ordine camaldolese di Montecorona 
ha sempre legittima esistenza : la sua vita è approvata, 
elogiata, posta in esempio: tutto continua come se nulla 
avesse turbato la pace e solitudine de' suoi eremi. 



(1) Questa narrazione è testualmente ricavata da una relazione 
scritta dai medesimi eremiti che si presentarono al conte di Cavour, 
e si trova nel ms. intitolato : Memoì'ie storiche degli eremi di Una 
e del s. Genesio di Briansa dal 1858 al 1888. 



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APPENDICE I 



Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 32 



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APPENDICE II 



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SERIE CRONOLOGICA DEI PADRI MAGGIORI 

E DEI PADRI VISITATORI GENERALI 

DELLA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

DI MONTE CORONA (*) 



1 1524 Beato Paolo Giustiniani, partito dal S. Eremo di 

Gamaldoli il 15 settembre 1520; nel 1524 a' 15 
gennaio raccoglie il primo capitolo della Società 
di san Romualdo e n' è eletto maggiore. 
Visita- ^' ^' Agostino da Bassano. 
tori 2. D. Girolamo da Sessa. 

2 1524 (20 Luglio) B. Paolo Giustiniani (2.- volta). 

1. D. Nicola. 
^'^- 2. D. Girolamo da Sessa (2.- volta). 

3 1525 B. Paolo Giustiniani (3.- volta). 

1. D. Agostino da Bassano (2.^^ volta). 
**' 2. D. Giustiniano da Bergamo. 

4 1526 U. Agostino da Bassano. 

1. B. Paolo Giustiniani. 
^'^- 2. D. Zacaria da Sicilia. 

5 1527 f B. Paolo Giustiniani (4.^ volta) ; muore sul So- 

ratte il 28 giugno 1528. 

1. D. Daniele da Venezia. 
^^^- 2. D. Pietro da Fano. 

6 1528 D. Daniele da Venezia. 



(*) Il padre maggiore co' visitatori costituisce il ven. Tribunale : 
i padri preceduti da una croce sono morti durante 1' ufficio. 



504 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

7 1520 D. Agostino da Bassano (2.^ volta) ; morto in Pu- 

glia, gli fu sostituito : D. (Tiiistiniano da Bergamo. 

1. fi). Daniele da Venezia (2.* volta;. 

2. f D. Tommaso da Firenze. 

Vis. Questi morti nella Puglia ; furono 

eletti: D. Girolamo da Sessa (3.* 
volta) e D. Filippo d'Ancona. 

8 1530 D. (ìiiistiniano da Bergamo (2.'* volta). 

1. D. Francesco da Gradara. 
^**' 2. D. Elia da Bergamo. 

9 1531 D. Girolamo da Sessa. 

1. D. Paolo da Perugia. 

2. D. Francesco da Gradara (2.* volta) ; 
Vis. uscito di Congregazione, gli fu 

sostituito : D. Pietro da Fano 
(2.- volta). 
10 1532 D. Pietro da Fano. 

1. D. Giustiniano da Bergamo 
^'^- 2. D. Ilarione da Milano. 
11-14 1533-1536. . . 

15 1537 D. triustiuiaiio da Bergamo (3.* volta). 

1. D. Luca da Iesi. 
^^- 2. D. Paolo da Perugia (3.^^ volta). 

16 1538 D. Girolamo da Sessa (2.« volta). 

1. D. Ilarione da Milano. 
^^' 2. D. Filippo d'Ancona (2.« volta). 

17 1539 D. Girolamo da Sessa (3.« volta). 

Fatta nel 1540 1' unione con Gamaldoli ; fu rico- 
nosciuto quel maggiore D. Gregorio da Bergamo. 
1. D. Antonio da Iesi 
^^' 2. D. Paolo da Perugia (4.-^ volta). 

18 1540 D. Giovanni Battista da Padova, Er. Toscano. 

19 1541 D. Parisio da Treviso, Er. Toscano ; (sul principio 

del 1542 si scioglie 1' unione). 

20 1542 D. Ginstlniano da Bergamo (4.« volta). 

1. D. Filippo d'Ancona (3.« volUi). 
^**' 2. D. Giovanni Battista da Cremona. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 505 

21 1543 D. (Girolamo da Sessa (4.* volta). 

1. D. Filippo d'Ancona (4.* volta). 
Vis. 2 j) p^^j^ ^^ Perugia (5.^ volta). 

^-à 1544 D. (liustiniaiio da Bergamo (5.^ volta). 
i23-34 1546-1556 [Mancano gli atti capitolari]. 

35 1557 D. Ridolfo da Verona. 

1. D. Gregorio Tedesco. 
^^^' 2. D. Cherubino dalle Fratte. 

36 1558 D. (jiiistiiiiano da Bergamo (6.* volta). 

1. D. Alberto da Firenze. 
^^^' 2. D. Ippolito da Padova. 

37 1559 D. Innocenzo da Bergamo. 

1. D. Apollonio da Brescia. 
^*^- 2. D. Celestino da Fano. 

38 1560 D. Innocenzo da Bergamo (2.^ volta). 

1. D. Benedetto da Gubbio. 
^^^' 2. D. Ippolito da Padova. 

39 1561 D. Innocenzo da Bergamo (3.^ volta). 

1. D. Eugenio d'Ancona. 

^'^' ± D. Benedetto da Gubbio. 

4^) 1562 D. Eugenio d'Ancona. 

1. D. Gregorio Tedesco (2.* volta). 

2. D. Benedetto da Gubbio (3.'^ volta) ; 

sostituto da D. Cherubino dalle 
Fratte (2.^ volta). 

41 1563 t 1). (liustiniano da Bergamo (7.^ volta) ; e questi 

morto il 14 agosto, gli fu sostituito : D. Ridolfo 
da Verona (2.* volta). 

1. D. Cherubino (3.« volta). 
ts. 2 Y) Vincenzo da Perugia. 

42 1564 D. Ridolfo da Verona. (3- volta) 

1. D. Ercolano da Perugia. 
^^^' 2. D. Basilio da Rieti. 

43 1565 D. Ridolfo da Verona (4.« volta). 

1. D. Ercolano sudd. (2.* volta). 
^**' 2. D. Basilio da Rieti. 

44 1566 D. Eugenio d'Ancona (2.^ volta). 



506 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1. D. Cherubino dalla Fratte (4/ volta). 
^**- 2. D. Celestino da Fano {±^ volta). 
45 1566 D. Ridolfo da Verona (5.- volta). 

1. D. Celestino da Fano (3.« volta). 
^' 2. D. Sebastiano da Milano. 
m 1568 D. Ridolfo da Verona (6.« volta). 

1. D. Ercolano da Perugia (3.* volta). 
^**' 2. D. Ilarione d'Ascoli. 

47 1569 D. Ridolfo da Verona (7.« volta). 

1. D. Sebastiano da Milano (2.» volta). 
^' 2. D. Liberato d'Ancona. 

48 1570 D. Filippo d'Ancona. 

1. D. Liberato d'Ancona (2.^ volta). 
^^' ± D. Sebastiano da Milano (3.« volta). 

49 1571 D. Filippo d'Ancona (2.- volta). 

1. D. Ercolano da Perugia (4.« volta). 
^* 2. D. Giustiniano da Reggio Emilia. 

50 1572 D. Ridolfo da Verona (8.« volta). 

1. D. Liberato d'Ancona (3.=^ volta). 
^^- 2. D. Basilio da Rieti. 

51 1573 D. Ridolfo da Verona (9.- volta). 

1. D. Giustiniano da Reggio Emilia. 
^*^' ± D. Ilarione d'Ascoli (2.^ volta). 
m 1574 D. Celestino da Fano. 

1. D. Sebastiano da Milano (4.» volta). 

2. f D. Paolo da Staffolo: al quale, morto 
fra l'anno, fu sostituito D. Libe- 

rato d'Ancona (2.* volta). 

53 1575 D. Ridolfo da Verona (10.« volta). 

1. D. Giustiniano da Reggio (3.* volta). 
^^- 2. D. Liberato d'Ancona (3.* volta). 

54 1576 D. Lucii Hi spano. 

1. D. Ercolano da Perugia (5." volta). 
^^- 2. D. Ilarione d'Ascoli (3.* volta). 

55 1577 D. Luca Hispano (2.« volta). 

l. D. Liberato d'Ancona (4." volta). 
^^' 2. D. Basilio da Rieti (2.- volta). 



07 
Vis. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 507 

56 1578 D. Luca Hispano (3.- volta). 

1. D. Ercolano da Perugia (6.* volta). 
^*^' 2. D. Clemente da Fano 

57 1579 D. Sebastiano da Milano. 

1. D. Liberato d'Ancona (5.^ volta). 
^**' ± D. llarione d'Ascoli (4.- volta). 

58 1580 D. Luca Hispano (4.^ volta), 

1. D. Ercolano da Perugia (7.^ volta). 
^^' 2. D. Benedetto da Genova. 

59 1581 D. Mauro da Perugia. 

1. D. Sebastiano da Milano (5.* volta). 
^*^* 2. D. Calisto da Cordano. 

60 1582 D. Mauro da Perugia (2.« volta). 

1. D. Liberato d'Ancona (6.* volta). 
^*'''' 2. D. Simeone da Capua. 

61 1583 D. Mauro de Venezia (3.« volta). 

1. D. Ercolano da Perugia (8.^ volta). 

2. D. Bernardo da Belcastro in Regno. 
m 1584 D. Luca Hispano (5.'^ volta). 

1. D. Liberato d'Ancona (7.* voUa) 
^^^- ± D. Girolamo dalla Pieve (Perugia). 

63 1585 D. Basilio da Rieti. 

1. D. Sebastiano da Milano (6.» volta). 
^*^*. ± D. Clemente da Fano (±^ volta). 

64 1586 D. Basino da Rieti (2.- volta). 

1. D. Benedetto da Genova. 

2. D. Remigio da Stronga in Regno. 

65 1587 D. Liberato d'Ancona. 

1 . D. Calisto (2.- volta). 

2. D. Barnaba da Canziano. 

66 1588 D. Luca Hispano (6.^ volta). 

1. D. Girolamo (2.=^ volta). 
^^^- 2. D. Clemente da Fano (3.- volta). 
•67 1589 D. Luca Hispano (7.- volta). 

1. D. Sebastiano da Milano (7.* volta). 
^*^- 2. D. Pietro da Fano. 
68 1590 D. Luca Hispano (8.- volta). 



508 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1. D. Girolamo (3.* volta). 
^^' ± D. Clemente da Fano (4.« volta). 

69 1591 D. Manro da Perugia (4.* volta). 

1. D. Sebastiano da Milano (8.* volta). 
^^- ± D. Romualdo da Città di Castello. 

70 1592 D. Mauro da Perugia (5.^ volta). 

1. D. Giovanni Battista da Perugia. 
^*^- 2. D. Barnaba (2.- volta). 

71 1593 D. Basilio da Rieti (3.« volta). 

1. D. Sebastiano da Milano (2.* volta). 
^^^' 2. D. Salvatore da Sirolo. 
n 1594 D. Basilio da Rieti (4.- volta). 

1. D. Egidio da Granata. 
^' 2. D. Apollonio d'Alessandria. 

73 1595 D. Basilio da Rieti (5.- volta). 

1. D. Sebastiano da Milano (10.* volta). 
^^- 2. D. Barnaba (3.- volta). 

74 1596 D. Mauro da Perugia (6.^ volta). 

1. D. Salvatore (2.* volta). 
*** 2. D. Matteo da Marigliano in Regno. 

75 1597 D. Mauro da Perugia (7.* volta). 

1. D. Angelico da Prato. 
^**' 2. D. Pietro (2.- volta). 

76 1598 D. Mauro da Perugia (8.* volta). 

1. D. Ridolfo da Perugia. 
^^' 2. D. Matteo (2.* volta). 

77 1599 D. Angelico da Prato. 

1. D. Mauro da Perugia. 

2. D. Ambrogio Spagnolo. 

78 1600 D. Girolamo da Perugia. 

1. D. Salvatore (3.« volta). 
^^- 2. D. Pietro (3.« volta). 

79 1601 D. Angelico da Prato (2.* volta). 

1. D. Romualdo (2.« volta). 
^*** 2. D. Matteo (3.* volta). 

80 1602 D. Angelico da Prato (3.- volta). 

1. D. Simeone (2.* volta). 
^*** 2. D. Luca da Padova. 



DEGLI EREMITI DI MOx\TE CORONA 509 

81 1603 D. Ridolfo da Perugia. 

1. D. Salvatore (4.* volta). 
% D. Pietro da Fano (4.^ volta) ; fatto 
^^^' proc. gen. il 12 febbraio 1604, gli 

fu sostituito : D. Agostino. 

82 1604 D. Ridolfo da Perugia (2.« volta). 

1. t D. Romualdo (3.^ volta); morto alle 

Grotte il 12 nov. 1604, gli fu so- 
^^' stituito ai 22 nov.: D. Salvatore. 

2. I). Giovanni da Venezia. 

83 1605 D. Ridolfo da Perugia (3.- volta). 

1. D. Basilio da Rieti. 
^^^- 2. D. Vito da Venezia. 

84 1606 D. Mauro da Perugia (9.- volta). 

1. D. Simeone (3.^ volta). 
^^- 2. D. Luca da Padova (2.- volta). 

85 1607 t D. Angelico da Prato (4.^ volta) ; morto pochi 

giorni dopo, gli fu sostituito il 26 dee. : D. Bar- 
naba, Vis. l.« 

1. D. Barnaba (4.^ volta); eletto mag- 

giore dopo la morte del P. Ange- 

Vis. lieo, gli fu sostituito nella carica 

di Vis. l.« D. Alberto da Padova. 

2. D. Antonio da Fabriano. 

86 1608 D. Barnaba da Canziano. 

1. D. Giovanni da Venezia (2.* volta). 
^**- 2. D. Luca da Avella. 

87 1609 D. Salvatore da Sirolo. 

1. D. Giovanni Battista da Prato. 
^^^' 2. D. Ambrogio (2.^ volta). 

88 1610 D. Salvatore da Sirolo (2. volta). 

1. D. Giovanni da Venezia (3.=^ volta). 
^*^- 2. D. Egidio da Lilla di Fiandra. 

89 1611 D. Giovanni Battista da Prato. 

1. D. Luca da Padova (3.^ volta). 
^^^' 2. D. Cornelio da Piperno. 

90 1612 D. Giovanni Battista da Prato (2.« volta). 



510 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1. D. Alberto da Padova. 
^' 2. D. Arcangelo da Napoli. 

91 1613 D. tfiovaniii Battista da Prato (3.« volta). 

1. D. Alberto (2.« volta). 
^^- 2. D. Arcangelo (2.« volta). 

92 1614 D. Alberto da Padova. 

1. D. Egidio (±^ volta). 
^*^' 2. D. Severo da Napoli. 

93 1615 D. Alberto da Padova (2.« volta). 

Yis, 1. D. Alessio da Venezia. 

94 1616 D. Salvatore da Sirolo (2.- volta). 

1. D. Tobia da Siracusa. 
^^' 2. D. Pio da Perugia. 

95 1617 D. Salvatore da Sirolo (3.« volta). 

1. D. Tobia (2.« volta). 
^^- 2. D. Pio (2.« volta). 

96 1618 D. Salvatore da Sirolo (4.- volta). 

1. D. Tobia (3.« volta). 
^''^' 2. D. Pio (3.^ volta). 

97 1619 1). Alberto da Padova (3.« volta). 

1. D. Urbano da Napoli. 
^'^' 2. D. Giacinto da Todi. 

98 1620 D. Eusebio da Diruta. 

1. D. Egidio di Fiandra (3.* volta). 
^^' 2. D. Cerbonio da Massa Marittima. 

99 1621 D. Giovanni Battista da Prato (4.=* volta). 

1. D. Eusebio da Diruta. 

2. D. Francesco da Venezia (zio del H. 

Gregorio Barbarigo. 

100 1622 D. Giovanni Battista da Prato (5.» volta). 

1. D. Eusebio (2.'» volta). 
^**- 2. D. Francesco (2.» volta). 

101 1623 D. Giovanni Battista da Prato (6.»' volta). 

1. D. Andrea da Monte Peluso del Regno. 

VÙ! 

2. D. Liberato da Perugia. ^ 

102 1624 D. Zenobio da Tatanzaro. 

1. D. Mauro da Fano. 
^**- 2. 1). Cerbonio (2.- volta). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 511 

103 1625 D. Alberto da Padova (4.- volta). 

1. D. Egidio di Fiandra (4/ volta). 
^*^- ± D. Valerio da Massa. 

104 1626 D. Alberto da Padova (5.- volta). 

1. D. Pio da Perugia (4.^ volta). 
^*'''- 2. D. Agostino da Napoli. 

105 1627 D^ Alberto da Padova (6.- volta). 

1. D. Pio (5.^ volta). 
^^^- 2. D. Agostino (2.- volta). 

106 1628 D. Alberto da Padova (7.^ volta). 

1. D. Cornelio (3.- volta). 

2. D. Barnaba da Canziano (2.* volta). 

107 1629 D. Urbano de Divitiis da Napoli. 

1. D. Eusebio da Diruta (3.^ volta). 
^^^' 2. D. Mauro da Fano (2.^ volta). 

108 1630 f D. Salvatore da Sirolo (5.^ volta) ; morto a Monte 

Corona il 29 gen. 1632, gli fu sostituito il P. D. 
Giovanni Battista (7.* volta), Ano al nuovo capitolo. 
[Mancano i visitatori]. 

109 1(>32 D. Urbano de Divitiis da Napoli (2.« volta). 

1. D. Basilio da Vicenza. 
^'^' 2. D. Antonio Maria. 
HO 1633 D. Urbano de Divitiis da Napoli (3.'^ volta). 
1. D. Faustino da Brescia. 
^**- 2. D. Matteo da Cracovia. 
HI 1634 D. Urbano de Divitiis da Napoli (4.« volta). Fatta 
l'unione con Camaldoli, dove era maggiore Se- 
rafino da Pesaro, rimase maggiore D. Urbano. 

1. D. Pio da Perugia (6.'' volta). 

2. D. Mosè da Vicenza ; rimasti iu carica 

ambedue. 

112 1635 D. Cerbonio da Massa Marittima. 

1. D. Leonardo da Mantova. 
^^' 2. D. Ignazio da Napoli. 

113 1637 D. Urbano de Divitiis da Napoli (5.« volta). 

1. D. Anselmo da Venezia. 

2. D. Simone, Eremita Toscano. 



51^ LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

114 1639 D. Urbano de Divitiis da Napoli (6.=^ volta). 

1. D. Antonio Maria da Vicenza. 
^^' 2. D. Raffaele da Toscana. 

115 1641 D. (riovanni Battista Napolitano, subito rinunziò : 

fu eletto il P. D. Maurizio da Torino, ma dispu- 
tandosi sulla validità dell'elezione, rinunziò, ed i 
Toscani elessero il P. D. Geremia da Cremona Er. 
Toscano (provocando la rottura coi Goronesi che 
durò 10 anni), ma la S. G. dei VV. RR. il m 
aprile sospese lui e confermò i Visitatori. 
1. D. Mauro da Fano (3.* volta). 
Vis. 2. I). Prosdocimo da Venezia. 

3. D. Matteo da Cracovia (2." volta). 

116 1642 D. Anselmo da Venezia 

1. D. Mauro da Fano (4.» volta). 
Vis. 2. D. Prosdocimo da Venezia (^^ volta). 
3. D. Matteo da Cracovia (3.* volta). 

117 1643 D. Anselmo da Venezia (2.^ volta). 

1. D. Onofrio da Matera. 
^^' 2. D. Valentino da Macerata. 

118 1644 D. Girolamo da Padova. 

1. D. Eusebio da Diruta. 

2. D. Bonaventura da Napoli. 

119 1646 D. Urbano de Divitiis da Napoli (7.» volta). 

1. D. Silvano da Venezia. 

2. f D. Ludovico da Perugia. 

120 1647 D. Urbano de Divitiis da Napoli (8.^ volta). 

121 1648 D. Urbano de Divitiis da Napoli (9.* volta). 

122 1149 D. Urbano de Divitiis da Napoli {10.- volta). 

1. D. Antonia M. da Vicenza (3.* volta). 
^*^- 2. D. Elia da Genova. 

123 1651 D. Onesto da Frascati. 

1. D. Floriano da Napoli. 
^^' 2. D. Arcangelo da Mantova. 

124 1953 D. Silvano da Venezia, fondatore dell' Eremo di 

Vienna. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 5l3 

1. D. Gioacchino da Venezia. 

2. D. Eugenio Spagnuolo 
^^^' 3. D. Benedetto da Norcia. 

4. D. Pantaleo da Genova. 

125 1655 t D. Onesto da Frascati (2.* volta). 

1. D. Bonaventura da Napoli. 

2. D. Lorenzo da Borgo S. Sepolcro. 
^' ,3. D. Lorenzo da Padova. 

4. D. Carlo Amadeo da Torino. 

126 1657 D. Angelo da Siena Er. Toscano, eletto coi Visita- 

tori per breve di Alessandro VII del 16 giugno 1657. 

1. D. Giuliano da Macerata per la Naz. 

Ecclesiastica. 

2. D. Prosdocimo da Murano per la Naz. 
Vis. Veneta [l' anno seguente rinunziò]. 

3 D. Gioacchino da Lois per la Naz. 

Piemontese. 
4. D. Onorio per la Naz. Napoletana. 

127 1659 D. Angelo da Siena (2.'^ volta), [quattro nuovi 

Visitatori per breve]. 

128 1661 D. Teodoro da Fano [eletto per breve di Alessan- 

dro VII dell' 11 gennaio coi visitatori]. 

1. D. Innocenzo M. da Genova per la 

Naz. di Tuscia. 

2. D. Cornelio da Capua per la Naz. 
Vis. Napolitana. 

3 . D . Redento da Tiene per la Naz . Veneta. 

4. D. Benedetto M. da Troffarello per la 

Naz. Piemontese. 

129 1665 D. Giovanni Paolo da Genova [nel 1686 creato Ve- 

scovo di Aiaccio in Corsica e morto nel 1694]. 

1. D. Benedetto da Norcia. 

2. .D. Basilio degli Schio da Vicenza. 
*^' 3. D. Bonaventura da Napoli. 

4. D. Modesto da Torino. 

130 1665 D. Giuseppe M. da Vicenza. 

1. D. Benedetto da Macerata. 

2. D. Francesco da Lauro. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 33 



514 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

131 1669 f D. Giuseppe M. da Vicenza (2.* volta) ; morto 

neir ottobre del 1669, gli fu sostituito il P. D. Sal- 
vatore da Fabriano, Visitatore l.« 

1. D. Salvatore da Fabriano, al quale 

eletto maggiore, fu dato per suc- 
Vis. cessore il P. D. Agostino da Ro- 

vigo. 

2. D. Biagio da Napoli. 

132 1671 D. Primiano da Napoli. 

1. D. Bernardo Polacco. 

2. D. Giovanni M. Veneto, il quale avendo 

rinunziato il 25 giugno, fu sosti- 
Vis. tuito dal P. D. Alberto M. che 

il 28 agosto fu sostituito dal P. 
D. Arcangelo, e questi in seguito 
dal P. D. Oddone. 

133 1673 D. Gio. Benedetto da Norcia. 

1. D. Francesco da Lauro 
^**' 2. D. Agostino da Rovigo. 

134 1675 D. Oddone da Venezia. 

1. D. Gerbonio da Bologna. 

2. D. Remigio da Salice in Regno. 

135 1677 D. Giuseppe M. da Napoli. 

1. D. Benedetto da Macerata. 
^*^- ± D. Tommaso da Padova. 

136 1679 D. Lodovico M. da Bologna. 

1. D. Adriano da Sorrento. 

2. D. Isidoro da Vicenza. 

137 1381. D. Oddone da Venezia (3. « volta). 

1. D. Gerbonio da Bologna (3.* volta). 
^*^' 2. D. Michelang. da Sant'Angelo a Scala. 

138 1683 D. Francesco da Lauro. 

1. D. Giovanni da Treviso, il quale aven- 

do rinunziato nell'anno 1684, gli 
Vis. fu sostituito il 13 marzo il P. 

D. Oddone da Verona. 

2. D. Romualdo da Civitavecchia. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 515 

139 1685 D. Giovanni Benedetto Inglese. 

1. D. Agostino da Rovigo. 
^' 2. D. Romano di Aversa. 

140 1687 f D. Giovanni Paolo da Venezia ; morto ai 7 feb- 

braio 1688 nell' Eremo di Fano, gli fu sostituito 
ai 20 febbraio il P. Nicolò dal Monte Alboddo. 

1. D. Nicolò dal Monte Alboddo, al quale 

successe come 1.» Visitatore il 
^' P. D. Giovanni Maria da Padova. 

2. D. Celso da Vitolano in Regno. 

141 1689 D. Nicolò da Monte Alboddo. 

1. f D. Romano di Aversa, morto in de- 

cembre 1689 nell' Ospizio di Ro- 
Vis. ma, gli fu sostituito il P. D. Ema- 

nuele d' Aversa. 

2. D. Moisè da Vicenza. 

142 1692 D. Mariano da Napoli. 

1. D. Roberto da Venezia. 
^^' 2. D. Mauro da Fano. 

143 1694 D. Tibnrzio Bavaro, [Costantino Liber Baro de 

Frankhing de Adlodorff]. 

1. D. Teobaldo da Ferentino. 

2. D. Macario d' Aversa: avendo rinun- 

ziato, gli fu sostituito il P. D. 
Primiziano di Napoli. 

144 1696 D. Cerbonio da Bologna. 

1. D. Tommaso da Padova. 
*^* 2. D. Michelangelo da Lucerà. 

145 1698 D. Urbano da Monte Sant'Angelo. 

1. D. Isidoro da Vicenza. 
^^- 2. D. Teobaldo da Ferentino. 

146 1700 D. Tibnrzio Bavaro (2.- volta). 

1. D. Giovanni Felice da Bologna. 
^^' 2. D. Giovenale Siciliano. 

147 1702 D. Isidoro da Vicenza. 

1. D. Nicolò da Monte Alboddo (2.^ volta). 
^^^' 2. D. Romualdo M. da Bergamo. 



516 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

148 1704 D. Cerbonio da Bologna (2.^ volta) ; il quale per 

malattia avendo rinunciato, nella dieta del 1705, gli 
fu sostituito il P. D. Pietro da Fabriano. 
1. D. Prosdocimo da Murano. 
^^' 2. D. Bonifacio da Monte Altavilla. 

149 1706 D. Stefano da Fermo. 

1. D. Michelangelo da Lucerà (2.* volta). 
^^- 2. D. Paolo da Venezia. 

150 1708 D. Paolo da Monte Tuscolo. 

1. D. Bruno da Venezia. 
^^' 2. D. Carlo Emanuele da Mercatello. 

151 1710 D. Paolo da Monte Tuscolo (2.^ volta). 

1. D. Tiburzio Bavaro. 
^^' 2. D. Stefano da Fermo. 

152 1712 D. Isidoro da Vicenza. 

1. D. Nicolò da Monte Alboddo (3.» volta). 
^*^- 2. D. Remigio d'Aversa. 

153 1714 D. Pietro da Fabriano (2.- volta). 

1. D. Tobia da Napoli. 
^**- 2. • D. Bruno da Venezia. 

154 1716 D. Remico d'Aversa. 

1. D. Ignazio dalla Motta. 

2. D. Carlo Emanuele da Mercatello, che 

avendo rinunziato, gli fu sostituito 
il P. D. Filippo da Rimini. 

155 1718 D. Ignazio dalla Motte. 

1. D. Stefano da Fermo. 

2. D. Dionisio da Napoli, che avendo 

rinunziato, gli fu sostituito il P. 
D. Romualdo da Bergamo. 

156 1720 D. Filippo da Rimini. 

1. D. Remigio da Aversa (2.» volta). 
^^' 2. D. Isidoro da Vicenza. 

157 1722 D. Romualdo da Bergamo [ex Celestino]. 

1. D. Ignazio dalla Motta (2.» volta). 
^*** 2. D. Gaudenzio da Monte Sant'Angelo. 

158 1724 D. Ignazio dalla Motta (2.» volta). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 517 



1. D. Filippo da Rimini. 
^^' 2. D. Clemente d' Oriolo. 

159 1726 D. Filippo da Rimini (±^ volta). 

1. D. Romualdo Maria da Bergamo. 

Vis 

2. D. Alessio da Venezia. 

160 1728 D. Bonifacio d'Alta Villa. 

1. D. Francesco da Venezia. 

2. D. Fulgenzio da Borgo S. Sepolcro, 
Vis. che fatto procuratore gen., ebbe 

per successore il P. D. Silvano da 
Novello. 

161 1730 D. Francesco da Venezia. 

1. D. Gaudenzio da Monte Sant'Angelo. 
^^' ± D. Urbano da Lucerà. 

162 1732 D. Gaudenzio da Monte Sant'Angelo. 

1. D. Remigio d'Aversa (3.* volta). 

2. D. Ignazio dalla Motta (3.* volta), il 
Vis. quale nel 2.° anno rinunciò, e gli 

fu surrogato il P. D. Alessio da 
Venezia. 

163 1734 D. Remico d'Aversa. 

1. D. Alessandro dalla Motta. 
**' 2. D. Ambrogio da Fermo. 

164 1736 D. Oddone da Venezia. 

1. D. Oddone da Senigalia. 

2. D. Gennaro da Bosco in Regno. 

165 1738 D. Filippo da Monte Alboddo, il quale rinunziò nella 

dieta del 1739, e gli fu sostituito D. Fulgenzio da 
Borgo S. Sepolcro. 

166 1740 D. Clemente d' Oriolo. 

1. D. Ildefonso da Gargnano. 

2. D. Nonnoso Maria da Givitella, il quale 
Vis. nel 1742 passò procuratore gene- 
rale e fu sostituito dal P. D. Eu- 
genio da Monte Alboddo. 

167 1745 D. Oddone da Venezia (2.« volta). 

1. D. Lodovico Maria da Monte Pulciano. 
^*** 2. D. Ambrogio da Napoli, il quale rinun- 



518 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



zio pochi mesi dopo, e fu eletto 
in suo luogo il P. D. Egidio da 
^^' Napoli e, nel 3.« anno, il P. D. 

Clemente d' Oriolo. 

168 1749 D. Giovanni Gualberto da Venezia. 

1. D. Clemente d' Oriolo (3.* volta). 
^'^' 2. D. Alessandro dalla Motta (2.- volta). 

169 1753 D. Girolamo da Mileto. 

1. D. Tiburzio da Venezia. 

2. D. Filippo da Monte Alboddo, il quale 
Vis. rinunziò prima della dieta, e gli 

fu surrogato il 22 febbraio 1755 il 
P. D. Roberto da Poggio Mirteto. 

170 1757 D. Parisio da Brescia. 

1. D. Stefano da Pecchio. 

2. D. Bernardo da Sanremo. 

171 1761 D. Teobaldo da Monte Alboddo. 

1. D. Ambrogio da Napoli. 
**' 2. D. Benedetto Maria da Gargnano. 

172 1765 D. Placido Beneventano, che nel 1769 fu sosti- 

tuito fino al capitolo dal P. D. Arcangelo da Città 
di Cava, come vicario generale. 

1. D. Tiburzio da Venezia (2.« volta). 
' 2. D. Agatone da Macerata. 

173 1769 D. Benedetto M. da Gargnano Veneto. 

;i^^iH tii ir)^^l\ D. Eugenio dà Monte Alboddo. 
biioii ni\(\uiu-ì ^IjiiTpaLl .(Dli)«Francesco Saverio da Napoli, a cui 
ah oixif^i-jihi'f .(|^i^v^ii;JfÌH(>^ nella dieta del 1772, seguita la 

divisione della Congr. Nap., fu so- 
stituito D. Silvano da Mondo vi; 

174 1773 D.. Modesto da Pesaro. 

•jlr.ijp li ,iilIoJÌ7i:> tll. D. Gius. Ant. da Venezia. 
-')\viu 'j'iohniDo^^ a- ;iD. Luca da Bologna. 

175 177T Di Giacomo da Macerata. 

1. \). Onofrio da Fermo. 
^^' 2. D. Ignazio da Bologna. ! 

t7A.if781 >D+'Teobaiao da Monte Alboddo (2.« voila). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 519 

1. D. Ermenegildo da Monte Gompatri. 
^*^- ± D. Procolo da Bologna. 

177 1785 D. Ful^enzo da Perugia, il quale avendo per salute 

rinunziato ai 15 dicembre 1786, fu eletto il 12 
gennaio 1787 D. Teobaldo da Monte Alboddo (3.^ 
volta) e dopo la di lui rinunzia fatta nella dieta 
del 1787, fu eletto il P. D. Venanzo da Macerata. 

1. D. Silvano da Mondo vi (2.^ volta) e 

dopo la di lui rinunzia fu eletto 
ai 30 dicembre 1786 il P. D. Ales- 
Vis. Sandro da Filotrano. 

2. D. Gio. Gualberto da Roma, il quale 

avendo rinunziato, ai 22 novem- 
bre 1786 fu rieletto. 

178 1789 D. Luigi M. da Cremona. 

1. D. Ignazio da Bologna. 
Vis. 2. D. Celestino da Gran Varadino in Un- 
gheria. 

179 1793 D. Beda da Montignano di Perugia. 

1. D. Venanzo da Macerata. 
^^^' 2. D. Arsenio da Rieti. 

180 1797 t D. Celestino da Gran Varadino in Ungheria, il 

quale morì in Perugia il 6 gennaio 1800 e gli fu 
sostituito il 26 apr. D. Deodato da Rocca Contrada. 

1. D. Deodato da Rocca Contrada, il quale 

essendo eletto per maggiore il 26 
aprile 1800, gli fu sostituito il P. 
Vis. I^- Venanzo da Macerata. 

2. D. Placido da Trento. 

(Vice-Visitatori : P. D. Giovanni e 
P. D. Emiliano). 

181 1801 D. Doroteo da Monte Alboddo. 

1. D. Beda da Perugia. 

2. D. Serapione da Roma, che nella dieta 

rinunziò e gli sostituito D. Ve- 
nanzo da Macerata. 

182 1805 D. Placido da Trento. 



520 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1. D. Teodorico da Venezia. 
^. D. Filippo da Barchi, che avendo ri- 
nunziato nella dieta del 1807 ffli fu 

Vis 

sostituito D. Mattia Piemontese, e 

per la rinunzia anche di costui, gli 

fu surrogato D. Mariano da Fermo. 

183 1809 D. Mariano da Fermo, maggiore e priore di Mon- 

tecorona. 

1. D. Basilio da Pisa. 
^'^- ± D. Filippo da Barchi (2.^ volta). 

184 1811 D. Basilio da Pisa. 

1. D. Deodato da Rocca Contrada. 
^*^' 2. D. Martino da Macerata. 

185 1816 D. Beda da Monti^iiano di Perupa ("2:" volta). 

1. D. Alberico. 
^*^- 2. D. Antonio da Roma. 

186 18520 D. Antonio da Roma. 

1 . D. Federico da Venezia, il quale aven- 

do nella dieta del 1822 rinunziato, 
gli fu surrogato D. Basilio d'Ar- 
cevia, che rinunziò: onde tenu- 
tosi nuovo definitorio nel dì 11 
^^' settembre 1822 dopo accettata la 

rinunzia di D. Basilio, fu canoni- 
camente eletto D. Agostino nato 
in Roma ed oriundo di Gorinaldo. 

2. D. Fulgenzo da Rimini. 

187 1824 D. Mariano da Fermo. 

1. D. Agostino da Roma. 
^^' 2. D. 'Pietro da Brescia. 

188 1828 D. Eugenio da Strasbourg. 

1. D. Casimiro d.a Torino. 

2. D. Dionisio da Perugia, il quale nella 

dieta del 1830 rinunziò, ed incor- 
Yis, poratosi alla Naz. Nap., fu eletto 

priore dell' Eremo della Torre. Fu 
ad esso sostituito D. I^acomio da 
Dalmazia, 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 



189 1832 D. Mariano da Fermo (3.- volta). 

1. D. Agostino da Roma (2.« volta). 
^' 2. D. Arcangelo da Napoli. ^ 

190 1836 D. Agostino da Roma. 

1. D. Bartolomeo da Bologna. 
^^'*- ± D. Stanislao da Fermo. 

191 184tì D. Eugenio da Strasbourg. (2.» volta). 

1. D. Albertino da Arcevia. 
*^' 2. D. Giuseppe Maria Napolitano. 

192 1844 f D. Basilio da Arcevia, per la di cui morte nel- 

r agosto dell' anno 1848, per Rescritto Pontificio 
fu nominato Vice-Maggiore D. Eugenio da Stras- 
bourg 1.** Visitatore Generale. 

1. D. Eugenio da Strasbourg, e quando 

egli fu nominato Vice-Maggiore 
fu eletto in suo luogo f D. Ve- 
nanzio da Recanati. 

2. D. Giovanni Maria da Matelica. Nel 
Vis. luglio del 1849 per la morte del 

l.^* Visit. D. Giovanni M., e questi 
per la morte del P. D. Venanzio, 
con Rescritto Pontificio furono no- 
minati Vice- Visitato ri, D. Alberti- 
no d' Arcevia e D. Carlo di Ascoli. 

193 1850 D. Benedetto da Todi. 

1. D. Maurizio da Mondo vi. 
^'^- 2. D. Carlo d'Ascoli. 

194 1854 f D. Mariano da Fermo (4.* volta), il quale essendo 

morto nel 20 settembre 1854, fu eletto maggiore 
D. Rinaldo da Sassof errato. 

1. D. Rinaldo da Sassoferrato, al quale 

fu sostituito nella carica di Visit. 
1." il P. D. Venanzio, e Visit. 2.« 
D. Veremondo da Ravenna, il qua- 
*** le dopo l'elezione del P. D. Rinal- 

do a maggiore passò in Visit. 1.°, 
e Visit. 2.« fu eletto : 

2. D. Parisio di Napoli. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



195 1858 f D. Arcangelo da Napoli, il quale, per causa della 

rivoluzione successa nel 1860 e soppressione delle 
Gongr. Religiose, durò nella carica fino alla morte, 
che avvenne nel 1868. 

1. D. Giovanni Battista Toscano. 

2. D. Emiliano da Persicelo nel Bologne- 

se. Ai 24 nov. 1866 la S. C. dei 
VV. RR. ordinò di eleggere due 
nuovi Visitatori, il primo in sosti- 
tuzione del P. D. Giovanni, la cui 
rinunzia fu accettata dal S. Padre, 
Vis. e r altro in luogo del P. D. Emi- 

liano che per motivi noti alla S. 
G. si dichiara dimesso dall' ufficio 
di 2.« Visit. Gen. Fu cosi eletto il 
P. D. Aurelio per l.« Visit. e D. Ti- 
burzio 2.« Visit., la quale elezione 
fu approvata dalla S. G. dei VV. 
e RR. il 22 dicembre 1866. 

196 1868 t D. Rinaldo da Sassoferrato, eletto con definitorio 

straordinario il 13 giugno 1868: durò nella carica 
fino alla morte avvenuta nel 1873. 

1. D. Aurelio da Ripatransone. 
^^' 2. D. Tiburzio da Sarnano (2.« volta), 

197 1873 D. Aurelio da Ripatransone, eletto coi Visitatori 

nel definitorio straordinario del 28 aprile 1873. 
1. D. Tiburzio da Sarnano (3.* volta). 
^^' 2. D. Serafino da Montelpare (Marche). 

198 1876 D. Aurelio da Ripatransone (3.^ volta). 

1. D. Tiburzio da Sarnano (4.* volta). 
Vis. 2. D. Emmanuele da Dogliano nel Pie- 
monte. 

199 1880 D. Emmanuele da Dogliano nel Piemonte. 

1. D. Gherubino da Montelpare. 
Vis. 2. D. Romualdo da Fermo, eletti con 
capitolo gen. dopo 22 anni. 

200 1884 D. Benedetto da Todi (2.« volta). 

Vis. 1. D. Tiburzio da Sarnano (5.* volta). 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 523 

2. D. Stefano da Papa in Ungheria, il 

quale rinunziò nella dieta del 1866 
Vis 

e gli fu sostituito D. Dionisio Be- 

nessau. 

201 1888 t D. Cherubino da Montelpare, che morì il 15 mag- 

gio 1891. 

1. D. Albertino da Visso. 

2. D. Dionisio da Benessau (2.* volta), 

il quale nella dieta del 1890 ac- 
cettò il priorato di Monte Argen- 
tino, e gli fu sostituito D. Luigi 
da Hohndorf. 

202 1892 t D. Benedetto da Todi, (3.^ volta), il quale morì 

il 3 gennaio 1895. 

1. D. Emiliano da Persiceto (Bolognese). 
^^^' 2. D. Dionisio da Benessau (3.^ volta). 

203 1896 D. Pier Celestino da Acqua Viva delle Croci. 

1. D. Romualdo da Fermo (2.^ volta). 

2. D. Paolo da Camposanpiero. 

204 1900 D. Albertino da Visso. 

1. D. Antonio da Minsk in Lithuania. 
^*** 2. D. Carlos da Marentin in Spagna. 

205 1904 D. Antonio da Minsck in Lithuania. 

1. D. f Martino da Gampodìegoli, che 
Vis. niorì il 14 ottobre 1905. 

2. D. Pier Damiano da Lublino (Polonia). 




APPENDICE III 



£><g^(2><r's^(^2r^i^^s"ci<g""©Q" cs® ®3""£><g^^a "is^T5s^ 



SERIE CRONOLOGICA DEI PROCURATORI GENERALI 

COI LORO COMPAGNI (*) 



1579 D. Liberato d'Ancona, con un laico. 

1580 D. Ercolano da Perugia, con un laico. 
1581-82 [Non fu eletto Procuratore]. 

1583 D. Liberato d'Ancona, con un laico. 
1588 D. Benedetto da Padova, con due laici. 
1591 D. Girolamo da Perugia, con due laici. 

1594 D. Romualdo da Tiferno, con un sacerdote, un con- 

verso ed un oblato. 

1595 D. Serafino da Nola, con la medesima famiglia. 

1597 D. Vincenzo da Perugia, con un sacerdote e due laici. 

1598 D. Salvatore da Sirolo, con la medesima famiglia. 

1600 D. Ridolfo da Perugia, con la stessa famiglia. 

1601 D. Luca da Padova, con uguale famiglia. 

1602 D. Giovanni da Venezia, con i soliti compagni. 

1603 D. Luca da Padova, con la famiglia ordinaria. 

1606 D. Alessandro da Venezia, con D. Egidio e due laici, 
formaron sino al presente la famiglia della Procura. 

1609 D. Alberto da Padova, col P. Pio da Perugia. 

1610 D. Alessandro da Venezia, collo stesso D. Pio da Perugia. 

1611 D. Giovanni da Venezia, col P. Callisto da Perugia. 

1612 D. Alessio da Venezia, col P. Egidio Fiamengo e P. 

Pio da Perugia. 



(*) L'ufficio di procuratore generale, distinto dagli altri e con 
residenza propria in Roma, presso gli eremiti di Montecorona, 
ebbe principio nel 1579. Cfr. in questo voi., pag. 309. 



LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 



1615 D. Luca da Padova, col P. Pio da Perugia. 

1616 D. Eusebio da Perugia, col P. D. Gerbonio da Siena e il 

P. Eusebio da Massaccio. 

1618 D. Alessandro da V^enezia, col P. Ridolfo da Tiferno. 

1619 D. Alessio da Venezia col P. Fortunato da Vicenza, e 

poi col P. Giovanni da Firenze, e col P. Deodato 

da Lucca. 
1621 D. Egidio Fiamengo, col P. Apollinare da Lucca, il P. 

Serapione Ferlano, e il P. Giuliano da Napoli (che 

morì neir ospizio pochi anni prima del capitolo). 
1624 7 D. Andrea da Monte Pelusio, (che morì nell'ospizio 

non molto prima del capitolo del 1628), col P. Ridolfo 

da Tiferno e il P. Moisè da Vicenza. 
1626 D. Urbano da Napoli, col P. Moisè da Vicenza. 
1629 D. Alessandro da Venezia, col P. Onesto da Frascati 

e il P. Pio da Perugia. 

1632 D. Gerbonio da Siena, col P. Ridolfo da Tiferno. 

1633 D. Eusebio da Diruta, col sopradetto. 

1634 D. Giordano da Padova, col P. Venanzio da Subiaco. 

1635 D. Eusebio da Diruta, col P. Ridolfo da Tiferno. 
1638 D. Eusebio da Siena, col P. Ambrosio da Orliano e il 

P. Ridolfo da Tiferno. 

1640 D. Giordano da Padova, col P. Ridolfo da Tiferno. 

1641 D. Anselmo da Venezia, col suddetto. 

1643 7 D. Gerbonio da Siena, (che morì pochi giorni prima 

del capitolo), col P. Redento da Vicenza. 

1644 D. Valentino da Macerata, col sopradetto. 

1645 D. Urbano da Napoli, col suddetto. 

1646 D. Anselmo da Venezia, col P. Ridolfo da Tiferno. 

1647 D. Eusebio da Perugia, col P. Faustino da Brescia. 
1649 t D. Onesto da Frascati, col P. Ridolfo da Tiferno (che 

morì neir ospizio). 
1651 D. Raffaele da Partino, col P. Felice da Meldola. 
1653 D. Felice da Meldola, col P. Elia da Genova e il P. D. 

Valentino da Macerata. 
1655 D. Angelo da Siena, col P. Teodoro da Fano. 
1657 D. Teodoro da Fano, col P. Patrizio, D. Florido e 

D. Bruno. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 529 

1061 D. Onorio da Napoli, col P. Bruno 

1662 D. Giacinto da Napoli, col suddetto. 

1663 D. Bernardino d'Arezzo, col sopradetto. 

1665 D. Giuseppe M. da Vicenza, con D. Prospero e poi con 

D. Ridolfo da Todi e due oblati, e così in seguito 

in vece di un converso, ed un oblato. 
1668 D. Primiano da Napoli, col P. Ridolfo da Todi. 
1671 D. Lodovico M. da Bologna, col P. Agostino da Rovigo. 
1673 D. Oddone da Verona, con D. Venanzio da Como. 
1675 D. Francesco da Lauro, con D. Ridolfo da Todi poi 

con D. Gio. Gualberto da Sinigaglia, indi con D. 

Ignazio da Bologna, finalmente con D. Nicolò da 

Monte Alboddo. 
1677 D. Nicolò da Monte Alboddo, con D. Francesco M. da 

Vicenza. 
1679 D. Tomaso da Padova, con D. Gio. Grisostomo d'Adria. 
1681 D. Mariano da Napoli, con D. Giustino da Fabriano e 

il P. D. Gaudenzio da Rimini. 
1683 D. Lodovico da Bologna, con D. Agostino da Rovigo. 
1685 D. Francesco M. da Vicenza, con D. Remigio da Salice. 
1687 D. Mariano da Napoli, con D. Onofrio da Cortona. 
1689 D. Mariano da Napoli, con D. Pietro da Fabriano e D. 

Gaudenzio da Rimini. 
1692 D. Nicolò da Monte Alboddo, con D. Isidoro da Vicenza. 
1694 D. Paolo da Monte Fosco, con D. Gio. Batta, da Macerata. 
1696 D. Agostino da Rovigo, con D. Giosuè da Monte Oro. 
1698 D. Pietro da Fabriano, con D. Tomaso da Padova. 
1700 D. Giosuè da Monte Oro, con D. Carlo Emanuele da 

Roma, poi con D. Tiburzio da Bologna e finalmente 

con D. Romualdo da Fabriano. 
1704 D. Isidoro da Vicenza, con D. Gio. Bat. d' Aversa, e 

con D. Romualdo M. da Bergamo. 
1708 D. Gaudenzio da Rimini, con D. Alberto da Venezia. 
1710 D. Nicolò da Monte Alboddo, con D. Bruno da Venezia. 
1712 D. Dionisio da Napoli, con don Filippo da Rimimi. 
1714 D. Isidoro da Vicenza, con D. Remigio d' Aversa e D. 

Domenico Loricato da Napoli. 
1716 D. Stefano da Fermo, con D. Michelangelo da Milano. 

Lugano - La Congregazione di Monte Corona. 34 



530 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

1718 D. Remigio d' Aversa, con D. Guido Fortunato da Ga- 
nipida. 

1720 D. Tiburzio Bavaro, con D. Romualdo M. da Bergamo. 

1722 D. Pietro da Fabriano, con D. Alessio da Venezia. 

1724 D. Romualdo M. da Bergamo, con D. Fulgenzio da 
Borgo S. Sepolcro. 

1726 D. Ignazio della Motta, con D. Urbano da Lucerà. 

1728 t D. Filippo da Rimini, (che morì nell' ospizio) : gli 
successe il P. D. Fulgenzio da Borgo S. Sepolcro, con 
D. Alessio da Venezia. 

1730 p. Clemente d'Oriolo, con D. Guido Fortunato da Ca- 
nipida. 

1732 D. Michelangelo da Milano, con D. Marino da Benevento. 

1734 D. Gaudenzio dal Monte S. Pietro degli Angeli, con D. 
Tito da Venezia e poi con D. Ilario da Lendinara. 

173G D. Remigio d' Aversa, con D. Gio. Gualberto da Venezia. 

1738 D. Oddone da Venezia, con D. Paolo da S. Agata dei Goti. 

1740 D. Fulgenzio da Borgo S. Sepolcro, con D. Oddone da 
Venezia e D. Paolo da S. Agata de' Goti (essendo 
stato cresciuto un compagno sacerdote dal capitolo 
generale). 

1742 D. Fulgenzio sopradetto (che morì nell' ospizio ai primi 
marzo del 1743) : gli successe il P. D. Nonnoso M. da 
Givitella che, essendosi prorogato di un anno il ca- 
pitolo per la peste di Messina, rinunziò pochi mesi 
prima che questo finisse, e gli fu sostituito il P. 
D. Basilio da Firenze, con D. Paolo da S. Agata e 
D. Gabriello da Venezia, il quale D. Basilio per in- 
fermità partì sei mesi prima del capitolo, ed in 
sua vece fu mandato il P. Tiburzio da Venezia che 
vi stette per due anni circa, con un terzo compagno, 
cioè il P. Giosafat Polacco (per il quale pagò il 
vitto la nazione). 

1746 D. Paolo da S. Agata de' Goti, con D. Luigi M. da 
Torino e D. Tiburzio da Venezia, e per due anni 
vi dimorò pure il D. Norberto Tedesco. 

1749 D. Tiburzio da Venezia con 1). Paolo da S. Agata e 
D. Ignazio da Fano con D. Mariaao da Benevento. 



bEGU EREMITI DI MONTE CORDILA 531 

1753 D. Stefano d'Appecchio, con D. Giuseppe Antonio da 
Venezia e Ambrogio da Napoli. 

1757 D. Ambrogio da Napoli, con D. Luigi M. da Torino 
ed Isidoro da Tiene. 

1761 D. Tiburzio da Venezia, con D. Bernardo da S. Remo 
e Maurizio da Mondo vi, (che il 9 gennaio 1765 fu 
trovato morto in letto). 

1765 D. Stefano d'Appecchio, con D. Benedetto M. da Gar- 
gnano ed Ambrogio da Napoli, e dopo la dieta, con 
D. Claudio da Udine e Biagio da Malegno in Pu- 
glia. Il 18 ottobre fu trovato morto in letto il P. 
Procuratore D. Stefano, onde fu eletto in suo luogo 
il P. Teobaldo da Monte Alboddo. 

1769 D. Pier Celestino da Napoli, col P. D. Agostino da Mace- 
rata. Nel 1777 gli fu sostituito compagno, e Vice-Proc. 
il P. D. Tiburzio da Venezia ; che nella dieta del 1772 
fu eletto Procuratore, col P. Venanzio da Macerata. 

1773 D. EUadio da Fano, col P. D. Giacomo da Macerata. 

1777 D. Basilio da Pistoia, col P. D. Procolo da Bologna. 

1781 D. Filippo Innocenzo da Agropoli col P. D. Leopoldo 
da Falconara. Per la morte del Procuratore, gli fu 
sostituito nel 1782 D. Gio. Gualberto da Roma. 

1785 D. Luigi da Brescia, col P. D. Basilio da Pistoia. 

1789 D. Basilio da Pistoia, col P. D. Anselmo da Parma. 

1791 D. Silvano da Mondo vi, col suddetto. 

1793 D. Benedetto da Macerata, col P. D. Luigi da Brescia, 
a cui fu sostituito il P. D. Barione da Montelica. 

1797 D. Luigi da Brescia, col P. D. Genesio da Faenza. 

1801 D. Adeodato da Rocca Contrada, col P. D, Gio. Gual- 
berto da Roma. 

1805 D. Gio. Gualberto da Roma, col P. D. Adeodato fino al 
1807, in cui per dispensa, restò solo D. Gio. Gual- 
berto (che morì nel marzo del 1809). 

1809 D. Albertino da Arcevia (che dopo la soppressione 
tornò a Monte Corona). 

1811 D. Eugenio da Strasbourg (che restò in Monte Corona). 

1814 D. Agostino (dopo la ripristinazione fatta nel marzo 
sino al capitolo). 



532 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

1816 D. Sergio da Frascati (tenne anche il priorato del S. 

Eremo Tuscolano). 
1820 D. Sergio (con la riserva del Beneplacito Apostolico 

che fu ottenuta). 
1824 D. Bernardo da Recanati (con Fr. Mariangelo), a cui 

per rinunzia fatta per infermità alla dieta del 1826, 

fu sostituito in Vice-Procuratore il P. D. Eugenio da 

Strasbourg. 
1828 D. Bernardo da Recanati col suddetto. 
1832 D. Eugenio da Strasbourg col suddetto. 
1836 D. Mariano da Garassai di Fermo, col P. D. Eugenio 

suddetto. 
1838 D. Dionisio da Perugia, con Fra Lorenzo, al quale fu 

sostituito il conv. Fra Gregorio da Arcedia. 
1842 D. Arcangelo da Napoli, col conv. Fra Gregorio. 
1844 D. Casimiro Piemontese col suddetto. 
1850 D. Mariano da Garassai di Fermo col sudd. e con il 
P. D. Emiliano da S. Giov. in Persiceto di Bologna. 
1854 D. Arcangelo da Napoli, col conv. Fr. Gregorio sudd. 
1858 f D. Maurizio da Mondovì nel Piemonte, il quale per 

causa dei rivolgimenti del 1860 e per la soppressione 

degli Ordini Religiosi, durò nella carica sino alla 

morte, che avvenne nel S. Eremo Tuscolano il 23 

settembre 1873. 
1880 D. Tiburzio da Sarnano nelle Marche. 
1884 D. Emanuele da Dogliano. 

1888 t D. Tiburzio (2.« volta), il quale morì il 27 marzo 1892. 
1892 D. Albertino da Visso. 
1896 D. Albertino (2.* volta). 
1900 D. Romualdo da Fermo. 
1904 D. Albertino (3.« volta). 



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APPENDICE IV 



DISTRIBUZIONE DELLA GIORNATA EREMI! 

TABELLA ORARIA SECONDO L' OROL 



VESPERO 

Negli anniversari dei defunti 
uq quarto prima 



1 Gennaio 

13 „ 

1 Febbraio 

ìM „ 

G Marzo 

Dalla l.a (iouieiiica di (|uaresiiHa 
in poi 

8 Febbraio 

(5 Marzo 

16 „ 

^i7 „ 

11 Aprile 

21 „ 

1 Maggio 

16 „ 

1 Giugno 

13 Luglio 

1 Agosto 

16 „ 

^26 „ 

6 Settembre 

14 „ . . . , . 
16 Novembre 

1 Dicembre 



Nelle ferie di quaresima comin- 
ciando dal primo Sabato : dopo 
Nona, finita la Messa Conventuale. 



CASO MORALE 

Tutti i Lunedì e Giovedì dopo 
il Vespero. 

Nella (juaresima cominciando dal 
Lunedi dopo le Ceneri . | 2 | 

Per induUo della S. C. dei VV. e RR. si 
omette: nelle feste di precetto; nelle vigilie 
delle grandi solennità di I. classe; nelle cin- 
que ottave privilegiate di Epifania, Pasqua, 
Pentecoste, Corpus Domini, Natale e triduo 
seguente ; nella Settimana santa ; dal 22 Lu- 
glio al 13 Settembre; nei dieci giorni che 
precedono ciascuna delle due quaresime ; 
durante il Capitolo generale, la Dieta e la 
S. Visita. (17 Dee. 1W4). 



MANDATO 

Nel Giovedì Santo . 



I 3 I 



COMPIETA 

Coir officio dei morti 
•un quarto prima. 
Negli anniversarii 
due quarti prima. 



1 Gennaio 
3 „ 

I Febbraio 
10 

6 Marzo 
16 „ 

27 „ 

II Aprile 
21 „ 



Da Pasqua in poi 

22 Marzo 
27 „ 
11 Aprile 
21 „ 

1 Maggio 
16 „ 

1 Giugno 
13 Luglio 

1 Agosto 
16 „ 
26 „ 

6 Settembre 
28 

11 Ottobre . 
21 „ . 

1 Novembre 
16 

1 Dicembre 

Monte Argentino 

Nel dì dell' Ottava 
del Corpus Domini. 



4 


2 


4 


3 


5 


1 


5 


2 


5 


3 


6 




5 


3 


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2 


5 


1 







4 


3 


4 


2 


4 


1 


4 




4 


1 


4 




3 


3 



2 



Nei giorni di ricreazione, mezz'ora 
più tardi, e nei giorni in cui si cena 
in Refettorio, si anticipa mezz'ora 
il suono di compieta. 



MEDITAZIONE 

MATTUTINA i nell' Invcmo 
si suona finite le Laudi dopo 
l'Ave Maria; nell'estate dopo 
Prima. 

SBROTINA : sempre dopo le 
Litanie della B. Vergine. 



ROSARIO 

Si recita sempre dopo la 
meditazione della sera. 

Nei giorni in cui si cena 
in Refettorio, si recita dopo 
il Vespero. 



AVEMARIA 

della sera 

col tramonto 

del sole 



Si suona dopo 
le Litanie 

1 Gennaio . . 
13 „ 
1 Febbraio . . 

Si suona dopo 
la Meditazione 

10 Febbraio . 
24 „ 

6 Marzo . . 

16 „ . . 
27 „ 

11 Aprile . . 

21 „ . . 

Da Pasqua in poi 

Si suona dopo 
il Rosario 

22 Marzo . . 
27 „ . . 
11 Aprile . . 
21 „ . . 

1 Maggio . . 

16 „ . . 

1 Giugno . . 

13 Luglio . . 
1 Agosto . . 

16 „ . . 

^^ „ . . 

6 Settembre . 

Si suona dopo 
la Meditazione 

14 Settembre . . 
28 

11 Ottobre . . 
21 

Si sux>na dopo 
le Litanie 

ì Novembre . . 
16 
l Dicembre . . 



Nei giorni di refettorio q 
si cena : finita la seconda 
(che deve terminarsi col tr. 
to del sole). 



DE PROFUNDIS 

Sì suona sempre 
z' ora dopo l'Ave A 
serotina. 



R I CAMALDOLESI DI MONTECORONA 

PRONOMICO ALLA ELEVAZ. DEL POLO GRADI 48 



MATTUTLNO 

e 

LAUDI 



IN CORO 

itto r anno 
)tte di Natale . 
;1 giorno se- 
lente ciascuna 
Ile cinque rì- 
eazioni . , . 

IN PRIVATO 

oel dì se 



Gennaio 
Febbraio 

I Marzo . 
Aprile . 
..Maggio . 
. Giugno . 
. Agosto . 

[ Settembre 
. Ottobre 
. Novembre 
. Dicembre 



AVE MARIA 

erminate le Laudi in coro 



AURORA 




Gennaio . . 


5 


^ „ 






5 


Febbraio . 






5 


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5 


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4 


Marzo . . 






4 


L „ 








4 


) „ 








4 


) Aprile 








3 


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3 


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3 


) Maggio 








3 


) „ 








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Giugno 
ì Luglio 








2 








'2 


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3 


^ Agosto 








3 


') ,, 








3 


1 „ 








3 


1 Settembre 






4 


3 






4 


3 






4 


3 Ottobre 






4 


5 






5 


D Novembre 






ò 


4 






5 


1 Dicemb] 


re 






5 



PRIMA 



1 Gennaio . . . 

10 Febbraio . . . 

Da Pasqua . . . 

16 Maggio .... 

13 Luglio .... 

14 Settembre . . . 
1 Novembre . . . 

Giorno di Natale 
26 Dicembre . . . 

Monte Argentino 

Giorno di Pasqua 



Nel giorno seguente ciascuna delle cinque 
ricreazioni mezz'ora più tardi. 



MESSA DI PRIMA 

Nell'estate: dopo la meditazione. 
Neil' inverno : dopo l' ora di Prima. 

Nel giorno di S. Marco e delle Rogazioni : 
in tempo di meditazione, subito dopo le Li- 
tanie dei Santi (in questa Messa si fa la 
S. Com. quando è ordinata); finita la quale 
seguono le messe ordinarie. 

Nei giorni di Comunione o di I. classe vi è 
la seconda Messa, subito dopo la prima. 



MESSA CONVENTUALE 
In tutto r anno : dopo l'ora di terza. 
Dal primo Sabato di Quaresima 
fino a Pasqua : sempre dopo No- 
na, eccetto le Domeniche. 
Nella vigilia di Pentecoste : dopo 
Nona. 



MESSE SOLENNI DI NATALE 

La 1. dopo il Matt. e avanti le Laudi 
La 2. dopo r ora di Prima in cui 
si comunicano i chierici e fratelli 
assistendo tutta la Comunità, e 
poi escono le Messe ordinarie. 
La 3. dopo r ora di Terza, come 
nelle altre solennità. 



LAVORO iMANUALE 

2 Gennaio dopo Sesta . 

Dopo Pasqua .... 

16 Maggio 

13 Luglio 

14 Settembre dopo Sesta . 

Si omette quando vi è la seconda Messa, 
il capitolo delle colpe o quello Conventuale 
quando concorre col detto lavoro; quando 
si lava, si fa il pane o la tonsura; nelle 
vigilie delle grandi solennità : dalla Dome- 
nica di Sessagesima fino alle Ceneri ; dal 22 
Luglio al 13 Settembre; dal 1. all' 11 No- 
vembre; durante il Capitoto Generale, la 
Dieta e la S. Visita. 



TERZA 



Nelle domeniche e 
feste di precetto . . 

2 Gennaio . . . 
10 Febbraio . . . 

Ultimo triduo della 
Settimana S. . . . 
Da Pasqua in poi . 
Nella vig. di Pentec. 
Dalla Pentec. in poi 
14 Settembre . . . 

% Novembre . . . 



D' inverno nei giorni in cui vi è 
la seconda Messa o il Capitolo delle 
colpe e nel giorno seguente le cinque 
ricreazioni mezz' ora più tardi. 

Nei giorni di ricreazione che non 
cadono in domenica, un quarto prima 



SESTA 

Durante l' anno : subito dopo 
la Messa Conventuale. 

Nelle ferie di Quaresima co- 
minciando dal primo Sa- 
bato e nella Vigilia di Pen- 
tecoste : subito dopo Terza. 



NONA 

Tutte le Domeniche 
Dal 1. Gennaio . . 
Dal dì delle Ceneri 
Dal 1. sab. di Quar. 
Mart. e Mere. Santo 
Giov. e Ven. Santo 
Sabato Santo. . . 
Da Pasqua in poi . 
Nella vig. di Pentec. 
Dalla Pentec. in poi 
Nei giorni di digiu- 
no ecclesiastico . 



11 
11 
11 
10 
10 
10 
9 

m 

10 
11 

11 



Nei giorni di ricreazione subito 
dopo Sesta; nei due carnevaletti (ad 
eccezione della Domenica, Mercoledì 
e Venerdì) mezz' ora prima. 



ANGELUS DOMINI 

Durante l' anno : dopo No- 
na; ma quando questa si an- 
ticipa, si suona alle |11 | 2 

Nelle ferie di Quaresima, comin- 
ciando dal 1. sabato dopo Vespero. 



DORMIZIONE 

Durante 1' estate . 
Col digiuno eccles. 



La fine si suona sempre mezz'ora 
avanti il Vespero. 



APPENDICE V 



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BIBLIOGRAFIA GORONESE 



[La presente Bibliografia è circoscritta alle opere che trattari esclu- 
sivamente della storia della Congregazione di Montecorona, 
fatta eccezione pel Mittarelli e Costadoni e pel Fortunio : le 
opere che si riferiscono ai singoli eremi ed a qualche partico- 
lare punto di storia sono citate al loro luogo con tutte le note 
necessarie. È da avvertire che M. Chevalier, nel suo Réper- 
toire des Sources historiques du moyen age (Topo-Bibliographie, 
Monbéliard, P. Hoffman, MDCCCXCV, col. 553) sotto il voca- 
Camaldules non cita, per la Congregazione di Montecorona, 
che il Lucas e l'Hastivillius]. 

BoNDiNi Dr. Gius. Memorie Storiche del R, P. D. Mariano 
Maggiore degli eremiti camaldolesi di Monte Corona, 
scritte su documenti autentici ed inediti . . precedute 
da un discorso sulla vita contemplativa. 

Roma, coi tipi di Bernardo Morini, 1855, di pp. 152. 

Col testo originale delle costituzioni vigenti si difende e 
si rialza V autorità dei visitatori generali degli ere- 
miti camaldolesi di Monte Corona che nel 1884, da 
un opuscolo e da un voto correlativo venne impu- 
gnata e depressa. 

Ascoli Piceno, Tip. libr. Luigi Cardi, 1888. In 8' 
di pp. 55. 

Dissertazione circa i beni enflteotici della celebre ahhadia 
di S. Salvatore già di Monte Acuto, ora di Monte 
Corona, fondata dal P. S. Romualdo, abitata dai 
suoi Discepoli, e presentemente goduta da' PP. Mo- 
naci Eremiti Camaldolesi di Monte Corona, Diocesi 
di Perugia, colla guai Dissertazione concludentemente 
si prova, che quei beni non sono appodiati, o siemf 



ì 



538 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

appoggiati alla protezione della Chiesa, come gli altri 
di tal natura, ma iti verità beni proprii, „ et de Mensa 
Ecclesiae " dati ad meliorandum in terza generazione 
tnascolina ai laici, i successori dei quali ora gli 
godono con una tenua risposta, o canone, in „ reco- 
gnitionem domini ". — Dedicata al merito sublime 
delVE.mo e Rev.mo Signor Cardinal D. Andrea Gio- 
vanetti Arcivescovo di Bologna, e Principe del S. R. I. 
già Monaco Abbate Benedettino dello stesso Ordine 
Camaldolese, Censuario della stessa Abbadia di Monte 
Corona. 

In Perugia 1783, presso Maria Riginaldi Stamp. 
Gamer. e Vesc. di pag. 168. 
Elucubrano Jurium et Auctoritatum. Tribunal Camaldu- 
lensium Congregationis Montis Coronae. 

Romae, 1884, In 8« di pp. 73. 

[Stampa relativa alle controversie insorte intorno 
all' autorità del ven. Tribunale di Monte Corona. 
Gfr. Sommario, cit., p. 463 segg.]. 
Fiori D. Ag. Rom., Vita del B. Paolo Giustiniani Insti- 
tutore della Congregazione de' PP. Eremiti Camaldo- 
lesi di S. Romualdo detta di Monte Corona, descritta 
e dedicata alla Santità di N. S. Papa Benedetto XIII 
da D. Agostino Romano Fiori, monaco camaldolese. 

In Roma, MDGGXXIV, Nella Stamperia di An- 
tonio de' Rossi, nella strada del Seminario Romano, 
vicino alla Rotonda. — In 8' di pp. 271 +20 + 8. 

[Ha r approvazione dell' ab. gen. dei Camaldo- 
lesi, D. Michelangelo Gasparini (2 agosto 1724), del 
proc. gen. di Montecorona, D. Pietro da Fabriano 
(11 marzo 1724), del lettore camaldolese D. Onesto 
M. Onestini (23 luglio 1724), del carmelitano scalzo 
fra Leone da S. Felice e del minorità Baldassarre 
Antonio de' Fiori (30 marzo 1724) ]. 
[FoRTUNius AuG.], Historiarum Camaldulensium Libri 
tres.. AuGUSTiNO Florentino monaco Gamaldulense 
auctore. 

Florentiae, 1575, Ex Bibliotheca Sermartelliana. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 539 

Hastivillius Argh., Romualdina seu eremitica Camaldu- 
lensis Ordinis historia. 

Parisiis, 1631, Apud Sebastianum Gromoysì. 

[È opera riguargante in generale tutto l'Ordine 
Camaldolese, piena però di inesattezze. Gf. Ann. Ca- 
mald., Vili, 298]. 
[JusTiNiANUS P.], Regula Eremitice vite a beatissimo Ro- 
mualdo eremita et eremitice vite institutore ac omnium 
occidentalium eremitarum patre, camaldulensibus ere- 
mitis circa annum domini MXV tradita : quam et 
Sacre Camaldulensis eremi constitutiones dicere pos- 
sumus. 

In Regula cenohitice vite a beatissima Benedicto . . . 
circa annum Domini DXX edita (ce. 37-142) — Im- 
pressa in monasteri© Fontis Boni... arte et industria 
Bartholomei de Zanettis Brixiensis. Anno dominice 
Incarnationis MDXX, absoluta die xiiii Augusti. 

[Questa stampa, oltre alle due opere annotate, 
contiene varie altre operette, come già abbiamo ri- 
levato. Gfr. pag. 93, nota 2]. 
[Luca Hispano], Romualdina seu Eremitica Montis Co- 
ronae Camaldulensis Ordinis historia, in quinque 
libros partita, auctore Luca heremita Hispano. 

In Eremo Ruhensi, In agro Patavino, MDLXX- 
XVII. — In n' di ce. 219. 

[La Romualdina è preceduta da 16 carte, che 
contengono un Carmen Lugae Resii Balmatae in lode 
dell'autore e della sua opera, la dedica al Gard. D. 
Antonio Garrafa in data Ex Sacra Ruhensi eremo, 
die secunda Martii MDLXXXVII, V Index capitum 
huius operis, Vlndex rerum memorabilium e la Prae- 
fatio ad Patres Diffinitores capituli generalis Montis 
Coronae in Romualdinam Historiam. Il carme di 
Luca Resio è così concepito : 

Qui mores, normam simul primordia sacrae 

Vult RoMUALDiNAE uosccrc militiae : 
Quis docuit primo sylvestrem ducere vitam. 
Qua datur ad superos aptius ire Deos : 



540 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Ille legat Gathalani nunc monimenta diserti, 

RoMUALDiNAM, qui contuHt Historiam. 
Hunc genuit Barcino, Mons tenet ecce Goronae, 

linde coronatus tendit ad astra poli. 
Cui decus, & nomen, laudemque parare licebit, 
Extinctum, & superis adnumerare suis]. 
[Luca Hispano], La Historia Romualdina, overo eremi- 
tica dell' Ordine Camaldolese di Monte Corona, del 
Rev. P. D. Luca Hispano, Tradotta da Giulio Pre- 
muda, Academico Risoluto detto il Gostante. 

In Venetia, Appresso Nicolò Misserini, MDXG, 
in 12, di ce. 164 -]- 12 non numerate. 

[È dedicata dal Traduttore al clarissimo Signor 
Giovanni Giustiniano, figlio di un nipote dell' isti- 
tutore della Gongregazione di Montecorona]. 
MiTTARELLi J. Ben. ET GosTADONi Ans., Anuales CamaU 
dulenses Ordinis Sancii Benedicti, quibus plura inter- 
feruntur tum ceteras Italico-monasticas res, tum histo- 
riam ecclesiasticam remque diplomaticam illustrantia. 
Tomus VII, Vili et IX, continens Addenda et 
mutanda, necnon Appendicem Tom. Vili. — Venetiis, 
MDGGLXII - MDGGLXXIII, Aere monasterii sancti 
Michaelis de Muriano: prostant apud Jo. Baptistam 
Pasquali. 
Privilegia Summorum Pontificum Congregationi sacrae 
eremi et S. Michaelis de Muriano^ Ord. Camaldu- 
lensium, concessa et communicata, non quidem omnia 
sed ea tantum quae ex archetypis vel authenticis 
transumptis hdberi potuerunt, nunc ad utensium com- 
modum in lucem edita. 

Venetiis, Apud Georgium Angelerium, 1597, in-8^ 
di pp. 220, precedute dall' indea? non numerato. 
Raccolta delle Costituzioni Pontificie e dei Decreti Capito- 
lari riguardanti la comune osservanza della Congre- 
gazione Camaldolese di Monte Corona. 

Roma, Stab. Tipo - Litografico A. V. Fratelli 
Ferri, via dell' Orso 29, — 1908, in 8^ di pp. 44. 
[In questa litografia si hanno le costituzioni e 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 541 

i decreti da leggere pubblicamente alla comunità 
una volta all' anno nel mese di gennaio. Questa rac- 
colta fu decretata nel 1789, nel 1797 e nel 1896]. 
Regola della vita eremitica, stata data dal Beato Ro- 
mualdo a suoi Camaldolesi eremiti, overo Le Costi- 
tuzioni Camaldolensi, tradotte nuovamente dalla lin- 
gua latina nella Toscana [dal P. D. Silvano Razzi 
e dedicata al P. D. Antonio da Pisa, maggiore del 
Sacro Eremo]. 

In Fiorenza, Appresso Bartolomeo Sermartelli, 
MCLXXV, in 8' di pp. 264 + 8. 

[È la traduzione della Regula eremitice vite del 
Giustiniani]. 
Regola (La) di san Benedetto con le Costitutioni delti 
Eremiti di S. Romoaldo dell' Ordine Camaldolese. 

In Venetia, MDXCV, Appresso Mattio Valentini, 
in W di pp. 310 + 16 non numerate. 

[A questo libro fu aggiunto il relativo Reperto- 
rio per Alfabeto de tutte le cose che si contengono 
nella Costitutione. — In Perugia, Per Vincentio Co- 
lombara Herede di Andrea Bresciano, Il dì 15 di 
Febraro 1597 — nel medesimo formato, di pp. 32. 
Cfr. in questo voi., pag. 297, nota 1]. 
Regola di S. Benedetto e Costitutioni della Congregatione 
degli eremiti Camaldolesi di Monte Corona, reviste et 
approvate dal Sommo Pontefice Clemente Nono. 

In Roma, Appresso Filippo de' Rossi, 1670, In 
12° di pp. 304 + 8 + 40 non enumerate. 

[E preceduta dalla Tavola de' capitoli della prima 
e seconda parte, e seguita dalla Formula de' titoli 
e sottoscrittioni da pratticarsi inviolabilmente nelle 
lettere che si scrivono gli Eremiti V uno all' altro, e 
da una seconda Tavola per materie : cfr. in questo 
voi., pag. 406]. 
Saraceni Y., La vita del P. D. Doroteo Zuccari eremita 
camaldolese di Monte Corona, scritta da Filippo Sa- 
raceni della Congregazione dell'Oratorio di Fabriano. 

Jesi, 1783, In 8' di pp. VII-103. 



542 LA CONGREGAZIONE CAMALDOLESE 

Sommario Cronologico dei Documenti Pontifici riguar- 
danti la Congregazione Eremitica Camaldolese di 
Monte Corona (1515-1908). 

Sacro Eremo Tusculano, 1908 [ Stab. Tipografico 
Tuscolano ], In 8' di pp. 553. 

[ Sul redattore principale e i collaboratori di que- 
sta utilissima compilazione, cfr. Rivista Storica Be- 
nedettina, III, 1908, x-xi, p. 418. — Il titolo dato in 
questo voi., pag. 96, nota 1, è quello che recavano 
i singoli fascicoli, a mano a mano che uscivano, e 
che in ultimo fu modificato ]. 
Vita del Padre D, Emiliano Eremita recluso camaldolese 
di Monte Corona. 
Perugia, 1792, in 8^ di pp. 330. 
Zarew^icz Ludwik, Zakon Camedulòw jego Fundacye i 
dezieiowewspomnienia w Polsce i Litwie. 
W Krakowie, Wladyslawa Jaworskiego, 1871. 
[ È una preziosa operetta compilata sulle fonti ma- 
noscritte deir archivio dei Goronesi di Bielany presso 
Cracovia. Tratta di tutti gli eremi della Congregazione 
di Montecorona posti nella Polonia e nella Lituania (p. 
7-53 ) e raccoglie varie notizie istoriche sui camaldolesi 
polacchi (p. 53-89). Neil' appendice sono da notare : la 
serie cronologica dei vicari generali della nazione polacca 
dal 1639 al 1795 (p. 97-102); la serie dei priori e supe- 
riori deir eremo di Monteargentino dal 1605 al 1859 (p. 
103-123); le notizie biografiche del p. Firmiano Gierliczki 
eremita polacco « musicus celeberrimus operibus etiam 
insignis editis)>, al principio del secolo XVII (p. 124-135) 
e la biografia accurata di Nicolò Wolscki de Poldhiace, 
maresciallo della corona, insigne benefattore degli eremiti 
coronasi nella Polonia (p. 139-232) ]. 



DEGLI EREMITI DI MONTE CORONA 543 



ERRATA CORRIGE 



Pag. 330 : riga 12 : 1064 si corregga in : 1604. 

,, 354 : ,, 7 : duca Emanuele si corregga in : duca Carlo E. 

,, 475 : in nota 1 : l' iscrizione incominci : Quod Pius ix. 

,, 512 : riga penultima : 1953 si corregga in : 1653. 



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Lugano, Placido 

La Congregazione camaldo- 
lese degli eremiti di Monte- 



corona 



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